Farfalle, lupi, rom e maestre

Una recensione – in ritardo – a «L’albero delle farfalle: i mondi della porta accanto» testo e illustrazioni di Giovanna Panigadi (*)

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Per leggere il libro (volendo anche questa rec) consiglio un po’ di Django Reinhardt; se non lo avete sottomano, partite da qui: Django Reinhardt – Jazz Guitar Genius – YouTube.

Ho letto due volte in pochi mesi (l’ho perso e dunque l’ho ricomprato) «L’albero delle farfalle: i mondi della porta accanto» (64 pag per 11 euri ma è Creative Commons) uscito a dicembre 2014 da edizioni Piagge – www.edizionipiagge.it  che si basa soprattutto sull’autodistribuzione – nate all’interno della omonima, vivacissima Comunità fiorentina) con testo e bellissime illustrazioni di Giovanna Panigadi. La collana “Pungoli” è «dedicata ai piccoli» ma «cerca la cura e l’accompagnamento dei grandi».

La prima lettura mi ha fatto riaffiorare il ricordo di mia nonna che mi ripete di non fidarmi degli «zingari» e della gente sporca. «Rubano, imbrogliano» diceva. E infatti davanti all’ufficio postale furono due “non zingari” a portarle via, con le buone maniere, un bel po’ di soldi. Ancora incredula ripeteva: «non erano zingari, erano molto ben vestiti e gentili, parlavano un ottimo italiano… come avrei potuto sospettare?». Una vita con i paraocchi, come certi genitori raccontati da Giovanna Panigadi: raccontano ai figli che «esiste l’uomo nero, il lupo cattivo» e che gli zingari rapiscono i bambini. In effetti ero abbastanza piccino quando uno zingaro (il succitato Django) e un quintetto di uomini neri (Charlie Parker, Dizzy Gillespe, Bud Powell, Max Roach, Charles Mingus) mi “rapirono” con alcuni dischi portandomi in un «mondo accanto», chiamato jazz, dal quale non sono più riuscito a liberarmi.

Fuor di “rapimenti” personali, il libretto di Giovanna Panigadi è un bel viaggio – per interposta farfalla – in una scuola dove la maestra cerca di chiarirsi le idee sugli «zingari». Anche lei, come «la farfalla dell’albero», dovrà esplorare: «significa farsi domande, è un modo di pensare, riflettere, conoscere, imparare, approfondire» ma anche di «viaggiare», di «mettere in movimento i sentimenti». Mentre la maestra si chiarisce le idee anche noi (farfallonando) la “spieremo” e incroceremo così altre storie: quella di Nino e Sebastiano, a esempio, o del «bel nonnino biondo» e del «signore trasandato» che non sono ciò che sembrano.

Il viaggio termina con una delle più scomode ma vere citazioni di Fabrizio De Andrè (a proposito del rubare e di quel che ci insegnano) e di Lao Tzu (il famoso errore del bruco). A seguire un’ottima scheda – potete trovarla anche qui: Italia multietnica Conexión Torino – intitolata «Viaggio tra i pregiudizi e i luoghi comuni sul popolo rom».

Dalla prefazione di Romano Giuffrida veniamo a sapere come l’idea del libro nasca dai «tre anni di ricerche» che la maestra Giovanna ha condotto con 25 bambine/i per rispondere a domande senza «fermarsi a ciò che viene dato come indiscutibile» e invece può essere falso, o solamente un modo di pensare fra i tanti possibili.

Qualcuno a esempio dirà che non si può suonare bene la chitarra con le dita atrofizzate; lo dissero anche a Django Reinhardt e … sentitelo come li smentisce: «imparò a suonare la chitarra con una tecnica rivoluzionaria che ancora oggi lascia di stucco». Fatevi rapire.

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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