Fine del mondo? «Non spingete, scappiamo anche noi»

dove dibbì divaga fra Marte-dì e gli altri 10 giorni della settimananomala con un testo ripreso da «Calendario della fine del mondo» ovvero «Date, previsioni e analisi sull’esaurimento delle risorse del pianeta»

Il meglio del blog-bottega /130…. andando a ritroso nel tempo (*)

Quante «fine del mondo» ho visto.

La prima, al cinema, nel 1964. Si chiamava proprio «ordigno fine mondo» ed era stata approntata dai perfidi russi, gli arci-nemici del mondo libero. Lo confessò l’ambasciatore (nel film Peter Bull) ai nemici/amici statunitensi e all’ex nazista, ribattezzato Dr Strangelove e riciclato alla Casa Bianca dove naturalmente aveva dato un aiutino piccino picciò per costruire ordigni simili ma con nomi più sciropposi. Sì, sto parlando di «Il dottor Stranamore ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba».

Ero giovane, cinefilo e dunque non mi preoccupai. Però un poco mi turbò l’idea che la guerra atomica potesse scoppiare per incidente. Probabilmente solo fantasie di registi (Stanley Kubrick) e scrittori (Peter George) pensai.

Già leggevo fantascienza e cominciavo a seguire la politica (senza ancora capire che era soprattutto lei a seguire me, ogni giorno) e la catastrofe atomica era argomento di conversazione. Ogni tanto ci si spaventava anche qui, nel buffo Paese a forma di stivale dove sono nato (nato va minuscolo ma volendo anche maiuscolo perchè c’era e c’è l’Alleanza atlantica con le sue basi atomiche). Però poche persone – io no – sapevano a che livello di paranoia erano giunti negli Stati Uniti: si costruivano o affittavano rifugi atomici in vista dell’ora X. E si accumulavano montagne di provviste, aspirine e soprattutto armi per il “giorno dopo” in stile survival-fascistoide. Ne ha scritto Philip Dick – in romanzi e racconti – dunque c’è poco da aggiungere.

Dopo il 1964 molte «fine del mondo» lessi nei libri. Una la vissi, ma rovesciata, 4 anni dopo nel piano dell’esistenza cosiddetta reale. Intendo dire che il 1968 fu per molte e molti l’inizio di un nuovo mondo ma naturalmente vi fu chi visse quell’anno-onda come una inattesa catastrofe, la fine del (suo) modo di vivere.

Altri eventi catastrofici sono stati annunciati via via dalle cronache giornalistiche. Il mondo doveva finire a esempio sabato 13 novembre, 317esimo giorno dell’anno 1982, sant’Omobono nel calendario dei cristiani. Spiegazione ferrea: si verificava una straordinaria concentrazione di tutti i pianeti più importanti in un ristretto spazio. Il troppo strippa spiegarono gli astrologi riuniti a convegno ma il sistema solare non dette loro retta e ci salvammo.

Anche il 28 ottobre ’92 il cataclisma non ci fu. Il rischio grosso era soprattutto il fatidico 1 gennaio 2000… o il 31 dicembre 2000: non si è mai capito come si calcola il «mille e non più mille» della profezia né da dove si inizia a contare. Ci sarebbe voluto un tipo preciso come l’astronomo, matematico e vescovo anglicano James Ussher (1581-1656) che fornì data e ora esatta della creazione dell’universo: il 4004 avanti Cristo, alle 9 del mattino del 23 ottobre.

Anche nel 2003 si parlucchiò di una fine del mondo. Ma era troppo vaga per intimorirci. Più professionale la setta di Arnie Stanton che l’anno dopo annunciò: si chiude baracca esattamente il 29 settembre. L’indomani precisò che forse c’era stato un errore nei calcoli oppure una proroga.

Chissà se ogni volta c’è chi accende un cero o ringrazia Xxxxxx (spazio da riempire a piacere per credenti, laici e non-so) che il pianeta – con tutte/i noi – ha rubato un altro mese o anno o millennio all’Apocalisse.

Però state in campana: se non sono gli asteroidi o il millennium bug, qualcosa capiterà.

