Il meglio (forse) del blog – 30

… andando a ritroso nel tempo (**)
ROSELLA FIORETTI e SUNIL DEEPAK: DUE RACCONTI (*)

GIORNATE SPECIALI di Rosella Fioretti
Quella mattina sarebbe successo qualcosa, lo sentivo.
Senza falsa modestia, credo di avere un particolare talento nel riconoscere le giornate speciali. E se è vero che a tutti è stato concesso un dono, allora a me è stato dato quello di saper leggere gli indizi del destino a breve termine. Lo intuisco dalla forma che al mattino rimane impressa sul mio cuscino, o dall’espressione che hanno i fiori sul davanzale della cucina; dal profilo insolito di una nuvola, o magari dal tipo di luce che arriva dalla finestra.
Ebbene, quella mattina alle nove, il telefono squillò, e già in quel suono avvertii un che di speciale.
– Venite – disse la voce dall’altra parte – ci sono novità – .
Poche parole soltanto, abbassai la cornetta, chiusi gli occhi e trattenni il fiato. Subito dopo, arrivarono le formiche. Un’incontrollabile sensazione di solletico in pancia, come se il mio stomaco avesse aperto le porte a una simpatica colonia di insetti. E il nuovo rifugio era di loro gradimento: anzi, a giudicare da quanto mi si agitavano dentro, quelle formiche dovevano essere impegnate in una vera e propria festa di inaugurazione. Chiamai Paolo che era in ufficio e avvertii al lavoro che avrei fatto un po’ tardi. Ero già vestita, mi mancavano solo le scarpe e, per poco, non ne misi una diversa dall’altra. Salii sul primo autobus e rimasi in piedi per tutto il tempo. Il mio cuore andava al ritmo dei fuochi a ferragosto, strano che per gli altri continuasse a essere inverno. Alla fermata, Paolo era già lì che mi aspettava e insieme proseguimmo il cammino. Conoscevamo bene la strada: l’avevamo percorsa già tante volte, sperando sempre che fosse l’ultima. E forse quella lo sarebbe stata davvero.
La ragazza, dietro la scrivania, ci accolse con un sorriso caldo e promettente.
– Desideravo dirvelo di persona – fece lei – ecco perché vi ho chiesto di venire – .
Il sorriso le si accentuò. Io ero decisa a mantenere la calma, ma non avendo alcuna esperienza in fatto di tecniche yoga, non trovai niente di meglio che fissare le labbra della ragazza e, mentre lei parlava, immaginai che fossero ali di farfalla. Incredibile, funzionò davvero. Ascoltai le sue parole fino alla fine, non svenni né diedi di matto. Dentro, però, le formiche non c’erano più, scacciate da un intero branco di elefanti che scorazzavano liberi e felici. Insomma, barrivano i giganti, ce l’avevamo fatta: finalmente potevamo partire e il viaggio di ritorno l’avremmo fatto in tre.
Quel giorno io e Paolo non tornammo al lavoro. Prenotammo i biglietti aerei e passammo il resto della giornata a festeggiare. La notte non dormii affatto; trascorsi la maggior parte del tempo a pensare in silenzio, con un sorriso da ebete in faccia, seduta per terra al centro della stanza di Alyssa.
Ma quella non fu l’unica giornata speciale che io ricordi in tutta questa faccenda, e forse neanche la più importante in assoluto. Ce n’erano state altre in passato, per esempio quella in cui vidi Alyssa per la prima volta.
Ricordo che era d’estate e al mattino la luce mi svegliò molto presto. Eppure ero sicura di aver abbassato la tapparella con cura, come faccio sempre prima di andare a dormire. Allora mi venne in mente che il sole doveva essersi sciolto e, in forma di liquido, doveva aver allagato ogni angolo della casa, penetrando attraverso le più piccole fessure. La Terra, di sicuro, non esisteva più, sommersa dall’acqua color zafferano, e io mi sentivo come un pesce nato senza branchie che annaspa in superficie cercando di rimanere a galla. Fortunatamente non dovetti attendere molto; e ciò che trovai, nel bizzarro mare di quel giorno, fu ben più di una ciambella trasparente a cui aggrapparmi.
