Il nudo è tutto, meno che manicheo

una recensione (calorosa) a «Elogio della nudità» di Anna Meldolesi

ElogioDellaNudità

Se amate i grovigli questo è un libro per voi; se avete invece la presunzione di tagliare i nodi con il sistema gordiano, avrete qui la spiacevole (per voi) conferma che intorno alla nudità si aggirano questioni troppo complesse per usare una spada, seppur metaforica, e anzi Anna Meldolesi vi farà imbestialire – con la sua intelligente pacatezza condita di ironia e autoironia – a ogni capitolo.

Il libro in questione è «Elogio della nudità» (136 pagine più 16 belle immagini per 16 euri) e lo ha pubblicato, in ottobre, Bompiani. Nella prefazione Alberto Oliverio riflette sulle differenze fra immaginario e immaginazione. Anche lui sottolinea il concetto di «groviglio». Come ribadisce Anna Meldolesi, verso la fine del libro, nel rapporto che abbiamo con la nudità «c’è dentro di tutto: psicologia, evoluzione, antropologia, sessualità, arte, moda, morale, politica». Aggiungerei religioni al plurale e Mercato al singolare ma con la maiuscola. Così – rubo la frase conclusiva a Oliverio – «queste pagine sul nudo e sulla vergogna ci portano anche a compiere un viaggio più vasto e tortuoso nei meandri della nostra mente, sui suoi determinanti biologici e sul ruolo degli stimoli in cui siamo immersi». Gran bel viaggio.

Il titolo con quella parola «elogio» potrebbe far pensare al diario di qualche hippie o alle confessioni di un pubblicitario ma la copertina assai “casta” non si muove in quella direzione. Come annuncia sobriamente la retrocopertina si tratta di «sei storie vere di nudità usate come altrettante lenti per osservare la natura umana». E la promessa viene mantenuta. Riflessioni non proclami.

Cinque storie recenti, anche se ovviamente i rimandi storici sono numerosi, ma la prima vicenda ricostruita è antichissima visto che si parla della nostra antenata Lucy, vissuta un po’ più di 3 milioni di anni fa. Poi un bel saltino da Lucy a Lise Wittrock, turista danese che nell’estate del 1971 viene processata da un pretore siciliano per avere indossato pantaloncini corti (non «hot pants» come erroneamente ricordano certi frettolosi cronisti). Nel terzo capitolo tocca a Eva, non quella biblica però ma quella, di cognome Herzigova, famosa soprattutto per la pubblicità del reggiseno Wonderbra. Assai politica la quarta vicenda che ruota intorno a Inna Shevchenko e alle Femen, un gruppo apertamente femminista che ha programmaticamente usato la nudità come “lancia termica” per scardinare le censure mediatiche. Poi c’è un imprevisto salto nel burlesque, ovvero una sorta di spogliarello, con Heather Renée Sweet, in arte Dita Von Teeese, e altre “cattive ragazze”. Nel sesto e ultimo capitolo finalmente la nudità maschile, in precedenza solo accennata: è il recente scandalo – del tipo 3P (preoccupante, pornosoft e patetico) – di Anthony Weiner, un politico statunitense.

All’interno di queste 6 significative vicende c’è moltissimo altro che ovviamente neanche mi azzarderò a riassumere. Per due evidenti motivi: questa recensione-riflessione diventerebbe troppo lunga; e rischierei di danneggiare, se pure al minimo, le vendite del libro che invece spero decollino soprattutto con il passa-parola delle persone (e delle librerie) intelligenti.

Dunque solo qualche veloce accenno. L’esperimento della Bbc sulla nudità (io non lo conoscevo) è interessantissimo. E per restare dalle parti dell’Inghilterra mi pare significativo che lì abbiano due parole diverse per designare la nudità: «nakedess» a indicare una sorta di naturalezza e dunque di innocenza mentre «nudity» è la situazione nella quale sai di essere visibile. Una pignoleria linguistica? No, «una finezza di analisi preclusa agli italiani» commenta Anna Meldolesi.

