Giorgio Manganelli, sopra e sotto la sottile linea della fantascienza

di Giuliano Spagnul

La linea che separa la fantascienza dalla realtà è stata sempre molto sottile e, per certi versi, ambigua. Giorgio Manganelli l’ha ubiquamente percorsa facendo attenzione a starne contemporaneamente sia sopra che sotto, mai tangente ad essa, obbedendo all’esigenza di ottenere sempre uno scarto, un errore da ciò che si dimostra retto, lineare, necessariamente conseguente. È quello che fa la fantascienza che saltella fra reale e irreale senza mai optare definitivamente per l’uno o per l’altro, contrariamente a quella sorella un po’ bislacca del fantasy e a quella rigida, un po’ bacchettona, letteratura realistica. Per Manganelli la letteratura, quella buona, dev’essere assoluta finzione, menzogna integrale fine a se stessa. Quando pubblica Centurie,1 una raccolta che si potrebbe, semplificando malamente, definire di racconti, per darne una definizione più chiara possibile, Manganelli parte dal considerare la forma romanzo come: “quaranta righe più due metri cubi d’aria” e nelle Centurie dice di aver “lasciato solo le quaranta righe”.2 Di fatto anche la letteratura di fantascienza può essere definita come le quaranta righe rimanenti da un universo prosciugato. Una realtà ridotta a quell’essenziale che così asciugato dimostra la sua totale gratuità, assenza di scopo e di significato al di fuori di se medesima. Ma questo prosciugamento né per Manganelli né per la fantascienza deve significare scambiare l’assenza di significato con la fascinazione del nulla, con il plauso nichilista. Quel che rimane da quest’opera di scarnificazione è la realtà del possibile, non il desiderio onnipotente dell’impossibile, ma la capacità di operare sugli infiniti intrecci di ciò che è possibile. In quell’infinita varietà di mutazioni che il processo evolutivo della natura ci mette a disposizione con fantasia e creatività. Proviamo allora a spiare e a giocare con alcune Centurie di Manganelli con l’occhio insonne di questa reietta letteratura di un altro pianeta.

Nella centuria SEI: un signore che sa il latino ma non più il greco cammina per casa, nell’attesa di ricevere una telefonata “vorrebbe non aspettare telefonate; le telefonate vengono dal mondo, sono, in conclusione, l’unica prova concessagli della esistenza del mondo. Ma non della sua”. Manganelli, ricordiamolo, ha detto che la fantascienza “parla dell’Apocalisse”3 come profezia della nostra quotidiana pretesa di esistere.

Nella VENTUNO: al risveglio, un rapido inventario del mondo: “da tempo ha imparato che non ci si sveglia mai nella propria stanza: ha, anzi, concluso che non esiste stanza, che pareti e lenzuola sono un’illusione, una finta; sa di essere sospeso nel vuoto, di essere, lui come ogni altro, il centro del mondo, dal quale si dipartono infiniti infiniti. Sa che non potrebbe reggere a tanto orrore, e che la stanza, e perfino l’abisso e l’inferno, sono invenzioni intese a difenderlo”. Facile sarebbe l’associazione con Matrix, ma qui è più interessante evidenziare come in queste poche righe si colpisca, e si colpisca duramente, il nostro apparente senso di fiducia dello stare al mondo, del nostro esserci garantito e sicuro. Quella vera e propria messa in mora della datità che la fantascienza, in tutte le sue forme,4 ha instillato quotidianamente nelle grandi masse consumatrici nel corso di tutto il Novecento.

Nella QUARANTAQUATTRO: uno straniero vive da anni nella cantina della sua casa, distrutta da una guerra di religione che è scoppiata in tutto il Paese che lo ospita. Nel suo Paese di origine invece non ci sono “guerre di religione ma guerre atee, scientificamente fondate.” Egli ama stare in questo Paese non suo “che non aveva più città, ma pittoresche distese di rovine che attendevano la morte dell’ultimo combattente per coprirsi di edera e fare storia”. Ama stare in quel Paese “perché lì si combatte una guerra che gli è estranea; e dunque egli non fa la Storia”. Stare nella Storia come se non ci si stesse, eterno escamotage umano che nella fantascienza si fa quasi grettamente evidente nel suo oggettivare il mondo tramite la tecnica e soggettivarlo tramite la religione (le nuove mitologie fondative del progresso tecnico scientifico).