La ragazza dietro la scrivania ci accolse con un fare cortese. Poi, senza tante spiegazioni, mi allungò un’anonima busta sottile.
– Apra – mi disse con un sorriso di attesa. E io lo feci con l’attenzione e la cura con cui si maneggia il vetro soffiato. Avevo ragione, perché dentro quella busta c’era lei, Alyssa.
Non conoscevo nulla, neppure il suo nome, e non so spiegare cosa provai quando la vidi impressa su quella foto; dovrei chiamare a raccolta tutti gli animali del pianeta e chiedere loro di parlare nello stesso preciso istante, ognuno nella propria lingua, forse allora riuscirei a descrivere almeno in parte lo stravagante trambusto dei miei pensieri.
La prima cosa che mi colpì furono gli occhi, grandi e silenziosi. Avevano quattro anni e un’espressione assorta, come se la loro esistenza fosse già piena di ricordi ingombranti. Alle loro spalle, una parete alta e grigia cancellava l’orizzonte ritagliando uno stretto rettangolo di cielo incolore. Strinsi fra le mani quello sguardo di carta e, una volta a casa, piansi a lungo, come fanno le donne che in ospedale vedono per la prima volta il loro bambino.
Forse sarà stato per il bianco e nero della foto, o magari per la mia vecchia maestra delle elementari che aveva un debole per le penne colorate; a ogni modo, quello che feci subito dopo fu comprare una serie di barattoli di vernice e, con quelli, dipingere le pareti della stanza di Alyssa. Non conoscendo il suo colore preferito, tanto valeva usarli tutti; così, in poco tempo, realizzai una vera opera d’arte degna del Moma di New York.
Il giorno in cui Alyssa mise piede in quella stanza fu, per me, come sostenere un esame.  Lei studiò i disegni delle pareti in silenzio, scrutò ogni angolo che le si apriva davanti, dal pavimento al soffitto; poi, all’improvviso, si voltò verso di me e sorrise. Ma prima che potessi abbracciarla, scappò e si mise a correre veloce da un capo all’altro della casa gridando piena di euforia, e io dietro di lei, come due scimmie urlatrici fra gli alberi della foresta di Ometepe.
E’ incredibile come ancora oggi i ricordi si aggirino liberi nella mia mente; saltano fuori come le forme pop-up di un libro per bambini. Non sono arrivata neanche a metà dell’opera e avrei tante altre pagine da raccontare. Ma ormai sono le cinque del mattino, la sveglia ha appena suonato e il mio naturale talento mi dice che anche questa sarà una giornata davvero speciale.
Mi alzo e preparo un caffè. Fuori fa buio e il cielo è ancora scuro. C’è silenzio nell’aria e una specie di energia che lascia indovinare il prossimo chiarore del giorno. Inspiro l’aroma del caffè e lo bevo lentamente. La porta della stanza di Alyssa è aperta. Entro in punta di piedi e siedo per terra. Mi guardo indietro e penso a come il tempo sia trascorso rapidamente, quasi quanto il battito d’ali di un colibrì. In mano ho l’ultima cartolina che mi ha spedito. Accarezzo il francobollo e annuso l’odore della colla e della carta spessa. E’ partita da quasi un anno ormai e con sottili tratti di inchiostro mi racconta che tutto procede bene. C’è sempre molto da fare laggiù, ma il sorriso e l’affetto dei bambini del suo vecchio orfanotrofio la ripagano di ogni fatica; dice che è un po’ come devono sentirsi le tartarughe marine quando, appena nate, percorrono una lunga distesa di spiaggia cocente e raggiungono finalmente le onde fresche dell’Oceano.
Guardo l’orologio. L’aereo decolla fra circa tre ore e la mia valigia è già pronta. Sono di nuovo in partenza, ancora una volta vado a incontrare mia figlia. Il mio stomaco è pieno di formiche e sento che presto arriveranno anche gli elefanti.
