Happy Birthday Lady Day

di Francesco Bernabini

Cara Billie, è molto difficile per me scrivere qualcosa per il tuo compleanno. Ma siccome me lo hai chiesto tu questa notte, non mi tirerò indietro. Intanto Happy Birthday Lady Day! Come stai lassù? Come stanno Louis e Bessie? E con Lester fumi ancora? E John Hammond, che non ti voleva far registrare quella cosa incredibile che è Strange Fruit? Per fortuna che ti ha introdotto a Milt Gabler e alla sua Commodore Records. Gliel’hai cantata come solo tu sei capace e lo hai fatto piangere.

È per me difficile scriverti questa lettera perché ti ho sempre amato tanto, sei la mia voce femminile del cuore e quindi scriverti mi emoziona molto. Devo confessarti che ultimamente ti ascolto un po’ più spesso: forse sarà la quarantena. E tu la conosci bene la quarantena, quando la polizia non ti dava il permesso di suonare a New York e volevi scappare in Europa come Coleman Hawkins e compagnia bella, che lì si trovavano bene. Lo hai anche scritto nella tua autobiografia. Ti ricordi vero?

Ti ascolto un po’ più spesso ultimamente anche perché da qualche annetto ho incominciato a ballare il Lindy Hop. Certo, non diventerò mai bravo, agile ed elegante come il tuo amico Frankie Manning. Ma neanche da lontano.

Frankie Manning, Photograph by Hazel Hankin/City Lore

Ricordi, quella sera al Savoy, giù ad Harlem, in Lexon Avenue, quando Whitey, Frankie, Norma Miller e gli altri lindy hoppers hanno boicottato Chick Webb ed Ella per ballare solo lo swing della band di Count Basie, in cui tu cantavi? Era una delle tante serate in cui le swing band si sfidavano, lì al Savoy.

Chick Webb aveva fatto lo sbruffone, diceva di non aver bisogno di quei dannati lindy hoppers. Whitey se la prese e i suoi ballerini gli diedero una bella lezione. Ma è pure sempre vero che questi dannati lindy hoppers sono anche gran signori e così, alla fine, hanno ballato pure per Chik. Era il 1938, il 16 gennaio, la stessa sera del leggendario concerto di Benny Goodman al Carnegie Hall. Però secondo me a quei tempi eravate più leggendari voi, ci puoi giurare. Chissà quella sera con chi avrà ballato My Man il buon vecchio Frankie.

Quanto mi piacerebbe poter fare due passi con te accompagnato dalle note di All of me! Mi tocca ballarlo solo con donne italiane in un circolo per anziani vicino a una bocciofila. Adesso che c’è la quarantena neppure con loro. Questo periodo finirà, ne sono certo, e un giorno ti farò fare un giro. Non sono un fenomeno ma ti assicuro che per ora sono un po’ meno arrugginito di Bill “Mr Bojangles” Robinson quella volta che per il suo compleanno ti fece ballare all’Ebony, nel ’48. Del resto compiva 70 anni…

Cosa dire a una che cantava e scriveva come te? Una con il tuo senso dell’umorismo? Avevi una parola buona per tutti, anche per tuo padre Clarence. Ti ha messo al mondo che aveva solo quindici anni e tua mamma tredici, poi dopo qualche anno si è fatto di nebbia. Ma tu lo hai sempre amato: ti dispiaceva che non potesse suonare la tromba come avrebbe voluto per essersi rovinato i polmoni col gas durante la seconda guerra mondiale. Come dici tu, sarà stato proprio il destino, perché se avesse fatto il pianista si sarebbe di sicuro buscato una pallottola nella mano.

Cosa dire a una che ha reso eterna la poesia Strange Fruit di Abel Meeropol, quello scrittore ebreo comunista di origina russa nato nel Bronx che si faceva chiamare Lewis Allen? Quel testo ti faceva paura perché parlava dei linciaggi che subivate voi neri e ti faceva pensare a tuo padre, morto di polmonite a trentanove anni perché a Dallas in ospedale non lo lasciarono entrare. Però volevi che diventasse il tuo personale inno di protesta contro la società. Così tu e Lewis e Sonny White e Danny Mendelson ne avete tirato fuori una canzone. E che canzone! Poi quella sera del ’39 la cantasti al Cafè Society, uno dei pochi locali a New York frequentato sia da neri che da bianchi. Eri emozionata e avevi paura. Avevi una paura cane che la gente non ti capisse. Ma la cantasti, e alla fine non ti applaudì nessuno. In un primo momento solo silenzio. Poi un singolo timido applauso, come una miccia: e dopo sì che gli applausi scrosciarono da tutte le parti.

«Southern trees bear a strange fruit,
blood on the leaves and blood at the root,
black body swinging in the Southern breeze,
strange fruit hanging from the poplar trees.»

«Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue sulle radici,
un corpo nero dondola nella brezza del sud,

strano frutto appeso agli alberi di pioppo»

Poi la registrasti per la Commodore e il resto è storia. Non l’hai cantata spesso, Strange Fruit. In parte non te lo permettevano, soprattutto negli Stati del Sud. Da Mobile, Alabama, sei stata cacciata per il semplice fatto che lì l’hai voluta cantare. Avrai avuto i tuoi buoni motivi, ne sono sicuro. Strange Fruit l’hai cantata poco forse anche perché per te era molto pesante. Lo hai raccontato nella tua autobiografia: ogni volta che la interpretavi, alla fine dei tuoi spettacoli, dovevi correre al gabinetto per lo struggimento terribile, che ti riduceva uno straccio. E poi le radio. Molte radio negli Usa non la trasmettevano, la BBC all’inizio fece lo stesso e non parliamo del Sudafrica fino a quando sopravvisse l’apartheid.

