Galassia che vai galera che trovi

di Erremme Dibbì (*)

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La frontiera estrema dei corpi reclusi

I detenuti – come le prostitute, i cosiddetti matti o quei popoli che i razzisti considerano inferiori – da sempre sono cavie: non solo per gli scienziati delle dittature ma anche per quelli dei Paesi “democratici”. Fino allo sperimentare nelle galere statunitensi radiazioni sui genitali (negli anni ’50 e ’60; venne ammesso solo dopo decenni) e fino ai recenti esperimenti di ortopedia e traumatologia nel penitenziario portoghese di Caxias, condotti da un medico della nazionale di calcio.

Ma agli incubi sembra non esserci limite. Il peggior carcere-laboratorio che si possa pensare è «Un pianeta chiamato Shayol» (nota 1) descritto da Cordwainer Smith. Qui finiscono i peggiori criminali. Girano liberi… sul pianeta però abita il dromozoa, una forma speciale di vita che penetra negli esseri umani e cresce in loro, imitando parti del corpo: finiscono così per essere un perenne magazzino di mani, gambe, teste. «Le giornate si susseguono, le vittime mutano di forma e nuovi condannati giungono a ingrossare le file del branco». Non a caso Shayol – o Sceol – è il nome ebraico dell’inferno.

Cavie anche i prigionieri del «Campo Archimede» (nota 2) sui quali – secondo Disch – si testano nuovi virus, in particolare per vedere se si possono accrescere le facoltà intellettuali; nel romanzo c’è una nemesi in agguato: i ruoli cavia-sperimentatore finiranno per invertirsi?

Un muro di nuovo tipo impedisce di abbandonare il pianeta Anarres, dove sono stati confinati gli anarchici; a stretto rigore non si tratta d’una prigione ma è un luogo ostile e sorvegliatissimo nel quale vivere risulta durissimo… eppure attira molte più persone di quante vogliano fuggirne per godere degli “agi” del vicino Urras, che viene descritto come un inedito mix di capitalismo e del cosiddetto socialismo reale: siamo nrel romanzo «Un’ambigua utopia: i reietti dell’altro pianeta» (nota 3) di Le Guin, si spera sufficientemente noto per evitare di svilirlo in un riassuntino. L’idea di deportare tutti gli anarchici era già venuta a Emilio Salgari: in «Le meraviglie del duemila» (nota 4) auspicava per loro le fredde celle del Polo.

Liberarsi dal crimine? O dalle catene?

Dalle galere si può forse evadere e si esce comunque a fine pena. Ma esiste la condizione di ergastolano – “fine pena mai” è la definizione tecnica – dove si vive un tempo senza tempo … Se ne accorge il protagonista del racconto «Cronopoli» (nota 5) di Ballard.

Si può immaginare qualcosa peggiore dell’ergastolo? Solo che la pena non finisca neppure dopo la morte. E’ uno scenario che alcuni autori/autrici di science fiction hanno delineato. Un inferno laico nel quale magari il cervello venga “slacciato” dal corpo mortale e collegato a un computer che lo mantenga vivo, per farlo soffrire all’infinito. O per impedire che dimentichi, come nel «Sistema Malley» (nota 6) dell’omonimo racconto di Miriam Allen deFord. Ci sono i “colpevoli di prima classe” ovvero i responsabili di stupri e mutilazioni: costoro vengono obbligati a rivivere sempre l’episodio che li ha condotti in prigione.

Eppure… «Il delitto non è una malattia, è un sintomo» spiega quell’affascinante quanto ipotetico detective, partorito da Raymond Chandler, che risponde al nome di Philip Marlowe. Eppure a pochi sembra interessare la diagnosi: se ovunque la criminalità (giovanile o senile, politica, comune o “ultras” che sia) cresce – o così strombazzano i Palazzi con i loro tecnici e massmedia, di solito tacendo che una percentuale altissima di “reati” è costituita da casi sociali anziché da scelte criminali – l’unica medicina sembra costruire nuove galere. La depenalizzazione di alcuni reati o le alternative alla detenzione, in ogni caso la de-carcerizzazione, tornano a essere affare che riguarda le classi privilegiate. Dunque l’oggi/domani ci promette un maggior numero di galere con pene più dure: la ricetta è nota. Si vorrebbe che questa “tolleranza zero” fermasse il crimine: invece i delinquenti aumentano ancora, come dimostrano le statistiche che ci arrivano dagli Usa, capofila della “linea dura”.

Si può prendere in considerazione un domani nel quale i criminali (qualunque cosa si intenda con questa parola) saranno maggioranza, avranno “il potere”? Oppure lo scenario opposto: una società nella quale nessuno violi la legge? Fra le tante opzioni “criminali” che la science fiction ci ha messo sotto il naso – in forma romanzata, si intende – occorre accennarne almeno un paio che in qualche modo si collegano a questi due poli estremi.

Nel 1952 lo strepitoso, anche come scrittura, romanzo «L’uomo disintegrato» (nota 7) di Alfred Bester prova a rovesciare il nostro abituale punto di vista. Portandoci in un futuro – ahinoi lontano – per dirci cose del genere: «Un criminale è un malato. Naturale che lo si porti all’ospedale e gli si mandino regali. In che altro modo lo si potrebbe trattare? (…) Tre o quattrocento secoli fa la polizia eliminava gente così. Ma non ha senso: chi ha il talento e il fegato di sfidare la società è potenzialmente un uomo di valore».