MAMMOLO E LA REGINA DEI CUORI SANGUINANTI di Sunil Deepak
Primavera poteva arrivare anche in autunno? Come si faceva a sapere che non era solo un’illusione? Cosa doveva fare Fernanda, ascoltare la musica che si sentiva dentro o quella voce interiore che le diceva di non essere sciocca?
“Allora vi siete baciati?” Alba le aveva chiesto e Fernanda era diventata rossa come un peperoncino. “Non dire sciocchezze” aveva risposto bruscamente all’amica.
Ma Alba la conosceva da tutta la vita e aveva insistito: “Perché non puoi ammettere che Mammolo ti piace? Lo guardi come fosse George Clooney. Non devi sposarlo, ma solo farci un po’ di sesso”.
Fernanda aveva guardato l’amica con irritazione ma poi si era messa a ridere: “Hai una bella fantasia, dici le cose più assurde. Dovevamo parlare del banchetto per il mercatino, invece non so perché hai tirato fuori questa storia”.
Dopo una vita passata tra gli scaffali della libreria dove lavorava e le medicine della mamma, Fernanda aveva trovato terrificante il vuoto creato dal suo pensionamento e la scomparsa della mamma. Così si era rifugiata tra gatti randagi, piccioni affamati, anziani abbandonati e le attività della parrocchia.
Anche Alba si era messa a ridere, ma poi aveva aggiunto con un tono più serio: “Ti piace fare la regina dei cuori sanguinanti, invece per una volta nella vita dovresti pensare a te stessa. Forse hai paura”.
La sua amica aveva ragione, Fernanda lo sapeva. Aveva conosciuto Mammolo qualche mese prima nel parco mentre portava Blu, la cagnetta di Alba, a passeggio. Alba era andata a trovare la figlia a Roma e aveva affidato Blu a Fernanda per qualche giorno. Faceva freddo. Mammolo era seduto su una panchina e Blu aveva cominciato a abbaiargli.
“Non badi a lei, abbaia soltanto, non morde nessuno. Vuole solo salutare” Fernanda aveva cercato di rassicurare ma poi aveva visto che la faccia dell’uomo era bagnata di lacrime: “Scusi, va tutto bene?”
Imbarazzato, l’uomo aveva cercato di asciugare la sua faccia. Si era alzato e andato via, balbettando qualcosa. Fernanda era rimasta li a guardare la sua schiena mentre lui si allontanava, colpita dal dolore nei suoi occhi. Non l’aveva mai notato prima. Sembrava uno straniero. Forse aveva perso qualcuno?
Da quella volta aveva cominciato a cercarlo ogni volta che passava dal parco. Dopo qualche giorno, mentre tornava con la spesa, l’aveva visto di nuovo e si era fermata per salutarlo. L’uomo era arrossito ma aveva cercato di sorriderle. Sembrava una persona timida.
La volta successiva, quando l’aveva visto camminare nel parco, si era sforzata per raggiungerlo e camminare accanto a lui. Avevano scambiato qualche parola sul freddo e passeggiato insieme in silenzio.
“Abito in quella casa, vuole venire per un thé?”
L’aveva invitato a casa sua senza pensare ed era rimasta un po’ sorpresa dalla propria audacia. Lui aveva balbettato qualcosa riguardo un impegno.
“Magari un’altra volta?” lei aveva proposto e lui aveva annuito con un piccolo sorriso.
“Chi era?” Alba le aveva chiesto.
“L’ho conosciuto nel parco”, Fernanda non aveva voluto parlarne.
“Ti piace, vero?” Alba aveva insistito.
“Sei fuori di testa, dici la prima cosa che ti passa per la mente”.
Alba non si lasciava intimidire facilmente, “Nanda ti conosco da troppi anni, non puoi ingannarmi. Ti piace. Invece il tuo principe azzurro mi fa pensare a Mammolo “.
“Chi è Mammolo?” Fernanda aveva chiesto.