CINQUANTA: elucubrazioni sul non amore per una donna e le ipotesi di un universo parallelo in cui quell’amore avrebbe potuto esistere, “ma egli avrebbe voluto vivere una storia diversa con quella donna? La domanda era, teologicamente, impossibile”. Il desiderio infantile di un’altra chance, ancor prima di aver consumato quella in corso. Se anche fosse, questa, la vera essenza della fantascienza, sarebbe una ragione in più per non prenderla sottogamba.

SESSANTA: un signore non ancora nato riceve dall’ufficio Esistenze una lettera che gli comunica la sua imminente esistenza. Ma dopo un po’ di tempo riceve una smentita, c’è stato un errore. In seguito ad un’altra lettera cesserà “sia di preesistere che di non esistere.” Rimettere a posto le cose per sottrazione, rimediare agli errori cancellando, tentazione perenne di tutta la fantascienza catastrofista. SESSANTADUE: un uomo uscendo da un negozio si accorge che gli hanno rubato l’universo. Anche il negozio scompare. Non può denunciare il furto perché tutto è scomparso, anche i commissariati. Mentre si chiede che cosa poteva fare “inequivocabilmente, qualcuno lo toccò sulla spalla, pianamente per chiamarlo.” Inequivocabilmente, come per tutta l’opera di Philip K. Dick, anche in Manganelli per quanto il mondo rischi continuamente di sparire, qualcosa di ostinatamente umano persiste a volerlo ricominciare.

SESSANTATRE’: due angeli commissionano un’enorme campana a un artigiano ateo. Gli dicono che deve servire per il giorno del giudizio che è imminente. L’artigiano ne ride ma fabbrica la campana; quando è finita ne è tanto orgoglioso da pensare che quella campana dovrebbe veramente servire per l’ultimo giorno. All’arrivo degli angeli, questi gli dicono che il giorno del giudizio non ci sarà più, ma l’artigiano risponde che è troppo tardi e suonando la campana “i cieli si aprirono”.

SETTANTAQUATTRO: un signore calmo scopre che al suo fianco, nella strada, si è formata una voragine che continua a seguirlo. Dopo vari tentativi di colloquiare con essa l’uomo l’apostrofa in malo modo e quando riprende il cammino si avvede che la voragine aveva smesso di seguirlo e allora “avvertì un acuto, senile sconforto”. Si fatica a non immaginare le copertine di Karel Thole accompagnarci nella lettura. OTTANTAQUATTRO: un uomo che vede la vita degli altri come delle allegorie e se stesso come “l’Allegoria dell’incapacità di capire le Allegorie”. Il paradosso fantascientifico per eccellenza.

OTTANTASETTE: un uomo ha un rapporto disagevole con il tempo. “Ha comprato un grosso orologio, per insegnare il tempo al tempo, ma il tempo non impara se stesso (…) anche il tempo è scontento di sé, ma non riesce a risolvere il proprio disagio, perché non ha nessun modo, che non sia se stesso, per misurarsi”. L’eterno dilemma del tempo, tempo umano? Ma esiste un altro tipo di tempo? La fantascienza non risponde, è ambigua e gioca coi paradossi, ma appunto… gioca. NOVANTACINQUE: un uomo vede cose che non esistono. Un unicorno alla fermata del bus che poi si trasforma in un basilisco che tira fuori dalla borsa una testa di Medusa. Continua a vedere sempre più cose che non esistono e “ora comincia a chiedersi se anche il Mondo, appunto il Mondo, sia una Cosa che non esiste”. Non è la scienza, il teoricamente scientificamente possibile, che distingue la fantascienza dal fantasy, quanto più prosaicamente il ritenere la nostra esistenza stessa più labile e improbabile delle più immaginifiche creature fantastiche.

E per finire il gioco, la più classica delle conclusioni: la centuria CENTO in cui c’è uno scrittore che scrive di scrittori che scrivono di scrittori in un intrigo di scrittori esponenziale fino a che uno di questi scrittori uccide lo scrittore iniziale. Ed ecco anche la fantascienza morire per l’improvvida cancellazione di quella sottile linea che divideva scienza e fantasia fino a poco tempo fa.

Nota 1: Giorgio Manganelli, Centurie. Cento piccoli romanzi fiume, Biblioteca Adelphi 308, Milano 1995

Nota 2: Intervista a G. Manganelli di Stefano Giovanardi in La penombra mentale, Editori Riuniti, Roma, 2001, p. 48

Nota 3: http://www.labottegadelbarbieri.org/in-quasi-italiano-si-chiama-fantascienza/

Nota 4: come genere letterario, cinematografico, fumetto, illustrazione, pubblicità, tv e radio, ecc.

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