Infatti, pur se non si mettono d’accordo sul calendario da usare, profeti, “gufi” e oracoli continuano a inondarci di date – talora vaghe e talvolta precise al minuto – dei prossimi diluvi universali, ragnarok, armageddon, catastrofe (dal greco katà-strèho cioè capovolgimento) finale, 7 flagelli e 4 cavalieri. Questo immaginario ci arriva dalla Mesopotamia (Gilgamesh) passa in area mediterranea (Deucalione) e nel cosiddetto Medioriente (Noè) poi attraverso le piaghe d’Egitto e compagnia “bella” invade il nostro mondo cosiddetto reale. Attraversa i secoli e i Paesi, mutando un pochino – per esempio nel romanzo gotico e nel primo horror – per riciclarsi nella fantascienza.

La fede ha il suo peso. Esistono tuttora micro-comunità religiose e/o magiche (se ne calcolano circa 700 solo in Italia) che continuano a vivere nell’attesa della vicina Apocalisse, litigando però sulle date.

I prossimi giorni “da paura-paura” dovrebbero essere il 22 dicembre 2012 o giù di lì (secondo varie interpretazioni del calendario maya) o il 2036 per colpa dell’ennesimo asteroidepuzzone, tal Apophis. Il mio consigliere astrofisico mi ricorda che la B612 Foundation – http://en.wikipedia.org/wiki/B612_Foundation – è un’associazione di astronomi che fanno lobby sui politici per trovare un accordo internazionale sul pericolo asteroidi, sostenendo che oggi abbiamo la tecnologia per avvistare e evitare l’impatto («il trattore gravitazionale» dicono loro) quindi se non ci impegniamo adesso la catastrofe eventuale sarebbe colpa nostra e non della natura.

Gli «endisti» da end, fine come li chiama «The Guardian» son sempre lì a rifare i conti. A gufare forse. E magari a farsi dare due soldini per salvare il pianeta e/o un po’ di anime.

Anche nel mondo presunto reale della politica – o in quel peggio d’un manicomio chiamato new economy – spesso si enfatizza l’idea che siamo tutte/i a bordo di un Titanic in corsa verso l’iceberg finale: non proprio la fine dell’universo ma insomma una bella botta. Può darsi, ma sarebbe bene ricordare che gli esperti (nel settembre ’93, con soli 61 anni di ritardo) hanno accertato come ad affondare il gigantesco transatlantico più che la forza dell’iceberg o l’errore di rotta fu l’acciaio scadente, usato – neanche a dirlo – per risparmiare un poco. L’Ordine dei giornalisti (ho la tessera 48742) con collegamento telepatico istantaneo subito mi richiama… all’ordine: non devo essere così cafone da far intendere che i padroni se ne fottano delle vite altrui; meglio usare l’espressione «errore umano». Okkayyyyyyyyyyy, dirò così: Seveso fu un errore umano come Chernobyl, Bhopal e mille altri Titanic dimenticati o ben nascosti.

Il secolo appena concluso è anche quello del fumo di Auschwitz, dell’allarme ecologico, ma anche del fungo di Hiroshima, tutti «errori umani». In questo quadro – lo scrisse Susan Sontag in «Contro l’interpretazione» (pubblicato da Einaudi) – «da ora e sino alla fine della storia umana, ogni persona trascorrerà la sua vita non solo sotto minaccia della morte individuale, che è certa, ma di qualcosa quasi insopportabile psicologicamente: incenerimento ed estinzione collettiva potrebbero avvenire in qualsiasi momento, senza preavviso». Con altre parole lo ha detto lo scrittore James Ballard: abbiamo costruito le prime armi nucleari per un desiderio di distruzione (o auto-distruzione forse), poi la loro presenza ha ulteriormente alimentato tale desiderio. La nostra bomba però è buona: cattiva è invece quella di ….. (al posto dei puntini inserire Stalin, Krusciov, Breznev, Mao, Saddam, Bin Laden o chi capita).