“Sai quel nano in Biancaneve e i sette nani, quello timido che continua ad arrossire”. Alba aveva strizzato l’occhio all’amica: “Mi piacerebbe tanto nascondermi nell’armadio della tua camera e guardarvi di nascosto. Sarà come vedere la matrigna di Biancaneve che va a letto con uno dei nani”.
Fernanda si era imbronciata, ma era difficile restare arrabbiati con Alba per lungo tempo. L’immagine di se stessa, alta e magra con il caschetto di cappelli color bianco cenere, e lui così piccolo e calvo, le era sembrata così buffa che aveva cominciato a ridere insieme all’amica.
Intanto aveva continuato a incontrarlo. Avevano iniziato a parlare. Era venuto anche a casa di Fernanda. Lui si chiamava Puran, era originario dell’India e viveva a Bologna da circa 40 anni. Aveva sempre lavorato come cuoco in un ristorante indiano, uno dei primi in Italia, ed era andato in pensione alcuni mesi prima.
Dopo alcuni giorni, Fernanda gli aveva chiesto aiuto. “Puoi darci una mano? E’ per una festa dei popoli che si terrà nel parco di Corticella. Parteciperanno tutte le associazioni di Bologna. Ogni associazione deve presentare la cucina tipica di un Paese. Se ci dai una mano, possiamo presentare la cucina indiana”.
Così si erano incontrati più volte a casa sua e Fernanda aveva imparato a cucinare il “ciapati”, il pane indiano. Aveva avuto un po’ di problemi con qualche altro piatto, perché aveva scoperto di non sopportare il forte odore delle spezie indiane. Qualche giorno dopo Puran aveva cucinato il pollo e lei aveva subito voluto rassicurarlo per non urtare i suoi sentimenti: “Penso che questo pollo sarà squisito, sembra così gustoso e cremoso”. Invece quando lui era andato via, aveva cercato di assaggiarlo e poi l’aveva dato da mangiare a Blu.
“Allora raccontami dove sei arrivata con lui? Vi siete almeno baciati?” Alba le aveva chiesto alcuni giorni dopo.
“Allora non vuoi proprio capire?” Fernanda era esplosa. “Non c’è niente tra noi e non voglio andare a letto con lui! Voglio solo aiutarlo. E’ vedovo, non ha nessuno. E’ andato in pensione sei mesi fa e questo l’ha mandato in crisi. Era tornato in India, ma non è riuscito a adattarsi. Si sentiva cambiato, non andava d’accordo con i parenti. Alla fine è tornato qui di nuovo, ma non sa cosa fare. E’ depresso, e ha ammesso che ha anche pensato al suicidio. Ha appena cominciato a parlare di queste cose con me, fa fatica a parlarne”.
Per evitare le spezie, lei aveva trovato una soluzione: “Puran, penso che dobbiamo fare un bel dolce indiano, qualcosa di semplice ma diverso che può attirare le persone. Tutti i soldi che raccoglieremo serviranno per operare i bimbi nati con il labbro leporino.”
All’inizio lui non aveva capito bene di quali bambini lei parlava. “Sono i tuoi nipotini?” aveva chiesto.
“Non ho nipotini, non ho figli, non mi sono mai sposata”, Fernanda aveva risposto.
Lui non aveva detto niente ma lei aveva capito la domanda non detta del suo sguardo. “Seguivo mia mamma che non stava bene e poi forse non ho mai trovato la persona giusta.” lei aveva aggiunto.
“E i bambini?”
“Sono bambini poveri del sud dell’India. Li opereranno e poi potranno frequentare la scuola”, Fernanda aveva spiegato.
“Andranno a scuola?” lui aveva chiesto, come se non riuscisse a capire quello che lei diceva. Allora Fernanda aveva cercato una copia della rivista dell’Associazione che le arrivava a casa: “Guarda qui, vedi questo appello per aiutare i bambini”.
Lui aveva annuito con la testa. Quando stava per andare via, Fernanda aveva allungato la rivista verso di lui: “Vuoi portarla con te, così puoi leggerla con più calma”.
