Il monumento al boia Graziani è ancora lì

di Paolo Soldini (*)

La piccola vergogna dentro la grande infamia: il 12 agosto 2012 all’inaugurazione  del “Sacrario”anche i carabinieri

A seguire alcuni link per chi volesse saperne di più.

Anche i carabinieri all’inaugurazione
del monumento al criminale di guerra

di Paolo Soldini (*)

Il sindaco e due assessori del Comune di Affile sono stati condannati in primo e secondo grado a parecchi mesi di carcere per apologia del fascismo. Nelle sentenze dei tribunali è scritto chiaramente che il corpo del reato dovrebbe essere confiscato, ma – si sa – bisogna aspettare la Cassazione. La Regione Lazio ha denunciato di essere stata truffata, ha sospeso il finanziamento che aveva concesso per un parco e che invece è stato speso per un’opera che insulta le memorie e l’onore dell’Italia e chiede indietro i soldi già versati. La Corte dei Conti sta indagando sulla giunta comunale di Affile e su Renata Polverini, presidente dell’ultimo governo regionale di centrodestra, per il danno che hanno provocato alle casse pubbliche. Ma il mausoleo al criminale di guerra Rodolfo Graziani è ancora in piedi in tutta la sua bruttezza (fisica e ideale: le due cose non sono disgiunte), meta di nostalgici e, di tanto in tanto, di contestatori armati di vernice che rendono a loro modo giustizia alla Storia ricordando le nefandezze del “macellaio del Fezzan”, che poi è solo uno dei titoli che l’uomo immortalato nel parco di Radimonte si procurò con le sue imprese criminali.

Non solo la storiaccia del monumento a Graziani non si chiude ancora nell’unico modo possibile, l’abbattimento e la punizione esemplare di chi ha contribuito ad erigerlo (non solo la giunta comunale, come vedremo), ma la vicenda, a scavare un po’, si arricchisce di particolari inquietanti. Uno, in particolare, merita qualche spiegazione che speriamo qualcuno ci voglia dare. Risulta che all’inaugurazione ufficiale del “Sacrario al Soldato Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani” il 12 agosto del 2012 siano stati invitati anche i Carabinieri e segnatamente i comandanti delle Stazioni di Affile e di Subiaco.

Il programma e le “Autorità”

L’invito, partito cinque giorni prima, non lasciava dubbi sulla natura dell’iniziativa e precisava il fitto programma della giornata: alle ore 16 “raduno” (sic)  in piazza San Sebastiano, alle 17 Conferenza dedicata alla Memoria del Generale Rodolfo Graziani (tutte le maiuscole che incontrate non sono nostre), alle 18 deposizione di una Corona sulla tomba del Maresciallo nel cimitero di Affile, alle 18,30 Santa Messa nel Sacrario del Parco, alle 19,30 “intervento delle Autorità presenti sul luogo”. Per la cronaca: Francesco Lollobrigida, allora assessore della giunta Polverini e presidente dell’organizzazione provinciale di Alleanza nazionale e oggi deputato di Fratelli d’Italia, Teodoro Buontempo, figura storica della destra (post)fascista e all’epoca anche lui assessore regionale come Fabio Armeni, anch’egli presente, e infine don Ennio Innocenzi, che è considerato un po’ come il cappellano del Sacrario e che ebbe il suo momento di celebrità quando diede alle stampe il libro “Disputa sulla conversione del Duce”.  Alle 20  era prevista una cena a buffet (niente maiuscole, stavolta) e alle 20,30 uno spettacolo musicale non meglio precisato.

Un carabiniere all’inaugurazione del monumento a Graziani (da Il Fatto Quotidiano)

Qualcuno dirà: che impudenza invitare i carabinieri alla commemorazione di un criminale di guerra, per di più per la giustizia italiana un pregiudicato perché Graziani dopo la guerra fu condannato a 19 anni di carcere, anche se in galera ci rimase solo qualche mese. Una manifestazione, oltretutto, pericolosamente incline a configurarsi come un reato, l’apologia del fascismo.

Il problema è che quel giorno davanti al Sacrario eccetera eccetera almeno un carabiniere c’era, come risulta dalle foto e da una ripresa video offerta ai suoi lettori dal “Fatto quotidiano”. Non è dato sapere se fosse solo o in compagna di commilitoni, se fosse il comandante della stazione di Affile o di quella di Subiaco, o magari un sottoposto inviato in loro vece. Vogliamo credere che quello che si vede conversare con alcuni partecipanti alla cerimonia fosse lì per indagare, o magari per ammonire i presenti a non commettere reati, anche se va detto che dal filmato non pare che l’atteggiamento del milite fosse particolarmente severo.

Davvero non ci fu “ostentazione”?