Paura infinita. Si leggeva nel 1977 – che pure non fu in Italia un anno orribile come i successivi, anzi – su un muro dell’università romana: «E’ meglio una fine spaventosa o uno spavento senza fine?». Una frase di quel Jim Morrison che non passò indenne per il fuoco come le sue amate salamandre. Senz’altro meglio l’ironico Fabrizio De Andrè con «chi non terrorizza si ammala di terrore». A ogni modo perchè non aspettarsi «una fine spaventosa», più o meno imminente, se guerre, pestilenze, persino la morte per fame o altre mille minacce nutrono i nostri (mostri?) tg e il nostro immaginario?

Paure da popolino, da estremisti, da sfigati? Anche Paul Erlich, premio Nobel per la medicina, nel 1969 scrisse il racconto «Eco-catastrofe» per raggiungere il “largo pubblico” che non legge gli studi specialistici (come il suo «La bomba demografica» dell’anno precedente) e avvisarlo: su una Terra sovrappopolata non ci sarà cibo sufficiente per tutti. Centinaia di milioni moriranno per fame o sotto-nutrizione: non troppo lontano dal vero purtroppo. Errori umani s’intende.

Se negli ultimi 100 anni abbiamo scaricato nell’aria 15 mila composti chimici – altro comprensibile errore umano – inciderà sui rischi presenti e futuri? Dopo lo tsunami, riprendendo in un’intervista le tesi del suo «Città panico» (Raffaello Cortina editore) Paul Virilio spiegò che «oggi non è più possibile distinguere nettamente fra catastrofi naturali e industriali, cioè causate dal processo tecnologico». Estremista.

Anche l’onnipresente Ulrich Beck, teorico della società del rischio, sostiene che non si può più parlare di catastrofi naturali causa colonizzazione antropica del mondo. Un altro estremista o è invece la situazione a essere estrema?

Ovviamente la fantascienza affonda il coltello nella piaga. E di questo vi parlerò un pochino.

Perché la fantascienza? Non per la sua capacità profetica (ricadrei nella stessa trappola dalla quale sto fuggendo, vi pare?) ma perché è una letteratura importante proprio al crocevia delle paure e dei desideri. Non per caso è esplosa nel ‘900 (come si conta da queste parti del globo), nel secolo della scienza e del tecno-vudù – così io e Riccardo Mancini lo etichettammo – cioè tecnologia ovunque ma incomprensibile ai più: dunque magia, vudù. Siccome non ho qui lo spazio per dilungarmi sulla “buona” fantascienza e la sua utilità, ove mai la faccenda vi interessi, rimando al libro che ho scritto appunto con Riccardo Mancini («Di futuri ce n’è tanti», Avverbi edizioni, 2006). Altrimenti fidatevi. Oppure abbandonate il libro su una panchina (sempreché non abitiate in una delle città dove comanda la Lega Nord e dunque le sovversive panche siano state sradicate). C’è il libero arbitrio, o almeno così dicono. L’Ordine dei giornalisti e la Rai (anche se non posseggo un televisore si fa viva con me per chiedermi di pagare un “canone”, forse un refuso) non si fanno sentire per ammonirmi telepaticamente: dunque la parentesi sulle panchine e l’ironia sul libero arbitrio sono passate senza incidenti.

La “buona” fantascienza allora. Saltiamo. Indietro nel mondo cosiddetto reale per vedere se ci ha dato suggestioni ancora interessanti, ma stiamo zompettando anche avanti, cioè nei futuri possibili, e di lato ovvero nei mondi paralleli.

Alle origini della fantascienza moderna, gli esempi più intriganti del sotto-genere catastrofico sono «L’ultimo uomo» (1826) di Mary Shelley, alcuni racconti di zio Edgar Allan Poe, il celebre «La nube purpurea» (1901) di Matthew Shiel – che è influenzato da un evento reale, la disastrosa eruzione del Krakatoa – e «La peste scarlatta» (1912) di Jack London.

Anche H. G. Welles e Jules Verne, i due supposti padri della science fiction – ma se proprio vogliamo pignoleggiare la mamma fu Mary Shelley e in quel periodo era single – litigarono sulle sciagure planetarie e in particolare se asteroidi, comete e simili portassero guai. Per il francese Verne la catastrofe c’è ma in «Hector Servadal» (1877) un frammento d’Africa si stacca e cavalcando la coda della cometa gira l’universo. Per l’inglese Welles l’intruso stellare porta invece un gas benefico: così – in «Al tempo della cometa» (1907) – i terrestri diventano tutti buoni, alleluja.

