I popoli indios del Messico d’oggi

Questo testo di Carlos Montemayor, risalente al 2000, racconta la resistenza dei popoli indios agli interessi legali o mascherati della corona spagnola e dello Stato messicano.

di Carlos Montemayor (*)

 

Nota introduttiva

Nel 1957 Edmundo O’Gorman ha scritto che il processo di riformulazione delle concezioni del mondo iniziato dalla cosiddetta “scoperta”, per dire in modo semplicistico, dell’America, è stato in realtà il processo dell’invenzione dell’America. Questa invenzione non solo ha avuto il suo sviluppo in Europa dal XV al XVII secolo, ma possiamo dire che continua a svilupparsi anche ai giorni nostri, seguendo varie diramazioni quali si sono date, ad esempio, nel pensiero economico europeo, nell’evoluzione della concezione che l’America ha continuato ad avere di se stessa nelle prospettive anglosassone e spagnola e nei diversi cambiamenti della concezione del mondo a partire dai popoli originari del nuovo continente.

Il presente libro si propone di esaminare soltanto una parte di queste diramazioni, come il complesso e continuo processo non solo di scoperta, ma anche di invenzione, di riformulazione di concezioni contraddittorie, e a volte polemiche, sulla natura dei popoli indigeni che, a far data dal XV secolo, si sono spinte fino ai nostri giorni. Questo processo non riesce ancora a trovare una soluzione obiettiva. Hanno contribuito a formare i pregiudizi politiche educative o economiche, leggi agrarie e insurrezioni armate continue o ricorrenti, mentre suo asse centrale è stata la resistenza dei popoli indios agli interessi legali o mascherati della corona spagnola e dello stato messicano. Oggi, alle soglie del XXI secolo, è possibile vedere con maggior chiarezza la sua storia complessa e ininterrotta.

Carlos Montemayor,

Città del Messico, settembre 2000

Come il mondo vedeva se stesso prima della scoperta dell’America?

Quando dal porto di Palos Cristoforo Colombo intraprese la traversata oceanica nel 1492, gli europei credevano che le terre d’Europa, l’Africa del Nord e l’Asia fossero il mondo intero. Un quarto continente e un altro oceano vasto quanto quello che oggi chiamiamo Pacifico erano allora inimmaginabili. Cristoforo Colombo volle scoprire le rotte marittime per il Giappone, la Cina e la penisola più estrema dell’Asia, dietro cui sperava di trovare il passaggio per il mare delle Indie orientali, e in effetti egli credette di essere giunto in estremo oriente, in terre situate “oltre il fiume Gange”, in quella penisola asiatica che nel 1489 il cartografo Henricus Martellus aveva chiamato India Orientale. La “scoperta dell’America” nasce da questa confusione. Dico “confusione” mentre in realtà dovrei parlare di visione scientifica propria di quei secoli. Immaginare che si trattasse di una terra diversa avrebbe richiesto un esercizio di inventiva ben più grande: riformulare la concezione del mondo.

Ma in che modo il viaggio verso l’Asia di Cristoforo Colombo si è trasformato nella “scoperta dell’America”? Se le convinzioni di Cristoforo Colombo rimasero immutate, non fu così per quelle di molti suoi contemporanei. Le spedizioni di Amerigo Vespucci nel 1501, di Vasco Nuňez de Balboa nel 1513 e di Fernando Magellano nel 1520, rappresentarono una parte rilevante dell’ampio processo di spedizioni, avamposti, conquiste e riconoscimenti territoriali e marittimi il cui risultato fu la certezza che quelle chiamate in seguito Indie Occidentali non erano terre indiane né asiatiche, bensì si trattava di un altro territorio sconosciuto alla scienza e alla storia europee.

