Il meglio del blog-bottega: 43

andando a ritroso nel tempo (*)

Edgar Morin: di Marx, di Mad Max, di prassi e fantasmi


EdgarMorin

«L’azione è costantemente minacciata dal fallimento. O piuttosto non è altro che una sequela di fallimenti interrotti da una riuscita […] Vi sono dunque scommesse, cadute, tentativi, errori. Fallimenti, follie. Il mondo della politica non è come quello del pensiero che cancella le sue ipotesi, che tace i suoi sogni e i suoi deliri […] E’ il mondo del triplo rischio: materiale, etico e dialettico». E poche righe dopo: «La politica è la più barbara di tutte le arti».

Riprendo queste frasi dal secondo capitolo di «Pro e contro Marx», appena tradotto da Erickson (104 pagine per 10 euri) di Edgar Morin con il sottotitolo «Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi».

Il secondo capitolo si intitola “La dialettica e l’azione” e riprende un saggio del 1958 che Morin ha rivisto e attualizzato per questo libro. Piccole modifiche… Sono rimasto davverodavvero impressionato a scoprire che gli articoli e i saggi qui riuniti risalgano perlopiù a 50 anni or sono. Il più recente – si fa per dire – è del 1993 ma venne ripubblicato, pari pari, nel 2007 a dimostrare che Morin sa guardare lontano, che il suo articolato rapporto con Marx resta così profondo da non temere le svolte (meglio: i terremoti) della storia. E’ corretto dunque quello che Morin scrive nella prefazione del gennaio 2010: «Di fatto per tutta la vita, in tutta la mia opera, sono restato fedele alla prospettiva marxiana della mia adolescenza ed è proprio questa “fedeltà” che […] mi ha spinto a “superare” Marx nel senso hegeliano del termine (superare conservando)».

Sono ben pochi – e perlopiù eretici come Cornelius Castoriadis – i marxisti con i quali si confronta Edgar Morin mentre ricorda i nostri debiti («mi baso più su Eraclito, Montaigne, Pascal, Shakespeare») e invita a fare i conti con le novità (Einstein e Foucault soprattutto).

Sin dalla prefazione Morin ci invita a rifiutare il generico “uomo”. In primo luogo «abbandonando il maschile» ma concependo l’essere umano «in modo trinitario, cioè inseparabilmente individuo-società-specie». L’homo non è soltanto sapiens (cioè razionale), faber (produttore e creatore), oeconomicus (spinto cioè dall’interesse materiale) ma anche ludens (mosso dal gioco, dal puro piacere) e demens (delirante). E su quest’uomo demens – insensato distruttore anche del pianeta, l’unica casa che ha – Morin torna più volte, in particolare per invitarci a vedere l’essere umano «complesso, multiplo che porta in sé un cosmo di sogni e di fantasmi» (pagina 76) e «farla finita con il mito unilaterale di homo sapiens per considerare la complessità indissociabile dell’homo sapiens-demens» (pag 90).

Ancora nel secondo capitolo, Morin polemizza con i marxisti dogmatici e ricorda che «le sintesi, nella vita, sono provvisorie e parziali […] La dialettica procede a strappi, con uno sforzo che ricomincia di continuo». E’ uno dei passaggi decisivi del libro anche per la capacità di Morin nel mettere a confronto il reale e l’immaginario – cito dal terzo capitolo: «c’è sempre una parte di magia di cui abbiamo bisogno» – e nel ricordare che «per essere veramente realisti bisogna essere un po’ utopisti». Pagine che hanno una doppia valenza visto che sono state scritte da chi non si è mai nascosto dietro le presunte necessità della storia con la S maiuscola per giustificare anche gli orrori di Stalin (e infatti il paragrafo si intitola «si comincia con l’essere “realisti”, si finisce per essere bestie»).

Non ci sono risposte facili, pronte una volta per tutte. «Non c’è uomo totale. Le nostre contraddizioni e i nostri limiti non possono essere soppressi. Essi ci spingono al contrario a trasformarci trasformando il mondo». Ed è ragionando sulla prassi – «se si pensa troppo non si agisce più, se si agisce troppo non si pensa più eccetera» – che Morin arriva al concetto con cui ho aperto questa mia recensione-riflessione. Ovviamente non mi provo a riassumere tutti i passaggi in poche righe; invito a leggere questo libro, a entusiasmarsi e magari – se non si conosce il Morin più recente – a fare i conti con le altre sue opere, con il “metodo” che è andato elaborando.

Il quinto capitolo – «Alla ricerca dei fondamenti perduti» del 1993 ma “attualizzato” al 2010 – ci piomba nella barbarie dell’oggi, nella sparizione dei “grandi progetti” (sostituiti dai sondaggi, ironizza Morin), nelle grandi possibilità e grandi inquietudini collegate alle neuroscienze, in un mondo dove «si pensa sia normale distruggere le eccedenze agricole europee mentre la fame colpisce un quarto dell’umanità» e dove «chiamiamo realismo l’assenza di pensiero». Sono 15 le sfide individuate da Morin per il nuovo secolo e, a fine libro, propone «4 finalità» concrete per salvare «la patria terrena». Il «nodo gordiano» infatti è un pianeta che si unifica mentre tutto «diviene sempre più frammentato», mentre «l’incomprensione non fa che accrescersi». Una nuova barbarie tecnica si allea a quelle antiche e – se non invertiamo la rotta- ci aspetta «nel migliore dei casi il Medio Evo planetario, nel peggiore Mad Max». Il nemico è il «pensiero chiuso» nella variante della «tecnoscienza burocratizzata» e del «pensiero sempre più locale». Ci occorre un pensare in grado di «cogliere la multidimensionalità della realtà» e magari anche un altro sguardo che, come suggerì Shakespeare, sia capace di «fragore e furore».

Oggi – «nel mezzo di un combattimento formidabile fra solidarietà e barbarie» – quale Marx? Una conclusione è difficile da riassumere ma quel sotto-titolo («ritrovare Marx sotto le macerie dei marxismi») è la linea-guida; come precisa alla fine della prefazione «per me Marx è “multipresente” ma mai dominante […] Sempre più convinto che si debba sia conservare Marx sia criticarlo, sia criticarlo che conservarlo».

Morin ritrova oggi un altro Marx che «restava in ombra» quando «il totalitarismo detto comunista mi sembrava divenuto il pericolo maggiore per l’umanità». E’ il Marx «pensatore della mondializzazione […] di un capitalismo che crea non solo un prodotto per il consumatore ma un consumatore per il prodotto». Scrive Morin di avere «integrato la visione critica di Marx in una visione della navicella spaziale Terra trascinata via da quattro motori uniti e incontrollati: la scienza, la tecnica, l’economia, il profitto». Quello che Morin ama è il Marx “universalista” ma «con una aggiunta capitale: il mio rifiuto dell’universalismo astratto, cieco nei confronti delle differenze e delle diversità».

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” (che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog) recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 8mila articoli sono taaaaaaaaaaaaanti e si rischia (nonostante i “santi” tag) di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… di 5 anni fa all’incirca: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o magari spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – noi speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

La redazione (in ordine alfabetico): Alessandro, Alexik, Andrea, Barbara, Clelia, Daniela, Daniele, David, Donata, Energu, Fabio 1 e Fabio 2, Fabrizio, Francesco, Franco, Gianluca, Giorgio, Giulia, Ignazio, Karim, Luca, Marco, Mariuccia, Massimo, Mauro Antonio, Pabuda, Remo, “Rom Vunner”, Santa, Valentina e ora anche Riccardo e Pietro.

 


Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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