Giovane danza italiana in scena a Fog

di Susanna Sinigaglia

 

Il 24 e il 25 marzo il Didstudio, partner di Triennale Teatro dell’Arte, ha ospitato una serie di performance di danza interpretate da giovani e giovanissimi coreografi-danzatori: due il 24, P!nk Elephant e S.solo, e tre il 25 – datamigration_l, Rotten#l e OPACITY#4 – con replica il 26. Le prime due, pur molto differenti, sono però accomunate da due caratteristiche: sono assoli e contano esclusivamente su uno straordinario lavoro del corpo, che domina incontrastato. Quest’ultima caratteristica contraddistingue tuttavia anche la seconda performance presentata il 25 e 26, Rotten#l.

 

Performance del 24 marzo

P!nk Elephant

Siro Guglielmi

Il performer compare di spalle in fondo al palco. Ha un fisico vigoroso, da nuotatore – fianchi stretti e spalle larghe –, ma nello stesso tempo morbido, aggraziato; qualità che emergono con chiarezza appena muove un braccio per accompagnare il piegamento del fianco. Si può così subito cogliere, in tutta la sua evidente semplicità, la differenza fra un corpo di atleta e un corpo di danzatore.

Inizia la performance con gesti contenuti, quasi inaspettati.

È completamente snodato, sembra un uomo di gomma, in grado di eseguire qualsiasi contorcimento mentre percorre lo spazio sorprendendo il pubblico con improvvise torsioni, scanzonati sculettamenti degni della più provetta danzatrice del

ventre però compiuti con grande autoironia, divertimento e gusto del gioco, come quando si tira le orecchie quasi per innalzarsi dal suolo.

Segue un percorso circolare, dando prova di una grande capacità d’improvvisazione all’interno tuttavia di uno schema ben preciso. Si percepisce, dietro questa breve coreografia, l’intenso lavoro di ricerca che la sorregge.

Il danzatore conclude spiccando il volo, con una serie infinita di salti di cui non si stanca di ripetere la sequenza ancora e ancora;

finché non deve arrendersi alla fine inevitabile del gioco.

https://www.triennale.org/eventi/coreografia-e-performance-siro-guglielmi/

 

S.solo

Sara Sguotti

Di tutt’altro tenore è il lavoro di Sara Sguotti. Si presenta in scena con una felpa che indossa sulle gambe nude, i capelli raccolti in uno chignon; si avvicina al pubblico percorrendone in orizzontale la prima fila mentre indica con la mano un interlocutore imprecisato: richiede attenzione.

Poi si allontana e si sfila la felpa, restando così in slip. Scuotendo la testa da destra a sinistra, dà inizio a una performance appassionata e avvincente, commovente a tratti per la sua intensità. I capelli si sciolgono nella veemenza del gesto, le schiaffeggiano il viso; come Siro Guglielmi alla fine della sua performance, anche lei sembra non voler più fermare questo che pare ormai diventato un automatismo. È invece il gesto che dà l’avvio al suo corpo, che si esibisce in tutta la sua sensualità: esprime una gamma di sentimenti interpretabili come disperazione, angoscia, rimpianto, desiderio, ribellione, fierezza;

per finire con sobrietà, dopo essersi raccolta di nuovo i capelli, lo sguardo fra inquieto, enigmatico e riflessivo.

Il tutto si svolge in un contesto di rigoroso e approfondito lavoro che dà vita a veri e propri quadri viventi, come si può vedere dalla sequenza di immagini pubblicate sopra. Perciò, non è sorprendente apprendere dalla sua biografia che la giovane si è formata all’Accademia di Belle Arti ma, per quanto riguarda la danza, è un’autodidatta. Questo significa essere dotati di uno straordinario talento.

https://www.triennale.org/eventi/di-e-con-sara-sguotti/

 

Performance del 25 marzo

Rotten#l

Collettivo Munerude

Anche se è stata la seconda della serata, comincerò dalla performance del Collettivo Munerude perché nonostante, e apparentemente, il tema della serata seguisse un filo conduttore comune – ispirato alla mostra in corso alla XXII Triennale, Broken Nature – il tipo di lavoro delle tre giovani interpreti del collettivo, tutto incentrato sul corpo, è in realtà contiguo con quello delle performance del 24.

Il fulcro della coreografia è la putrefazione della materia, “rotten nature” in questo caso. Le performer indossano culotte color carne in modo da sembrare corpi fusi in un’unica massa, i visi non si scorgono; poi la massa prima inerte comincia a tremolare, slittare su se stessa, a deformarsi e decomporsi in un moto continuo.

Ma nella decomposizione la materia si trasmuta, si dilata e si contrare, dà origine a nuove forme di vita; la natura non si ferma, ricostituisce e risana se stessa fino a che le particelle vanno a creare altri esseri separati.

E questa è la speranza.

https://www.triennale.org/eventi/prima-assoluta/

 

datamigration_l

Giovanfrancesco Giannini

La performance di Giannini, contrariamente alle tre già recensite, ricorre soprattutto a immagini proiettate sul fondo dello spazio scenico mentre lui si limita o a una mera imitazione di quanto si vede scorrere sullo schermo o a un qualche gesto che vi accenna. Soprattutto mi è sembrato ingenuo, e direi parecchio azzardato, riproporre in modo insistente durante la performance immagini passate centinaia di volte davanti agli occhi del pubblico di tutto il mondo come quelle delle Twin Towers colpite dagli aerei, avvolte in dense e spaventose volute di fumo, o del piccolo siriano trovato riverso sulla costa turca sul finire dell’estate 2015. A confronto, i gesti con cui l’interprete ha voluto commentare le suddette immagini (alzando le braccia e congiungendole ad arco sopra la testa in riferimento alle torri di New York o giacendo riverso per imitare la posizione del piccolo siriano) risultavano decisamente inadeguati. Nel caso di questa performance, paradossalmente, non si hanno a disposizione foto che la documentino.

https://www.triennale.org/eventi/ideazione-e-coreografia-giovanfrancesco-giannini/

OPACITY#4

Salvo Lombardo/Chiasma

Senz’altro più interessante è il lavoro di Lombardo che ha concluso la serata. Il performer porta in scena una piantina in vaso che colloca in fondo allo spazio scenico; non si capisce se sia vera (tipo pianta grassa) o sia di plastica.

Sulla parete di fondo scorrono immagini che ritraggono animali nel loro habitat ma anche scene di congestione delle metropoli, periferie invase da erbacce, sovrapposizioni di case e residui di una natura soffocata dal cemento.

Il performer compie un percorso, anche esistenziale, in cui il corpo umano cerca di ritrovare una sua collocazione in riferimento a una natura ormai snaturata e a un paesaggio dove anche le culture “altre” vengono risucchiate da quella che s’impone nel mondo occidentale.

https://www.triennale.org/eventi/salvo-lombardochiasma-opacity4/

Redazione
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