Comunque sia, su tutto quello che accadde ad Affile e dintorni, non pare che le forze dell’ordine abbiano avuto alcunché da dire. Anzi, in un rapporto stilato giorni dopo dal comandante del Nucleo Investigativo – Gruppo Frascati –  dei CC si legge che quel giorno in quel pacifico borgo della valle dell’Aniene “non erano state compiute manifestazioni tipiche di quelle organizzazioni aventi fra i propri scopi l’incitamento alla violenza o alla discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, né dalla documentazione fotografica raccolta quel giorno era risultata l’ostentazione di simboli o emblemi delle predette organizzazioni”. Come dire che celebrare uno tra i più sanguinari protagonisti delle guerre coloniali, inserito nell’elenco delle Nazioni Unite degli autori di crimini contro l’umanità, nonché capo dell’esercito e dello stato maggiore della Repubblica di Salò, autore di rappresaglie contro i civili e organizzatore di deportazioni degli ebrei, asservito agli occupanti tedeschi e per questo condannato da un tribunale italiano (a quelli libico ed etiopico fu sottratto) non è “ostentazione” tipica di “quelle organizzazioni”. E che bisognerà fare, in Italia, per farsi indagare come apologeti del fascismo?

Risposta: bisogna fare come hanno fatto il sindaco di Affile Ercole Viri e i suoi assessori Giampiero Frosoni e Lorenzo Peperoni. I quali sono stati denunciati. Ma non dai carabinieri: dall’ANPI. I tre sono stati processati e condannati in primo grado Viri a otto mesi e gli altri due a sei. Hanno fatto appello, ma nel nuovo processo le condanne sono state confermate.

La difesa di La Russa

In appello il sindaco era difeso dall’avvocato Ignazio La Russa. Il partito di Giorgia Meloni, insomma, è ben rappresentato in tutta questa storia e d’altra parte è vero che quella zona, tra la Ciociaria e la valle dell’Aniene, tra Fiuggi e l’altopiano di Arcinazzo, è da sempre una roccaforte della destra nostalgica. Ad Affile, per dire, alle elezioni Lega, FdI e berlusconiani d’antan mettono insieme ben più del 60% dei voti. Da quel che s’intuisce dal dispositivo della sentenza del processo d’appello, La Russa deve aver faticato non poco a sostenere la tesi che Graziani tanto fascista fascista poi non era e che comunque nella sua figura gli imputati avevano voluto celebrare il Soldato e non il gerarca del regime.

I due processi hanno messo in luce non solo l’ideologia degli imputati, ma anche altre non meno dubbie qualità. Il modo in cui hanno ottenuto i finanziamenti necessari per realizzare il loro obiettivo “politico” va raccontato perché è un raro esempio di appropriazione indebita di risorse e di losca navigazione nella burocrazia della Pubblica Amministrazione che, senza dubbio, non avvengono solo dalle parti di Affile. Un viaggio al termine del quale ci accorgeremo che quella schifezza che ci ripugna, in fin dei conti, l’abbiamo pagata anche noi, con i soldi delle nostre tasse.

Tutto comincia il 5 giugno del 2008, quando il sindaco presenta alla Regione Lazio una proposta di finanziamento per la realizzazione di un parco nell’area di Radimonte. Si tratta di un terreno di proprietà di un “Comitato per l’erezione di un Sacrario al Soldato di Affile”, nato nel ’78 per onorare la memoria di tutti gli affiliani morti nelle due guerre mondiali che è stato ceduto al Comune in comodato d’uso gratuito. L’11 novembre la Regione (giunta Marrazzo, centrosinistra) inserisce il progetto di Radimonte tra quelli previsti in un programma triennale di interventi per lo sviluppo locale e stanzia 50 mila euro, con la condizione che il Comune di Affile presenti il progetto definitivo entro 60 giorni. La giunta Viri tarda un po’ perché il progetto viene approvato solo il 9 febbraio del 2009 e la relazione tecnica, che prevede un costo complessivo di 197.956 euro, viene inviata alla Regione solo il 9 marzo. Nella descrizione degli interventi da mettere in cantiere figura l’edificazione di “un piccolo museo al Soldato”, che è la condizione che era stata posta per la concessione al Comune dell’area da parte

Il sindaco Ercole Viri

del Comitato. Il Comitato stesso, intanto, realizzato (credono i suoi adepti) il suo scopo, ha donato l’area al Comune. Nell’atto di donazione, infatti, era specificato che su quel terreno si doveva “realizzare uno spazio chiuso, ma fruibile, finalizzato a contenere ‘cimeli del soldato’; uno spazio attrezzato per manifestazioni quali ad esempio teatro, mostre, concerti; uno spazio attrezzato per picnic”. Il parco avrebbe dovuto essere intitolato a Luigi Ciuffa, storico sindaco di Affile esponente del Movimento Sociale, che – ricorda l’omaggio commosso del giornale comunale – ebbe “il grandissimo merito” di aver riportato nel suo paese le spoglie mortali dell’Eroe Rodolfo Graziani. Tutta l’impresa, insomma, non doveva servire solo alle passeggiate e alla ricreazione degli affiliani, ma anche a “ricordare il Soldato” . Il Soldato, attenzione: non un soldato, e certo non quel soldato. Considerato questo nobile scopo, la giunta Marrazzo, forse un po’ ingenuamente, decide di aumentare il proprio contributo fino a 180.866 euro: l’intera copertura, quasi, del preventivo.