Cosa occorre per fronteggiare i guai planetari? Già nel 1920 Welles scrive: «La storia umana diventa sempre più una gara fra istruzione e catastrofe … sembra che l’istruzione stia perdendo la gara». A parte le attualizzazioni – il pur fantasioso Welles non poteva concepire l’esistenza di Luigi Berlinguer, Letizia Moratti e Mariastella Gelmini – è interessante notare che già all’inizio del XX secolo si intuiva come di fronte alla crescente complessità dei problemi, ai cataclismi imminenti e agli “errori” umani (stavo per scrivere «gli orrori del capitalismo» ma mi sono ravveduto in tempo) solo la scuola e un’autentica formazione continua potevano dare speranza.

Naturalmente l’immaginario era già ricolmo di eventi catastrofici ben prima della letteratura detta science fiction. La moderna fantascienza ha ripreso tutto, riadattandolo in chiave tecno-scientifica e/o in chiave psicoanalitica. E ce lo ha ributtato addosso. Nella forma di una letteratura popolare.

Natura in rivolta: soprattutto il primo James Ballard ma non bisogna scordare «Morte dell’erba» di John Cristopher o alcuni romanzi dell’inglese John Brunner. Orrende invasioni (gli indimenticabili trifidi di John Windham). Morbi incurabili. Guerre che finiscono solo con la morte di tutte/i o facendoci regredire di nuovo a scimmie. Perfino il ritorno di licantropi, zombies, vampiri, streghe, demoni, untori. Non spingete, scappiamo anche noi.

Di catastrofe si parla molto anche nel dibattito scientifico ma i profani stiano attenti a non fare confusione. La «teoria delle catastrofi», formulata negli anni ’60 dal matematico francese Renè Thom, consente di descrivere i fenomeni discontinui, improvvisi nell’evolversi di un sistema. Nulla a che vedere, per esempio, con il “catastrofismo” enunciato dall’altro francese Georges Cuvier alla fine del 1700 per spiegare la scomparsa improvvisa di specie animali nei tempi geologici.

Lo scrittore-scienziato Isaac Asimov, circa 60 anni dopo il Welles citato, indica (in «Catastrofi a scelta», Mondadori) 5 differenti scenari: fine dell’intero universo; eventi che rendono inabitabile il sistema solare; collasso del pianeta Terra; distruzione dell’intera umanità (non necessariamente di ogni forma vivente); il ripiombare della nostra specie nell’abbrutimento. C’è chi, ridendo per non piangere, pensa che questa quinta possibilità sia già in atto ma inviterei a non prendere Calderoli come la obbligatoria “linea di tendenza”.

Come spesso gli accadeva, il buon Asimov posò lo smoking da saggista-conferenziere-scienziato e indossò il golf da scrittore-antologista per selezionare 20 ghiotti racconti di pura fantascienza sulle 5 calamità suddette. Si intitola «Catastrofi!» – sì, con il punto esclamativo – e lo si trova anche negli Oscar Mondadori. Le sciagure che fanno più presa sul nostro gelatinoso e tremolante inconscio sono le ultime due. Il che è assai illogico: ma l’universo ci sembra lontano (invece ne siamo dentro) anche se per molte/i è sicuramente più vicino e comprensibile Aldeberan o Sirio dell’ecatombe quotidiana per sottonutrizione nel – a noi ignoto – pianeta Africa.

Esiste ovviamente una fantascienza reazionaria che ha rielaborato anche l’Apocalisse dalle parti del Superuomo (letture di Nietzsche mal comprese), della sedicente Razza Eletta, di religioni maniacalmente punitive e sadiche. In quest’ottica solo pochi si salveranno dal crak finale e saranno i migliori – dunque maschi con qualche femmina di contorno solo per usi riproduttivi o ludici – e per l’occasione purificati. Un passo avanti… grazie allo sterminio di qualche miliardo di inferiori. Sono le tesi, a esempio, di Ron Hubbard quando era uno scrittore di fantascienza. Poi inventò, come si sa, Scientology. Non è chiaro in quale veste abbia fatto più danni.

