Il meglio del blog-bottega: 44

andando a ritroso nel tempo (*)

L’ultimo Dick e la trilogia di Valis

PhilipDick-testa

Dick, Dick, sempre Dick. Rileggerlo e amarlo ogni volta un poco di più; sto parlando di un piacere (una “condizione”) che divido con altre/i. Mai piaciuti i fan-club totalizzanti, integralisti per cui frequento anche non dickiane-i. Ci mancherebbe. Se capita però provo a fare proseliti: non per allargare il “fan club Pkd” ma perché credo realmente di “donare” molto – qualche universo oserei dire – a chi non ha mai letto nulla di suo. Posso consigliare a profane/i un Dick qualsiasi (non lo farei mai con altri autori e autrici) perché persino i testi che amo meno, quelli (non fantascientifici) degli esordi o i due Dick “dimezzati” – «Deus Irae» e «L’ora dei grandi vermi» scritti in condominio – sono comunque una lettura che slaccia il cervello e scombussola altre parti della nostra anatomia laddove piaceri e inquietudini si incontrano e spesso litigano per fare il punto della situazione.Ma… c’è un Dick che amo eppure non consiglierei a profane/i ma solo a dickiani di lungo corso. E vengo a confessarmi qui pubblicamente, del tutto insicuro se sto commettendo un peccato. Ed è anche per questo che oggi su codesto blog trovate (programmato per le 12) un altro Dick, quello di Fabrizio Chiappetti, a interloquire con il mio.

Il Dick che “amo” ma esito a fare “amare” è uno e trino, proprio come accadde in certe religioni. E’ infatti la «Trilogia di Valis» che viene ora riedita in un solo, bel volume da Fanucci (748 pagine per 19,90 euri) ovvero i romanzi «Valis» del 1981, «Divina invasione» pubblicato l’anno successivo – quello della morte di Dick – e «La trasmigrazione di Timothy Archer». Trilogia che fu completata pare in una dozzina di giorni, con l’urgenza (dice il senno di poi) di chi sente le ore contate.

Nel rileggere in questi giorni la trilogia sto capendo meglio perché questi tre Dick rispetto a tutte le altre sue opere mi appaiono diversi, meno “socializzabili”… pur se sono geniali e in molte parti scritti benissimo, pur se li amo.

Provo a spiegarmi ora o alla fine di questa recensione-riflessione?

La seconda.

Prima vi voglio gettare un pochino dentro le pagine.

Ad aprire il primo romanzo della trilogia è la citazione d’un (immaginario) dizionario secondo cui «Valis è l’acronimo di Vast Active Living Intelligence System […] una perturbazione del campo della realtà, in cui si forma un cortice negentropico spontaneo automonorizzante che tende progressivamente a incorporare e assimilare l’ambiente circostante in strutture informative. Caratterizzato da quasi-coscienza, finalismo, intelligenza […]».

Le prime tre parole del romanzo sono «l’esaurimento nervoso» e già nella seconda pagina Dick suggerisce che «impazzire talvolta è una reazione appropriata alla realtà». Chi sta narrando è il protagonista, Horselover Fat, il quale però subito spiega: «sto scrivendo in terza persona per amore di obiettività». Non è vero e infatti ecco arrivare un altro narratore, che è poi lo stesso Dick pronto a vivisezionare Fat. Ecco un esempio: al termine di un passaggio scritto dal Fat io narrante irrompe qualcun altro: «Pensando alla pazzia Horseloveler Fat scivolò poco alla volta nella pazzia. Vorrei averlo potuto aiutare». Un gran casino. Nel frattempo Fat incontra Dio o meglio «un vaso di terracotta», costruito da una ragazza, e lì dentro «sonnecchiava Dio». Un incontro che ferisce Fat, nel senso materiale, attraverso «un raggio di luce rosa» (in realtà un colore che non esiste sulla scala cromatica) che lo lascia cieco per tre giorni ma gli fornisce la «consapevolezza di cose che non aveva mai saputo». Così può salvare suo figlio che «aveva un difetto congenito non diagnosticato». Fat si convince che «la natura dell’universo è l’informazione». Ma se noi siamo parti di un grande Cervello (dio, universo, Zebra, Logos o quel che sia) perché non lo sappiamo? «Il significato originale della parola “idiota” è privato. Ciascuno di noi è diventato privato, non partecipa più al comune pensiero del Cervello, tranne che a livello subliminale».

