Il meglio del blog-bottega: 65

andando a ritroso nel tempo (*)

db: «Due rec agli universi ortogonali di Caronia»

UniversiQuasiParalleli-Caronia
Proprio dal mondo in cui ora avete posato il culo su una sedia – o simile – arriva la mia recensione numero uno. Chi frequenta la (buona) fantascienza sa cosa sono gli universi paralleli. Per tutte le altre e gli altri (comprese le meduse galleggianti di Orione-4pp, senza culo e senza sedie, che si sono abbonate a questo blog pagando la bolletta in succhi di mango alieno) darò qualche spiegazione anche se la definizione è abbastanza intuitiva: a fianco del nostro mondo ne “scorrono” infiniti altri dove per ogni possibile evento storico (l’attuale papa è Martini; Susi non mi ha lasciato; o se preferite Cromagnon e Neandherthal si allearono) si è creata un’altra realtà. Per saperne di più restate sintonizzati ma per ora questo vi basti. La nozione di universi paralleli risulta comunque ostica a qualcuna/o ma Antonio Caronia, sulla scia di Philip Dick – ssl, sempre sia lodato – la complica un pochino nel suo «Universi quasi paralleli» (208 pagine per 13 euri) sottotitolo «dalla fantascienza alla guerriglia mediatica», Cut-up edizioni, uscito nel 2009 ma in quell’anno mi ero distratto perciò l’ho letto da poco. Sono scritti usciti fra il 1981 e il 2005, perlopiù introvabili e – a mio avviso – di sorprendente attualità.In che senso gli universi del titolo sono «quasi» paralleli? Per spiegarlo Caronia riprende questa frase di Philip Dick, ssl: «dalla nostra esperienza del tempo – che si pone ortoganalmente rispetto alla reale definizione del suo flusso – ricaviamo un’idea completamente errata della sequenza degli eventi, della causalità, di che cosa è passato e di cosa è futuro, di dov’è diretto l’universo».

Nell’introduzione – intitolata «L’anacronismo del possibile: dalla fantascienza alle pratiche radicali» – Caronia spiega come e perché ha assemblato materiali assai diversi. Nel passaggio da una letteratura all’immaginario sociale, a pratiche di sovversione, dall’urgenza di un futuro che galoppava a un presente immobile, che ruolo gioca la (buona) fantascienza e «soprattutto quella radicale»? Due i punti fondamentali: «essa minava la nozione più ristretta di realtà […] reintroduceva il possibile come irrinunciabile elemento costitutivo del reale». E per confermare questa tesi Caronia ci regala una bella citazione di Robert Musil che ufficialmente non è scrittore di fantascienza. Il secondo motivo d’interesse – Caronia dixit – è che questa particolare letteratura ha contribuito «a mettere in discussione la neutralità della narrazione», come mostrano anche Foucault da una parte e il pensiero femminista da un’altra. Per abitudine e per amor di sintesi riassumerei questi due concetti in una sola citazione (di Paul Watzlawick): «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà».

Elogiata la (buona) fantascienza, Caronia si getta – di gran fretta – nel passaggio successivo, legandola «alla critica corrosiva del fake, alle identità immaginarie e collettive, alla guerriglia mediatica», arrivando ai movimenti che furono etichettati no global (ma la definizione «altermondialisti» è meno strangolante e imprecisa) .

Così la prima parte del volume è dedicata a «Philip K. Dick e dintorni» (ma anche a Samuel Delany, purtroppo molto meno apprezzato, e al cosiddetto movimento cyberpunk) mentre la seconda e la terza sezione del libro fluttuano nei dintorni di Luther Blissett e di altre beffe sui/ai/con i media, inventando documenti fasulli ma verosimili (sulla caccia alle streghe di Salem nel 1692-3 a esempio) o moltiplicando le sue identità come Egom Zorobian «architetto (o designer) di padre armeno e madre italiano, nato a Zagabria» ma ora a Milano dove per campare pulisce scale.

Nei pirotecnici scritti di Caronia provo a scegliere – e riassumere – tre punti particolarmente luminosi.

Il primo è l’affettuosa difesa di Philip Dick (ssl) dagli interpreti che lo amano solo nella sua fase anti-capitalistica piuttosto che in quella mistica, che lo individuano come «un profeta ante litteram della New Age» invece che «come una persona clinicamente pazza». Caronia difende il costruttore di mondi, «il tono sommesso e doloroso» della sua scrittura, il «pizzico di empatia» che conserva verso ogni diversità, anche la più sconvolgente. Io avrei, più rozzamente, detto: «fanculo chi vuole complicare la profonda semplicità di Philip Dick (ssl)».

