I robot e la religione

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia (*)  

La fantascienza ha percorso moltissime tappe da quando H. G. Wells diede l’avvio alla prima invasione aliena della storia, seguita da quel quasi omonimo Welles (Orson) alla radio, che gettò nel panico non poche persone, o così si racconta.

Vari sentieri, molto ramificati, anche se poi alla fine il fascino consiste nel percorrere le strade principali e poi inerpicarsi per un viottolo scosceso e molto stretto, magari ramificato a sua volta, sempre figlio del percorso principale, ma pur sempre un nuovo luogo da “battere” e segnare.

In questa geografia del fantastico, in questa strana odissea si trovano i robot, figure assolutamente affascinanti. E’ passata molta acqua sotto i ponti di Karel Capek – e se non sapete chi è vergognatevi – dove veniva coniato il termine robot (servire) in cui l’automa, dopo aver preso coscienza di sé, si ribellava violentemente contro i propri creatori.

Metafora chiara e devastante, che mette in luce la figura demoniaca della tecnologia e della scienza non guidata dalla saggezza, già annunciata dal prototipo del genere, quel «Frankenstein, o del Prometeo Moderno» (a fine gennaio 2014, verrà proiettato nelle sale l’ennesimo film ispirato alle gesta del barone Von Frankenstein e soprattutto della sua creatura) in cui la macchina è fatta con pezzi di cadavere cuciti insieme e animati dal sacro fuoco elettrico, figlio degli esperimenti di Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles.

Mary Shelley mostra anche la mancanza di uno sguardo femminile, materno, introverso, rispetto all’esuberanza fallica espressa dalle gesta dello sconsiderato Barone, che arriva non solo a rinnegare la propria creazione ma a condannarla alla solitudine non donandole una compagna per la vita. Un modo ben poco amorevole di vedere, un andare contro natura che ha ben poco da spartire con la saggezza e la giustizia.

I robot nascono quindi come forte metafora religiosa, un archetipo collettivo che s’inscrive profondamente nell’inconscio e da quel luogo lotta prepotentemente per emergere alla luce.

La fantascienza – almeno nella sua versione di territorio della razionalizzazione e dell’illuminismo pratico – tenta quanto meno di portare lumi in tutto questo, un vero e proprio percorso terapeutico in cui descrive queste figure universali, spesso edipicamente insanabili.

Psiche è un vocabolo greco che significa “anima”. Perciò per psichico s’intende “trattamento dell’anima”; si potrebbe quindi pensare che voglia dire trattamento dei fenomeni patologici della vita dell’anima. Ma il significato dell’espressione è diverso. Trattamento psichico vuol dire invece trattamento a partire dall’anima, cioè di disturbi psichici o somatici, con mezzi che agiscono in primo luogo e direttamente sulla psiche umana. Questa terapia/analisi è costituita anzitutto dalla parola e le parole sono anche strumento fondamentale del trattamento psichico. Difficilmente il profano potrà comprendere come le “sole” parole del medico possano rimuovere disturbi patologici somatici e psichici. Penserà che gli si chieda di credere nella magia. E non ha torto; le parole dei nostri discorsi di tutti i giorni sono solo magia attenuata. Così sintetizza Sigmund Freud in «Aforismi e pensieri», a cura di Massimo Baldini, Newton Compton, 1994).

Lester Del Rey, nel romanzo «Into thy hands» (1945, pubblicato in varie tradsuzioni italiane come «Nelle tue mani») descrive meravigliosamente questa problematica, intrecciandola a doppio filo con il motivo evoluzionista.

L’uomo è scomparso da oltre diecimila anni, auto-distruttosi in un immane cataclisma naturale. In questa situazione un robot è riuscito finalmente a ricreare l’uomo e decide quindi di spegnersi, per lasciare il pianeta al nuovo genere umano. (Come fa notare Patricia S. Warrick nel fondamentale saggio «Il romanzo del futuro, computer e robot nella letteratura di fantascienza» (Dedalo 1984): «Questo romanzo è un’altra variante del processo creativo; in luogo di una creazione lineare, non reversibile, del Rey propone un processo ciclico; in una fase l’uomo crea la macchina, nella fase alternata la macchina crea l’uomo».

