Il meglio del blog-bottega: 67

andando a ritroso nel tempo (*)

db: «I mostri del sottosuolo»

Dorè-inferno

 «Ben scavato, vecchia talpa». Non è solo il motto di Karl Marx rivolto ai sovversivi che minavano le fondamenta del Capitale e preparavano la rivoluzione proletaria. E’ anche il brindisi di ogni grande opera sotto-terra. Come il primo metrò, inaugurato a Londra nel 1863 (chissà cosa ne pensò quel Marx) o lo «storico tunnel» insomma la galleria sotto la Manica che – dal 1994 – annulla il mare e aggancia per sempre Francia e Inghilterra.

Tunnel storico … per le spese più che per i successi. Fu un mezzo fallimento finanziario e un permanente inferno poliziesco per bloccare gli immigrati che cercano di infilarsi sotto un treno o negli anfratti di qualche camion. Modi di dire da aggiornare: c’è chi cerca il suo asso… oltre la Manica.

Gallerie sotto i mari e le montagne per far scorrere il traffico (e soprattutto le merci) ma anche miniere, pozzi, cunicoli per rubare ricchezze al sottosuolo. Scavare. Però bisogna fare bene i conti: capire quanto costa e se sono efficienti le macchine. Come dite? I minatori, gli operai, la loro sicurezza?… Discorsi vecchi come quel barbone ebreo. Anzi di più.

Come ricorda Jorge Luis Borges nella «Storia universale dell’infamia» fu per le miniere che si investì massicciamente nella tratta dei negri visto che gli “indi” locali non erano abbastanza resistenti. Era animato da ottimi intenti il Bartolomè de Las Casas citato da Borges ma ottenne un risultato pessimo confermando quel modo di dire (non solo minerario) secondo cui l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Così infatti Borges: «Nel 1571 padre Bartolomè de Las Casas provò grande compassione per gli indiani che si sfinivano nei laboriosi inferni delle miniere d’oro delle antille, e propose all’imperatore Carlo V l’importazione di negri». Carne fresca.

«Laboriosi inferni»: chi conosce almeno un poco le miniere moderne non cambierebbe questa espressione riferita a quasi 5 secoli fa.

In zona lo chiamano ancora il “pozzo della morte” quello dove il 4 maggio 1954 perirono oltre 40 minatori a Ribolla, nella Maremma grossetana. Su codesto blog si può leggere «La vita agra dei minatori di Ribolla» di David Lifodi. Lì non hanno dimenticato ma altrove regna la smemoratezza.

E’ uscito da poco un bellissimo romanzo su Carbonia, «Doppio cielo» di Giulio Angioni (recensione sul blog) edito da Il maestrale: storie rimosse pur se, pochi anni fa, in difesa del loro lavoro altri minatori sardi si chiusero – con la dinamite – a 300 metri sotto.

Le “risorse umane” sottoterra oggi fanno notizia solo quando, come in Cile, vengono tratte in salvo con i giornalisti a svolazzare lì sopra. Una storia che, senza il previsto lieto fine, aveva narrato nel 1951 l’ultimo film drammatico (dopo girò soprattutto farse feroci) del grande Billy Wilder: in italiano lo conosciamo come «L’asso nella manica» (minuscolo, si fa riferimento al poker non all’Atlantico) ma il titolo originale era perfetto, visto che “scavava” sotto l’economia e il cattivo giornalismo, «The Big Carnival».

Un po’ di anni dopo quel film – l’8 agosto 1956 – in Belgio la strage di Marcinelle: dei 262 carbonizzati, 136 sono italiani. Oggi tornano buoni per un po’ di retorica patriottica ma ovviamente senza ricordare che erano stati venduti (in cambio di carbone) con l’accordo De Gasperi-Van Hacker del 23 giugno 1946: 2mila ogni settimana che venivano spediti là dove i belgi non volevano andare… perchè era pericoloso e si sapeva. Se non si moriva di crolli o esplosioni, si crepava di malattie.

Le meraviglie della tecnologia permettono di andare sempre più giù ma… costano: i padroni preferiscono guadagnare con i vecchi modi, facendo morire un po’ di minatori.

Un piccolo esempio del contrasto nuove tecnologie-vecchia carne da macello? Riesce ad andare nel punto «più profondo» il famoso oceanologo Jacques Picard. Poi torna su per raccontarne: è il 23 gennaio 1960. Due giorni prima a Clydesdlade (in Sudafrica) alcuni minatori non erano andati tanto giù come lo scienziato Picard… però loro non tornarono mai più su. E non passarono alla storia.

Se questo è il cosiddetto mondo reale, le persone che vivono con un piede nell’altra dimensione possibile (il fantastico, la fantascienza) possono raccontare altre storie: talora parallele e talaltra divergenti.

Lì, nel profondo della Terra – dove si arriva solo scavando o se si viene attirati da un gorgo, da un terremoto, da un incantesimo o chissà – ci sono anche le nostre attese e paure. E infatti alcuni speleo-nauti ci vanno per vagliare la resistenza umana al buio e all’isolamento o per indagare sui nostri «orologi biologici».

