Il petrolio nigeriano porta Eni e Shell in tribunale

di Marina Forti (*)

Ugborodo, Nigeria, 13 Giugno 2016. (Jane Hahn, The New York Times/Contrasto)

Un grande giacimento di petrolio al largo della Nigeria è al centro di uno scandalo finanziario che si svolge tra il paese africano, il Regno Unito, i Paesi Bassi e ormai anche l’Italia. È noto con la sigla Opl 245 e si trova al limite meridionale del delta del fiume Niger, in mare, tra i 1.700 e i duemila metri di profondità. Racchiude circa nove miliardi di barili di petrolio greggio, abbastanza da farne il più grande giacimento noto in Africa.

Nel 2011 l’italiana Eni e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell hanno acquistato la concessione dell’intero blocco pagandola 1,3 miliardi di dollari. Ma quei soldi non sono andati nelle casse dello stato nigeriano, se non in minima parte. E ora quel contratto è oggetto di indagini giudiziarie in Nigeria, in Italia e nei Paesi Bassi.

La storia della licenza Opl 245 rivela qualcosa su una delle industrie più opache al mondo, quella dell’estrazione petrolifera. Protagonisti sono un ex ministro del petrolio nigeriano, accusato di aver sottratto i soldi versati dalle compagnie petrolifere; una ditta di facciata, la Malabu oil and gas, dietro a cui si nasconde lo stesso ex ministro; alcuni intermediari di varie nazionalità, affaristi, un paio di ex agenti del controspionaggio britannico.

Transazioni sotto inchiesta
E alcuni tra i massimi dirigenti dell’Eni e della Shell, da più parti accusati di sapere benissimo con chi avevano a che fare e dove sarebbero finiti i loro pagamenti. Le due aziende hanno sempre respinto l’accusa. L’Eni sostiene di aver avuto solo regolari transazioni con il governo nigeriano. La procura di Milano non ne è convinta: l’8 febbraio scorso ha chiesto il rinvio a giudizio di undici persone, tra cui l’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore, Paolo Scaroni, e il faccendiere Luigi Bisignani – oltre all’Eni e la Shell come entità giuridiche.

L’udienza preliminare è fissata per il 20 aprile, al tribunale di Milano spetta decidere se accogliere la richiesta, ovvero se ci sarà un processo.

Guardato in prospettiva, lo scandalo del giacimento nigeriano è l’ennesimo esempio di come le risorse naturali del paese siano servite ad arricchire una piccola élite di affaristi locali, con la complicità più o meno chiara di imprese occidentali, a scapito dei comuni cittadini e dello sviluppo della nazione. Forse però bisogna fare un passo indietro.

L’ex ministro e i faccendieri
Lo scandalo Olp 245 è emerso alla fine del 2012, quando due intermediari d’affari che avevano lavorato per la Malabu, un nigeriano e un russo, si sono separatamente rivolti a due tribunali di arbitrato a Londra. In particolare, tale Emeka Obi reclamava 214 milioni di dollari a titolo di commissione per il contratto concluso con l’Eni e la Shell. La corte commerciale di Londra ha condotto la sua istruttoria, chiamando a deporre diversi testimoni, che hanno poco a poco delineato cosa stava dietro al contratto per il giacimento più ricco della Nigeria.

Tutto è cominciato quando, nel 1998, l’allora ministro del petrolio nigeriano Dan Etete ha dato il blocco 245 in concessione alla Malabu oil and gas. Allora non era ben chiaro chi fosse dietro all’azienda, sconosciuta, senza esperienza di industria petrolifera né dipendenti, costituita solo pochi giorni prima di ricevere la concessione. Ormai invece è chiarissimo, ed è lo stesso Etete: in pratica si era regalato uno dei giacimenti più redditizi del paese (la Malabu pagò due milioni per quella concessione multimiliardaria).

La Nigeria era governata allora da un militare, il generale Sani Abacha. In seguito il presidente Goodluck Jonathan, suo successore, ha urlato allo scandalo e ha tolto la concessione alla Malabu. La Shell allora ha acquistato parte della concessione, e ha cominciato le esplorazioni. Poi la Malabu ha vinto un ricorso e rivendicato la concessione.