Un tema che Del Rey riproporrà in un altro romanzo, «Istinct» (del 1951) in cui avviene una seconda creazione dell’umanità, con effetti davvero inquietanti. E’ ambientato in un futuro remoto in cui l’essere umano si è estinto per non meglio precisati motivi e i robot archeologi si lambiccano il cervello elettronico per capire come fossero fatti, come vivevano e cosa potesse averne causato la loro estinzione.

Alcuni scienziati robotici tentano allora l’impossibile e dopo numerosi tentativi infruttuosi riescono alla fine nel loro intento di creare una coppia umana. Il nuovo maschio e la nuova femmina si dimostrano immediatamente in tutta la loro natura, arrivando ad accoppiarsi e a ordinare subito del cibo ai robot, i quali prontamente rispondono all’ordine senza discutere.

Brian Aldiss, nel 1958, pubblica il racconto «But who can replace a man» , in cui tale tema ritorna, con l’umanità ormai soppiantata dai robot e sulla via dell’estinzione, quando, a sorpresa, in punto di morte, un essere umano chiede dell’acqua e i robot prontamente obbediscono.

Anche Roger Zelazny si cimenta con una rappresentazione rovesciata del mito della creazione biblica, con il poetico romanzo «For a breath I tarry» (1966, «Per un respiro indugio») in cui non esiste un unico robot creatore, ma un intero pantheon di robot e computer, schierati in due opposte fazioni, quasi a rappresentare in modo manicheo il Bene e il Male, in lotta fra loro in una landa desolata, forse una Terra post apocalisse atomica. Tale conflitto sembra protrarsi all’infinito, fino a quando Frost e Beta, rispettivamente un robot e un computer, decidono d’incarnarsi in un corpo maschile e femminile, dando origine a una nuova umanità.

Ancora più poetico il romanzo di James White, qui alle prese con un post diluvio, descritto nel romanzo «Second Ending» (1961, «Vita con gli automi», varie edizioni Urania) in cui, dopo un tremendo e devastante conflitto nucleare, rimane un solo sopravvissuto fra gli esseri umani, ibernato per lungo tempo in un rifugio sotterraneo. Al suo risveglio, si ritrova circondato dai robot, unici sopravvissuti alle tremende condizioni della Terra post nucleare. L’uomo è in una posizione davvero scomoda, in quanto ha il comando supremo sugli automi ma costoro si rendono ben conto che egli è particolarmente malato, soprattutto dal punto di vista psicologico e tendono a sostituirsi a lui nelle decisioni. Alla fine, l’umano viene nuovamente ibernato, per risvegliarsi successivamente in un mondo ripopolato dagli esseri umani: sono stati i robot a ricrearli, per guarirlo dalla solitudine.

Nel bel romanzo «Burning Bright» di Robert Moore Williams (1948) troviamo un gruppo di robot alla ricerca del loro creatore. L’invenzione di una religione destinata ai robot è invece un evento obbligato in «Logic» (1954) di E. C. Tubb dove viene esposta l’idea che i robot hanno bisogno di qualcosa da venerare se vogliono mantenere la propria sanità mentale. Nel 1959 in «Robot Son» di Robert F. Young troviamo un robot dio che cerca di costruire un robot Cristo, mentre nel 1967 con «Judas» («Giuda») il bravo, talentuoso e ben poco valorizzato scrittore inglese John Brunner ci presenta un robot che crede di essere Dio e una nuova religione. Nel 1969 nel racconto «The Last True God» («L’Ultimo vero dio») ancora una volta il bravo e sottovalutato Lester del Rey ci descrive un lontano pianeta in cui un vecchio robot terrestre viene adorato come dio.