La paura dell’ignoto (cosa c’è sotto i campi, sotto le tombe? chi vive al centro della Terra?) non è stata neppure intaccata dalle conoscenze scientifiche. Che peraltro sono recentissime: solo negli anni ’80 del secolo scorso i geofisici hanno stilato attendibili mappe del sottosuolo.

Proviamo a muoverci un pochino nella dimensione fantastica, nei mondi paralleli, nell’Altrove possibile.

Si va giù per cercare il «calore perduto» come in un famoso racconto di Isaac Asimov, «Profondità». Oppure ci si spinge sottoterra per sfuggire ai bombardamenti nucleari: inutilmente perchè il fallout radioattivo scende sino al «Settimo livello» dell’omonimo romanzo di Mordecai Roshwald (da poco Urania lo ha ristampato). Ancora più perfido Philip Dick che in «La penultima verità» fa vivere la popolazione degli Usa nei «formicai» cioè in città sotto-terra: vivere quasi come i topi credendo che lassù infuri la guerra nucleare… quella che vedono in tv e invece non c’è.

Si cerca protezione nelle viscere della Terra anche per nascondersi da perfidi aggressori o da catastrofi misteriose: come nei romanzi «Tumithak dei corridoi», «Il segno della doppia ascia» o «Gli uomini nei muri» per citarne solo 3.

Naturalmente sotto le zolle ci potrebbero essere gli zombies o antichi esseri (perlopiù cattivi come sanno gli appassionati del fumetto «Magico Vento»). O magari una razza perduta, rimasta imprigionata o nascostasi… Per l’ennesima variazione di un mito antichissimo l’inglese John Wyndham colloca ben sotto il Sahara – che una volta fu un mare? – in profondissime grotte il suo «Popolo segreto» (Editrice Nord).

Che laggiù ci siano grandi vallate e mari (di metallo fuso) era l’idea di Jules Verne nel suo «Viaggio al centro della terra»: fantasioso ma sino a un certo punto, viste le numerose conferme venute dai rilevamenti geofisici effettuati – con tecniche simili alle volgari Tac ospedaliere – sul finire del secolo scorso.

Naturalmente nelle grotte e più possibile nel profondo, in direzione dell’inferno, vengono murati (si dice infatti: sepolti vivi) i nemici o i «pericolosi».

Molto prima che la psicoanalisi ci abituasse a fare i conti col «profondo» (dentro) si immaginava che laggiù (il profondo fuori) si potessero nascondere le grandi passioni. Bastian contrario, Dostoevski scrisse che «i sotterranei» erano invece i luoghi dove gli esseri umani venivano privati della loro passionalità.

Restando nel campo del fantastico ma muovendosi sul terreno minato delle religioni, possiamo spingerci sotto la terra sia per trovare demoni che sostanze benefiche. Forse qualcuno saprà che, vicino a Torino, una setta ha costruito Damanhur (4mila metri cubi a 40 metri sotto il suolo) mentre diverse teorie magiche-salutiste consigliano viaggi nelle caverne.

Laggiù comunque qualcuno lavora, anzi fatica. Neppure nel mondo fantastico i minatori sono allegri se si fa eccezione per i canterini «7 nani» di Disney e poc’altro. Infatti sono le miniere che ispirano Dorè, il più celebre illustratore dell’Inferno dantesco: rieccoli i «laboriosi inferni» del duo Borges-Las Casas.

Gli appassionati di fantascienza potrebbero intrattenere per ore i profani con storie di strane miniere e di un sottoterra inquietante: dalla wellsiana «La macchina del tempo» al romanzo (di Thea Von Harbou) che ispirò il film «Metropolis»; dal racconto «C’era uno gnomo» – scritto a 4 mani da Henry Kuttner e Lucille Moore – a «Guerra al grande nulla» di James Blish; sino al francese Serge Brussolo che («I soldati di catrame») riscrive in chiave fanta-horror la memorabile fuga nelle fogne parigine di Jean Valjean nei «Miserabili».

Là sotto topi, talpe, metrò, fogne… Fors’anche diavoli, passioni, popoli imprigionati. Certamente minatori. Dimenticati. Sino a che non si accende la telecamera. Qualche salvato. E tanti altri sepolti. 

      (*) L’IMMAGINE E’ DELL’«INFERNO» DI GUSTAVE DORE’.      Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” (che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog) recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 8mila articoli sono taaaaaaaaaaaaanti e si rischia (nonostante i “santi” tag) di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… di 5 anni fa all’incirca: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o magari spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – noi speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 


Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Bel pezzo come al solito che unisce riflessioni di carattere sociale legate alle condizioni di vita dell’operaio – minatore in questo caso – alla letteratura. Daniele, mi permetto un ulteriore segnalazione. Mi sembra di ricordare che anche “Terra” di Stefano Benni, raccontasse di sottosuolo e, in qualche modo, è il romanzo di Benni che più si avvicina al fantascientifico.

    • Daniele Barbieri

      ti ringrazio Andrea,
      «Terra» è un romanzo stra-ricco, geniale. Ci sono operai, linguaggi strani, topi, ciber-fobia, «il teorema del maialino», memoria, la profezia inca delle «quindici porte»… Però non ricordo minatori e miniere. Mannaggia a te Andrea, mi toccherà rileggerlo. Anzi no, grazie a te Andrea: lo rileggerò.

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