I morti che celebrano la vita

Ollantay Itzamná, difensore latinoamericano dei diritti della terra riletto da Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà.

di Maria Teresa Messidoro  

Tutte le civiltà cercano risposte alle grandi domande esistenziali, dall’origine del mondo e dell’umanità al significato della morte.

Le civiltà Quechua, Aymara, Maya e Azteca spiegano la morte come parte di un ciclo della Vita in continua rigenerazione, non come un evento negativo o una sconfitta esistenziale: non si piange la morte di un caro parente o amico, si celebra invece con feste, in allegria. Chi ci lascia in realtà ritorna al ventre umido e fresco della Madre Terra, senza sparire definitivamente dalla nostra convivenza quotidiana. Le donne e gli uomini che muoiono rinascono in un’altra dimensione esistenziale, continuando ad essere soggetti “vivi”, nella e per la comunità cosmica.

Ollantay Itzamná ci ricorda che in queste filosofie indigene i defunti non scompaiono, continuano dunque ad esistere e a coesistere con noi, e di questo dovremmo essere tutti certi per sconfiggere la terribile paura della morte.

Quando sopraggiunge il Aya marq’ay killa (mese della processione dei defunti in quechua), la condivisione con chi ci ha lasciato raggiunge il suo massimo tra l’1 e il 2 novembre. I herq’es (bambini in quechua) possono mangiare in abbondanza dolci e caramelle, con ben altro significato della festa importata e ormai globalizzata di Halloween.

Guamán Poma, “aquila tigre” in quechua, cronista indigeno del Perù del 1500, nipote del sovrano Túpac Yupanqui, racconta che era consuetudine che i clan famigliari, in novembre si recassero ai chullpares (i luoghi dove si depositavano i corpi dei defunti per la loro dispersione organica nella Madre Terra), portando regali, cibo e bevande in abbondanza, musica. I festeggiamenti si ripetevano per tre anni dopo la morte. Poi, sempre in novembre, gli scheletri venivano portati in processione, per renderli partecipi delle feste comunitarie e famigliari. Terminata la festa, li si collocava in qualche spazio significativo per la comunità, in modo che potessero continuare a svolgere il loro ruolo protettore

Oggigiorno, nelle Ande soprattutto, o nel Sud del Messico, si continua a celebrare la festa “dei defunti” tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre, mettendo ancora in risalto la loro condivisione con ciò che succede sulla faccia della Terra: sono gli altri esseri viventi, presenti oggi in altre forme in mezzo a noi. Questi Altri esseri visitano in gruppo i propri famigliari, partecipano sicuramente ai momenti di festa e poi nuovamente in gruppo se ne vanno, condividendo i viveri ed i regali ricevuti, continuando a far parte della storia delle proprie comunità.

La giornata dei defunti diventa dunque la commemorazione del rinascere verso un’altra dimensione; la morte non può essere vissuta con disperazione e lutto, perché si nasce non per morire ma per rinascere. Chi ci lascia allora rinasce, e continua a costruire quelle storie mai concluse del suo popolo, in interazione permanente con il cammino dei “vivi” sulla terra.

Mentre leggevo queste riflessioni di Ollantay Itzamná, pensavo ai difensori della Terra morti ammazzati in America Latina, a Bertha Caceres in Honduras, a Marielle Franco in Brasile, Juana Raymunfo in Guatemala, …

Pensavo ai combattenti guerriglieri morti in El Salvador per costruire un paese più giusto, a quelli che sono sopravissuti per continuare a cercare ostinatamente i propri cari desaparecidos. Pensavo a Cristina Romero che fino al giorno della sua morte ha cercato la verità su sua figlia Marta, scomparsa nel nulla tanti anni fa. Cristina ha voluto sulla sua bara la bandiera del Frente, per cui ha sempre lottato. Qualcuno ha chiamati  Cristina e le altre, gli altri come lei, “las/los imprescindibles”.

Ed anche loro, in altre culture ed in altre storie, continuano a vivere, ne sono certa.

Fonte: Noviembre, cuando los “muertos” celebran la Vida

 

Redazione
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