Più stimolanti, meno banali, le catastrofi immaginate e/o esorcizzate a esempio dal sempreverde Robert Silverberg. Nel romanzo «Quellen, guarda il passato» del 1967 ipotizza che la Terra morirà presto «per la quotidiana finitezza delle risorse». Invece nel racconto di Silverberg scelto da Asimov per la citata antologia basta una momentanea perdita di memoria collettiva per mettere la società sottosopra. Ma tutta la forza dell’Apocalisse sul nostro inconscio (come sul nostro “presenzialismo”) è colta da Silverberg, in un breve racconto, per metterla al servizio di agenzie turistiche – vagamente loffie – che programmano viaggi per assistere… alla fine del mondo (lo si trova in varie antologie, per esempio in «Buone notizie dal Vaticano», rintracciabile anche negli Oscar); termina con questa perla: « “Se andassimo a vedere un’altra fine del mondo?” suggerì Jane e Nick trovò che era un’ottima idea. “La gente” disse “ha veramente bisogno di distrarsi”».

La catastrofe, anche minima, ha un suo fascino: sarà per distrarsi che si va a curiosare dove è stata uccisa Sarah Scazzi o dove è venuta giù di botto – errore umano? – la Casa dello studente all’Aquila. Se fossi libero di scrivere senza queste fastidiose punzecchiature telepatiche (capita anche a voi vero?) aggiungerei che il cataclisma rinforza il Pil, porta affari: lucrando sui soccorsi prima e poi sulla ricostruzione nel caso dei recenti terremoti in Italia. Chi piange e chi ride nella notte del terremoto. Detto in modo meno rozzo («Barbieri sei un demagogo» mi ammonisce telepaticamente l’Ordine dei giornalisti) esiste una soggettività persino di fronte all’Apocalisse. Vostro onore chiamo a testimoniare Naomi Klein che in «Shock Economy» (Bur, 2008) ha ben documentato «l’ascesa del capitalismo dei disastri», quelli che si verificano da soli e gli altri che lui stesso – Das Kapital – progetta all’uopo. Un eccellente scrittore di fantascienza, Kim Stanley Robinson, ha individuato la nuova crisi ecologica-economica ma la sua trilogia «Science in the Capital» (doppio senso: non solo “la” ma anche “il”) non è stata tradotta.

Ognuno comunque ha una sua personalissima scala per giudicare le catastrofi. In proposito ascoltiamo il provocatorio Douglas Adams in «Guida galattica per autostoppisti». La Terra è appena stata distrutta, pare che solo Arthur si sia salvato. Lui però non riesce a intendere l’enormità di quel che è accaduto finché non riorganizza le idee. In questo modo. «L’ Inghilterra non esisteva più. Beh, lo sapeva da tempo. Provò con qualcos’altro: gli Usa sono scomparsi. Non riuscì a reggere un’idea così vasta. Provò allora con qualcosa di più piccolo: New York era scomparsa. Nessuna reazione. In ogni caso, lui non aveva mai creduto che New York esistesse. Il dollaro, riflettè, è colato a picco per l’eternità. Provò un lieve tremore. Tutti i film di Humprey Bogart sono cancellati, si disse. Questa volta lo shock fu forte. Pensò ai ristoranti Mc Donald… Non ci sarebbe più stata una cosa come l’hamburger. Arthur svenne».

Soggettività. E ignoranza. Per esempio Arthur non sa – e Douglas Adams chissà – quanti danni fa Mc Donald al pianeta (Ahi, ammonimento telepatico forte quasi come una frustata).

Il motivo per cui, nel romanzo di Adams, la Terra viene spazzata via è originale e ben inserito nella logica della globalizzazione: il nostro pianetino è d’intralcio per una autostrada fra le stelle. Di solito a minacciarci sono asteroidi anarchici o nubi improduttive (a che serve avvelenare l’aria se non per trarne profitto…. scriverei se fossi libero di farlo e chiamerei a testimoniare Vittorio Catani, altro eccellente scrittore di fantascienza).