Gonzalo Fernández de Oviedo è stato uno dei primi a formulare un’idea del genere. Affermò che, non essendo ancora stata scoperta tutta la terra della Nuova Spagna,

non sappiamo se alla sua fine vi siano mare o terra, o se sia tutta circondata dal mare Oceano, la qual cosa io credo; è opinione mia e di altri, ed è finora un mio sospetto, che non faccia parte dell’Asia né che sia congiunta a quella che gli antichi cosmografi hanno chiamato Asia. Si ritiene piuttosto che la Terra Ferma di codeste Indie sia l’altra metà del mondo, così grande o forse maggiore dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, e che tutta la terra del globo sia divisa in due parti […] per cui ha avuto ragione Pedro Mártir a chiamarlo Mondo Nuovo, secondo la notizia o la ragione fornita dagli antichi, che essi non conobbero e che adesso noi possiamo vedere1

Con le nuove esplorazioni e le conquiste, abbiamo detto, si è andata consolidando l’idea che non si trattasse di una penisola estrema del continente asiatico, bensì di un’altra terra. Che in tempi diversi venne chiamata Nuovo Mondo, Indie Occidentali, America. La cartografia del XV e del XVI secolo mostra che l’America non è stata scoperta subito, ma fu immaginata e riconosciuta in modo graduale, con un processo lungo e complesso.

Guardiamo adesso un mapamundi del 1460. Il cartografo continua a disporre dei dati stabiliti nel II secolo a.C. dal geografo greco Tolomeo. Non mancheremo di notare che l’America e l’Africa del sud erano sconosciute. Inoltre, che i mari che bagnavano quella terra erano l’Oceano indiano, il Mediterraneo e l’Atlantico.

Se a questo punto passiamo alla mappa di Toscanelli, vediamo un cambiamento importante nell’immagine della terra. In primo luogo, e per la prima volta, la mappa assomiglia a un globo terracqueo notevolmente schiacciato ai poli. La mappa mette ora in luce la separazione di Asia ed Europa a opera dell’Oceano Atlantico. Pertanto, effettuando quella attraversata oceanica, si arriverebbe alle coste asiatiche. Notiamo inoltre che l’isola di Zipango, o Giappone, è collocata proprio all’”altezza” di dove sarebbe stata “scoperta” l’America. Nel 1474 Toscanelli inviò questa mappa a Cristoforo Colombo, fatto che risultò decisivo nello spingere l’Ammiraglio a intraprendere la sua impresa2. Il figlio di Cristóbal Colón, don Fernando Colón, dirà a questo proposito, dopo la morte del padre, che la confusione delle nuove terre con la costa asiatica fu del cartografo Toscanelli, non già dell’Ammiraglio. La mappa mostra anche un’abbondanza di isole che potrebbero essere confuse con quelle delle Indie Occidentali.

Nel 1507 il cartografo Martin Waldseemüller effettuò un cambiamento significativo al mapamundi, che venne pubblicato dai frati di Saint Dié della Lorena assieme alle lettere di Amerigo Vespucci. [riproduzione di quattro mappamondi alle pp.10-15 ] Tra l’Europa e l’Asia il globo terracqueo di Waldseemüller mostra adesso un nuovo territorio allungato chiamato America in onore di Amerigo Vespucci. La mappa contiene due nuovi oceani nelle zone che corrispondono all’Oceano Pacifico: l’”oceano occidentale”, situato a sud del territorio allungato che la mappa identifica come “America”, e l’”oceano orientale”, situato tra Zipango e le coste settentrionali dell’Asia. Questa mappa è estremamente utile per capire che la prima cartografia dell’America non rassomiglia alla sua geografia continentale, in quanto sarebbe dovuta passare per un lungo processo di mutamenti creativi. Al suo primo apparire, ad esempio, l’”idea” dell’America non conteneva alcuna allusione ai territori che attualmente corrispondono al Messico, agli Stati Uniti e al Canada, e ricorda soltanto alla lontana una striscia stretta e incompleta del contorno occidentale dei territori che sono adesso Brasile e Argentina.

L’”idea” del mondo subì un cambiamento importante dopo la circumnavigazione di Fernando Magellano. Fino al 1545 il mapamundi elaborato da Battista Agnese e appartenuto a Carlo V indicava la strada seguita da Magellano e una nuova immagine più vicina alla cartografia contemporanea. Benché il contorno del continente americano fosse notevolmente superiore a quello “immaginato” da Waldseemüller, i territori del nord e del sud non appaiono ancora delimitati con chiarezza. Ci sarebbero volute altre spedizioni ed esplorazioni della costa e della terra ferma per completare l’immagine dell’America e concludere il processo della sua scoperta a livello geografico, che si prolungò almeno fino al 1728, quando il capitano danese Vitus Behring attraversava nel nord dell’Alaska lo stretto che oggi porta il suo nome.

Che cosa veramente fu la scoperta dell’America?

