«Il fait noir au pays des lumiéres»

di Giorgio Chelidonio

Mancavo da Parigi dal 1987: era il periodo di Pasqua 1987 e ci rimasi solo 2 o 3 giorni, con obbiettivi poco turistici, facendo prevalere il tema preistorico – Museo Nazionale di St.Germain-e-Laye [1] – e il grande “Mercato delle Pulci” [2] dove frugare fra micro-antichità collezionistiche.
Ma allora al Centre Pompidou
[3] mi colse un’impressione fra il “profetico” e la paleo-genetica: sulle lunghe scale mobili mi veniva incontro un continuo flusso di visi, un mosaico di fisiognomie mai viste prima di quell’istante, ma che possedevano caratteri noti, quasi familiari. “La deriva genetica!” esclamai, scattando un paio di foto per cercar di fissare quell’impressione.
Nei giorni scorsi ho fatto base in un piccolo hotel (il “Best Western Le XVIII”), grazioso e funzionale ma affacciato su una via della
banlieu nord: Porte di Clignancourt, un quartiere di sopravviventi “colorati”, situato a poca distanza dalla Montmartre iper-turistica ma del tutto estraneo a quest’ultimo stereotipo parigino.
Emblematicamente, sulla porta accanto dell’hotel, abbiamo scoperto un micro-negozietto di alimentari gestito da un omino anziano e dalle evidenti origini nordafricane: quando fra yogurt Danone e mandarini marocchini abbiamo comperato anche una confezione di datteri, il suo viso si è illuminato in un inaspettato sorriso! Neri, bruni, gialli e sparuti anziani francesi formano il paesaggio antropico di questo
Arondissment (il XVIII) delimitato a nord dal Boulevard Periferique interrato (e in corso di sistemazione) e sfumante verso sud con le scalinate di Rue de Mont Cenis (il cui nome evoca la salita al Moncenisio!) quasi una pista di frontiera lungo cui sparuti turisti si avventurano verso il Sacre Coeur [4]. Il primo giorno abbiamo cercato di raggirare questa collina e siamo capitati al vecchio cimitero di Montmartre [5] trovandoci a far visita alla tomba di François Truffaut: vecchi gatti, dai baffoni irsuti, vigilavano fra quei monumenti funebri erosi dal tempo e dalla scarsa manutenzione.
Da Porte de Clignancourt (capolinea del “Metro 4”) solo un quarto d’ora e una decina di fermate dividono da Chatelet, Les Halles o, con un altro paio di coincidenze, al Louvre e i Jardins des Tuileries, cioè all’ombelico dell’immaginario turistico occidentale, gremito di giappo-cinesi organizzati e di
yankees sparsi, tutti accomunati dal farsi selfie.
Quello che più mi ha colpito è stato che già a 3 fermate verso il “centro” (es. Marcadet-Poissonier) le facce colorate scure diradavano rapidamente, diventando rare appena raggiunta l’area attorno all’Opera, dove vi apparivano però in abbigliamenti più consoni alla dimensione consumistica della grandeur parigina, pienamente rappresentata dai multi-magazzini Lafayette!
Nella stessa area bivaccavano, invece, non pochi questuanti diffusi sia nel metrò che lungo le strade del “centro”, dove interi gruppi famigliari sedevano a terra, specie all’entrata dei suddetti centri commerciali.
Insomma, una Parigi ben diversa, sia etnicamente che socialmente, da quella che avevo visto trent’anni fa. Ed è stato proprio lungo la “linea 4” del metrò che, durante una sosta, una frase graffita su un muro in ristrutturazione mi ha colpito:
«Il fait noir au pays des lumiéres». Dapprima ho pensato a una protesta che ironizzasse sulla Francia come patria del pensiero illuministico [6] detto anche “Âge des lumières”). Poi, verificando su Internet, ho scoperto che invece si tratta un graffito-messaggio diffuso da un certo “Jack le Black”, pseudonimo di Attal Madison [7], un artista poliedrico che si dedica alla comunicazione grafica, video, digitale etc.
La suggestione che la frase mi aveva suscitato sembrava sfumare nell’idea di una delle tante espressioni della “
street art[8]. Ma, complice un ritardo del taxi che ci doveva riportare all’aeroporto, ho fatto una lunga chiacchierata con il receptionist dell’albergo partendo dai risultati delle ultime elezioni francesi: ho così scoperto (parlandone con un signore dai capelli ormai bianchi) che quella frase era ben nota a molti parigini. Così, partendo dal domandargli che cosa esattamente significasse in francese “il fait noir”, il suddetto me ha fornito varie sfaccettature interpretative di cui, evidentemente, aveva già parlato con altri:
– quella letterale, “c’è buio”, equivalente (anche in senso simbolico) al nostro “è notte fonda”;
– quella storica, cioè nella patria dell’illuminismo i “lumi” ossia “la ragione” oggi brillano per assenza;
– quella politica, il colore della destra fascistoide, oggi nuovamente rampante.
Infine, l’interpretazione che risponde all’etno-razzismo anti-africano, quasi che la presenza dei “neri”, migranti o residenti, contrasti la radice storico-illuminista dell’identità francese.
Mi pare che in queste possibili letture popolari ci sia già molto da riflettere sulla complessa problematicità proposta dalla suddetta frase.
Se invece qualcuno passerà da Parigi nei prossimi giorni (o da Ginevra dal 25 maggio al 2 luglio) potrà forse capirne di più visitando la mostra che “Jack le Black” terrà alla “Galleria 5ndn”, cioè al numero 5 di rue Notre Dame de Nazareth
[9].

LINKS

  1. http://musee-archeologienationale.fr/
  2. http://www.marcheauxpuces-saintouen.com/1.aspx
  3. https://www.centrepompidou.fr/
  4. https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_del_Sacro_Cuore
  5. https://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_di_Montmartre
  6. http://www.treccani.it/enciclopedia/illuminismo/
  7. https://vimeo.com/214746120
  8. http://www.treccani.it/enciclopedia/street-art/
  9. atelierjackleblack.com + https://it.eventbu.com/paris/il-fait-noir-au-pays-des-lumieres-vernissage/1727239

LE IMMAGINI: la foto del gatto “cimiterizzato” è di Giorgio Chelidonio; per il graffito vedi https://pbs.twimg.com/media/C2YTYY-XUAIP72U.jpg

 

Giorgio Chelidonio

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