Il gran pianista bianco (mai esistito) che suonava musica nera

Daniele Barbieri recensisce «Le strade d’oro» di Evan Hunter che poi sarebbe Ed McBain che poi sarebbe SAL

«Voglio imparare a suonare il bop» prima. E poi «Voglio essere il più grande pianista jazz di sempre». Così il ragazzino Ignazio Silvio Di Palermo (alias Blind Ike ma poi cambierà il suo nome in Dwight Jamison) si rivolge a Biff Anderson che è un buon pianista pur se vecchio stile. Ed entrambe le volte Biff risponde: «Oh, meeeerda!»; con 4 e per chiarire il concetto. Ma il ragazzo insiste e Biff accetta di aiutarlo. Il pianista cieco dai molti nomi (Ignazio, Ike, Dwight) «fino al 1950 non aveva mai pensato di diventare un bianco che suonava musica nera» e invece sarà un buon musicista e farà anche soldi.

Siamo in un bellissimo romanzo «Le strade d’oro» – originale «Streets of Gold» del 1974 – che trabocca di jazz, scritto da un altro uomo con molti nomi (per tacere dei 6 pseudonimi): Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino ma famoso come Ed McBain. Morto nel 2005, fu romanziere molto prolifico. Noto ai più per i gialli (la serie dell’87° distretto) ma anche come sceneggiatore, a esempio per «Gli uccelli» di Hitchcock.

Salvatore Albert Lombino – d’ora in poi SAL – era figlio di italiani emigrati negli Usa e originari di Ruvo del Monte (in provincia di Potenza). Ed è grazie al Comune di Ruvo che «Le strade d’oro» nell’estate 2019 è stato finalmente tradotto (da Giuseppe Costigliola) in italiano. Non lo trovate in libreria. L’unico modo per averlo è scrivere alla Pro Loco di Ruvo del Monte (contatti@prolocoruvo.net): ve lo mandano contrassegno per 10 euri – sono 524 pagine – più le spese postali.

«Le strade d’oro» è dedicato al nonno di SAL cioè Giuseppantonio Coppola, a fine Ottocento in fuga dalla filossera che aveva colpito le vigne, per immigrare verso luoghi dove secondo molti le vie erano lastricate d’oro.

E’ la storia di come un immigrato diventa «americano» (cosa voglia dire non è chiarissimo). Quanti film e libri raccontano biografie simili? Per me il più bello su grande schermo resta «Gli amici di Georgia» (titolo originale «Four Friends») di Arthur Penn che però non parla di italo-americani.

Fra i tanti libri in tema questo è il più bello che conosco: per ironia, per spregiudicatezza (nel parlare di sesso), per scrittura. E per il tanto jazz.

Quel che più interessa – soprattutto chi legge «Musica jazz» (*) – è come Evan-Ed-Salvatore ci catapulta (attraverso Ignazio-Ike-Dwight) in mezzo ai musicisti del be bop e degli anni seguenti. Finzione e verità. Nella nota finale Evan Hunter spiega: «Personaggi, eventi, persino alcuni luoghi sono immaginari. E mentre le frasi attribuite a musicisti jazz esistenti sono state effettivamente pronunciate in una qualche occasione non furono certo dette da Dwight Jamieson […] Marian McPartland, per esempio, fece davvero quel commento sui batteristi che scomparivano ma lo disse al pubblico che era accorso a sentirla suonare al Hohn Drew Theater a East Hampton nell’estate del 1973».

E i musicisti veri? E’ Art Tatum che fa innamorare Ike del jazz e dunque all’inizio è ovunque e quasi da solo. Via via irrompono Oscar Peterson, Bird e Dizzy, Bud Powell e Kenny Clarke (non troppo amati da Ike), Sidney Bechet, Coleman Hawkins, Tadd Dameron, George Shearing, Max Roach…

Ed è proprio Oscar Peterson il protagonista di una delle più ipnotiche perdite di verginità (maschili) che io conosca. La parola a Ike cioè a Evan Hunter. «Adesso tenterò qualcosa che potrebbe spaventare persino uno come Oscar Peterson. Dimostrerò cosa significa suonare un assolo jazz e lo farò istituendo un paragone con quel che accadde con Susan […] una volta che superammo i preliminari, le tolsi la camicetta, il reggiseno, la sottoveste e infine le mutandine […] Vi proverò non solo che grande pianista sono […] e come apparirebbe il jazz se voi lo leggeste invece di ascoltarlo. Impossibile, dite? Aspettate un attimo, non avete ancora visto niente. Per semplificare le cose […] ricorrerò allo spartito di un blues di dodici battute con solo ventuno accordi». E così avanti per quasi 5 pagine mescolando swing e approcci sessuali, sino al gran finale musical-erotico.

