I neofascisti italiani, a cavallo delle stragi: due-tre cose che so di loro

di Gianni Sartori

Il presente testo, alquanto frammentario, è frutto di una conversazione (a tratti un soliloquio) interrotta e alimentata da un po’ di domande, in margine a un incontro-dibattito. Senza alcuna pretesa di ordine e sistematicità, tantomeno di completezza. Quindi non aspettatevi un saggio storico. Qualcuno però l’ha registrata, poi sbobinata e questo è tutto; con l’aggiunta di qualche indispensabile nota e di una “chicca” vagamente surreale (il resoconto di una seduta spiritica forse rivelatrice).

 

Il titolo potrebbe essere “Tutto quello che avreste voluto sapere sui fascisti e non avete mai osato chiedere” ma forse ci si allarga troppo… e poi non bisogna dimenticare che il loro ruolo è sempre quello di braccio armato del capitalismo. Scava, scava non c’è molto altra sotto la paccottiglia misticheggiante, la retorica gerarchica del “guerriero senza sonno” e i richiami a qualche mito nordico preso in prestito. Oltre beninteso a una consistente percentuale di psicopatici.

Il fascismo? A me piace questa definizione: «La peggior spazzatura ideologica mai apparsa sul pianeta, sintomo della decomposizione irreversibile del capitalismo».

Se lo erano chiesto anche i situazionisti cosa fosse mai stato il fascismo “storico”: «Negazione della Storia e, insieme, organizzazione della viltà» suggerivano. Quanto al neo-fascismo che all’epoca impensieriva (sia detto senza ironia) le coscienze democratiche, oggi anestetizzate, si andava più sul classico: «un’espressione ostile del ceto medio al capitale monopolistico». Definizione calzante anche ai nostri giorni, magari ampliando il concetto di “ceto medio”.

Per concludere, lapidariamente: «Fondato sull’organizzazione delle apparenze, il fascismo alimenta il mito dell’eterno ritorno per riaffermare lo stato di cose presente».

Negli anni venti e trenta del secolo scorso, sia per le nostrane camicie nere che per le teutoniche SA l’uso della violenza assumeva talvolta aspetti quasi erotici (vedi Sven Reichardt, 2002). Come si può comprendere dalla mania del dettaglio, il piacere evidente per ogni ferita inferta, il compiacimento per ogni ferita subita (e dalle ricorrenti fantasie di “poltiglia sanguinolenta” a cui ridurre gli odiati avversari).

Secondo Klaus Theweleit (ricordato come il teorico della “bianca infermiera”, un simulacro di donna, asessuata, modello ideale del Terzo Reich): «Muco e fango sono principi femminili: qualcosa di molle, di fluido, senza contorni netti»; qualcosa in cui evidentemente le SA – sempre naziste ma rivali delle SS (*) – temevano di affondare. Certo che di problemi con la sessualità (la loro, in primis, ma anche quella degli altri: come i preti) dovevano averne parecchi. Quanto allo sbandierato “cameratismo” – tipico di molti sodalizi maschili paramilitari – non di rado era una copertura per pratiche omosessuali (pubblicamente stigmatizzate, ma praticate in privato).

La lista degli adepti di questa doppia morale era piuttosto consistente fra i primi esponenti del nazionalsocialismo: Rohm, Heines, Koch, Rohrbein, Hans Spreti, Carl-Leon du Moulin-Eckart… Senza dimenticare Goering, noto per le sue unghie laccate, la cui unica figlia era il frutto di una relazione della moglie con l’autista. Lo stesso Hitler nel periodo viennese non disdegnava qualche marchetta, tanto che una volta giunto al potere la maggior parte dei suoi conviventi e amici intimi venne elegantemente fatta sparire.

Del resto perversione, teppismo e perbenismo potevano elegantemente convivere, riconciliarsi (e magari accoppiarsi) nell’animo piccolo-borghese producendo il noto aborto: il nazifascismo, mistificazione perpetua della realtà.

La causa, suggeriva Furio Jesi, andrebbe ricercata nella disgrazia di «aver per cultura il rapporto con quel mucchio indifferenziato e sacrale di roba di valore che è il passato della patria» .

VENENDO AL TEMPO DELLE STRAGI, IN ITALIA

Stefano Delle Chiaie, mi chiedi? A mio parere non l’ha mai contata giusta. Nel 2012 ha anche pubblicato un libro, notevole per il fatto di non dire praticamente nulla. Definirlo “reticente” sarebbe un complimento. Taroccato anche nel titolo «L’aquila e il condor» (forse per evocare l’Operazione Condor) era già stato utilizzato da “Tre-Rocce Alberto Tampini” per il suo libro di sciamanesimo che risale al 1998.

Nel suo libello l’esponente di Avanguardia Nazionale insinua, confonde, divaga… riportando molti episodi insignificanti. Talvolta pare inventarseli di sana pianta. A volte minimizza, altre enfatizza, comunque alla fine non ha detto un bel niente. Così Stefano Delle Chiaie – detto “il Caccola” – ha contribuito a confondere e inquinare ulteriormente le acque su quel periodo storico, già torbido di suo.

Per esempio non può negare la sua partecipazione agli eventi di Montejurra – Jurramendi in basco – nel 1976 (**) visto che qui era anche stato fotografato. Ma naturalmente li descrive a modo suo: si inventa una presenza di ETA per giustificare l’aggressione, dimenticando che se ETA fosse stata presente in maniera organizzata lui e gli altri squadristi non sarebbero tornati a casa incolumi. E nessun accenno alla squadra della morte denominata BVE da cui deriverà il GAL.