Rammentavo male sia la storia di Frine che quella di Lady Godiva. Ignoravo o non ricordavo le censure e/o autocensure a canzoni di Modugno e Baglioni. Poco sapevo del nudismo – forse dovremmo dire «naturismo» o «gimnosofia» – in Germania, prima perseguitato e poi “statalizzato” da Hitler. Importante ricordare che oggi resiste una notevole intolleranza verso le mamme che allattano in pubblico. Utile riflettere su ragioni, torti e ambiguità che stanno dietro lo sfregio (di una suffragista inglese il 10 marzo 1914) alla «Venere allo specchio» di Velàzquez. Ragionando di razzismi incrociati sempre giusto ricordare anche quello (al contrario?) che vorrebbe “i neri” più virili. Istruttiva la storia di «Playgirl», rivista “per donne” (e sotterraneamente per gay) che ottenne solo in parte il successo della gemella «Playboy». Fra le tante cose che non sapevo (la battuta di Winston Churchill, per dirne una) per me la più interessante è il quasi harakiri dell’astrofisico Matt Taylor – a capo del progetto «Philae» della missione Rosetta (*) – colpevole di avere esibito, in conferenza stampa, una camicia «con forme sinuose e inguainate nel lattex, donne seduttrici e guerriere simili a quelle dei fumetti di fantascienza».

Non ha senso giocare al “cosa manca” perché «Elogio della nudità» non vuole essere uno studio storico e comunque 136 pagine sono poche persino ancorandosi alle riflessioni e ai rimandi che nascono intorno a solo 6 vicende emblematiche. Può invece essere divertente e/o rivelatore fare – in gruppo? in coppia? in solitudine? – il giochino del “mi è venuto in mente questo”. Comincio io.

Sul «peccato negli occhi di chi guarda» e sullo scandalo contestualizzato mi ronza in testa un racconto di Didier Daeninckx, ambientato nello spaesamento del carcere e dell’isolamento totale, mentre le riflessioni più antropologiche-biologiche della Meldolesi mi hanno riportato alla memoria due racconti di Theodore Sturgeon (e trattandosi di lui non c’è bisogno di aggiungere che sono splendidamente scritti e provocatori): magari un prossimo Marte-dì “sgroviglierò” Sturgeon e un qualunque sabato Daeninckx. I ministri dc che mandavano carabinieri a controllare che anche le antiche opere d’arte non dessero scandalo sono legati nella mia memoria ad alcuni fotogrammi del film «Forza Italia» di Roberto Faenza (**). Sul pendolo del “comune senso del pudore” ma anche sulle italian-vaticane ipocrisie, l’accenno della Meldolesi a «Ultimo tango a Parigi» e alle commedie “sexi” con Edwige Fenech e Barbara Bouchet mi sembra incompleto se non si ricorda che il film di Bernardo Bertolucci alla fine andò al rogo (senza virgolette) mentre i “pornarelli” continuarono indisturbati. Leggere di “bruttezza” da perseguitare, ancor più se svestita, mi indigna; ma su questo credo di essere d’accordo con l’autrice del libro. Ritrovando in «Elogio della nudità» un bel testo di Pasolini sulla pubblicità-scandalo dei jeans Jesus (nel 1973) mi sovviene – pur se non sono Alberto di Giussano – che Marcuse ha polemizzato sulla non oscenità dei corpi nudi rispetto alle esibizioni delle armi. Se leggo di «taglia 42» ripenso sempre a ciò che ha scritto Fatema Mernissi; ma sul nudo dalle parti dell’Islam e sulla ribellione di Amina Sboui – più nota come Amina Tyler – rimando ad altra occasione (***). Sul «bigottismo a corrente alternata» o sull’ipocrisia francese (che ama le Femen quando sbeffeggiano la religione a casa di Putin ma non accetta la “profanazione” di Notre Dame) ci sarebbe un altro libro da scrivere: anche l’identico nudo ha sempre due pesi e due misure, a seconda della ragion-religione di Stato.