Avete amato la scrittura jazz di Kerouac? Hunter è meglio.

Lo consiglio assai, assai, assai a chi ama i bei libri, il jazz e l’umorismo: qui una battuta tira l’altra per pagine intere. Non conosco l’inglese ma credo che il traduttore abbia visto i sorci verdi per rendere alcuni giochi di parole pazzeschi.

Nel libro, quasi autobiografico, di un italoamericano (di successo) possibile che non ci sia la mafia? Come no. E siccome Evan Hunter si diletta con gli acrostici la chiama «Malavita Associata Federata Italo Americana» ma anche «Muscolare Azione Federata per Intensificare l’Ansia» oppure «Masnada che Affligge e Forza gli Indipendenti all’Acquiescenza».

Il finale? Scopritelo voi. Ike vi regala un indizio: «Questa è l’America. Si vince e si perde facile».

(*) Questa recensione è uscita – parola più, parola meno – sul mensile «Musica Jazz» di aprile. Lo trovate in edicola per 10,90 euri con il cd «Let the Good Times Roll» del sassofonista, cantante e showmen Louis Jordan: 26 brani divertenti e leggeri. Un bel numero questo di «MJ» con un dossier per McCoy Tyner – «unico e inimitabile»: ben detto – che è morto il mese scorso, con una lunga intervista a Stefano Bollani, al solito molti ritratti (fra gli altri Kurt Elling, Nina Simone, Tadd Dameron, Robby Ameen, il bluesmen Albert King… ) con spazio a musicisti giovani e bravi (Marco Bardoscia, per dirne uno) oltre alle consuete recensioni e rubriche.
Devo dirvi però la strana sensazione che mi ha fatto stamattina andare in edicola e ritrovare – dopo 52 anni circa – un mio articolo su «
Musica Jazz». Ho pensato:
altro che tempi fermi, qui si torna indietro (maaaaagari).

E a proposito del tempo veloce, lentissimo, circolare… sfogliando le pagine di questo «MJ» scopro che è uscito un cd del mio amato Pharoah Sanders. Una nuova incisione? No, è un live del novembre 1975. Però il vecchio leone – 8 anni più di me – suona e incide ancora, insomma ruggisce… ben più di me. Bella forza però: il “fararaone” ha il sax e io soltanto il mouse.

 

 

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Daniele Barbieri

    ieri notte WYNTON MARSALIS ha organizzato una maratona jazz; grazie a Michele l’ho trovata in rete
    è qui: https://www.youtube.com/watch?v=IjJbZetCvGw
    VE LA CONSIGLIO.
    Se ho contato bene – quando lo schermo “si spezzava” – nel primo brano sono collegati 18 musicisti (in ordine alfabetico Belgio, Brasile,Cuba, Germania, Giappone, Italia, Pakistan, Russia, Spagna, Sud Africa e ovviamente Usa) riuniti per suonare … Poi ci sono a soli e duetti dal vivo (cioè da casa). Ma anche orchestra più coro ovviamente con pezzi di “archivio”.
    Bello da ascoltare in sottofondo ma anche da vedere tutto, come ho fatto io. Poco meno di 90 minuti. Avrei preferito meno parole (ma forse è perchè non capisco l’inglese) e più musica. Tutto abbastanza “tradizionale” (come piace a Marsalis) ma sempre godibile. Poteva mancare “Take Five”? Stefano Di Battista (verso il minuto 30 se volete saperlo) ricama su “O sole mio”: temevo peggio, insomma un bravo jazzista farebbe diventare jazz persino un orso che russa (o no?). Non so l’inglese e dunque non ho capito le introduzioni: oltre ai musicisti e alle musiciste c’è anche Glenn Close. E a proposito di inglese qualcuna/o di voi che “smanettate” tutto il giorno mi sa dire se esiste un programma per sottotitolare mentre lo vedo? Mi piacerebbe soprattutto “capire” cosa è stato detto nelll’omaggio a Coltrane. IN OGNI CASO 100 di queste maratone.

  • Bellissimo, il jazz riesce a portare il sole di notte, regala gli occhi della musica, è energia, poesia, mi sto gustando la maratona, ci sono i sottotitoli in inglese all’inizio… (con il pulsante delle opzioni possono essere disattivati, ma sono solo in inglese). Pure 1000 di queste maratone. Grazie per la condivisione.

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