Arriva Polverini e spunta il nome di Graziani

Nell’aprile del 2010 il centro sinistra di Marrazzo cede la guida della Regione alla giunta di destra guidata da Renata Polverini e il milite ignoto, il Soldato di Radimonte, trova come per incanto un nome e un cognome. Il 21 luglio del 2012 la giunta di Affile delibera all’unanimità di “intitolare il parco Radimonte, come indicato nell’allegata planimetria, a Luigi Ciuffa e dedicare il piccolo museo al soldato al generale Rodolfo Graziani, per quanto in narrativa e che qui si intende riportato per intero quale parte integrante e sostanziale”.

Renata Polverini con Berlusconi

Intanto l’opera è stata realizzata dalla ditta che aveva vinto l’asta sul progetto di tale architetto Paolo Caracciolo, ed è costata in tutto 247.056 euro. Poi parte l’invito ai Carabinieri e l’11 agosto c’è l’inaugurazione ufficiale che abbiamo raccontato. Penultimo atto della vicenda, il sindaco chiede alla Prefettura di riconoscere l’intitolazione del parco e invia, all’uopo, i curricula di Luigi Ciuffa e di Rodolfo Graziani. Non è dato sapere come nel profilo biografico del criminale di guerra siano stati trattati i capitoli neri della sua storia per sostenere che l’uomo fosse degno di essere immortalato. Fatto sta che alla Prefettura se ne lavano le mani: “Non siamo competenti”.

Intanto, il 12 marzo del 2013, alla Regione la giunta Polverini è stata sostituita dal centrosinistra. Il nuovo presidente, Nicola Zingaretti, ci mette quasi due anni a raccapezzarsi nella storiaccia di Affile, ma il 5 marzo del 2015 impone al Comune di ritirare almeno l’intitolazione del museo a Graziani, pena la sospensione dell’erogazione dei fondi. Poi ci sono i processi e le condanne a Viri e ai suoi assessori, ma il Sacrario al Soldato Maresciallo Rodolfo Graziani è ancora lì e, per ora, nessuno lo butta giù.

Abbiamo voluto raccontare nei dettagli questa piccola storia della provincia italiana perché ci pare emblematica di un problema che non è per niente piccolo: il rapporto corrotto, malato che una parte importante dell’Italia di oggi ha con il passato: il colonialismo, il razzismo, il fascismo, la guerra. Se storie come quella di Affile nell’Europa di oggi possono accadere solo in Italia, significa che nella politica italiana, nella società italiana c’è qualcosa che non funziona. Qualcosa per cui un assassino, un razzista dichiarato, un traditore asservito ai nemici della patria può essere considerato un italiano da onorare con l’assenso della politica “amica” e (fino a prova contraria) perfino dei carabinieri. E il problema non riguarda solo i patetici protagonisti della farsa triste del parco Radimonte ma partiti, movimenti, giornali, opinionmaker e personaggi pubblici che giocano partite sporche su quel rapporto malato di molti italiani con il passato. Dovrebbero pensarci su quelli che sulla scena pubblica gonfiano il petto e si autodefiniscono “patrioti”. I patrioti sono quelli dell’Anpi che hanno denunciato la vergogna di Affile. Aspettiamo che abbiano giustizia.

(*) ripreso da “Striscia Rossa” Soldini aveva già scritto https://www.strisciarossa.it/qualcuno-per-favore-butti-giu-il-mausoleo-allassassino-graziani/

In “bottega” abbiamo scritto spesso della schifezza di Affile. Come sui temi della memoria e in particolare dei monumenti dedicati ai criminali di guerra; fra gli interventi recenti per esempio: Indro Montanelli, fascista (tra l’altro), «Abbattere la statua di un colonialista ha un… , Statue e monumenti: crimini, oblio, senso comune e Statue e lapidi: celebrare i boia ma cfr anche post precedenti come Guerre, monumenti e criminali.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Stamattina ho trovato il tempo di guardare il film “memoria del saqueo” proposto in bottega alcuni giorni fa, dopo la visione ero abbastanza sconfortato nel vedere come la memoria sia corta nel popolo e durante una generazione la si riesca a lucidare a nuovo più volte. Ormai sono convinto che la “democrazia rappresentativa” sia l’anticamera della “mafiocrazia” e credo che la unica forma di democrazia che possa funzionare sia una democrazia diretta e dinamica. Diretta nel senso di dare a tutti la possibilità di votare e dinamica cioè che in qualsiasi momento il proprio voto può essere ribaltato nel momento in cui ci si accorge che il voto era sbagliato.
    Le leggi in un verso o in un altro o anche in un terzo possono variare in tempo reale e anche con una certa retroattività quando ci si accorge che sono sbagliate o controproducenti. Oggi leggo questa notizia e vorrei che le decisioni relative a finanziamenti nomi e usi di un qualsiasi progetto venissero prese nella stessa maniera. Il bilancio partecipativo funziona dove implementato correttamente.
    Mi piacerebbe che in bottega si discutesse più su questo tema.

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