I politici specchio dei nostri difetti?

di Mauro Antonio Miglieruolo

Daniele ha suggerito per questo mercoledì di rimandare il Dossier sulla Fantascienza alla prossima settimana; e di inserire al poste dei 3 pezzi programmati altri tre in connessione diretta con il “mondo reale”. Trovo l’idea ottima e mi affretto a eseguire:
Ecco a voi il primo:

In un commento a uno dei miei post, obiettando su alcune considerazioni che effettuavo sulla natura della classe dirigente italiana, un lettore richiamava la, per me presunta, corrispondenza esistente tra eletti e elettori. I vari “Batman” implicati nei recenti scandali, si sosteneva,

sono stati eletti con valanghe di voti; e in genere sono i candidati peggiori quelli che riescono vincere le competizioni. Ergo, esiste una responsabilità collettiva nella cattiva gestione della cosa pubblica. Pertanto il disdoro che tocca agli eletti deve toccare anche agli elettori.
Vero, ma è una verità fuorviante se su di essa non vengano effettuate le dovute precisazioni.
La metafora implicita nell’obiezione, che l’obiettante non fa, ma altri sì, è quello dello specchio. Una metafora abusata. Ma soprattutto metafora deformante, che inganna piuttosto che chiarire, spiegazione che non spiega niente, non fornisce che una luce piccolissima sul tema.
La prima circostanza da chiarire e che solo una aspetto (il peggiore) degli elettori trova rappresentazione negli eletti. L’altra parte, quella positiva, fatta di qualità e virtù, è quasi del tutto assente nei politici che pretendono di rappresentarci e invece solo ci martirizzano. Per quanto si possa pensare male di noi stessi, è impossibile non vedere (non considerare), a esempio, la laboriosità, creatività, capacità di innovazione e sensibilità artistica che ci contraddistinguono. New York, ho sentito dire, forse un pochino esagerando, è edificata sul lavoro degli italiani (e irlandesi); un intero stato, l’Argentina, per metà si può dire italiana; i nostri ricercatori, nonostante l’abbandono in cui da sempre lo Stato tiene la ricerca, hanno ottenuto nel lontano e nel recente passato, e ottengono oggi, ampi riconoscimenti a livello internazionale. È nota anche la generosità degli italiani all’estero, l’entusiasmo con cui si dedicano positivamente alle più svariate imprese. L’eleganza, il buon gusto, la sensiblità artistica. Riuscite voi a vedere nei politici italiani anche piccola traccia di tali caratteristiche? Forse io sono oltraggiosamente miope, ma di queste doti (e altre) trovo ben poca traccia. E invece sì la cialtroneria, la rozzezza, la cafonaggine, la facondia nel promettere senza mantenere, la accentuata mancanza di senso civico, la vocazione al particulare, la facilità di menzogna, il non tenere fede ai patti e agli impegni, il nepotismo, lo stile curiale, il furto senza scasso ma scassando le finanze dello stato (potrei continuare, ma mi e vi avvilirei, me ne astengo).
La domanda vera, allora, e la considerazione vera, riguardano il perché della scarsissima misura in cui le qualità che ho elencato trovano riscontro nei cosiddetti rappresentanti. Il discorso è complesso, la materia amplissima. L’impedimento non è uno e non è di oggi. E un impedimento che possiamo definire storico, ereditato dal passato. Riguarda i ritardi storici della formazione ideologica-sociale italiana, di un’Italia che giunge con grave ritardo all’unità; riguarda il disamore delle masse per l’insieme sociale provocato dai cattivi governanti che, nei secoli, si sono succeduti; l’interesse prevalente nei dominatori a cui siamo stati soggetti a depredare, non a costruire (salvo gli arabi); il peso enorme della presenza del papato e dello Stato della Chiesa; il localismo frutto della grande stagione delle autonomie comunali; la presenza delle Mafie; ma più di tutto il peso di una tradizione feudale (la rivoluzione in Italia, salvo la Resistenza, è sempre stato o fatto plebeo o d’elite, inefficace o poco efficace) che in alcune regioni è durata fino al termine della seconda guerra mondiale. È l’insieme di questo eventi negativi che ha contribuito a forgiare il carattere degli italiani. Le loro furberie, l’opportunismo, la ricerca delle scorciatoie, l’infausto familismo e soprattutto la relativa indifferenza per le sorti comuni, sono il prodotto combinato di ragioni che si richiamano l’un l’altra e si rafforzano l’un l’altra; con l’aggravante di non aver potuto contare su nessun rivolgimento che comportasse un voltar pagina, l’inizio di una nuova storia.
