Il Festival del silenzio

di Susanna Sinigaglia

 

Durante il weekend del 16-18 marzo si è svolta a Milano una manifestazione singolare e interessante, il “Festival del silenzio”, su iniziativa della compagnia di danza Fattoria Vittadini e a cura di Rita Mazza, attrice esperta nella LIS, la lingua italiana dei segni. Patrocinato da Fondazione Cariplo, SIAE, Regione Lombardia ed ENS (Ente nazionale sordi) a questo festival – unico in Europa nel suo genere – sono stati invitati artisti udenti e non udenti. Uno dei suoi scopi principali era ottenere il riconoscimento ufficiale della lingua come patrimonio culturale di tutti e non come espressione di un “handicap”; la lingua dei segni assomiglia infatti a una danza, praticata facendo volteggiare principalmente le mani. E un primo passo in questa direzione è stato l’assegnazione al festival della Medaglia del presidente della Repubblica, arrivata a sorpresa due giorni prima del suo inizio.

La mattina dell’inaugurazione erano previste due performance – The Medium is the Massage (MIM) di Jacques-André Dupont e Off Kilter di Ramesh Meyyappan –, le proiezioni non stop di “Cinedeaf” e poi la presentazione ufficiale e apertura del festival con la partecipazione di varie autorità, fra cui l’assessore alla cultura del Comune di Milano e quello della Regione, il presidente dell’Ente nazionale sordi-sede di Bologna, e personalità dello spettacolo fra cui Ariella Vidach, titolare del Didstudio, che ha prestato i suoi locali per le performance. Si è anche inaugurata una mostra sul “Transfurismo” una corrente artistica con particolare attenzione alle parole intese come segni e perciò visivamente scomponibili che si è sviluppata nell’ex Unione Sovietica dalla fine degli anni ’60 alla fine degli ’80 e si è espressa principalmente sulla rivista “Transponans”, tratteggiando così le linee portanti del postmodernismo russo.

Ho partecipato alla prima delle due performance, attratta e incuriosita dal titolo che rimanda al famoso principio enunciato da McLuhan. L’aneddoto narra che il libro scritto dallo stesso McLuhan e Quentin Fiore sia stato intitolato The Medium is the Massage – “Il medium è il massaggio” – per un errore tipografico, e il grande studioso volle tenerlo così perché si veniva a creare un curioso gioco di parole: infatti l’inglese “massage” può essere scomposto in “mass age” – quindi traducibile con “proprio delle masse” – mentre “message” è scomponibile in “mess age”, ovvero “proprio del caos”. Tuttavia McLuhan intendeva anche che il medium massaggia i sensi di chi ne è il fruitore. Jacques-André Dupont ha spinto oltre questa interpretazione, e perciò il principio di McLuhan è diventato “il medium è il massaggio” nel significato letterale del termine; un’interpretazione molto pertinente con il tema del silenzio, dove la comunicazione non avviene tramite la parola o il suono ma nemmeno attraverso la lingua dei segni bensì attraverso il contatto, la tattilità. La performance quindi consisteva in una sessione di massaggio cui si sottoponevano i partecipanti, il pubblico. A cinque per volta, gli spettatori sono stati invitati ad accomodarsi cavalcioni su poltrone studiate appositamente per il massaggio della schiena.

 

Un altro gruppetto invece assisteva all’esperimento, apprezzando anche le immagini dell’artista Anthony Oilhack proiettate sulla parete bianca di fronte e che serviva da schermo. La sessione era accompagnata dalle musiche di Clément Destephen, mentre oltre a Jacques-André Dupont, i performer-massaggiatori erano della Fattoria Vittadini, la compagnia promotrice del festival.

 

L’esperienza è stata molto piacevole, quasi erotica, intesa fra l’altro a sottrarre il massaggio allo stereotipo che lo vorrebbe relegare nel ruolo di strumento terapeutico, restituendogli così la sua dignità di linguaggio. Jacques-André Dupont esplora la relazione tra tangibile e invisibile, la sua ricerca si interessa anche della relazione tra corpo, tecnologia e coreografia secondo la metodologia della Coreografia tattile (Touch Choreography) che ha dato vita alla performance interpersonale MIM.

Un’altra performance di notevole interesse cui ho potuto assistere si è svolta domenica pomeriggio: è quella di Olimpia Fortuni intitolata Soggetto senza titolo. Accompagnata dal discorso tenuto da Josè Pepe Mujica alle Nazioni unite nel 2012 sui disastri del consumismo e del modello economico che tuttora s’impone al mondo, Olimpia si presenta schiacciata contro la parete in fondo allo spazio scenico indossando una tuta scura sul cui cappuccio è stata cucita una faccia da spaventapasseri di pezza rossa. Tutta la prima parte dello spettacolo è giocata sulle deformazioni di questa faccia ottenute dalla performer allungando o allargando con la mano faccia e cappuccio in un gioco grottesco, mentre il corpo ne segue volteggiando le contorsioni.

 

Poi, appesa la parte superiore della felpa a un chiodo sulla citata parete, la performer si presenta a dorso nudo e a quattro zampe soffiando come un felino arrabbiato per poi iniziare con la danza una ricerca del movimento alla scoperta di se stessa.

In sintesi, a Milano si è svolto un festival nato da un’idea originale e stimolante, che dovrà precisare meglio, in futuro, il suo percorso.

 

Redazione
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