Invece in un mondo senza “delitti”, il criminale potrebbe diventare un paradossale re al quale tutto viene consentito: perché lui è una rarità, l’eccezione, unico sopravvissuto della “preistoria umana” nella quale regnava la violenza. E’ la provocazione che pone Damon Knight nel 1956 scrivendo il lungo racconto «Il paese dei gentili» (nota 8). L’ultimo degli assassini è libero, anche se ha ucciso una ragazza a 15 anni: pensa di essere fortissimo, cerca complici con i quali «spartire il mondo». Contro di lui però la società – senza galere e (quasi) senza crimini – adotta una triplice difesa. «Una punizione: la sola ammessa in questa società umanitaria»; è scomunicato, è vittima di un ostracismo totale, nessuno può parlargli, toccarlo o far segno di coglierne la presenza. «Una precauzione: approfittando di una lieve predisposizione all’epilessia gli è stata applicata una tecnica per prevenire qualunque atto di violenza, determinando in lui attacchi epilettici». Infine – come scrive Knight – «un ammonimento» o un campanello d’allarme: «E’ stata effettuata un’attenta alterazione della chimica del suo corpo perché le secrezioni esalative ed essudative emettano un odore pungente e sgradevole». In poche parole, nessuno alza un dito contro l’ultimo dei violenti: eppure lui – l’unico che può e vuole spaccare, ferire, uccidere – è destinato a perdere.

Molto altro la buona fantascienza ci ha raccontato sulle prigioni im/possibili; sul futuro in mano ai giudici o ai carcerieri; sul prevenire (chi? cosa? come?) la delinquenza, con i pre-cog alla Dick o con la genetica; sul controllo totale (altro che quel “dilettante” di George Orwell); su come «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà» (nota 9) ci può spingere a diventare carcerieri di noi stessi. Non c’è qui lo spazio per seguire altri sentieri. Ma concludendo questa sezione bisogna lasciare – dopo tanti scrittori statunitensi – la parola a un grande autore italiano di “genere” (non ama troppo l’etichetta di fantascienza) cioè a Valerio Evangelisti nel racconto «Sepultura» (nota 10).

In un’America Latina del presente e insieme del futuro, realista eppur magica, Evangelisti ci guida fra i detenuti «conficcati nell’Ectoplasma» e in mezzo alle file dell’impossibile assalto guerrigliero per liberare i compagni in galera. «Miscelata all’elastina, la colla cianoacrilica aderiva perfettamente ai tessuti umani, diventandone una sorta di estensione traspirante e della consistenza della carne». In quest’incubo carcerario totale – un po’ come nel romanzo di Cordwainer Smith, citato sopra – forse i guerriglieri hanno trovato un modo per liberare i prigionieri dall’Ectoplasma. Alla fine qualcosa va storto, l’evasione non riesce. Ma questo è l’ultimo dialogo che Evangelisti mette in bocca ai guerriglieri, sconfitti a metà. Uno dei protagonisti, un vecchio, scruta nel buio e chiede: «Vuoi dire che è stato tutto inutile?». Gli viene risposto: «Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno… Ti sembra poco?». Per l’appunto “Liberarsi dalla necessità del carcere” si chiamava un movimento (di cittadini ma anche di giuristi, politici, operatori sociali) che in Italia ha tentato di definire un futuro senza galere… O almeno con qualche prigione in meno. Vi sembra poco?

NOTE

1 – Cordwainer Smith, «Un pianeta chiamato Shayol» è del 1961; quasi introvabile ma forse nelle buone biblioteche potete rintracciare la vecchia edizione Galassia.

2 – Thomas Disch, «Campo Archimede» (titolo originale «Camp Concentration») 1968, varie edizioni Urania.

3 –  Il romanzo della Le Guin circola in varie edizioni; anche con il titolo Quelli di Anarres.

4 –  Emilio Salgari, «Le meraviglie del duemila» del 1907, rintracciabile in varie edizioni.

5 – James Ballard, «Cronopoli» è anche in «Tutti i racconti», Fanucci, tre volumi

6 – Miriam Allen deFord, «Sistema Malley»: è nell’antologia «Dangerous Visions», Mondadori.

7 – Alfred Bester, «L’uomo disintegrato» è del 1953: in varie edizioni Urania e poi Mondadori.

8 – Damon Knight, «Il paese dei gentili» (ma si trova anche con il titolo «Il sistema della dolcezza») è in varie antologie.

9 – E’ una definizione-chiave del celebre «L’uomo a una dimensione» (Einaudi) scritto nel 1964 da Herbert Marcuse e fondamentale nella formazione dei “sessantottini” di mezzo mondo.

10 – Valerio Evangelisti, «Sepultura»: si trova, fra l’altro, nella sua antologia «Metallo urlante» Urania.

(*) Come spiegato più volte in “bottega” Erremme Dibbì è la sigla con la quale, molti anni fa, si firmavano Riccardo Mancini e Daniele Barbieri. Il fanta-percorso nelle carceri che avete letto è la seconda parte (parola più, parola meno; a essere pignoli… per le note non tenete conto della numerazione) del capitolo «Galassia che vai galera che trovi» nel libro «Di futuri ce n’è tanti» – 8 sentieri di buona fantascienza ovvero «Istruzioni per uscire da un presente senza sogni»– che fu pubblicato dal “duo” nel 2006 con la casa editrice Avverbi e la cui copertina vedete qui sopra. Perché riproporlo oggi in “bottega”? Capita che Dibbì – purtroppo da solo – prossimamente debba recarsi in un carcere (sperando che poi lo facciano uscire) per raccontare alcune storie di fantascienza all’interno di un ampio progetto di scrittura – costruito anche con alcuni detenuti – sul nodo «Possibile-impossibile». Così ripensando al carcere… mi è tornato in mente questo lavoro e ve ne ripropongo una parte. [db]

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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