Ma lui aveva scosso la testa con un piccolo sorriso: “Faccio fatica a leggere, non solo l’italiano ma anche la mia lingua. Ho cominciato a lavorare quando ero piccolo e ho studiato poco”.
Il giorno dopo quando lui era tornato, lei lo aveva portato in sala: “Puran, non facciamo nessuna ricetta oggi. Voglio parlarti. Cosa volevi dire quando hai detto che lavoravi da quando eri piccolo?”
Per un po’ lui l’aveva guardata in silenzio ma poi aveva raccontato la sua storia. Era nato in un villaggio di montagna nel nord dell’India. Studiava in seconda elementare quando suo padre era morto. Insieme a sua madre, abitavano con i fratelli di suo padre. Aveva smesso di andare a scuola, doveva badare alle capre e portarle al pascolo. Poi un parente aveva proposto di portarlo a Delhi, dove poteva lavorare in un ristorante e guadagnare di più. A Delhi era finito in una mensa universitaria e per due anni aveva avuto un padrone violento e ubriacone.
“Una sera il padrone aveva organizzato una festa per gli amici. Lui mi aveva chiesto di prendere una bottiglia di alcolico dall’armadio. Mentre camminavo verso il tavolo, sono scivolato e la bottiglia mi è caduta dalle mani. Lui era già ubriaco, è diventato furioso. Ha cominciato a picchiarmi”. Puran aveva alzato la manica sinistra della camicia per farle vedere una lunga cicatrice che passava intorno al gomito: “Mi sono tagliato contro un pezzo di vetro caduto per terra. Sanguinavo, ma lui continuava a picchiarmi e alla fine, mi ha cacciato fuori dalla porta. Diceva che per punizione dovevo restare fuori tutta la notte”.
Puran era rimasto in silenzio per un po’, perso nei pensieri. Poi con un lungo sospiro, aveva ripreso il filo della sua storia: “Era inverno, faceva freddo, ma non conoscevo nessuno, non sapevo dove potevo andare. Così ho passato tutta la notte fuori, vicino la porta della mensa, tremavo. La mattina dopo, mi ha trovato il marito di una delle professoresse che lavoravano all’università. A lui piaceva andare a passeggio presto. Lui mi ha portato a casa sua. Avevano fatto una denuncia al preside e quell’ uomo che gestiva la mensa ha dovuto andare via”.
Fernanda aveva ascoltato la sua storia con un crescente senso di orrore e a un certo punto si era trovata con le lacrime negli occhi.
Puran le aveva sorriso e per la prima volta, aveva messo la sua mano sopra la sua: “Quel momento, quando sono scivolato e caduto, ha cambiato il corso della mia vita. Quando penso a quella notte, mi sento felice. Era un piccolo prezzo da pagare per avere un destino diverso”.
Lui aveva guardato fuori dalla finestra. Era una giornata calda. Nel parco, i bambini giocavano. Qualcuno si era disteso sull’erba per prendere il sole. Ma forse lui non vedeva tutto questo e invece vedeva il suo passato: “La professoressa e suo marito sono stati molti gentili con me. Dovevo aiutarli nei lavori di casa, ma potevo mangiare quanto volevo, potevo riposare e dormire senza preoccupazioni. Hanno provato a mandarmi a scuola, ma non volevo andarci. Mi sentivo troppo vecchio e non capivo niente, gli altri bambini mi prendevano in giro. Invece col tempo sono diventato bravo a cucinare”.
Qualche giorno dopo, quando Fernanda si era ripresa, aveva fatto una proposta a Puran: “Per tutta la vita ho lavorato in una libreria. Proviamo a leggere insieme dei libri? Non è detto che imparerai ad amare la lettura ma possiamo provare? Se ami i libri, non devi più preoccuparti per la solitudine, avrai sempre compagnia e conoscerai tanti mondi nuovi”.
Si sente confusa Fernanda, non sa cosa sente per Mammolo. Sa solo che si trova bene con lui. Oramai si incontrano ogni giorno. Fernanda cerca i suoi libri preferiti per leggerli insieme a lui.