Siamo soliti impiegare l’espressione scoperta dell’America per un fatto storico ben preciso: la prodezza marittima di Cristoforo Colombo. Dopo aver visto l’evoluzione cartografica del continente americano, possiamo suggerire che tanto la sua impresa quanto il riconoscimento dei nuovi territori fanno parte di un processo più ampio in cui Colombo è intervenuto senza rendersene pienamente conto. Gran parte della scoperta dell’America propriamente detta è iniziata dopo di lui. In un certo momento del XX secolo questo processo è stato chiamato incontro di due mondi. Mentre in un altro, e con maggiore precisione, invenzione dell’America. Il concetto di invenzione è più vicino alla complessità del processo che ha iniziato a cambiare il mondo a partire dal riconoscimento dell’entità geografica e politica che oggi chiamiamo continente americano.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso sono apparsi due libri particolarmente significativi per comprendere in pieno questo cambiamento filosofico e geografico. La prima opera è stata pubblicata a Milano da Antonello Gerbi nel 1955 con il titolo La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica 1750-1900. Tre anni più tardi, nel 1958, Edmundo O’Gorman pubblicò a Città del Messico La invención de América. In quel momento, quando sembravano predominare nel settore i dodici volumi dell’opera monumentale di Pierre e Huguette Chaunu, Séville et l’Atlantique, era difficile immaginare che gli studi storici avessero altro senso di quello delle statistiche e delle serie dati numeriche. Edmundo O’Gorman ha esaminato le fonti della cosiddetta scoperta dell’America a partire da una prospettiva storica e filosofica e ha indagato l’emergere del concetto omogeneo che ha plasmato la nozione del continente che oggi tutti noi conosciamo con il nome di America.

I libri di Antonello Gerbi e di Edmundo O’Gorman hanno costituito il fondamento di una linea di ricerca storica che, a partire dagli anni Settanta, si è ampliata attraverso l’opera di storici, antropologi, etnologi e anche romanzieri, i quali hanno smesso di credere ingenuamente che la “scoperta dell’America” fosse un fatto semplice e hanno iniziato a vederlo come un processo complesso di re-invenzione e di ri-definizione di molte categorie storiche e politiche.

Il riconoscimento dei nuovi territori non è stato né ha potuto essere un fatto semplice. Si è reso necessario un prolungato sforzo scientifico e sociale per riconoscere, in primo luogo, che il mondo non era proprio come l’Europa lo aveva pensato per molti secoli. Assumere una nuova concezione del mondo ha significato ridefinire molti aspetti religiosi e politici non soltanto della storia lontana, bensì del presente concreto del XV e del XVI secolo. In quel complesso presente bisognava creare un’altra immagine del mondo, inventare un nuovo spazio geografico e politico in grado di modificare il concetto stesso di umanità.

La nuova geografia del mondo andava oltre le giornate di navigazione e le edizioni dei cartografi. Riguardava soprattutto il processo di accettazione o di rifiuto di altri possibili sensi dei nuovi territori. Il contributo più importante del messicano Edmundo O’Gorman alla storiografia dell’America risiede con tutta probabilità nel seguente punto: Perché l’America non è stata considerata semplicemente come un altro continente? Perché il primo senso storico dell’America è una “scoperta”? L’idea stessa di scoperta non suppone in realtà l’avvenimento storico che ha termine con l’incontro di un altro territorio, bensì il processo di ridefinizione che ha trasformato il mondo intero, a partire dall’America, in un mondo diverso. Vale a dire che il termine scoperta non significa tanto l’accidente storico riguardante il continente americano, quanto piuttosto il cambiamento politico e scientifico della stessa Europa: l’Europa che tra il XV e il XVI secolo riconosce l’America, ha scoperto in se stessa la capacità di ampliare il mondo. Per questo motivo l’America è stata, come ha scritto Edmundo O’Gorman, “l’istanza che ha reso possibile, in seno alla Cultura dell’Occidente, l’estensione dell’immagine del mondo a tutta la terra e quella del concetto di storia universale a tutta l’umanità”3.

