Grazie Gianni (45): anche per il pane

quarantacinquesimo appuntamento – di 52 – con Rodari (*): la scelta di LELLA DI MARCO

A Gianni Rodari e a quanti/e sanno in-segnare con parole semplici

cominciamo da Gianni e dal suo PANE

 

S’io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane
così grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.

Un pane più grande del sole

dorato, profumato
come le viole.

Un pane così
verrebbero a mangiarlo
dall’India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.

Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia!

Non è un caso se in periodo di quarantena… moltissimi obbligati agli arresti domiciliari si sono messi ai fornelli a fare IL PANE.

Ricevo foto invitanti con la felicità di amici e amiche mai cimentati prima in una simile impresa.

Giada (una giovane animal trainer) addirittura ha cominciato dalla preparazione della pasta madre e così sforna quel meraviglioso panone (in Sicilia lo chiamano pistuluni) che ricorda le madie contadine dove era riposto e restava fresco, almeno per una settimana. Giada lo mette a tavola, lo prepara per il suo compagno come per dirgli “ti voglio bene” invia foto ma lo vorrebbe offrire a tutti su una tavola imbandita per spezzarlo e con-dividerlo. Mangiarlo con tutti magari anche con i passanti … E’ come essersi impadronita del senso della Terra e del tempo. Di un antico sapere dimenticato e oggi affidato all’industrializzazione. Il supermercato ormai ha tutto, anche il pane precotto surgelato: arriva dai paesi dell’Est e viene scaldato poi nei nostri fornetti casalinghi.

Come Giada altre amiche; le donne marocchine hanno ripreso a fare in casa il loro soffice pane, i loro panini a tasca da farcire; le amiche pakistane il loro pane ciapati senza lievito che ricorda il carasau sardo… Hend la mia amica egiziana, lo fa a casa e lo dona assieme al racconto della tradizione egiziana e del produrlo collettivamente, come donne,sulle terrazze delle case antiche dove sono collocati ancora i grandi forni di terracotta, per cuocerlo. Nell’antichità gli egiziani venivano chiamati mangiatori di pane perché per loro, da sempre, è un alimento fondamentale, presente in tutte le mense, indispensabile per accompagnare sughi, stufati, verdure, cereali. L’Egitto è il primo Paese ad averlo realizzato, poi ripreso dai Greci e via via da tutti i popoli del Mediterraneo. Ciascuno apportando le sue caratteristiche, creando un prodotto naturale e culturale che come sostiene Alberto Maria Cirese è “un frullato di antropologia” Direi anche di storia, di tecnica e sapienza. Il pane come nutriente e cerimoniale. Racchiude un simbolismo legato alla sessualità, alla fecondità, alla fertilità della terra, al ciclo della vita e ai cicli della lavorazione (quelli del tempo agreste: la preparazione della terra, la semina, il raccolto e le feste presenti sempre nelle società arcaiche). E poi il legame con il sacro e tutta la liturgia religiosa. Il pane non solo nutriente ma anche comunicazione, se si analizzano le forme e i segni che su di esso vengono lasciati: floreali, geometrici,le iniziali di chi l’ha prodotto a volte anche segni fallici proprio a indicare fertilità e benessere. “la forma che non veicola calorie ma informazioni”.

Ho visto a Creta splendide ghirlande di pane come dono nuziale, appese alla porta di giovani sposi. Ci sono in Sicilia (e altrove) pani speciali per le festività pasquali e natalizi. Esistono a Malta ruderi di forni di argilla utilizzati per cuocere il pane in epoca antichissima in cui si pensa fosse in auge la società gilanica-matriarcale, ovvero società costruite intorno a mutualità, uguaglianza di genere, processi decisionali del consenso …

Probabilmente Rodari ci vuole dire tutto questo con la sua poesia sul pane e forse suggerirci il suo stesso desiderio di essere fornaio, perché lo fossimo anche noi … per preparare pane ed essere pani noi stessi. Da condividere con i compagni (cum pane) cioè coloro con cui si mangia il pane.

Come esseri umani abbiamo fame e desideri, la nostra fame non è soltanto di pane ma anche di relazioni, di parole che ci vengano dette dall’altro/a. Siamo animali politici (come sosteneva Aristotele) dunque la solitudine e l’isolamento sono disgregazione, deumanizzazione.

Fare il pane nelle famiglie, quasi in rete, lanciarlo come conquista, condividerlo, gioirne assieme, è un segnale politico ed esistenziale. E’ voglia di comunità, di vita vera. Autentica. Senza retorica e intermediari.

Nella foto: pani votivi esposti al Museo del pane di Salemi

(*) Gianni Rodari è nato il 23 ottobre 1920. Per ricordarlo è partito “L’ANNO RODARIANO”. Io lo amo molto e penso di essere in numerosa (e bella) compagnia. Così ho deciso di festeggiarlo in bottega almeno fino all’ottobre 2020, cioè per 52 settimane. Ho chiesto a 51 fra amiche e amici di scegliere un suo brano. Perciò ogni lunedì mattina lettori e lettrici della bottega potranno scoprire come qualcuna/o ricorda Rodari e magari commentare o fare le loro proposte. Ho una ideuzza per tutte/i: nello spirito “rodariano” mi parrebbe una bella iniziativa se ogni lunedì chi passa di qui poi regalasse il testo letto a qualcuna/o, possibilmente proprio a persone che leggono poco o nulla. Così per «vedere l’effetto che fa». Ci state? [db]

La Bottega del Barbieri

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