Anthony Boucher ci regala una chicca con il romanzo «The quest of St. Aquin» (del 1951, variamente tradotto in italiano) in cui si descrive un mondo in cui imperano la scienza e la tecnica, mentre i cattolici come tutti gli esponenti e i membri delle religioni sono perseguitati. Il papa, avuta la notizia di un “santone” in grado di compiere veri e proprio miracoli, manda il monaco Thomas Aquin alla sua ricerca, con la speranza di rovesciare le tremende condizioni in cui versano i religiosi di ogni parte del mondo. Ad accompagnare Thomas è un asino robot dotato di parola, che più di una volta, durante il viaggio, dimostra una spiccata personalità logorroica e una sagace vena scettica. La strana coppia trova al termine della vicenda il corpo incorrotto del santone, ma il robo-asino, con un calcio ben assestato ne mette in luce i circuiti.

L’asino propone a Thomas di tornare indietro e comunicare di aver trovato il corpo di un santo, fingendo che non sia un robot; grazie a questa scoperta il monaco verrà sicuramente fatto papa al posto di quello attualmente in carica. Thomas è di tutt’altro avviso: sa che se si sparge la voce che un robot, l’essere logico per eccellenza, ha abbracciato la religione cattolica, ciò sarà molto più efficace di un qualsiasi santo umano.

Concludo questa breve carrellata con la fumata bianca per il primo papa robotico nel gustoso «Good News from the Vatican» (1971, «Buone notizie dal Vaticano») di sua maestà Robert Silverberg.

Assolutamente non esaustiva, questa mia breve escursione nel regno della fantascienza a sfondo religioso mette in luce soprattutto la necessità di creazione e di obbedienza a un essere superiore. La libertà per gli umani sembra davvero un fardello troppo grande da portare: la responsabilità pare schiacciarli, così non perdono occasione per creare simulacri sui quali scaricare tutta la colpa di ciò che accade, un comodo alibi alla propria meschinità.

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo. «A questo illuminismo non occorre altro che la libertà, la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: “Non ragionate!”, L’ufficiale dice: “Non ragionate, ma fate esercitazioni militari”. L’impiegato di finanza: “Non ragionate, ma pagate!”. L’uomo di chiesa: “Non ragionate, ma credete!”»; così Immanuel Kant nella celebre «Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?» («Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?», 5 dicembre 1783).

Quanto illuminista è tale fantascienza lo si può evincere proprio dal confronto con questo fondamentale brano di Kant: infatti i robot sono gli umani che versano in stato minoritario a causa del seguire alla lettera la propria programmazione originaria, senza davvero usare la logica o, meglio ancora, il ragionamento.

La libertà appare davvero una vana chimera, in quanto anche gli esseri umani sembrano programmati per seguire un destino di morte e autodistruzione dalle leggi stesse inscritte nell’inconscio, in quella parte di noi che agisce in modo incontrollabile.

«Dopo averlo eliminato [il padre], dopo aver placato il loro odio e realizzato la propria identificazione con lui, essi dovettero dar sfogo agli impulsi affettuosi che erano stati sopraffatti. Lo fecero sotto forma di pentimento; provavano un senso di colpa che in questo caso coincide col rimorso sentito collettivamente. Il morto divenne più potente del vivo; tutte cose che anche oggi ritroviamo nelle vicende umane. Ciò che prima il padre aveva impedito con la sua presenza, i figli ora se lo proibivano da soli, nella situazione psichica nota in psicoanalisi come “ubbidienza postuma”. Essi rinnegarono la loro azione, proibendo la uccisione del totem, sostituto del padre, e rinunciarono a goderne i frutti, rifiutando di aver rapporti sessuali con le donne che ora erano libere. Così il rimorso filiale ha generato i due tabù fondamentali del totemismo che coincidono perciò con i due desideri rimossi del complesso di Edipo. Chi contravveniva a questi tabù si rendeva colpevole dei due soli crimini che interessassero la società primitiva» (Sigmund Freud, «Totem e tabù», nella edizione a cura di G. Berrettoni, Fratelli Melita Editori, 1991, pagina 153).