Il processo non è stato breve né semplice. In un certo momento l’America era un immenso territorio appropriabile e sfruttabile. In un altro, era la rivelazione più importante che l’umanità aveva ricevuto dalla Divina Provvidenza. Per Bartolomé de las Casas, la confusione asiatica di Colombo fu il segno della realizzazione di un’opera che era andata infinitamente al di là di lui. Francisco López de Gómara ha affermato che “la cosa più importante dopo la creazione del mondo, a parte l’incarnazione e la morte di colui che lo aveva creato, è la scoperta delle Indie”4. Inoltre, per Francisco López de Gómara la funzione detenuta dagli spagnoli era emblematica della visione religiosa di quei tempi: “hanno cominciato la conquista degli indios dopo quella dei mori, perché sempre gli spagnoli hanno mosso guerra agli infedeli”5. Ricordiamo che nello stesso anno in cui Cristoforo Colombo intraprese la sua traversata oceanica, in Spagna terminò la guerra di riconquista con la caduta di Granada, ultimo ridotto della occupazione araba. La coincidenza delle date ebbe un forte influsso sulla conformazione culturale della Nuova Spagna, in cui la danza di Mori e Cristiani smise di essere un patrimonio spagnolo, trasformandosi ben presto in una potente manifestazione culturale indigena: la danza non rappresentava più i fatti d’armi della riconquista contro i mori, bensì la conquista dei popoli indigeni.

In un altro momento l’America è stata la terra della liberazione e della promessa, l’incontro con una nuova Europa o una nuova Gerusalemme. E’ questo un punto significativo sotto vari aspetti. Per i protestanti olandesi e sassoni, ad esempio, significò il ritorno ai più puri valori del cristianesimo originario. Per la Nuova Spagna, a partire dall’apogeo della Spagna imperiale di quegli anni, costituì l’opportunità di creare una nuova società a partire dagli ideali e dalle utopie dell’umanesimo. Il pensiero di Erasmo orientò le politiche di evangelizzazione di Fra’ Juan de Zumárraga, primo arcivescovo del Messico. Vasco de Quiroga si ispirò al pensiero filosofico di Tommaso Moro. Antonio de Nebrija fu fondamentale per il pensiero di Fra’ Julián de Garcés, come Luis Vives lo fu per quello di Cervantes de Salazar. Sono indicatori sufficienti del fatto che la vita nella Nuova Spagna iniziava con lo splendore del Rinascimento. Non è stata poca l’eredità culturale di quei primi giorni.

Ma in l’America si concentrarono anche altri sogni europei: il paradiso terrestre, la fonte della gioventù in Florida, l’El Dorado, l’isola delle amazzoni e le sette città di Cíbola e di Quivira, prodigiose regioni d’oro e turchese.

Ai primi anni della seconda decade del XVI secolo appartiene la notizia che ci permette di vedere, come in una fitta nebbia o in un sogno, i contorni della Grande Tenochtitlan, nome che l’anonimo autore ha tradotto con la Grande Venezia. L’autore mostra grande sorpresa per il fatto che con la moneta venisse fatto anche il vino: si trattava di cacao. Torri e ponti levatoi facevano assomigliare queste nuove visioni all’architettura europea. Ma leggiamo il brano seguente, più immaginario che reale:

Vi è un lago di cinquanta leghe di circonferenza. Al centro del lago sorge una grande città che i cristiani chiamano Grande Venezia. Ha cinque porte e ogni porta ha un ponte che la collega con la terra ferma; nelle stesse cinque porte vi sono molti ponti levatoi con le loro torri, per le quali la città non può essere conquistata. Intorno a detto lago vi sono città molto grandi, abitate da gente forte. Nella loro parte superiore le case sono costruite in modo tale che si può passare da una all’altra. E i tetti sono fatti di argento puro, di calce e di sabbia. La città chiamata Grande Venezia è oltremodo ricca d’oro e cotone, cera e miele…6

La scoperta o l’invenzione di questa nuova entità si è estesa dal XV secolo fino all’epoca attuale, e non ha ancora trovato una soluzione finale. L’America è sorta da un lungo processo di cambiamenti e riformulazioni di concetti che si sono articolati su almeno tre versanti: l’evoluzione dell’idea di America nel pensiero europeo; l’evoluzione dell’idea che di se stesso avrà il nuovo mondo nella prospettiva sassone e nella prospettiva ispanica; infine, il processo di ridefinizione del mondo a partire dai popoli originari del nuovo continente. Possiamo dire che l’incontro geografico terminò, come abbiamo ricordato, con la scoperta dello stretto di Behring nel 1728, il quale dimostrò che l’Asia e l’America non erano collegate via terra. Per l’idrografia, per la flora e la fauna si può forse parlare di scoperta. Ma la cultura della popolazione originaria di queste terre continua a essere sconosciuta, continua ancora a non essere scoperta. E continuiamo a chiamarla con un nome sbagliato: gli indios.