Infine l’accenno di Anna Meldolesi al grande successo della mostra (a Parigi nel 2013) «Masculin/Masculin» da un lato mi ha fatto pensare al difficile lavoro di riflessione controcorrente che da anni conducono gruppi come «Maschile plurale» e dall’altro mi ha indotto a cercare nel mio caotico archivio un ritaglio… del 1995; e incredibilmente l’ho ritrovato: evviva, a volte la mia memoria non ha tanti buchi come il groviera (o gruviera se preferite). Avevo conservato una pagina del quotidiano «L’unità» con due articoli: il primo, quello che ha fatto scattare il quasi transfert, era la corrispondenza da Parigi di Sigmund Ginzberg sulla mostra «Feminin/masculin» ovvero «il sesso dell’arte», un caotico ma ricchissimo labirinto dove si entrava passando all’interno del quadro «L’origine del mondo» di Gustave Courbet, ovvero il dipinto di una vagina; il secondo articolo, evidentemente connesso, era una riflessione dell’antropologo Alfonso M. Di Nola intorno alla nudità e alla (presunta) innocenza maschile dove fra l’altro si ricordano “i debiti” del quintetto Adamo-Eva-dio-mela-serpente con «l’epopea di Gilgamesh». Mi fermo qui … o ve li copio per intero.

Ribadisco che «Elogio della nudità» è un libro eccellente, argomentato, chiarissimo che dunque mi sento di consigliare a chiunque. Oso pensare – sono un ottimista inguaribile? – che l’intelligente ragionare proposto da Anna Meldolesi possa far breccia persino nei rigidi schemi mentali di qualche ciellina/o oppure che potrebbe trarne giovamento un mio vecchio amico il quale in casa aveva, in bella mostra, una galleria di fumetti porno però mi spiegava che i genitori mai dovrebbero mostrarsi nudi ai figli.

Per chiudere con le parole di Anna Meldolesi: «Tutte le volte che la bellezza femminile» (l’autrice qui parla di donne alle donne ma mi pare che il discorso valga per “il maschile” sia pure in diversa misura) «diventa materia di pubblico dibattito, ci si divide fra moraliste e antimoraliste. Io non mi sento a mio agio né in un campo né l’altro. Non vedo il mondo diviso in guardie e ladri, puttane e bacchettone. Posso trovare un nudo divertente o noioso, provocatorio o banale, bello o brutto, intelligente o stupido».

(*) Se non sapete cos’è Rosetta… forse siete “novelline/i” della bottega: noi ne abbiamo parlato tantissimo, perlopiù ululando di contentezza.

(**) Cercate Scor-date: 12 gennaio 1978 qui in “bottega”. La scena a cui mi riferisco è questa: le cineprese inquadrano le camionette della polizia in piazza della Signoria a Firenze con un lungo dialogo fra un tenente della polizia e un ispettore su quali statue vadano messe “in regola”, cioè con foglie di fico a coprire le nudità: «Ma anche il Michelangelo s’ha da ricoprire?» chiede il tenente. «Sisssignore, arte o non arte» risponde l’ispettore il quale più tardi, nel suo giro, è attirato da una statua ai cui piedi sgorga uno zampillo d’acqua: «Questo può rimanere. Però il sottostante zampillo è equivoco. Bisogna otturarlo». Sublime squarcio sui pasaran nostrani. Il 20 luglio 1950 ci fu anche un leader Dc, molti anni dopo diventato presidente della repubblica, che insultò, secondo altre versioni schiaffeggiò addirittura, una signora con le spalle “troppo” scoperte.

(***) Visto che il libro esce in italiano i primi «fondamentalisti» che a me vengono in mente sono quelle/i di Comunione & Liberazione. Ma inevitabilmente nel libro di Anna Meldolesi si parla di altri fanatismi che si annidano dalle parti dell’Islam. Per una coincidenza (che poi ho “coltivato”) sul mio tavolino il libro successivo da leggere era «Perché ci odiano» di Mona Eltahawy: così la mia prossima recensione si muoverà in zone del “pensiero” dove anche portare i capelli scoperti viene considerata nudità. Contrasti evidenti ma anche insospettabili convergenze fra mondi che si vorrebbero “opposti”. A presto. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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