A chi si è limitato a scorrere il libro di Delle Chiaie velocemente (senza acquistarlo, giustamente) potrebbe essere sfuggita un’ulteriore infamia: l’immagine riprodotta fra pag 186 e pag 187. E’ la copertina di “Despertar-organo oficial de la Juventud Nacionalista” (numero 5 del 1981) una pubblicazione curata da Delle Chiaie durante la sua permanenza in Bolivia. A lato del nome della testata troneggia la runa Odal, simbolo di Avanguardia Nazionale. Al centro la scritta: “VIVA EL 1° DE MAYO” e i volti disegnati di un operaio e due contadini che gridano rispettivamente (dall’alto in basso, in stile “fumetto”): “VIVA LA CLASE OBRERA NACIONALISTA”; “VIVA LA JUVENTUD NACIONALISTA – MUERA EL EXTREMISMO Y EL SUPERCAPITALISMO”; “GLORIA A LOS MARTIRES DE CHICAGO – POR DIOS Y LA PATRIA – A VENCER O MORIR”. Un miscuglio pazzesco, un esempio da manuale di pura intossicazione che mescola arbitrariamente messaggi di destra ad altri di sinistra (almeno apparentemente). Ce ne vuole di doppiezza morale e mancanza di scrupoli per collegare il 1° maggio con la runa di Avanguardia Nazionale! Per non parlare del riferimento ai Martiri di Chicago (anarchici!) impiccati per i fatti di Haymarket – la bomba risultò una provocazione della polizia in stile strategia della tensione – all’epoca delle lotta per la giornata lavorativa di otto ore; a loro il movimento operaio internazionale dedicò la festa dei lavoratori.

In Bolivia il “Caccola” non si limitò a stampare giornaletti provocatori, ma partecipò direttamente all’opera di sistematica distruzione della Resistenza al regime. Mettendo a frutto quanto appreso in Spagna. Scrive a pag. 246: «Quando andai allo stato maggiore notai che mancava una sezione di azione psicologica. Ne parlai con il presidente Meza [nota 1] che mi incaricò di organizzarla (…). Nacque così il VII reparto». E così Delle Chiaie operò alacremente per riportare “sulla retta via” le ingenue e indisciplinate masse popolari latino-americane, evidentemente tratte in inganno dalla propaganda marxista. Sappiamo che Pinochet, Videla, Meza e altri macellai al servizio degli Usa non mancarono di mostrarsi riconoscenti verso i camerati italiani.

INQUIETANTI ANALOGIE

Osservando quella copertina di “Despertar” del 1981 viene spontaneo cogliere un’analogia con quanto avveniva in Italia nel 1969, quando l’amico e camerata di Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, si era infiltrato fra gli anarchici. Era rimasto folgorato quel Merlino sulla via di Damasco, anzi di Atene, partecipando al viaggio-premio (ufficialmente “di studio”; Delle Chiaie lo definì “gita, scampagnata”) nella Grecia dei colonnelli. Era partito fascista Merlino ma rientrò in Italia anarchico, a suo dire. Quel Merlino che si esibiva (e si faceva fotografare) a pugno chiuso con barba e capelli lunghi e un cartello al collo per la liberazione dei compagni anarchici incarcerati. Lo scopo era evidente: acquisire credenziali utili al suo lavoro di infiltrato e provocatore. Che poi servì ad alimentare la leggenda della convergenza fra gli “opposti estremismi” quando, caso mai, si dovrebbe parlare di convergenza fra apparati dello Stato, servizi segreti e manovalanza fascista (sempre con la supervisione statunitense, ovviamente).

Interessante confrontare la foto del Merlino in versione anarchica (1969) con una foto di qualche anno prima (1966) che lo immortalava davanti alla Facoltà di Lettere, a Roma. Mancano pochi attimi all’aggressione in cui perderà la vita il compagno Paolo Rossi. E Merlino, ca va sans dire, stava con i “suoi”, cioè i fascisti. La trovate a pag. 156 nell’edizione del 1970 di «La strage di stato» (***). Da notare come qui Merlino si presenti con i capelli in ordine, ben tagliati, da quel bravo ragazzo di destra che era, tanto che nella foto si vede chiaramente perfino la stanghetta degli occhiali dietro l’orecchio.

FASCISTI A VALLE GIULIA?

Sempre in tema di infiltrazioni, intossicazioni, manipolazioni, false flag e provocazioni fasciste vorrei riesumare altre fotografie (utilizzate direttamente per gli scopi sopraelencati). Nel suo libro «Il sangue e la celtica» Nicola Rao scopriva una foto di Valle Giulia del marzo 1968 fornitagli (vedi talvolta le coincidenze!?) dal solito Merlino: si distinguono tre gipponi della polizia, in primo piano, e una quindicina di fascisti. I loro nomi sono diligentemente riportati nella didascalia (cfr inserto fotografico fra pag. 230 e 231): Paglia, Delle Chiaie, Tilgher, Merlino, Tonino Fiore…) che sembrano fronteggiare le “forze dell’ordine”. Sullo sfondo la scalinata e gruppi di studenti. Secondo Rao (imbeccato presumibilmente dai suoi interessati informatori) «a guidare l’assalto, nelle prime file, ci sono i fascisti del Fuan-Caravella e di Avanguardia Nazionale affiancati da militanti del gruppo Europa-Civiltà e di Primula Goliardica». Ma quando mai? In una foto immediatamente successiva (pubblicata su «Dopo la contestazione» in Skema numero 4, aprile 1973) si riconosce lo stesso veicolo della polizia (vedi la targa) nel frattempo avanzato di una decina di metri, il piazzale vuoto e il fumo dei lacrimogeni.

E i valorosi fascisti che “guidavano l’assalto”? Scomparsi, volatilizzati, dopo aver svolto forse il loro compito di provocatori. La presenza di alcuni fasci a Valle Giulia era stato denunciata dal già citato libro «La strage di stato» (del 1970).