C’erano davvero indios in America?

Il reiterato uso della parola indio è indicativo della confusione da cui essa nasce. Cristoforo Colombo credeva di essere approdato alle coste asiatiche, alla terre situate oltre il fiume Gange, nell’estremo oriente dell’India. Per gli europei come Cristoforo Colombo era naturale designare gli abitanti con il nome di indios. Gli abitanti dell’India potevano essere solo indios. Ma dopo molti secoli, una volta superato l’errore dell’identificazione dell’America, il termine indio ha continuato ad applicarsi a quei popoli che non hanno mai abitato le coste asiatiche.

Agli albori del XXI secolo, seguitare ancora a utilizzare il nome generico di indios rimanda alla prima confusione europea, ma rimanda anche, e soprattutto, alla prima sostanziale negazione: benché il continente fosse un altro, quei popoli dovevano essere chiamati come se non fossero ciò che essi sono, ma un’altra cosa: indios.

Nel contesto di idee chiamate “la scoperta dell’America” rifacciamoci adesso a un’osservazione di Edmundo O’Gorman del 1958: “l’idea indio americano è una invenzione europea correlata e necessaria alla precedente invenzione dell’America”7. Da ciò ne consegue che le culture autoctone non furono “incluse come elemento costitutivo dell’essere Nuovo Mondo”. In altri termini, l’indio americano, più che una scoperta, è stato soprattutto un’invenzione. Da ciò si sono sviluppate le concezioni politiche, giuridiche e religiose che hanno alimentato la polemica meschina e perversa sulla natura umana o inumana dell’indio.

Questa parola si è estesa molto presto ad altre dimensioni sociali e politiche. A partire dalla conquista, essa si trasformò nel nome dell’abitante che prima e sempre aveva vissuto in questo continente perché il concetto non proveniva dal soggetto stesso a cui veniva applicato, bensì dalla società che lo aveva conquistato. L’indio del continente americano è entrato nella nuova invenzione del mondo con un nome che non gli apparteneva e come un essere negato nella sua specificità sociale e umana. Per l’europeo, indio era “l’altro”, colui che subiva i colpi della conquista e dell’azione coloniale.

Dal 1492 al 1581, la parola indio non era compresa nei dizionari europei. A partire dal 1600, allorché la si accolse formalmente nei dizionari, la parola cominciò immediatamente a far parte di una costellazione di termini che contribuirono a formare l’opinione europea su questi popoli: barbaro, crudele, volgare, inumano, aborigeno, antropologo, naturale e selvaggio. Il primo Dizionario della reale accademia spagnola, pubblicato tra il 1726 e il 1736, ha aggiunto un altro stereotipo, quello di stupido e credulo, spiegando l’espressione Ma siamo indios? come “allusione agli indios che sono considerati barbari e facili da persuadere”. Ancora all’inizio del nostro secolo, il Dizionario della reale accademia spagnola continua a mantenere l’espressione e la spiega dicendo che “è utilizzata per rimproverare una persona che vuole ingannare o che ritiene di non essere capita”.

Il significato di antropofago e selvaggio conferito al termine indio si è affermato nel XVIII secolo. Tre dizionari francesi sono particolarmente emblematici a questo riguardo: il Dictionnaire Universel, Géographique et Historique di Thomas Corneille nel 1708; il Dictionnaire Universel di Antoine Furetière dello stesso anno; il Grand Dictionnaire Géographique et Critique de Bruzen de la Martinière, pubblicato tra il 1726 e il 17398.

Nel 1798, il Dictionnaire de l’Académie Française ha introdotto un altro vocabolo di radice classica associandolo alle sorti della parola indio: indigeno. Utilizzata da grandi autori latini come Virgilio, Ovidio, Tito Livio e Plinio, la voce proviene da due particelle arcaiche del latino: indu (che significa in) e geno (che significa generare, produrre). Virgilio e Tito Livio chiamavano indigeno il popolo latino originario dell’antico Lazio, per distinguerlo dai forestieri, nati in un altro luogo. Il Dictionnaire de l’Académie Française nel 1798 ha formulato per la prima volta, e con gran successo, l’espressione Les Indigènes de l’Amérique. Da allora, e in particolare a partire dal XIX secolo, la voce indigeno ha permesso la nascita di altri voci importanti per i numerosi paesi americani: ad esempio, indigenismo e indigenista.