 

La controversia legale tra la Shell e la Malabu su chi avesse diritto su quel giacimento si è trascinata per anni. È allora che Shell ha assunto due ex agenti dell’Mi6, il controspionaggio britannico (oggi Sis), perché aiutassero a trattare con Etete e con il governo nigeriano per sbloccare la situazione.

Dan Etete è una figura in sé sconcertante. Il consorzio di giornalisti investigativi africani Sahara Reporters ha ricostruito in modo dettagliato come questo signore, oggi di 72 anni, abbia saputo usare il suo mandato di ministro del petrolio tra il 1995 e il 1999 per costruire un sistema di società anonime che gli hanno permesso di “ripulire” centinaia di milioni di dollari estorti a varie compagnie petrolifere, trasferendoli su conti bancari all’estero (pare che abbia aperto conti intestati a familiari dell’allora presidente Abacha).

Tutto questo con l’aiuto dell’avvocato ginevrino Richard Granier-Deferre, grande esperto di manovre finanziarie. Nel 2007 Etete è stato condannato in Francia per riciclaggio di denaro. I due ex agenti dell’Mi6 che hanno trattato con lui durante “grandi pranzi con molto champagne ghiacciato”, lo descrivono come uno che “ha fiutato il denaro”: così scriveranno in alcune email ora agli atti delle indagini svolte dalla procura dell’Aja, nei Paesi Bassi.

Bodo, Nigeria, 10 giugno 2010. - Jane Hahn, The New York Times/Contrasto

Bodo, Nigeria, 10 giugno 2010. (Jane Hahn, The New York Times/Contrasto)

La Shell si è resa conto molto presto di dover trovare un accordo per “liquidare” la Malabu e l’ingombrante personaggio che ci stava dietro. La Malabu intanto aveva incaricato l’ex diplomatico russo Ednan Agaev di cercare nuovi investitori; questo ha tirato dentro il nigeriano Emeka Obi. Pare che sia stato Obi a farsi mediatore con l’Eni, già titolare del blocco petrolifero adiacente (l’Opl 244).

Comunque sia, la compagnia italiana è entrata in gioco nel 2010, con l’ipotesi di acquisire la concessione a metà con la Shell. “Previa ovviamente la chiusura di tutti i contenziosi” con la Malabu, si può leggere sul sito della compagnia italiana. Nel maggio 2011 il governo nigeriano ha infine assegnato all’Eni e alla Shell una nuova licenza, “libera da qualsiasi onere o disputa”.

Cosa ha convinto la Malabu a rinunciare alle sue pretese? L’indagine del tribunale commerciale di Londra ha ormai chiarito che l’Eni e la Shell hanno versato la somma stipulata per la concessione su un conto fiduciario del governo nigeriano presso la banca J. P. Morgan nel Regno Unito, ma quello è stato solo un transito: 1,1 miliardi di dollari sono poi stati trasferiti sui conti della Malabu, dove sono stati “ripuliti” e distribuiti in varie tangenti. Nella sua deposizione a Londra, nel 2013, Etete è stato candido: ha detto che personalmente aveva avuto 250 milioni di dollari.

L’intermediario Agaev ha dichiarato che l’intera operazione è stata una transazione “sesso sicuro”, nel senso che il conto bancario del governo ha permesso alle compagnie petrolifere di concludere la trattativa e liquidare la Malabu senza entrare in contatto.

Il filone d’inchiesta in Italia
Alla fine il tribunale di Londra nel 2013 ha riconosciuto a Obi la somma di 110 milioni per la sua intermediazione d’affari, ma la cosa più interessante di quel processo è la mole di deposizioni rimasta agli atti. “Descrivevano una serie di passaggi di denaro davvero ben congegnati”, dice Antonio Tricarico, di Re:Common, l’organizzazione italiana che si batte contro la corruzione legata all’estrazione di risorse naturali. “Sembra di capire che tutto il meccanismo sia saltato quando il pagamento è passato per il governo nigeriano, ed è emerso quando gli intermediari hanno avanzato le loro rivendicazioni”.