Sul ruolo di infiltrato professionista di Merlino arrivarono conferme anche da fonti di destra sicuramente ben informate. Nell’intervista del 5 marzo 1970 concessa al giornalista – e informatore dei servizi segreti – Giorgio Zicari dai fratelli Bruno e Serafino Di Luia (esponenti di An, cioè di Avanguardia nazionale scappati all’estero, senza apparente ragione visto che le indagini su piazza Fontana si concentravano solo a sinistra, in particolare sugli anarchici) si leggeva che «Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere i primi manifesti cinesi in Italia». Di quali manifesti parlavano i fratelli Di Luia? Di quelli apparsi ancora nel 1966, inneggianti a Stalin e Mao e contro l’URSS, firmati da sconosciute sigle marxiste-leniniste, apparentemente filocinesi che dovevano servire ad alimentare i contrasti all’interno del PCI. La provocazione era stata ordita da Umberto Federico d’Amato (Ufficio Affari Riservati, ministero degli Interni) con la collaborazione di Mario Tedeschi e di Pino Bonanni, esponenti del MSI che contattarono Delle Chiaie per la realizzazione pratica. L’operazione viene tuttora considerata un esempio di “intossicazione a sinistra”, da manuale. A Firenze, Pistoia, Livorno… fra il 5 e il 6 gennaio 1966 i militanti di AN diffusero manifesti, volantini (e inviarono lettere di ugual tenore agli iscritti del Pci) firmati Movimento marxista leninista d’Italia.

Dopo quell’intervista, il 10 aprile 1970, i due fratelli Di Luia incontrarono al Brennero il questore Silvano Russomanno per «interessanti rivelazioni sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano e Roma e anche su quelli della famosa notte dei treni». Questo si leggeva nella lettera del questore di Bolzano del 20 marzo 1970 che preannunciava l’incontro con i due “latitanti senza ragione”… apparentemente, aggiungo. Penso sia inutile precisare che a quasi cinquanta anni di distanza le “interessanti rivelazioni” rimangono ancora segrete.

Per la cronaca: Serafino (coincidenza: lo stesso nome del fascista Gianni Nardi in codice Gladio di Gianni Nardi) Di Luia fu anche uno dei fondatori di “Lotta di popolo” – che tentò di mascherarsi da gruppo “nazimaoista” – con Ugo Gaudenzi, poi direttore del giornale di estrema destra “Rinascita” che tuttora prova a mimetizzarsi con tematiche di sinistra e antimperialiste. Non perdono il vizio, evidentemente.

PARENTESI NECROFILA

«Qui (a San Rocco, sui Colli Berici) venivo a trovare la mamma durante la latitanza in Spagna. Lo so, qualcuno dubita ancora, nonostante la riesumazione, dell’autenticità della mia dipartita. Vi dirò… a volte ne dubito anch’io… del resto noi fascisti con la Morte abbiamo da sempre molta familiarità… [NOTA 2] Certo che quella Donatella Di Rosa ne ha fatto di casino. E tutto perché il suo amante era l’ex di mia madre, vedova, voglio precisare. Ma avevo anche un camerata, Giancarlo (Esposti), fascio perso fino al midollo… anche se dai gusti particolari. Nel nostro ambiente era cosa nota e risaputa la relazione sentimentale tra Giancarlo e Golosone (Angelo Angeli: spacciatore di eroina e stupratore impunito di Franca Rame). Tutti e tre eravamo a capo delle S.A.M. (Squadre Azione Mussolini)». Questo è quanto avrebbe detto l’anima in pena del Nardi, terrorista nero, membro di Gladio (sigla 0565) incautamente evocato sui Colli, tra le boscaglie autoctone e le ville dei riccastri foresti. [NOTA 3]

Ufficialmente Nardi è deceduto a Campos (Maiorca) il 10 settembre 1976 in un incidente stradale, inseguito (pare) dalla polizia. Secondo una versione l’auto, una Fiat 127 con targa vicentina (VI-323885, forse rossa, altri dicono azzurra) sarebbe risultata rubata. Secondo un’altra sarebbe stata di proprietà di un ufficiale amico dei Nardi. A proposito di Vicenza: mentre da più parti sono state messe in evidenza le possibili relazioni tra la vicenda di Pian del Rascino – dove Esposti fu ucciso da un carabiniere il 30 maggio 1974 – e la strage di Brescia (due giorni prima) forse non è stata presa in considerazione una delle tre rivendicazioni immediatamente successive alla strage. Apparve proprio nella città del Palladio, il 1 giugno, con firma “Anno Zero-Ordine Nuovo”.

Come ho detto, nei pressi di Vicenza, sui Colli Berici, sorgeva una villa appartenente alla famiglia Nardi. Un’altra villa si trovava non lontano da dove Esposti trascorse i suoi ultimi giorni (fra Ascoli Piceno, Teramo e Pian del Rascino). Qualche giorno prima di venir ucciso si sarebbe anche recato in visita alla sorella di Nardi lì residente.

Chi era questo Giancarlo Esposti, amico fraterno del Nardi? Fra le altre cose, un depresso che si curava in cliniche di lusso come raccontava in alcune lettere che scrisse a Franco Freda (quel Franco Freda). All’epoca, mentre da sinistra si mettevano in discussione le istituzioni totali (manicomi, carceri…) da destra si invocavano inasprimenti ulteriori (magari vagheggiando “soluzioni finali”) per i soggetti disadattati, improduttivi e devianti. Tanto per i borghesi benestanti come Esposti c’erano le cliniche a pagamento in cui curarsi senza venir stigmatizzati socialmente mentre i proletari finivano nei manicomi-lager (rivedere le foto del libro “Morire di classe” è sempre impressionante). Mentre Nardi era stato arruolato da Gladio, Esposti aveva la tessera della PIDE [nota 4] e si recava spesso in Portogallo dove, dietro la facciata di una finta agenzia di stampa a Lisbona, operava l’Aginter Press, organizzazione internazionale di destra coinvolta nella strategia della tensione e nell’eliminazione fisica (tramite l’infiltrazione) di vari esponenti dei movimenti di Liberazione (vedi Cabral e Mondlane, forse anche la sudafricana in esilio Ruth First). Inoltre riforniva di mercenari (cioè di fascisti europei) il Sudafrica razzista per farli combattere in Namibia e Angola.

Esposti sarebbe stato anche in buoni rapporti con i Servizi nostrani. Forse “in alto” si prese la decisione di eliminarlo (appunto a Pian del Rascino il 30 maggio 1974) perché “sapeva troppo” o perché ritenuto “fuori controllo” (vedi lo “sgarro” della visita con minacce a Degli Occhi).