Ma c’è un solo dio? Oppure – «Fat aveva l’abitudine di citare Platone» – la mente, il nous «opera per assoggettare l’ananke, ossia la cieca necessità»? E’ tipico di Philip Dick nel bel mezzo di una riflessione complessa regalarci qualche paradosso del tipo «l’universo è una bolletta non pagata» per poi tornare subito serissimo e citare Eraclito. Nella storia che intanto scorre per le righe, Fat deve convincere gli psichiatri a non curarlo e dunque «indossò i panni della sanità mentale, meglio che poté». Ma finisce rinchiuso… e «ti costa pure un sacco di soldi». Fat o forse Dick ci ricorda che «la distinzione fra normalità e pazzia è più stretta di una lama di rasoio, più affilata dei denti di un mastino, più agile di un cervo. E più sfuggente di un fantasma». Con paradossale fortuna il dottor Stone, il capo del reparto, gli dà ragione quasi su tutto e dunque contraddice le due regole che Fat-Dick ha appena formulato: «1) coloro che sono d’accordo con te sono pazzi. 2) Coloro che non sono d’accordo con te hanno il potere». E’ peggio del «Comma 22» di Joseph Heller. Ma l’incontro con Stone induce Fat-Dick a riformulare quel ferreo duetto in questo modo: «1) Alcuni di coloro che hanno il potere sono pazzi. 2) Costoro sono nel giusto». Più avanti Dick scalcia via Fat dallo scranno di narratore (ma forse se ne possono accorgere solamente i dickiani militanti) e racconta un episodio biografico: «Una volta, mentre tenevo una conferenza […] uno studente mi chiese una definizione semplice di realtà. Io ci pensai su e risposi: “La realtà è quello che quando uno smette di crederci non sparisce”».

Nella storia – ricca di eventi e personaggi, come sempre in Dick – i rimandi al mondo cosiddetto reale, gli Usa in questo caso, sono continui e corrispondono almeno in parte ai nostri. Ma nel micro-universo di Fat-Dick da un lato «l’epoca delle droghe era terminata e tutti si davano da fare per cercare una nuova ossessione» e dall’altra «gli uomini e il mondo sono mutualmente tossici». Casino totale.

Potrei continuare a lungo così, per ognuno dei tre romanzi. E credo che anche i digiuni di Dick rimarrebbero affascinati da molti stralci. Perchèé allora mi sento di fare questa distinzione così netta (manichea?) fra la totalità dei romanzi – da consigliare a tutte/i – e questa trilogia da sconsigliare ai non già dickiani? Penso che la risposta si muova dalle parti della mia personalissima inquietudine: ho sempre creduto di avere in comune con Philip Dick il vivere con un piede (una testa?) nella realtà e con l’altro piede (il cervello due?) nella fantascienza, negli universi e nei domani possibili. Pensavo e penso che questo fosse un buon modo per tirare avanti senza farsi fregare; forse l’unico “buon modo”, per quel che mi riguarda. Molti punti di questa trilogia e quel che sappiamo della biografia di Dick ci danno la quasi certezza che lui su Valis e dintorni avesse riunito le gambe per saltare definitivamente nei territori dell’immaginario. La bella prefazione di Carlo Pagetti ricorda alcune celebri annotazioni dell’ultimissimo Dick: «mi sembra di vivere sempre di più dentro i miei romanzi […] sto perdendo contatto con la realtà? O forse è la realtà a scivolare verso un certo tipo di atmosfera alla Philip Dick? […] Sono io il responsabile?». Eppure le «apparizioni mistiche» che trasformarono la sua vita risalgono al 1974. Cosa lo ha spinto poi, quasi 8 anni dopo, a trasferirsi di botto in un solo universo, lui che era riuscito sempre ad abitarne tanti? Non lo so.

Spero che molte e molti (in particolare un paio di Andrea, Fiorella, Mario, Salvatore, e un paio di Vincenzo) mi capiranno o almeno mi perdoneranno, forse mi spiegheranno dove sbaglio nel dividere i Dick in “per tutte/i” e “per vaccinate/i”. Insomma: Philip ti amo anche per questa trilogia ma preferisco proporre ai non dickiani gli altri tuoi libri, tutti dalle parti di una “penultima” verità. Non t’arrabbiare. E lì, dove forse sei, ove mai ti capitasse di incontrare John Coltrane abbraccialo da parte mia, grazie. (*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” (che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog) recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 8mila articoli sono taaaaaaaaaaaaanti e si rischia (nonostante i “santi” tag) di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… di 5 anni fa all’incirca: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o magari spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – noi speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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