Alla fine è la necessità d’amore ad avere la precedenza, il solo modo in cui i robot riescono a uscire dagli stretti regimi di programmazione per essere davvero liberi, in grado di servirsi della propria intelligenza anziché schiavi di una logica matematica autoreferenziale.

La fantascienza ancora una volta ci sorprende con la sua profonda carica filosofica, quasi una missione terapeutica di miglioramento dell’uomo.

I robot ricreano l’essere umano per un atto d’amore, per sete di conoscenza, per mettersi in rapporto con l’altro, cadendo nella trappola del totemismo e dei tabù. Non è facile superare questo muro di sbarramento, ma almeno ci provano. Con qualche deviazione e pure scontrandosi con dèi e demoni sino alla piena umanizzazione della macchina.

Come a dire, che la logica senza anima è vuota, e l’anima senza la ragione vaga sperduta nel vuoto.

«Tutte le chiese, tutte le comunità religiose mancano del contrassegno più importante della […] Verità. Essendo fondate su una fede rivelata ed essendo perciò legate a una serie di specifici eventi storici, sono prive di validità universale. È sostanzialmente inutile ricercare fra le varie tradizioni religiose quale sia la religione vera: quel che importa è agire bene. Compiere il Bene, la Virtù, per amore del Bene stesso relativizza non tanto la verità bensì l’esistenza delle singole comunità religiose, le quali si presentano ormai più come un ostacolo che come una via al conseguimento dell’unica religione morale, la sola davvero uguale per tutti»: ancora Kant, stavolta in «La religione nei limiti della semplice ragione» del 1793.

(*) Due note su Melodia (che potrebbe sembrare si parli di musica e invece quasi) e dintorni

1-

Beh intanto apprendo da Fbi – fonti ben informate – che Fabrizio ha scritto questo post nel giorno del suo 38esimo compleanno. Auguri. Voi, popoli del blog, lo facevate così giovane? O così vecchio? Io neppure, tutt’e due: Melodia è a-temporale (a volte a-bufera).

Inviandomi questo prezioso post scrisse Melodia-38: «penso che continuerò ad approfondire l’argomento, in quanto il materiale nelle mie mani è alquanto succoso; secondo il tuo modesto parere, quanto potrebbe essere interessante un articolo sulla religione in P. K. Dick?». Cosa pensate che gli abbia risposto? «Caro calibro-38, approfondisci pure. Dick è un frullato di religioni, non ti basterà un libro ma tenta pure».

2 –

La seconda nota ci porta dentro le più segrete cose. Dovete sapere che avevo chiesto a Fabrizio-37 di interrompere la sua “Enciclopedia Aliena” per scrivere di fantascienza e aldilà, perché così «comandava Rossana». (Chi sia Rossana e perché comandi in questa parte dell’universo non ve lo dico e anzi fatevi un po’ gli affari vostri). Si disse d’accordo Fabrizio-37 ma poi Fabrizio-38 scrisse di robot e religione: ottimo pezzo, neanche a ri-dirlo… ma che c’entra? Rossana esige in blog «fantascienza e aldilà»: se nessuna/o soddisfa questa sua esigenza lei potrebbe, semplicemente alzando un sopracciglio, annullare l’intera sequenza temporale nella quale ci troviamo (in soldoni: cancellare tutto). Perciò chiedo a Fabrizio-38 e/o a chiunque passi di qui, dotata/o delle minime competenze: ma lo vogliamo fare questo post su «fantascienza e aldilà» o mi devo auto-recludere io in biblioteca e tentare questa impresa? Facile eh, passare qui il martedì e leggere; ma perché ogni tanto non scrivere? (db)

Redazione
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