Resta qualche dubbio sulle vere ragioni di quel lungo girovagare di Esposti e camerati (Alessandro D’Intino, Alessandro Danieletti e Umberto Vivirito che rientrò a Milano prima del conflitto a fuoco). Su e giù per i monti di Marche, Abruzzo e Lazio senza tante precauzioni (con una Land Rover “taroccata” e una moto Benelli 250) incontrando altri fascisti (Luciano Benardelli, Peppe Ortenzi, Guido Ciccone… ) fraternizzando con pescatori di frodo e mangiando al ristorante… come autentici “guerriglieri della domenica”.

Rimane avvolto nel mistero quale fosse l’obiettivo finale (sempre che ce ne fosse uno). Però avevano oltre 20 chili di gelignite, centinaia di proiettili 7,62 e fucili di precisione, oltre a vari rotoli di miccia e detonatori. Non si esclude l’ipotesi che nelle loro intenzioni ci fosse un bis di Brescia, magari a Roma per la sfilata del 2 giugno. Si è anche ipotizzato che intendessero colpire con un fucile di precisione il presidente della Repubblica; di sicuro il fucile adatto lo avevano.

In effetti il 28 maggio Esposti e Danieletti si erano recati con la moto di Vivirito a Roma dove incontrarono varie persone tra cui Bruno Stefano (arrestato due anni prima con Gianni Nardi alla frontiera con la Svizzera in un’auto imbottita di armi) che propose di portarli in Andorra, praticamente in Spagna, con il suo aereo privato.

Fu veramente per procurarsi altre armi (come raccontò Danieletti) o per un sopralluogo?

Di quella vicenda rimangono le immagini in bianco e nero del cadavere di Esposti coperto da un telo mimetico, la jeep che un sindaco del luogo ha voluto conservare come reperto e un’ipotesi. Forse il capo delle SAM ha pagato per la sua ultima intemperanza, quella visita non propriamente di cortesia al leader della cosiddetta “Maggioranza silenziosa” l’avvocato Adamo Degli Occhi.

Inevitabile, all’epoca, provare anche un po’ di compassione per questo fascista in crisi di identità. Nel 1974 – non ancora a conoscenza di tutti i retroscena (appartenenza alle SAM, rapporti col MAR di Fumagalli…) – ne avevo scritto in un articolo su “Vicenza-Contro” (o era “Contro-Vicenza”?) definendolo pietosamente un “desperado”. Chissà? Forse non si accettava, simulando una vita eroica da “combattente” per compensare le proprie miserie esistenziali. Un caso umano… forse.

Va anche ricordato che nel 1974, dopo la strage di Brescia, parte della fascisteria (anche di quella appositamente addestrata ma risultata poco affidabile) sembrava sul punto di perdere ogni rete di protezione, in particolare quella fornita dall’Ufficio affari riservati, sciolto d’autorità. Per non parlare dei sanbabilini, scaricati dopo il fallito attentato di Nico Azzi (di cui si voleva incolpare la sinistra) e dopo il “giovedì nero” del 12 aprile 1973 con l’uccisione dell’agente Marino per le bombe a mano SRCM mod. 35 lanciate da Loi e Murelli, sanbabilini iscritti al MSI (****). Le coperture vengono meno e Giancarlo Esposti viene eliminato (un segnale che non tutti però compresero) mentre partono numerosi mandati di cattura. Prima coccolati adesso i neofascisti sono inconsapevoli pedine di un conflitto interno, concorrenziale, fra apparati dello Stato più o meno deviati. Fatte le debite proporzioni, era quello che capitò alle SA quando divennero superflue oltre che impresentabili.

Chi forse capisce più di altri è Nardi che si rifugia in Spagna temendo di fare la fine di Esposti. E’ solo un’altra ipotesi naturalmente.

IN QUESTO MODO ERA (RI)COMINCIATA…

I funerali di Paolo Rossi, vittima dei fascisti a Roma nel 1966, vengono considerati come una delle prime manifestazioni studentesche antifasciste di massa degli anni ’60. Possiamo dire che “così era ri-cominciata” perché la Resistenza popolare al fascismo non si era mai completamente esaurita (vedi il giugno 1960 a Genova, vedi i morti di Reggio Emilia e di Palermo…). Ma sicuramente questo tragico evento costituisce la scintilla per un nuovo ciclo di lotte, in particolare con le prime occupazioni delle università. Dopo Roma (1966) toccherà a Pisa (1967). Sarà poi il turno di Sociologia a Trento, di Torino e della “Cattolica” di Milano, istituzione privata in mano al Vaticano, ma lautamente finanziata dallo Stato. Alle lotte del 1968 (Valle Giulia, 19 aprile a Valdagno, Avola…) e del 1969 (Battipaglia, Autunno Caldo…) le classi dominanti reagirono con la repressione e la violenza terroristica utilizzando manovalanza fascista.

La strage di Piazza Fontana segnerà, non solo simbolicamente, la “strategia della tensione”. Da allora almeno una strage di Stato all’anno o un tentativo fallito: Gioia Tauro, Catanzaro, Peteano, via Fatebenefratelli [NOTA 5] a Milano, carcere di Alessandria, Piazza della Loggia a Brescia, San Benedetto Val di Sambro, Alcamo, Piazza Arnaldo, Venezia…

Quasi sempre, in sintonia con le stragi, riuscite o meno, si udiva il ben riconoscibile “rumore di stivali” dei golpisti.

Con il 68 alcuni neofascisti – alle dipendenze dei servizi segreti, retribuiti, completi di ritenute e assegni familiari – si infiltrano nei movimenti studenteschi. Altri, come il citato Merlino, finsero la “conversione” e si intrufolarono in gruppi m-l e anarchici. Era la messa in pratica delle strategie della “guerra rivoluzionaria” elaborate ancora nel maggio 1965 in un convegno all’hotel Parco dei Principi a Roma (*****).