Facile che sulla base di una tradizione simile che si affermino dinamiche deteriori, quali il clientelismo e il sacco sistematico della cosa pubblica. All’interno di una situazione del genere ognuno per sé e Dio con tutti.
Nell’immediato dopoguerra un tentativo di imprimere una svolta c’è stato e con qualche significativo successo. Il Partito Comunista Italiano, pur frenato dalle enormi contraddizioni in cui si dibatteva (nonché a causa da un sistema politico bloccato che non prevedeva possibilità di cambiamenti) era riuscito a accendere una luce di speranza, a indurre molti a porre sullo stesso piano interesse personale e interesse collettivo. La mediocrità complessivo dei gruppi dirigenti italiani, mediocrità di cui la Democrazia Cristiana si è avvalsa per affermare il proprio sistema di potere clientelare, alla lunga però finisce con il prevalere. La spinta all’innovazione ben presto si esaurisce. Il nuovo che dalla fine degli anni sessanta irrompe sulla scena politica con la pretesa di innovare radicalmente, riesce solo a modificare i rapporti familiari e la morale sessuale; e invece di correggere, accelera la vocazione del PCI all’integrazione e quindi a deporre le velleità di contribuire all’affermazione, che ritiene possibile, di un capitalismo avanzato, non parassitario, in grado di lasciare spazi a una politica di collaborazione di classe. Da quel momento, situabile all’incirca tra il colpo di stato cileno e l’affermazione della destra sindacale (linea dell’Eur), i vecchi vizi, le vecchie abitudini dilagano. E finiranno con il costituire il terreno di cultura ideale per l’affermazione del berlusconismo, prosecuzione sul piano etico e politico del fascismo (un fascismo di tipo nuovo, ma senza manganello). Un gruppo di malfattori si impadronisce del potere e, in assenza di forme anche blande di opposizione, dà inizio a un periodo di progressiva degenerazione del tessuto politico e morale interno che porterà alla infausta situazione attuale.
È possibile riprendere il tentativo del PCI di fondare una nuova cultura, fondata su valori nuovi e servirsene per riassestare la povera Italia? Io credo di sì, anche se non sarà nel breve termine e non sarà facile. Questo a patto che sorgano nuove organizzazioni che rovescino la prospettiva politica e ideologica attuale; organizzazioni che abbiano quale scopo principale quello di imbastire un rapporto con le masse a partire da nuovi valori, una nuova etica, e su un piano che dovrebbe essere anche culturale, di informazione formazione nello stesso tempo. Con la cultura non solo si mangia, ma si fa anche la storia. Cambiando le teste si contribuisce a cambiare le società. Non si può non vedere l’immenso contributo fornito alla Rivoluzione Francese, ad esempio, da un secolo di illuminismo, dall’opera degli Enciclopedisti.
La tendenza di fondo di quest’opera culturale dovrebbe essere la lotta serrata contro l’etica borghese, non più adatta a guidare i tempi. All’etica del guadagno bisogna sostituire quella del servizio, all’etica della produzione, quella del lavoro in quanto attività formativa dell’uomo. La politica del proletariato inoltre non può essere quella del Principe di Machiavelli, ma quella degli innumerevoli militanti comunisti che hanno sacrificato, ma anche temprato il proprio carattere, nelle lotte per il comunismo. Un’etica fondata sulla fraternità, la sincerità e la dedizione al bene comune. Che ognuno abbia il suo, di che poter vivere e vivere bene, ma lavorando per il bene di tutti, affinché vi sia benessere per tutti.
Non si tratta di limitarsi a riprendere il discorso Gramsciano sull’egemonia, ma tornare al meglio della tradizione operaia, della quale il discorso Gramsciano fa parte, per mostrare e dimostrare che cambiare è possibile. E che l’unico agente del cambiamento è quello di sempre: l’esercito degli sfruttati. Un esercito che le innovazioni degli ultimi decenni hanno ampliato a dismisura. I contestatori di oggi dicono si tratti del 99% contro l’1%. Forse esagerano. Ma che sia la maggioranza della popolazione ormai a non aver più nulla da perdere questo è assodato.
Ma non basta dirlo (dirlo è lo stesso che predicarlo). Bisogna dimostrarlo.
Sono un utopista, è vero. Lo ammetto. Ma credo fermamente che le masse stiano iniziando a esplorare la praticabilità di questo cambiamento. E che pure si preparino alla dimostrazione.
Mauro Antonio Miglieruolo

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