Gli attivisti italiani, insieme a quelli della ong britannica Corner House, hanno studiato a fondo gli atti del processo londinese. Infine hanno presentato un ponderoso esposto alla procura di Milano: da questo è partito il capitolo italiano dell’indagine, quella che ha portato alla richiesta di processare i vertici della compagnia petrolifera italiana.

Secondo l’accusa, i dirigenti delle due compagnie petrolifere sapevano che il denaro versato sarebbe passato alla società controllata dall’ex ministro Etete e poi usato per pagare tangenti, tra gli altri all’allora presidente Goodluck Jonathan, al ministro del petrolio e a quello della giustizia. Non solo: secondo gli inquirenti milanesi, parte di quei soldi sarebbero rientrati ai dirigenti dell’Eni e della Shell.

Passaggi di denaro molto sospetti
L’indagine giudiziaria è stata complessa, e parte del lavoro è stato proprio seguire le tracce dei soldi “transitati” alla Malabu: è risultato che sono finiti in mille rivoli, a società prestanome, “lavati” e solo in parte rintracciati nelle tasche di ex ministri e alti magistrati della Nigeria. I giornalisti di Report, la trasmissione di Rai 3, che in un un servizio messo in onda il 10 aprile ricostruiscono parte dell’indagine, hanno sentito tra l’altro un ex dirigente dell’Eni, Vincenzo Armanna: parla di 50 milioni di dollari in contanti “tornati nelle disponibilità” dell’amministratore delegato della compagnia italiana, Descalzi.

L’Eni ripete di non aver mai trattato con la Malabu né con il signor Dan Etete, ma solo con il governo nigeriano. Tiene anche a precisare di aver commissionato un’indagine indipendente a uno studio di analisi finanziarie con sede a New York, e che nel marzo 2015 questo ha concluso che in quel contratto non ci sono state irregolarità né “schemi corruttivi”.

Una seconda verifica, chiesta di nuovo a uno studio newyorkese dopo la conclusione dell’istruttoria della procura di Milano nel novembre 2016, ha di nuovo “assolto” la compagnia italiana. Questo serve soprattutto a rassicurare gli azionisti: in effetti non più tardi di febbraio il consiglio d’amministrazione dell’Eni, di cui lo stato italiano è azionista al 30 per cento, ha ribadito la sua piena fiducia nell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che il 13 aprile è stato riconfermato alla guida dell’azienda dall’assemblea generale degli azionisti (a cui erano presenti anche numerosi “azionisti critici”, da Re:Common alla Fondazione Banca Etica a Global Witness, che hanno presentato domande puntuali sul caso Opl 245).

L’ammissione della Shell
Saranno ovviamente i tribunali a pronunciarsi. Intanto però un colpo di scena è venuto dal socio anglo-olandese. La Shell infatti ha ammesso che sì, ben prima di firmare quel contratto la società sapeva che parte del denaro versato sarebbe finito alla società Malabu legata all’ex ministro del petrolio.

L’ammissione è stata probabilmente una scelta forzata: due giorni prima due organizzazioni britanniche, Global Witness e Finance Uncovered, avevano diffuso un dossier con alcune email sequestrate dagli inquirenti olandesi nel febbraio 2016 durante una perquisizione a sorpresa nel quartier generale della Shell all’Aja. Quei messaggi, del periodo 2008-2010, rendevano ormai molto difficile per la società sostenere che i suoi dirigenti non sapevano con chi avevano a che fare, e che i soldi versati per la concessione Opl 245 sarebbero finiti alla Malabu.

Un cartello vicino agli impianti della Royal Dutch Shell nel delta del Niger, 6 agosto 2013. - Reuters/Contrasto

Un cartello vicino agli impianti della Royal Dutch Shell nel delta del Niger, 6 agosto 2013. (Reuters/Contrasto)

Così è arrivata la clamorosa ammissione. “Con il tempo ci è stato chiaro che Dan Etete era coinvolto nella Malabu e che l’unico modo per risolvere l’impasse era raggiungere un accordo con Etete e la Malabu, che ci piacesse o no”, ha dichiarato un portavoce della Shell al New York Times. “Ma pensavamo che fosse una transazione legale”, ha aggiunto.