Così la raccontava Pino Rauti, noto esponente di Ordine Nuovo nel frattempo passato a miglior vita: «Vedevamo questi paracadutisti, uomini di un reparto d’élite, super-addestrati (dagli USA nda) che nella notte del golpe calarono su Atene e che buttavano dalle finestre del Parlamento documenti e archivi parlamentari, incendiandoli con dei falò. Fornendoci un’immagine nibelungica».

Anche sulla stampa non mancarono segnali premonitori del 12 dicembre 1969. Dalla famosa copertina del settimanale «Epoca» dell’undici dicembre alla domanda inusuale (una profezia o un segnale?) apparsa sulla stampa britannica (“Strategy of tension?”) qualche giorno prima della strage di Piazza Fontana.

Da quel momento apparve chiaro, almeno per chi voleva vedere, quale sarebbe stata la politica dell’estrema destra italica negli anni ’70: UNA STRAGE CONTINUA!

Va riletto quanto scrisse “l’ex picchiatore fascista” – lui pentito per davvero – Giulio Salierno.

«Stragi e neofascismo sono le valenze attraverso cui chi gestisce il dominio manipola le coscienze delle classi subalterne offrendo loro, in cambio dello scampato pericolo, alcune gratificazioni:la preservazione degli istituti di democrazia delegata. Nulla di più di quanto i dominati avevano conquistato con la Resistenza e che, prima delle stragi, consideravano come garantito. E così attentati indiscriminati e feroci, offrono al potere il pretesto per preparare l’opinione pubblica all’accettazione di leggi e provvedimenti limitativi delle stesse libertà borghesi».

Salierno, ex seguace di Evola, divenuto un collaboratore di Basaglia e di Terracini nella lotta alle istituzioni totali, continuava così: «E mentre i killers fascisti sognano golpes e coprono, con la dinamite, le loro angosce depressive e persecutorie, la borghesia si serve del loro operato per creare una frattura tra le speranze proletarie e la radicale trasformazione della società».

Molto attuale. Forse basterebbe scrivere ISIS al posto di Ordine Nuovo e magari si capirebbe qualcosa in più sul presente. Volendo parafrasare Von Clausewitz: “Le stragi di Stato? La prosecuzione della guerra imperialista con altri mezzi”.

Intanto, fra una bomba e un agguato dei neofascisti, nelle strade, nelle caserme, nei commissariati e nelle questure – oltre che beninteso nelle carceri – proseguiva l’opera di ordinaria repressione. Chi volava fuori dalla finestra (Giuseppe Pinelli, 15 dicembre 1969), chi si beccava un lacrimogeno in pieno petto (Saverio Saltarelli, 12 dicembre 1970), chi veniva massacrato di botte (Franco Serantini, 7 maggio 1972), chi moriva lentamente di carcere (Alberto Buonoconto, 20 dicembre 1980). Questo da parte dello Stato.

Quanto al parastato (intendendo i fascisti), agli attentati terroristici si accompagnavano innumerevoli azioni squadristiche, mirate (ad personam). Contro i compagni naturalmente.

In definitiva quale fu il ruolo delle squadracce di destra? Lavoro sporco per conto delle classi dominanti, paragonabile a quello svolto da UVF e UFF in Irlanda del Nord contro la comunità repubblicana.

Mi torna in mente una fredda, nebbiosa mattina di picchetto (1970 o 1971), per una volta unitario – militanti di Potere Operaio e sindacato – davanti alle fabbriche di Olmo di Creazzo. Arrivò la notizia, direttamente dal paron (evidentemente un capitalista, ma non fascista) che i fascistelli locali – lui fece il nome del Floreani – si erano offerti di sfondare i picchetti per riportare le maestranze ribelli alla usuale condizione di docile forza lavoro. Per la cronaca, disse anche: «Li gò mandà in mona so mare… Se vien fora casini mi no ghe c’entro». Poi a sfondare i picchetti ci pensarono le forze dell’ordine. Risultato: parecchi contusi e tre o quattro arresti. L’immediata manifestazione unitaria di protesta prevedeva una breve sosta davanti al vecchio carcere di san Biagio, ma quando rischiò di “degenerare” (dal punto di vista benpensante, ovvio) il sindacato prese le distanze e, per quanto ricordo, la breve convivenza si esaurì.

Naturalmente i compagni, non avendo ben interiorizzato le massime evangeliche (nonostante un diffuso retroterra cattolico) non porgevano l’altra guancia. Certo, i metodi non furono sempre eleganti, ma sappiamo che la lotta di classe non è un pranzo di gala.

Come definire gli anni dell’antifascismo militante? Direi: anni di autodifesa proletaria contro le violenze delle guardie bianche del capitale; anni crudeli, sicuramente. Talvolta vissuti pericolosamente.

Dopo i fatti di Salerno – nel 1972 l’anarchico Giovanni Marini uccise un fascista per difendersi dall’ennesima aggressione [NOTA 6] – fu chiaro che le cosiddette forze dell’ordine non avrebbero fermato gli squadristi: piacesse o no, bisognava difendersi da soli. Lunga, troppo lunga la lista degli antifascisti assassinati, sparati, accoltellati, bruciati vivi, massacrati… da qualche “cuore nero”: Walter Rossi, Roberto Scialabba, Valerio Verbano, Fausto e Iaio, Luigi De Rosa, Claudio Varalli, Gaetano Amoroso Adelchi Argada, Mariano Lupo, Ivo Zini, Gianni Aricò, Annalisa Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, Giulia Barzoli, Livia Bottardi Milani, Luigi Pinto, Euplo Natali, Bartolomeo Talanti, Alberto Trebeschi, Clementina Calzoni, Vittoria Zambarda, Alberto Brasili, Fiore Mete, Vittorio Ingria, Alceste Campanile, Rosaria Lopez, Giuseppe Malacaria, Vincenzo De Waure, Iolanda Palladino, Sergio Graneris, Nicola Tommaselli, Adriano Salvini, Tonino Miccichè, Benedetto Petrone… [NOTA 7].