E’ amore questo? Fernanda non lo sa.
Quando si siedono sul divano per leggere un libro, delle volte i loro corpi si toccano, le loro mani si sfiorano. Ieri avevano guardato insieme un film alla tv e a un certo punto si erano girati uno verso l’altro per guardarsi negli occhi. Per un attimo, Fernanda aveva pensato che lui stava per baciarla e presa da un piccolo attacco di panico si era alzata con la scusa di andare a bere qualcosa.
Vorrebbe dirgli che lei non è mai stata con un uomo prima d’ora ma non sa come affrontare questo argomento.
E’ cambiata. Dopo tanti anni, non è più terrorizzata all’idea di non fare niente. Resta seduta vicino alla finestra per guardare la primavera che si è esplosa nel parco con i fiori di diversi colori come i fuochi artificiali.
Primavera può arrivare anche nell’autunno della vita? Cosa deve fare Fernanda, ascoltare la musica che si sente dentro o quella voce interiore che le dice di non essere sciocca?

(*) Sono due fra i racconti usciti dal laboratorio di scrittura creativa, tenutosi a Bologna tra fine 2009 e inizio 2010, del quale sono stato tutor con Christiana de Caldas Brito. I racconti si possono leggere su http://www.eksetra.net/laboratorio/scfinecorso09.php?e=s. Segnalo inoltre che l’associazione Eks&tra ha pubblicato (con il Dipartimento di Italianistica dell’università di Bologna) il libro «Passaparole» in una edizione fuori commercio – insomma gratuita – che sarà inviata, sino ad esaurimento, a chiunque ne farà richiesta (051 6810350, eksetra@libero.it). Nelle 96 pagine di «Passaparole» trovate alcuni di questi racconti con tre introduzioni (una di Fulvio Pezzarossa, una della suddetta Christiana e una mia) e varie appendici interessanti.
A prescindere dalle mie preferenze («il cuore è uno zingaro e va» ricorda la canzone) per alcuni racconti, vi consiglio di leggerli proprio tutti, lo meritano.
(**) Un po’ perché 5600 articoli sono tanti e (nonostante i “santi” tag) si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà e occorre cercare post per non star fermi, quando altre/i invece continuano a regalare i loro contributi a codesto blog. Per queste due ragioni ho deciso – d’intesa con la piccola redazione – di recuperare un certo numero di vecchi post… con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più “attuali”.
Il “meglio” è sempre soggettivo: in questo caso è inteso a ritrovare soprattutto semi, ponti, pensieri perduti… più che a cercare la bella scrittura, l’inchiesta ben fatta, la riflessione intelligente.
Ci sarà fantascienza (il Marte-dì canonico), ci saranno le «scor-date», ci sarà di tutto un po’: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia che – noi speriamo – ci caratterizza in questo blog “collettivo”.

QUESTO “MEGLIO” VIENE RINUMERATO perchè ci siamo accorti che l’anno scorso (ah, il caldo)vi erano stati alcuni errori… per esempio due “11”. Poco male ma… tanto per facilitare la ricerca conviene evitare titoli eguali.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Grazie Daniele per questo tuffo nella memoria, ho riletto il mio racconto come fosse scritto da qualcun altro. 🙂

    Scrivo questo commento dall’India, dove sono tornato con l’idea di fare il medico in una zona forestale dell’India dove vivono alcuni gruppi indigeni. 🙂

    • caro Sunil,
      grazie
      in bocca al lupo per tutto
      Spero che continuerai a scrivere (un dono, una voglia, una necessità… quale che sia la ragione) ma spero anche che una volta mi racconterai cosa significa fare il medico fra gli “indigeni”.
      Il vecchio Severo De Pignolis (ti ricordi di lui?) ti rimprovera assai per aver usato “indigeni”… senza spiegare ma io invece ti abbraccio forte e così fa quel pazzoide dell’Ornitorinco (ricordi?)

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