Fra le molte storie di questo sotto genere eco/catastrofico spicca il racconto «Effetto Carson» di Richard Wilson – lo si trova in numerose antologie fra cui «Il dio del 36° piano», Oscar – che immagina le difficoltà di un bravo giornalista (ce ne sono, giurin-giurello) nello scrivere la cronaca della «fine del mondo» che l’indomani nessuno leggerà, insomma un pezzo impossibile. Eppure sarà pubblicato e letto. I luminari della scienza avevano ragione, la nube era velenosissima. Allora? Non si era tenuto conto di quello che da allora sarà chiamato “effetto Carson” in onore dell’autrice di «Primavera silenziosa», una delle prime indagini sugli effetti dell’inquinamento, Rachel Carson. Per l’ottimista Wilson (ma è solo un racconto, non un testo scientifico) siamo ormai così abituati ai gas velenosi da esserne immuni. Una mutazione (mitradatica) di specie. Magari.

Attribuire il cataclisma a una sola causa proprio non va. Lo sapeva persino Carlo Emilio Gadda (però si riferiva a un «Pasticciaccio brutto»): «Le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenze».

Può darsi che l’ideologia della fine del mondo sia anch’essa al servizio della conservazione dell’ordine esistente. Polemizza per esempio H. M. Enzensberger: «nel crollo continuo di tutte le ideologie è proprio la catastrofe la sola idea che unifichi il mondo».

Di certo anche il cataclisma è classista. Nel lontano 1966 fa scalpore il romanzo «Largo largo» di Harry Harrison con un’allucinante New York senz’acqua nè speranza. I più dormono per strada o sui gradini ma pochi vivono in villette e acquistano la carne (in macellerie più vigilate delle gioiellerie). Se in altre parti del romanzo Harrison scatena l’immaginazione, su questo gli è bastato mettere fianco a fianco Calcutta e Beverly Hills. Nel mondo dei poteri e dei ricchi la fame è lontana, dall’altra parte della Luna, fantascienza appunto.

Retorica vuole che oggi sia in corso una “guerra”contro la povertà ma la vera catastrofe è che essa sia guidata da Fondo Monetario, Banca mondiale e Wto (organizzazione mondiale del commercio) e che il suo vero obiettivo sia eliminare i poveri e far godere i ricchi. Mi sa che sono stato definitivamente espulso dall’Ordine dei giornalisti perchè non sento più ammonimenti telepatici.

Per chiudere – o riaprire – il discorso potremmo usare una frase del più importante filosofo italiano vivente (macchè Massimo Cacciari; è Corrado Guzzanti, fratello di super-Sabina): «Abbiamo sempre immaginato la fine del mondo come un evento esterno: guerra atomica, poli che si squagliano, meteoriti giganti… e se invece arrivasse come un gigantesco esaurimento nervoso?».

UNA BREVE NOTA

Ho ripreso questo mio breve saggio da “Calendario della fine del mondo“, pubblicato dall’editore Intra Moenia e da DemocraziaChilometroZero. Il sotto-titolo spiega: “Date, previsioni e analisi sull’esaurimento delle risorse del pianeta”, con l’introduzione di Serge Latouche. Il mio è l’unico saggio di fantascienza (e dintorni). Tutto il resto si muove in ambito strettamente scientifico, economico e politico con una puntata (di Marinella Correggia) nelle “interviste impossibili” (l’ultimo albero). Ecco l’elenco – in ordine di apparizione- degli altri autori e autrici: Riccardo Petrella, Tommaso Fattori, Claudio Della Volpe, Luca Tornatore, Roberto Musacchio, Mario Agostinelli, Gianni Tamino, Antonio Onorati, il duo Rossella Marchini e Antonello Sotgia, Andrea Masullo, Alessio Ciacci, Eva Alessi, Gianfranco Bologna, Federica Barbera e Sebastiano Venneri (in tandem), Guido Viale e Giorgio Nebbia. Il libro è curato da Anna Pacilli, Anna Pizzo e Pierluigi Sullo. (db)

(*) Anche quest’anno ad agosto la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché circa 12mila articoli (avete letto bene: 12 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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