INFILTRAZIONE, UNA COSTANTE DELLA DESTRA

Tra le organizzazioni neofasciste che si distinsero per i ripetuti tentativi di camuffamento, inquinamento, intossicazione, infiltrazione e provocazione, ancora negli anni sessanta, va citata Giovane Europa, sezione italiana di Jeune Europe fondata dal camaleontico Jean-Francois Thiriart, già volontario nelle waffen-SS (divisione Wallonien guidata da Léon Degrelle).

Sorta nel 1960 (inizialmente come “Giovane Nazione”) era ovviamente ferocemente anticomunista e antisemita oltre che schierata apertamente con l’OAS e contro le lotte di liberazione anticoloniali. Aderirono a Giovane Europa in molti (che a volte sarebbero tornati agli “onori” della cronaca): Franco Cardini, Attilio Mordin, Marco Bersacchi, Amerino Griffini, Massimo Marletta, Pier F. Bruschi, Renato Cinquemani, Antonino Debono, Carlo de Agostinis, Claudio Mutti, Ugo Gaudenzi (quello di Lotta di popolo e “Rinascita” già citato) ma anche Claudio Orsi, Franco Freda e Mario Borghezio…

Nel raccontare le ragioni “profonde” della sua adesione, Cardini insisteva sul «legame sentimentale con il fascismo letterario francese, ma – cercava maldestramente di minimizzare – si tratta di quello a cui aderì Pierre Drieu La Rochelle, molto vicino all’estrema sinistra». Va detto che di una presunta contiguità di Drieu La Rochelle all’estrema sinistra finora si era accorto solo il Cardini. Il quale poco elegantemente sorvolava su un fatto incontestabile. Nell’ottobre 1941, insieme ad altri scrittori collaborazionisti (Brasillach, Chardonne, Jouhandeau…) accolse l’invito di Goebbels e prese parte a un “Congresso degli intellettuali europei” in Germania. Il viaggio e il convegno furono l’occasione per visitare la Cancelleria del Reich e avviare una proficua collaborazione con gli occupanti nazisti.

Tornando a Giovane Europa, fra i principali tentativi di camuffamento vi fu il Comitato Europa-Palestina (1970), l’Associazione Italia-Cina (ottobre 1970); l’Associazione Italia-Libia di Claudio Mutti – niente male per i nipotini del boia, in Libia come in Etiopia, Rodolfo Graziani – e perfino il Movimento dei comunisti d’Italia (ancora Claudio Orsi nel 1972)…

La maggior parte dei militanti di Giovane Europa confluirà in Lotta di Popolo, anzi per la precisione in Organizzazione Lotta di Popolo (OLP), ambigua e intossicante fin dalla sigla, identica a quella della resistenza palestinese.

I fascisti italiani (NAR, ma non solo) in Libano collaboreranno con la Falange maronita (cioè cristianofascisti) e con l’esercito israeliano contro i palestinesi. Parteciparono sia al massacro di Tall el Zaatar (1976, con la Falange e la copertura siriana) che a quelli di Sabra e Chatila (1982) con le milizie filoisraeliane del cristiano-maronita Haddad (ESL) e di Hobeika (e ovviamente la copertura di Tsahal). Lotta di popolo venne fondata, almeno ufficialmente, il 1° maggio 1969, a Roma e sciolta nel 1973. I militanti provenivano da Giovane Europa ma anche da Primula goliardica, da un inverosimile Movimento Studentesco Operaio d’Avanguardia e da Avanguardia di popolo (sigle sotto cui si mascherava Avanguardia Nazionale). Lotta di popolo stampava un omonimo giornale il cui direttore, Ugo Gaudenzi, in anni più recenti diventerà il direttore di “Rinascita” (l’ho già detto? Non importa: repetita iuvant!) cioè un foglio che a spanne qualcuno potrebbe sbrigativamente definire “nazi-maoista”. Dove, fra gli altri, scriveva Tommaso Della Longa, un personaggio noto per varie faccende nebulose (Croce Rossa, collaborazione al quotidiano “Riformista”…) ma soprattutto – per quanto mi riguarda – per aver rinnovato i tentativi della destra di appropriarsi, indebitamente, della lotta di liberazione del popolo irlandese. Talvolta in batteria con Roberta Angelilli, ex di Terza Posizione (e anche di Lotta Popolare, interna al MSI, con Signorelli) che mentre santificava il compagno Bobby Sands, definiva “terroristi e criminali” i partigiani. (******)

Ugo Gaudenzi aveva frequentato agenti del Bundesnachrichtendienst (BND, i servizi germanici) ed era in rapporto con la contessa Raimonda Di Giovanni dichiaratamente filonazista. Era anche collegato con la rete specificatamente spionistica del BND, la Organizationghelen. Tra i militanti originari di Lotta di Popolo anche Walter Spedicato, uno dei fondatori di Terza Posizione.

Nata nel 1976, TP si può considerare l’erede sia di Avanguardia Nazionale che di Lotta di Popolo: stesso stile, stessa ambiguità, stessa propensione ad appropriarsi di tematiche di sinistra stravolgendole. E medesima funzione.

Significativo il curriculum vitae di un altro esponente di Lotta di Popolo, Enzo Maria Dantini presente nella lista di Gladio (il suo fascicolo, rinvenuto a Forte Boccea, era indicato con 0415).

Randolfo Pacciardi (prima antifascista ma poi “gollista” e su posizioni sempre più di destra) fu il fondatore di Nuova Repubblica – di cui Primula Goliardica era la formazione giovanile – e dichiarò che Dantini era stato utilizzato per “operazioni clandestine in Austria” in qualità di agente provocatore coinvolto in attentati; in quanto ex ministro (con il Pri, il Partito Repubblicano) della Difesa sicuramente se ne intendeva.

Quanto a Serafino di Luia «non era altro che un funzionario del ministero degli Interni» secondo Paolo Pecoriello, dirigente di Avanguardia Nazionale. Da sottolineare il reciproco scambio di accuse fra camerati. Nel 1970 era stato Serafino Di Luia a definire Merlino “un infiltrato tra gli anarchici” agli ordini di Federico D’Amato del ministero degli Interni (Affari Riservati). Ma appare evidente che erano tutti – Delle Chiaie in testa – soltanto marionette, complici e servi del potere che a parole contrastavano.