Il secondo punto che ho molto amato in questi scritti è nel gioco delle identità-pseudonimi-doppi che Caronia intreccia su Paul Auster, William Wilson, Luther Blissett passando per il suicidio di Andrea Ruga (incapace di reggere il peso di un’omonimia). «Bisogna accettare […] che non siamo noi che parliamo ma è il linguaggio, un processo sociale e collettivo che ci parla; che nell’era della produzione post-fordista essere “uno, nessuno, centomila» può non essere una malattia». Combinazione: il 14 dicembre a Roma uno dei fermati aveva proprio questo titolo – “Uno, nessuno, centomila” sullo scudo per difendersi dai robocop di Gelmini-Tremonti.

Il terzo più che un passaggio è il disseminare le pagine di rimandi preziosi e controcorrente al cinema (Cronenberg in testa), alle avanguardie (Duchamp ssl anche lui), alla scienza anarchica di Feyarebend, agli esperimenti linguistici (ricordate il faraone Psammetico?), alla cronaca rimossa («il gigantesco fallo eruttante fuochi d’artificio» in piazza Duomo a Milano) e ovviamente alla forza delle fanta-scienze (in particolare con i rimandi ad Alice Sheldon che si finse James Tptree junior o a Michael Swwanwick)

Una serie di scritti non facile ma preziosa, infettiva, spiazzante.

La recensione che sin qui avete letto, io – quello specifico io – l’ho scritta nel particolare mondo dove è appena iniziato il 2011 (però non tutte/i contano così) dove l’altroieri Roma sconfisse Cartagine e appena uno sputo di tempo dopo le visioni convergenti di Lenin e di Taylor prevalsero sulle eresie di Rosa Luxemburg e di Gandhi, bla-bla. Per capirsi scrivo nel segmento spazio-temporale dove P2-1816 è il numero della tessera di un gangster che si chiama Silvio Berlusconi. Però ho il privilegio di poter, ogni tanto, saltare in uno degli universi paralleli – ortogonali se preferite – e da qui (è il 5 aprile 1977 se vi interessa) posso inviare la seconda recensione. Che è sostanzialmente identica alla precedente, salvo per quanto ora leggerete.

Odio ferocemente Antonio Caronia perchè in questo up, cioè universo parallelo, oppure uo (universo ortogonale) lui è l’unico che possiede una macchina del tempo; o forse la capacità di spostare se stesso nei tempi e/o in un altro up-uo. L’odio è doppio perchè quel Caronia salta avanti per rubarmi i libri e gli articoli che io – un “io” – scriverò in quel particolare futuro e poi torna indietro per pubblicarli a suo nome. L’odio triplica perchè Caronia altera i miei scritti, lasciando l’amore per Philip Dick (ssl) ma estendendolo al cyberpunk (che quasi detesto), togliendo ogni riferimento a Theodore Sturgeon e Ursula Le Guin, allungando il brodo con dotti riferimenti ad autori che io non conosco e ogni tanto annunciando la morte della fantascienza.

Lo odio…

Dunque in questo up-uo, dopo aver scritto la recensione con annessa confessione d’odio, quell’altro mio “io” ha appena ucciso Antonio Caronia in un albergo di Ancona. Tecnicamente è andata così: un micro-robot da me (quel “me”) telecomandato si è introdotto nel suo appartamento e dopo aver seminato falsi indizi ha chiuso la porta dall’interno, trasformandosi in un “insospettabile” televisore. Ma so già che mi scopriranno perchè nell’up-uo in questione anche poliziotti e giudici leggono Philip Dick (ssl) e dunque conoscono quel trucchetto da lui inventato. Perciò ora vi devo lasciare, corro a nascondermi. Quasi certamente mi prenderanno ma per vostra fortuna – o disgrazia? – restano liberi altri “io” in altri up-uo e dunque ci rivediamo nei prossimi martedì.

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” (che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog) recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 8mila articoli sono taaaaaaaaaaaaanti e si rischia (nonostante i “santi” tag) di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… di 5 anni fa all’incirca: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o magari spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – noi speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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