Fantascienza: Ted Chiang fra i grandi

Rileggendo i racconti «Storie della tua vita» e aspettando di vedere il film «Arrival» di Denis Villeneuve: db si sbilancia e ulula

Prima recensione, anzi seconda: dicembre 2016

Sin dall’inizio ho avuto la forte impressione di aver già letto alcuni, tutti forse, racconti di «Storie della tua vita» (traduzione di Christian Pastore, Frassinelli: 316 pagine per 18,50 euri) di Ted Chiang. Non ho verificato se la memoria mi tradiva – accade ogni tanto – perché volevo “godere” le pagine senza farmi influenzare da… un db precedente. E alla fine è proprio il verbo godere quello più adatto: uno dei libri più belli del 2016, anzi … del secolo. Secondo me con questa “pioggia” di idee e con una scrittura adeguata, cioè ricca e bella, Ted Chiang entra fra i «grandi» della fantascienza, almeno per quel che riguarda i racconti brevi.

Vado a esplicitare ma, al solito, senza entrare troppo nel merito delle trame che chi svela troppo infame è.

Dev’essere bello e impegnativo «scavare nella volta celeste» sia pure con il rischio che «il più lungo dei viaggi» riporti al punto di partenza: «Torre di Babilonia» è «fantascienza babilonese» (secondo la definizione di Tom Disch), un ampliamento dei quadri di Magritte o forse una nuova mitologia.

Il racconto «Capisci» diventerà – lo spero – un classico del sottogenere «più che umano» con il suo ambiguo, intelligente “lieto fine”. Ci muoviamo fra Gestalt e il concetto confuciano di Ren; fra «grilletti» (nascosti nella mente) e il pericolo che ognuno «distorca l’evidenza in modo da adattarla alla sua teoria preferita». Ah, è anche un thriller… da parecchi punti di vista.

E’ ovvio che «moltiplicando infinito per zero il risultato è invariabilmente solo zero» o esitate un attimo? E l’affermazione «la matematica non ha più niente a che vedere con la realtà» vi turba ragionevolmente… o irragionevolmente? Anche perché – dixit David Hilbert – «se il pensiero matematico è imperfetto, dove troveremo verità e certezza?». Senza un finale – ma è giusto così – «Divisione per zero», uno dei racconti più hard (dal punto di vista scientifico) dell’antologia. Se però ci trovate metafore sull’alienità di alcuni esseri umani, psssssssssssssss “io sto dalla vostra parte”.

Ed ecco «Storie della tua vita», il racconto che dà il titolo all’antologia e che con il nome «Arrival» si è trasformato – non saprei dirvi come, bramo dalla voglia di capirlo, con il terrore di essere deluso – in un film di Denis Villeneuve. Secondo me anche questo racconto diverrà un “classico” del sottogenere «davvero possiamo comunicare con gli alieni?». Tenete presente la storia (forse vera, comunque verosimile: cfr pagina 114) di come il canguro ebbe questo nome. E preparatevi a imparare un saaaaaacco di cose sui linguaggi possibili/impossibili, sulla «sintassi visiva» ma anche sul principio di Fermat. Che «fra passato e futuro non esista alcuna differenza» è idea di Chiang ma anche di Einstein. La questione se il futuro possa essere ricordato ha intrigato Stephen Hawking non meno di Kurt Vonnegut. Nota spinosa: da “adulti” promettiamo a noi stessi di trattare i figli come «persone intelligenti, dotate di raziocinio»… e poi manchiamo il giuramento. Mi pare una durissima realtà, se non concordate tiratemi le orecchie.

Avete presente il Golem? Era ora che qualcuno ci “giocasse” di nuovo ma esplorandone a fondo le potenzialità. Nel racconto «Settantadue lettere» Chiang lo fa: dentro uno scenario vagamente steampunk ma aggiungendo un pizzico di partenogenesi con una dose robusta di riformismo sociale più un’ombra di Apocalisse. A pagina 167 segnalo – per interesse personale – l’ornitorinco, uno dei miei due animali preferiti.

Il testo che meno mi è piaciuto è «L’evoluzione della scienza umana»: in effetti non un racconto ma un “gancio” sul futuro per la rivista «Nature»: l’idea dei «metaumani» è troppo vaga per reggere uno scenario.

Con «L’inferno è l’assenza di Dio» (ma per chi ama i giochi di parole veramente tosti il titolo potrebbe anche essere un crudele «L’infermo è l’assenza di Dio») andiamo a sbattere, correndo e ignorando i divieti, in un totale rovesciamento del punto di vista “tradizionale” sull’amore di/per dio; per la cronaca: io lo scrivo minuscolo, Chiang maiuscolo. Angeli insoliti, miracoli ambivalenti, luoghi pretesi sacri, devozione oltre ogni «amore incondizionato». Nella nota finale (pag 312) mi stupisco leggendo: Annie Dillard «ha scritto che se le persone avessero più fede si presenterebbero in chiesa con un casco e si legherebbero agli inginocchiatoi».