Resta un’ammissione senza precedenti. E l’Eni? “Non commentiamo dichiarazioni di altre parti”, ci ha detto un portavoce: “Però notiamo che Shell conferma di non essere stata coinvolta in alcuna condotta illecita”. E su questa linea rimane attestata la compagnia petrolifera italiana.

Anche la Nigeria vuole processare l’Eni e la Shell
Nel frattempo in Nigeria la situazione è cambiata. Nel 2015 è entrato in carica il presidente Muhammadu Buhari, eletto con un programma incentrato sulla lotta alla corruzione. Da allora la commissione per i crimini economici e finanziari, una sorta di procura anticorruzione, ha avviato varie indagini. Una riguarda proprio il contratto Opl 245, e per la prima volta gli investigatori non chiamano in causa solo i corrotti locali ma anche le due società petrolifere europee.

La vendita di quel giacimento “è stata illegale fin dal principio” sostiene Ibrahim Magu, già investigatore di polizia che oggi presiede la commissione anticorruzione (in marzo era a Londra, su invito di Re:Common, Global Witness e Transparency International, a una conferenza dal titolo Give us our money back, restituiteci i nostri soldi).

Per la prima volta, un governo mostra una chiara volontà politica di combattere i crimini finanziari, mi dice Olanrewaju Suraju, presidente di una coalizione di attivisti sociali

Magu sottolinea che da quel contratto sono arrivati nelle casse dello stato 210 milioni di dollari, su 1,3 miliardi. La sua ipotesi è che il resto sia una gigantesca tangente pagata dall’Eni e dalla Shell, e che i destinatari fossero i familiari dell’allora presidente Abacha, l’ex ministro Etete, e alcuni altri personaggi. Magu parla di abuso di potere, conflitto di interessi e corruzione.

Soprattutto insiste che “le compagnie petrolifere ne erano consapevoli, e ne abbiamo le prove” (in un’intervista al settimanale L’Espresso). Su richiesta degli inquirenti, in gennaio l’alta corte federale nigeriana aveva revocato in via cautelativa la licenza del giacimento all’Eni e all Shell, che hanno fatto ricorso (il 17 marzo il sequestro è stato annullato). L’indagine continua, e la commissione presieduta da Ibrahim Magu ha annunciato che chiederà un risarcimento ai responsabili: si parla di una multa di due miliardi di dollari.

Per la prima volta, un governo mostra una chiara volontà politica di combattere i crimini finanziari”, mi dice Olanrewaju Suraju, presidente di una coalizione di attivisti sociali (Heda, Human and environment development agenda), che raggiungo al telefono a Lagos.

Già, questa non è solo una storia di affaristi, finanzieri e indagini giudiziarie: in Nigeria c’è anche una società civile organizzata che si batte per fermare il saccheggio delle risorse del paese. L’organizzazione presieduta da Suraju è parte di una coalizione, la Rete della società civile contro la corruzione (Csnac nell’acronimo in inglese). Ci sono siti web e giornalisti che cercano di denunciare il malaffare. “Il clima è cambiato”, insiste Suraju. “Ora ci aspettiamo che siano perseguiti i responsabili della corruzione. Ma soprattutto che si definiscano codici di condotta per impedire il ripetersi futuro di affari simili”.

L’attivista nigeriano ride quando dico che le due compagnie petrolifere sostengono di aver avuto rapporti solo con il governo nigeriano. “La Eni e la Shell si nascondono dietro un dito”, dice. “Che fosse un affare illegale era di dominio pubblico, a cominciare dalla concessione assegnata da Dan Etete mentre era ministro”. Il governo nigeriano ha già sanzionato la Malabu e gli individui responsabili del riciclaggio di denaro, dice Suraju: “Le compagnie petrolifere invece dovrebbero beneficiare di un affare corrotto? No, ci aspettiamo che i responsabili siano perseguiti”.

(*) ripreso da «Internazionale».

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Rispondi