Questa parola è suscettibile di un uso più universale. Indigeni sono coloro che nascono in una regione, oppure i popoli originari di una regione specifica. Quasi due secoli dopo la sua applicazione iniziale ai popoli americani, possiamo comunque affermare, e a ragion veduta, che gli indigeni della Francia sono i francesi. Gli indigeni della Normandia sono i normanni. Gli indigeni della Bavaria sono i bavaresi. Gli indigeni della Lombardia sono i lombardi, e quelli di Roma sono i romani .Gli indigeni della Catalogna sono i catalani e quelli dei paesi Baschi i baschi. Potremmo considerare tutti gli indigeni dell’Europa come una varia gamma di popoli che nella loro maggioranza conservano le loro proprie lingue, i propri costumi e, soprattutto, i loro propri vini. Ma forse parlare degli indigeni dell’Europa è un modo troppo generico che impoverisce la diversità sociale di questa regione del mondo.

Allo stesso modo si impoverisce la diversità sociale dei popoli originari del continente americano. Il termine indigeno non riesce a identificare nessuno dei singoli popoli che resistono da oltre cinquecento anni in queste terre. La parola indio aggiunge a siffatta indifferenziazione sociale la confusione di un passato remoto in cui l’Europa rifiutava di riconoscere non soltanto una nuova terra, ma anche le sue popolazioni.

In effetti gli indios del Messico non sono mai stati gli indios del Messico. Sono popoli che hanno avuto nomi precisi dal XV secolo fino ai nostri giorni (o, meglio, da molti secoli prima del XV secolo fino ai nostri giorni): sono i purepechas, i tzotziles, i chinantecos, i mayas, i nahuas, i tojolabales, i mazatecos, i rarámuris, i tenek, i binizá, gli ayuk, gli ódames, i seris, i mayos, gli yaquis, i kiliwas, i mazahuas e tanti altri. Il concetto di indio continua a nascondere questi popoli, continua a essere un segno che ricorda la prima negazione di questi popoli.

Di sicuro si dovrebbe imparare a guardare il territorio del continente americano, le sue risorse naturali, i suoi litorali, la sua idrografia, la sua flora, la sua fauna. Ma bisognerebbe anche imparare a guardare i suoi abitanti. Questo apprendimento, lento e conflittuale, non è ancora terminato.

1Gonzalo Fernández de Oviedo, Historia general y natural de las Indias, islas y tierra firme del mar océano, proemio del libro XVI, in Marcel bataillon e Edmundo O’Gorman, Dos concepciones de la tarea histórica, cap. I, p. 25.

2 Stando alla lettera di Paolo dal Pozzo Toscanelli del 25 giugno 1474, in Hernando Colón, Vida del almirante don Cristóbal Colón, cap. VIII, pp. 46-50.

3 Edmundo O’Gorman, La invención de América, p. 99.

4 Si veda Marcel Bataillon e Edmundo O’Gorman, op. cit., p. 46.

5 Ibid., p. 47.

6 Si veda l’edizione in facsimile della stampa-documento pubblicata tra il 1521 e il 1523 intitolata Nueva noticia del país que los espaňoles encontraron en el aňo de 1521, llamado Yucatán, p. 19.

7 Edmudo O’Gorman, op. cit., p. 90.

8 Si veda Raúl Alcides Reissner, El indio en los dictionarios. Exégegsis léxica de un estereotipo, pp. 103, 165-167.

 

 

(*) riportato nel Mininotiziario america Latina dal basso – n. 5/2020 – curato da Aldo Zanchetta che scrive: “Si tratta delle prime pagine del libro Los pueblos indios de Mexico hoy di Carlos Montemayor, nella traduzione di Roberto Bugliani. Purtroppo la traduzione per la pubblicazione in Italia di questo prezioso libro, era in corso allorché Montemayor morì, e ci eravamo procurati il solo assenso verbale alla pubblicazione e quindi, per motivi di diritti dell’editore messicano, non potemmo procedere alla pubblicazione”.

La Bottega del Barbieri

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