Femminismo: «Piccoli passi» (1)

di coordinamenta (*)

Femminismo: «Piccolo passo/1»

A settembre presenteremo la nostra nuova autoproduzione “QUATTRO PASSI / Note sul femminismo nella fase neoliberista del capitale” ma intanto per questa estate pubblichiamo dei piccoli passi , un pezzetto un po’ qua e un po’ là di quello che poi ci troverete dentro e di cui vorremmo discutere con voi!

 

La peculiarità della nostra stagione, che coincide con il neoliberismo, è caratterizzata dal dato che il capitale è reale, cioè totale, e pertanto è un rapporto sociale globale che occupa tutto il territorio del vivere. Il movimento femminista è movimento di decolonizzazione del quotidiano patriarcale ed è un processo sociale che non può essere ristretto negli steccati dell’emancipazione. E’ un processo che non può essere arrestato né in punto né in una fase storica determinata: è per questo che è stato conferito alle patriarche e alla socialdemocrazia il compito di deviarlo e rimandarlo.

Il patriarcato assunto nella forma Stato organizzata dal neoliberismo frammenta e parcellizza nell’ambito di interessi parziali e corporativi l’esigenza di libertà che è di noi tutte e, con noi, di tutti i segmenti della società oppressi.

La sfida per il movimento femminista è di realizzare un progetto antagonista che si misuri con la globalità dell’oppressione di genere e con la critica al vivere quotidiano: il patriarcato di oggi, infatti, assunto dal neoliberismo in una reciprocità di azioni e di intenti, si è costituito a tutto campo come metabolismo sociale.

E’ necessario, quindi, recuperare la critica al quotidiano, al quotidiano patriarcale, nella sua attuale forma specifica in un mondo nel quale tutto è diventato merce. Ciò che nel dominio formale occupava la sfera della produzione ora occupa tutta la sfera del vivere. In questo contesto le subalternità e le differenze devono confrontarsi con un codice, unico totale e totalitario, in cui si stabiliscono ruoli, figure e funzioni, mortificando e reificando le relazioni sociali, sentimentali e affettive.

È pertanto nodale, in questa stagione, scontrarsi con il patriarcato inteso come rapporto sociale, socializzare lo scontro e riannodare la solidarietà rivoluzionaria di noi tutte, solidarietà che passa, mai come ora, attraverso lo smascheramento delle pratiche di svendita e del loro ruolo, ma anche attraverso la comprensione dei meccanismi di collocazione delle soggettività colluse. Il patriarcato è diventato più forte perché il movimento femminista non è stato in grado di rivelare e di opporsi a queste pratiche e alle sue derive. E però, il fatto che il movimento femminista debba confrontarsi con le letture false e manipolate che se ne danno, e con la correità di chi tramite esso ha ottenuto una promozione sociale, non significa che il femminismo non abbia più un progetto sociale implicito.

Il femminismo è sempre sintesi della critica alla quotidianità imposta dal patriarcato ed anche di quella al capitale inteso come dominio globale; è rottura con il neoliberismo patriarcale che si è fatto metabolismo sociale. È movimento di liberazione teso alla libertà di spazi, di tempi, di ricchezza, è un programma sociale di liberazione da questa società, dal mondo delle merci, dai ruoli assegnati, dai compiti assolti per autopromozione personale. È movimento contro i processi di naturalizzazione della società patriarcale che coinvolgono progressivamente interi settori del genere oppresso e ne sfruttano la partecipazione con l’obiettivo di mantenere nell’oppressione la stragrande maggioranza degli oppressi/e tutti/e: nell’ambito del genere è stata infatti veicolata la narrazione che vuole spacciare un miglioramento personale come un miglioramento generale. Una declinazione, questa, in salsa squisitamente femminile, del teorema secondo cui quella in cui siamo immersi è la società migliore o, in fine dei conti, il male minore, una società alla quale in ogni caso non esistono alternative.

Occorre da subito dare espressione sistematica, organizzata e soggettivamente motivata ai principi e agli ideali elaborati in modo diffuso, spontaneo, magari anche disorganico, dal movimento femminista, avendo chiaro che per conquistare la liberta è necessario innescare processi di liberazione la cui prospettiva è la distruzione, la rimozione di tutti i “ruoli sociali”, l’abolizione di tutte le classi.

Per il femminismo è oggi nodale riconoscere ed organizzare le proprie ragioni.

Mai come oggi è importante che il femminismo si riconosca come pratica storica, cosciente e organizzata della liberazione delle donne: come conquista di una vita mai vissuta. Il movimento femminista è stato ed è un’allusione potente ad un’altra vita.

Oggi è necessario aprire il dibattito per definire i percorsi di liberazione e le modalità in cui si possono esplicitare, magari attraverso una rete soggettiva, coordinata e coerente, che sappia anche rifiutare una sorellanza fittizia, falsa, formale e fuorviante che sempre più spesso inibisce la comprensione dei ruoli che ognuna sceglie di assolvere e dello spazio in cui ognuna, individualmente e/o collettivamente, sceglie di collocarsi.

Se in questi anni passati non avessimo lottato, collettivamente e singolarmente, non saremmo in grado di leggere questo percorso e di affermare queste esigenze.

Il femminismo in questo senso si misura con le contraddizioni prodotte dalla sua storia ma perché questa non diventi, ora e qui, la storia del patriarcato, perché non si perpetui la situazione in atto – quella di un femminismo senza femminismo dove l’apparente bontà delle ragioni nasconde la sostanza dell’operazione sottesa, cioè la riconsegna delle donne tutte alla subalternità infantilizzata della tutela dello Stato, facendole annegare nel patriarcato e nel neoliberismo – si deve riannodare al suo portato antagonista e alla sua aspettativa e al suo anelito di libertà…

(*) ripreso da coordinamenta.noblogs.org

Redazione
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Un commento

  • l’affermazione “quotidiano patriarcale, nella sua attuale forma specifica in un mondo nel quale tutto è diventato merce” sembra caduta dalla luna; ma, vista la (apparente) sicurezza con la quale è presentata, meriterebbe un tentativo di giustificazione storica e socio-economica di una presunta relazione causale tra paternalismo e mercificazione

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