Non ne potete più del «politically correct» con le sue ipocrisie e caricature? Vi capisco ma fiiiiiiiiiiguratevi negli Usa dove la faccenda raggiunge vertici di paranoia e idiozia. C’è il rischio – si sa – di “buttar via il bambino con l’acqua sporca” ma una persona ragionevole è capace di notare la differenza. Nel racconto «Amare ciò che si vede: un documentario» si va oltre: Ted Chiang ragiona con noi sui pro e contro di tecnologie che annullino la nostra percezione di “bellezza”… in funzione anti-razzista. Che la questione sia controversa all’ennesima potenza è talmente ovvio che Chiang sceglie di dar spazio a differenti punti di vista, a «sentimenti contrastanti», appunto in un “documentario”. Interessante la nota in coda (pag 313) ma solo chi è scemo o vanesio – oppure pubblicitario di mestiere – può dubitare che il razzismo “anti persone brutte” sia uno dei più incoraggiati ai nostri tempi con le quotidiane dosi di odio degli spot. Che poi la bellezza sia come la cocaina è forse una esagerazione. Forse appunto.

Riassumendo? Un grandissimo libro, non perdetevelo.

Seconda recensione, anzi prima: aprile 2009

 «Ted Chiang: 8 storie impossibili… da credere prima di colazione»; le traduzioni sono di Giovanni Lussu.

Ricordate Alice [quella nel Paese delle meraviglie] e la questione del «credere a 6 cose impossibili prima di colazione»? Ecco una science fiction [le storie sono 8 non 6] assai scientifica, non possibile eppure…. da credere. Cose impossibili come quell’ormai celebre disegno che pur restando uguale mostra ora il volto di una vecchia e ora quello di una fanciulla: ci sono entrambe eppure è difficile vederle insieme, ci ricorda un protagonista di queste «Storie della tua vita», prima antologia italiana (tradotta nel 2008) per il newyorkese Ted Chiang che di mestiere è «scrittore tecnico per l’industria del software».

Copertina biancorossa con molti numeri e gli splendidi pupazzetti di un’altra Alice [si chiama Tebaldi, in questo caso] che sa muovere altri grilletti fra testa e viscere: Stampa alternativa ci propone 296 pagine per 18 euri ed è un prezzo accettabile per fare la conoscenza con Chiang prima, durante o dopo colazione.

Se «Torre di Babilonia» è Magritte mescolato a fantascienza babilonese, il secondo racconto [«Capire»] ci trascina dove un nuovo farmaco sperimentale fa volare mooooolto in alto il cervello di Leon per prima giocare a gatto e topo con medici e Cia, poi arrivare a uno scontro finale titanico [«io amo la bellezza, lui l’umanità»] con colpi di scena a gogò. «Divisione per zero» è un racconto sulle illusioni della matematica, sull’empatia, sugli amori che non durano mentre il più inquietante filosoficamente risulta essere «L’inferno è l’assenza di Dio» [geniale anche il disegno che lo accompagna] con una divinità del tutto insensata che pure Neil sceglie di amare oltre ogni limite.

Non c’è dubbio che il «lookismo» [la subdola dittatura dei belli] più ancora del razzismo e del sessismo sia fra i peggiori guai del nostro tempo. Ma esiste una soluzione tecnico-scientifica priva di controindicazioni? Il racconto «Il piacere di ciò che vedi» viene definito da Chiang «un documentario» perché costruito su interviste che offrono punti di vista assai diversi eppure il finale è sorprendentemente «aperto» proprio come l’autore spiega nelle brevi note di commento che chiudono il volume.

Il brevissimo «L’evoluzione della scienza umana» ci porta fra i meta-umani [o post-umani se preferite] mentre «72 lettere» ha un piacevole sapore gotico ma con accenni alla termodinamica, alla robotica e alla partenogenesi non meno che alla lotta di classe più un finale indimenticabile. Il racconto che dà il titolo all’antologia, «Storie della mia vita» mescola con sapienza il tentativo di decifrare la lingua degli alieni – osservati attraverso strani specchi – con una vicenda che all’inizio sembra privatissima.

Insomma racconti sempre belli, la metà memorabili, di un autore da tenere d’occhio. Lo stile qua e là sembra freddo ma è perché Chiang privilegia le idee. Eppure ci sono metalli che urlano e umanoidi associati, angeli cattivoni alla Bunuel, la geniale sindrome di Fregoli accanto alle malefatte dei pubblicitari, delitti e duelli, la caccia al superuomo, rovelli d’amore. Che volete di più?

UNA BREVE NOTA

Questa mia recensione nel 2009 è andata in voce su Radio Città Fujiko di Bologna; poi, in una versione leggermente diversa sul sito di Carta: la si può ascoltare dunque (come le precedenti e le successive di quella serie) su http://caccialfotone.wordpress.com/sci-fi/ oppure leggere su www.carta.org (si digita “ozio” e poi “futuri”). La riproposi in blog segnalando la traduzione del primo romanzo di Chiang, «Il ciclo di vita degli oggetti software» – confronta qui: Su «Il ciclo di vita degli oggetti… – auspicando che lettori/lettrici andassero a recuperare i suoi racconti. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Raffaele Mantegazza

    Un paio di esercizi di scrittura narcisistica (L’inferno è l’assenza di Dio; Settantadue lettere -quest’ultimo una occasione persa, una storia bellissima buttata via ), un racconto bellissimo (Capisci), tre capolavori (Torre di Babilonia, Storia della tua vita, Amare ciò che si vede: un documentario). Quando Chiang si libererà del vizio di far vedere quanto è competente scientificamente (quello che secondo me è il peggiore difetto di Sawyer) sarà tra i grandissimi, e comuque questo libro è davvero da leggere.

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