Gli eroi son (quasi sempre)…

giovani e belli però a nulla servono

EROI-BeatoIlPaese

Dove abito, cioè a Imola, le vie dedicate a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino sono parallele: piccole (cioè un percorso breve) e a senso unico, cioè non vanno da nessuna parte. Un caso. Una metafora involontariamente perfetta. Gli eroi e le eroine da nessuna parte ci portano. Con tutto il rispetto per persone che hanno sacrificato la propria vita, a volte per cause giustissime. «Beato il Paese che non ha bisogno di eroi» scrisse Bertolt Brecht.

Ci penso sempre quando la retorica (a volte di alta qualità, più spesso infima) ci sommerge. Dunque quasi ogni giorno.

Ricordo la notizia di un mascalzone con qualche carica politica (dell’allora Psdi o del Psi? Non importa) che proprio nel pieno di Mani Pulite fece un discorso – mi dicono molto bello, commovente – commemorando Giacomo Matteotti o forse inaugurando a lui l’ennesimo monumento. Peccato che un’ora dopo lo abbiano arrestato con i soldi di una tangente (dentro le mutande addirittura, un’altra involontaria, tragicomica metafora). Direte voi: beh, il corrotto è una merda d’uomo qualunque cosa dica mentre Matteotti fu un coraggioso oppositore del fascismo. Certo ma…

Anni fa ero a una specie di convegno – non importa la città – dove Luigi Ciotti (che viene sempre indicato come “don Ciotti”: una categoria non una persona) già allora sotto scorta per minacce mafiose fu accolto da un’ovazione. Mi girarono assai i coglioni: conoscevo un terzo, forse metà, di quelle/i che erano in piedi a spellarsi la mano. Ogni volta che c’era bisogno di loro si negavano. Pochi giorni prima ne avevo visto una rappresentanza filarsela quando in poche/i denunciammo al megafono – in una specie di pubblico mercato – la presenza di un gruppo dichiaratamente neonazista. Lo ripeto: loro, quellle/i che poi osannavano don Ciotti, si squagliarono. Venne invece a ringraziarci un anziano: poche parole ma ci mostrò un numero indelebilmente tatuato sul braccio: era uno dei sopravvissuti… e non ebbi il coraggio di chiedergli cosa provava a vedere che in così poche/i ci indignavamo che girasse propaganda neonazista.

Allora il giorno dell’osanna a don Ciotti presi la parola e dissi più o meno: «non avremmo bisogno di Ciotti, di Falcone, di Giuseppe e Anita Garibaldi, di Giovanni Pesce se quasi tutti i giorni ognuna/o di noi facesse qualcosa. Anzi è la nostra inazione a mettere in pericolo chi viene definito eroe o eroina, perché le mafie, i fascisti, i poteri veri sanno bene che purtroppo se un eroe, un’eroina cade sotto i loro colpi quasi mai (sottolineo il quasi) ci sono centinaia di persone a prendere “quel posto” in prima fila. Ma io non chiedo a voi – e magari neanche a me stesso – di stare in prima fila ma in terza, quarta sì. Se non lo facciamo accade questo: i Luigi Ciotti saranno ancora più in pericolo; e mai “vinceremo” sui cattivi». Mi presi applausi e fischi.

La mia amica Donata firma i suoi messaggi con una frase di Martin Luther King (ma probabilmente prima di lui l’avevano detta in tante/i): «La più grande tragedia di questi tempi non è nel clamore chiassoso dei cattivi ma nel silenzio spaventoso delle persone oneste».

Lo dico perché dovunque giro lo sguardo in Italia vedo poche persone in prima fila e poi il vuoto. E se oltre a scrivere, leggere, pensare e battere le mani… un po’ di noi andassero a riempire la quinta e sesta fila?

Post scriptum

SE PER CASO SENTITE IL BISOGNO DI UNA COLONNA SONORA vi consiglio questa canzone degli anni ’60: «Hai sempre qualcosa da fare» (attribuita a Leoncarlo Settimelli ma credo invece che sia stata scritta da lui assieme a Marco Ligini). In rete non ho trovato alcuna registrazione – se c’è avvisatemi – e dunque eccovi il testo, senza musica o video: «Io non ti ho mai visto / eppure ti conosco / di te potrei a lungo anche parlare. / Ti cercano ogni volta / ma non ti fai trovare / e il giorno dopo sai già cosa dire. / Hai sempre qualcosa d’importante da fare / è sempre qualcosa che non può aspettare. / Ti ammazzi di lavoro / domenica c’è il mare / è sacra la famiglia / non mollare. / La tessera l’hai fatta / hai sottoscritto forte / peccato le giornate sono corte. / Hai sempre qualcosa di importante da fare… Avresti sì voluto / stasera esser con noi / in mezzo ai poliziotti, alla violenza / però che disdetta TV primo canale / c’era un programma sulla Resistenza. / Hai sempre qualcosa di importante da fare… Hai detto a uno studente / ma cosa vi credete / se quel momento arriva so sparare / però per molto meno / sempre ti hanno cercato / tu c’eri eppure non ti hanno trovato. / Hai sempre qualcosa di importante da fare / è sempre qualcosa che non può aspettare».

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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