Colgo un’obiezione:“Ma che cazzo c’entrano i fratelli Di Luia con Lotta di popolo?”. Dunque… anche Serafino Di Luia, considerato il numero 2 di AN (dopo il “comandante” – come lo chiama Borghezio – Delle Chiaie) aveva partecipato al “viaggio-premio” nella Grecia dei colonnelli e fu tra i fondatori di Lotta di Popolo con Gaudenzi. Quest’ultimo ricordava che del primo “ufficio politico” facevano parte: Leucio Miele (poi in Terza Posizione), Dante Polverosi, Raimondo Ciasullo, Aldo Guarino, Enzo Maria Dantini oltre naturalmente allo stesso Gaudenzi. Il loro testo di riferimento? «La disintegrazione dei sistema» di Franco Freda.

Serafino Di Luia divenne poi un frequentatore del noto allevamento di picchiatori milanese: Piazza san Babila. Qui, sempre nel 1969, aveva fondato la sezione milanese di Lotta di Popolo.

Più recentemente il fratello minore di Serafino, Bruno di Luia, si è fatto notare ai funerali (non propriamente ben riusciti) di Priebke e a quelli di Tonino Fiore (vedi la foto su «La strage di stato» con la giacca donatagli dalla madre di Merlino). E ancora il 18 dicembre 2013 partecipò alla manifestazione di Roma del “Movimento 9 dicembre” (“I Forconi”) e in precedenza (2012) a quella del Movimento Sociale Europeo.

Bruno di Luia, quello che nel 1966 girava con la bottiglia di Coca-cola «piena d’acqua perché se la polizia la vede vota, capisce che la voio dà in testa a qualcuno» e che sulla scalinata della facoltà di Legge cantava l’inno delle SS con Giancarlo Cartocci.

Doveva averlo intuito perfino Giorgio Almirante che in Lotta di popolo c’era del losco: «Io penso che il movimento extraparlamentare di destra che si chiama Lotta di Popolo sia finanziato e protetto dal ministro dell’Interno» disse in una intervista sul settimanale “Panorama” del 7 giugno 1973. E se lo diceva lui… [NOTA 8].

Concludendo: deliri neofascisti a parte, per conto di chi agivano concretamente i camerati? Qualche citazione è utile per ricordare quale fosse la posta in gioco e da chi venivano realmente prese le decisioni sul destino del nostro disgraziato Paese.

Vernon Walters, attaché militare a Roma negli anni sessanta (e poi numero 2 – o forse numero 1 – della CIA) dopo l’annuncio dell’apertura ai socialisti nel novembre 1960 propose di usare le truppe USA presenti in Veneto, a Livorno, a Napoli (ed eventualmente anche quelle in Germania) per impedirlo.

Henry J. Tasca, ambasciatore statunitense in Atene, elogiava apertamente il regime dei colonnelli come «la più efficiente amministrazione in un Paese della NATO».

Per un generale statunitense (sempre in riferimento ai colonnelli ellenici): «questo è il miglior governo che la Grecia abbia avuto dopo Pericle».

Molti pensarono che Piazza Fontana fu un esperimento per testare la possibilità di importare il modello greco in Italia. Ma le cose, sappiamo, non andarono come previsto. Il 15 dicembre 1969 l’intera Milano si riversava nelle strade per onorare le vittime della strage avvenuta tre giorni prima. Cosa sarebbe potuto accadere se i cittadini si fossero chiusi in casa a contemplare il loro sgomento? Se in 300mila non avessero riempito all’inverosimile Piazza duomo? Il “21 aprile 1967” greco stava forse per concedere un bis? Sicuramente la borghesia italiana, cinica e provinciale, coltivava da tempo il desiderio di affidarsi a rozzi squadristi e volgari colonnelli.

Vien da chiedersi se l’odierna società civile italica sarebbe in grado, qui e ora, di generare un soprassalto di uguale portata. Se mi guardo intorno e annuso, sento l’odore di vite in decomposizione che non avrebbero più la forza di “alzare la mano prevenendo il macellaio”.

Concludo.

La Storia, la Storia… a ben guardare un cumulo di spazzatura, una discarica cosmica, un cassonetto planetario. Documenti divorati dalle tarme, macerie pericolanti, tracce incerte, ricordi sfocati, testimoni reticenti e testimonianze incerte, bugie e falsificazioni, reperti e referti… Frammenti di speranze tradite e brandelli di utopie implose…

Vittime consenzienti e carnefici blasonati, lapidi imbrattate e tombe violate, manoscritti falsificati e bandiere infangate, frasi celebri citate a sproposito e commenti fuori luogo (e tempo)…

La pistola di Bresci, il cranio di Danton, le mutande della Petacci… Tutto ciò che la risacca porta a riva e poi risucchia, perpetuamente… e nel frattempo consuma, degrada, deteriora… Tanto che ancor prima di rendertene conto sei già un residuato bellico… E tuttavia, come Giorgio Cesarano sul muro della cella, scrivo e scriverò ancora che: «L’AMOR MIO NON MUORE!».

 

[NOTA 1] Luis Garcia Meza Tejada, divenuto presidente della Bolivia con il golpe – il 191° della serie – del luglio 1980.

[NOTA 2] Si chiama, tecnicamente, necrofilia.