Però il movimento antilinciaggio la adottò come suo inno e divenne il tuo brano più famoso e importante. Ne fece una splendida versione anche Nina Simona (salutamela, eh) e ti sei pure meritata il Grammy Hall of Fame Award nel ’78. Te lo hanno detto? E che il TIME nell’89 la proclamò «Canzone del XX secolo» quando sessant’anni prima la disprezzò pubblicamente perché troppo di propaganda?

Racconta Eddy Cilìa in Scritti nell’anima: «la lotta dei diritti civili che divamperà negli anni Sessanta, e avrà il soul come colonna sonora, ha qui il suo primo prodromo, il suo primo inno. “A change is gonna come”, ma Billie non vivrà abbastanza per vederlo».

Ci sarebbe da scrivere un libro per farti gli auguri, Billie, ma lo hai già fatto tu stessa con «The Lady sings the Blues» (non l’hai scelto tu il titolo, vero?). Così se qualcuno vuole conoscerti meglio…

Salutami anche Lou e Kurt, loro sanno il perché.

Photo by John D. Kisch

Eleanora Fagan o Elinore Harris o Billie Holiday o Lady Day era nata a Filadelfia il 7 aprile 1915 ed è morta a New York il 17 luglio 1959

«Mi ricordo che quando ero ragazzo, andavo ogni sabato a vedere i film di
Tarzan. Il Tarzan Bianco aveva l’abitudine di pestare gli indigeni neri. Io
stavo seduto e gridavo ‘Dàgli alle bestie, dàgli ai selvaggi, ammazzali!’.
Quello che dicevo era: ammazza me. Era come se un ragazzo ebreo avesse
guardato i nazisti portarsi via gli ebrei ai campi di concentramento e li
avesse applauditi. […] Ci vuole tempo per disfarsi delle bugie e del loro
effetto vergognoso sulla mente dei neri».

Stokely Carmichael (1966)

«Con lo swing l’integrazione iniziava ad essere una realtà ben prima che arrivasse Martin Luther King. Questo è quello che accadeva al Savoy. Bianchi e neri ballavano assieme. Stavamo provando di “fare” l’integrazione (…) Lo swing non ha colore. Non importa che tu sia bianco o nero o addirittura musulmano. Lo swing è musica. Il sound non ha colore. Tu suoni una canzone di Count Basie e non pensi certo al colore. Lo swing è questo. Ci ha permesso di volare».

Norma Miller a Milano nel dicembre 2016; intervistata da Karenina Dublin per atlanticlindyhopper.wordpress.com (traduzione di Gloria Bernabini)

DA LEGGERE

Billie Holiday: «La signora canta il Blues» (Feltrinelli, traduzione di Mario Cantoni – titolo originale The Lady Sings the Blues, 1956)

David Margolick: «Strange Fruit: Billie Holiday, Cafe Society, And An Early Cry For Civil Rights» (Canongate Books Ltd, 2002)

John Szwed: «Billie Holiday: The Musician and the Myth» (Penguin Books, 2016)

Eddy Cilìa: “L’amaro raccolto di Billie Holiday” (in «Scritti nell’anima», Tuttle edizioni, 2007; pubblicato la prima volta su “Blow Up”, n. 91, dicembre 2005)

Frankie Manning, Cynthia R. Millman: «Frankie Manning. Ambasciatore del Lindy Hop» (Derive Approdi, 2014, traduzione di Silvia Palazzolo e Lucia Mazzanti – titolo originale Frankie Manning: Ambassador of Lindy Hop, 2007)

Norma Miller: «Swing, Baby Swing! Quando Harlem dettava legge a suon di swing!» (ASD Italian Swing Society, 2017, traduzione di Italian Swing Society, con testo inglese a fronte)

Stokely Carmichael: «What We Want» The New York Review of Books, Vol. 7 (September 22, 1966)

DA ASCOLTARE (per cominciare)

Count Basie Orchestra featuring Billie Holiday, At the Savoy Ballroom, (Grammercy Records, 2003; 1CD)

Billy Holiday, The Complete Commodore Recordings (GPR, 1991; 2CD)


 

In bottega cfr  Scor-data: 17 luglio 1959, Scor-data: 30 ottobre 1986, Scor-data: 7 agosto 1930 e Scor-data: 17 luglio 1959

 

NELLE FOTO

Abel Meeropol guarda i suoi figli che giocano coi trenini.

Billie Holiday con Lester Young, Ben Webster e Gerry Mulligan.

Count Basie Orchestra e Billie Holiday.

Frankie Manning che balla il Lindy Hop.

La fotografia del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith che ispirò ad Abel Meeropol la poesia Bitter Fruit, che poi divenne Strange Fruit.

Locandina della “battaglia” fra la band di Count Basie e quella di Chick Webb che si svolse al Savoy il 16 gennaio 1938.

Mr Bojangles che balla con Billie Holiday.

Norma Miller in compagnia di Irwin C. Miller.

The Original Savoy-Ballroom.

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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