[NOTA 3] Il testo in corsivo venne riscritto, a memoria, immediatamente dopo l’improvvisata seduta spiritica in quel di San Rocco. Si era svolta nottetempo, nel brolo dove anticamente venivano sepolti i frati. Va precisato che la medium era un personaggio quantomeno folcloristico, istrionico. In seguito finì nei “giri” dell’eroina e morì in circostanze mai chiarite (ritrovata, in avanzato stato di decomposizione, in un canale: suicidio, omicidio…?). Quindi le presunte dichiarazioni, postume, del non meno presunto spirito di Nardi evocato per la circostanza vanno prese con beneficio di inventario. Sarebbero comunque una conferma, per quanto indiretta, dell’avvenuto decesso. Ulteriore precisazione. Qui “Nardi” (o chi per lui) sembra fare un po’ di confusione: non era l’amante ma il marito di Donatella Di Rosa (il tenente colonnello Aldo Michittu) l’ex della mamma di Nardi (Cecilia Amadio). L’amante della Di Rosa, al momento delle presunte riunioni golpiste a cui avrebbe preso parte il Nardi redivivo, era il generale Franco Monticone che di Nardi era stato ufficiale. Un equivoco che sembra appartenere più alla medium (forse non abbastanza informata) che allo spirito evocato e rende ancora più incerta la testimonianza. Quanto alle voci raccolte tra gli “indigeni” (Villabalzana e dintorni) secondo cui Cecilia Monticone sarebbe stata l’amante del ”pio Mariano” (il 5 volte presidente del Consiglio Mariano Rumor, l’uomo degli omissis) si tratterebbe soltanto di una leggenda locale priva di fondamento. Peccato, perché se confermata, la notizia avrebbe aperto scenari impensati sull’illustre esponente democristiano, presumibilmente bisessuale (venne fotografato in passeggiata – proprio sui Colli Berici – mano nella mano con l’autista). E questa, fra l’altro, sarebbe la vera ragione per cui non venne mai candidato alla presidenza della Repubblica pur avendone i requisiti politici (così come le altre due “sorelle Bandiera” così all’epoca si diceva: Emilio Colombo e Fiorentino Sullo). A complicare ulteriormente le cose, ho scoperto che la madre di Rumor si chiamava Tina Nardi (sorella dello scrittore Pietro Nardi). A questo punto rinuncio ad aprrofondire.

[NOTA 4] alquanto fantasiosa, al limite del ridicolo, la spiegazione fornita da Cesare Ferri: “si trattava della tessera di un locale notturno”.

[NOTA 5] la strage di via Fatebenefratelli (17 maggio 1973), con cui sembra si volesse colpire Rumor, fu opera di un provocatore manovrato da Ordine Nuovo (in particolare da Carlo Maria Maggi) cioè Gianfranco Bertoli, soidisant “anarchico individualista”, il quale aveva già svolto attività di informatore e di infiltrato per conto del SIFAR e del SID. Altra coincidenza, il Bertoli sarebbe stato tra gli “ufficialmente esclusi” per non aver superato i corsi di Gladio. Proprio come Gianni Nardi. Si presume che in realtà fossero stati inseriti a un altro livello.

[NOTA 6] Lo slogan dell’epoca era soprattutto “difendersi dai fascisti non è un reato” anche se nei loro vittimistici piagnistei i fascosti ricordano “uccidere i fascisti non è reato”. Su Giovanni Marini si richiede qualche precisazione, per lo meno dopo alcune indecenti ricostruzioni della vicenda (come quella divulgata da Luca Telese nel libro “Cuori Neri”): se ne riparlerà in una prossima occasione.

[NOTA 7] come avrete notato ho riportato tutti i nomi delle vittime della strage di Brescia (28 maggio 1974) in quanto l’attacco era rivolto contro una manifestazione esplicitamente antifascista. Ho inserito anche la proletaria Rosaria Lopez torturata e massacrata da tre nazisti di “buona” (nel senso di ricca) famiglia, con un evidente disprezzo di classe, al Circeo. Invece il militante di Lotta Continua Tonino Micciché venne ucciso da una guardia giurata che però era iscritta al MSI. Non sarebbe fuori luogo aggiungere anche Peppino Impastato visto che stava indagando sulle protezioni a livello istituzionale di cui godevano i fascisti (oltre che su alcuni oscuri traffici di armi gli stessi presumibilmente su cui successivamente indagheranno sia Mauro Rostagno che Ilaria Alpi). Altre analogie (non solo la quasi sincronicità) ci sono con l’uccisione di Fausto e Iaio (opera dei NAR in trasferta?). Cito poi il caso di Lucio Terminello assassinato (“per sbaglio”?) dal sanbabilino Marco Pastori. E’ stato confermato che il padre di Pastori versò 100 milioni di lire (nel 1974: ricordo bene – per esperienza personale – qual’era all’epoca lo stipendio di un operaio o di un facchino) al perito balistico per fargli sostituire la canna della pistola che lo avrebbe incriminato. Tanto per dire a quale classe sociale appartenevano in genere i “cuori neri”.

[NOTA 8 ] La sigla venne utilizzata, con una leggera modifica, anche all’interno del MSI. Infatti “MSI Lotta Popolare” venne fondata nel 1975 (due anni dopo la scioglimento ufficiale di Lotta di Popolo riprendendone in qualche modo lo spirito) da Teodoro Bontempo, R. Sabatini e C.A. Guida. In seguito Sabatini e Guida, insieme a Paolo Signorelli, fondarono il “Movimento Politico Lotta Popolare” da cui nascerà “Costruiamo l’azione”, uno dei più ambiziosi esperimenti di intossicazione e provocazione contro la sinistra rivoluzionaria.

IN BOTTEGA

(*) in “bottega” cfr Scor-data: 30 giugno 1934 sulla «notte dei lunghi coltelli» con le SS a massacrare le SA.

(**) vari post: in particolare Scusate se vi parlo di Pertur e di squadre della morte ma anche Neofascisti e golpisti: rinasce Avanguardia Nazionale

(***) Ne abbiamo parlato più volte – qui a esempio: 12 dicembre 1969: una «scor-data» per piazza Fontana… – invitandolo a rileggerlo nonostante gli anni trascorsi.

(****) cfr Scor-date: 7 e 12 aprile 1973

(*****) vedi Scordata: 3-4-5 maggio 1965

(******) cfr Che c’entra Bobby Sands con Casa Pound?

 

LA VIGNETTA IN APERTURA è di VINCENZO APICELLA

Redazione
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