Il pianeta verso la disfatta?

Il bollettino mensile di ALBERTO CASTAGNOLA, ripreso da “Comune Info” 

La primavera ha dischiuso da diversi giorni le sue prime pagine, cominciano a uscire i dati ufficiali relativi all’intero 2016. Un anno veramente nero per il pianeta, quello del riscaldamento record, in primo luogo. Siamo già oltre la metà dei 2 gradi di aumento considerati il livello massimo di rischio nella Conferenza di Parigi del 2015. Di quel che a qualcuno era sembrato si fossero impegnati a fare per ridurre i gas serra i 195 paesi dell’Accordo entrato in vigore non si è visto quasi nulla. Anzi, s’è visto l’ingresso sulla scena di un compulsivo consumatore di lacca per capelli che rende ancor più improbabile il compimento di impegni che già parevano irrisori per salvare il pianeta. Il re mostra come non mai le sue nudità: le previsioni di un esodo biblico per cause ambientali lasciano del tutto indifferente il governo di Trump (e quasi tutti quelli che “contano”). Per arginare i colossali iceberg distaccati dai poli, i cicloni, le siccità e le alluvioni devastanti, quasi certamente si costruiranno muri. L’industria del polistirolo ringrazia. La panoramica delle notizie di marzo, curata ancora una volta da Alberto Castagnola, racconta un’altra inquietante realtà

 

A cura di Alberto Castagnola

Cominciano ad uscire i primi dati ufficiali relativi all’intero anno 2016: una fonte sottolinea che sembra il bollettino di una disfatta, noi potremmo aggiungere che la guerra non è stata ancora iniziata. Ma vediamo i dati. E’ stato l’anno del riscaldamento record , 1,1 gradi centigradi in più rispetto ai livelli precedenti l’era industriale. Significa che abbiamo già realizzato oltre la metà dei due gradi indicati come livello massimo di rischio nella grande Conferenza di Parigi del dicembre 2015 (e che siamo già pericolosamente vicini al grado e mezzo indicato come soglia di una maggiore sicurezza) . In effetti si è fatto ben poco di quanto i 195 paesi dell’Accordo già entrato in vigore sembrava si fossero impegnati a realizzare per ridurre i gas serra. Anzi, sembra che uno dei paesi maggiori inquinatori, gli Stati Uniti di Trump, stiano addirittura smontando i principali interventi contro le modifiche del clima  che la presidenza Obama aveva faticosamente fatto approvare. Eppure i segnali che la crisi climatica sta lanciando sono sempre più chiari e numerosi: l’estensione  dei ghiacci al Polo Nord è sempre più ridotta, dalla banchisa dell’Antartide si stanno staccando enormi iceberg, la velocità  e la dannosità dei cicloni sono sempre maggiori, le crisi idriche si stanno moltiplicando, in forma sia di siccità, che di alluvioni. E intanto l’Onu richiede cifre crescenti per poter intervenire almeno nelle zone dove la disperazione è ormai assoluta, ma la solidarietà dei paesi più ricchi sembra diventare sempre meno adeguata rispetto alla dimensione dei problemi alimentari e sanitari da affrontare in assoluta emergenza. E le previsioni dei movimenti migratori per cause ambientali diventano sempre più impressionanti.

Clima ed eventi estremi

 

  1. La siccità e la carestia nel Grande Corno d’Africa. In molti paesi del grande Corno d’Africa (che comprende Somalia, Etiopia, Kenya, Sud Sudan Yemen, Eritrea, Gibuti e Sudan) l’instabilità politica , la guerra e il clima secco hanno provocato una crisi alimentare che riguarda decine di milioni di persone e rischia di aggravarsi. Al momento le Nazioni Unite hanno dichiarato lo stato di carestia in alcune zone del Sud Sudan. Somalia e Yemen, entrambi afflitti dalla guerra civile, potrebbero seguire. Le crisi alimentari sono relativamente frequenti in queste regioni del pianeta, ma una dichiarazione formale di carestia è rara. La definizione tecnica prevede che una famigli su cinque in una data area sia colpita da una grave penuria alimentare, che il 30% della popolazione sia malnutrita e che ci sia un tasso di mortalità di due persone su diecimila al giorno. I conflitti sono la causa principale della penuria alimentare della regione, ma la siccità aggrava il problema. Nel 2016 ci sono state due stagioni delle piogge consecutive con precipitazioni scarse. In Somalia, per esempio, è piovuto meno della metà del solito. Anche la prossima stagione delle piogge, che va da marzo a maggio, rischia di essere poco piovosa. La cartina mostra la siccità tra il 23 novembre 2016 e il 15 febbraio 2017. Il marrone indica le aree con lo stress evaporativo più elevato. L’indice di stress evaporativo (Esi) è un indicatore basato sulla temperatura della superficie del terreno, registrata dai satelliti dell’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera (Noaa), e sull’indice di area fogliare basato sulle osservazioni dei satelliti Terra e Aqua della Nasa.  Combinando questi dati è possibile misurare l’evapotraspirazione , cioè quanta acqua evapora dai terreni e dalle foglie. Un’evapotraspirazione insolitamente bassa è un indicatore precoce  dello stato di sofferenza delle piante, ancora prima che le foglie appassiscano e diventino marroni. L’attuale siccità è legata a una Nina debole. . Questa condizione meteorologica altera le temperature e la pressione atmosferica sul Pacifico, con effetti su tutto il pianeta. Probabilmente gli effetti sono stati amplificati da aree d’acqua insolitamente fredda nell’oceano indiano occidentale e da acque insolitamente calde nella parte orientale. Una situazione simile riduce le piogge in Africa orientale e le aumenta in Malesia. (…) (Internazionale  1194, 3 marzo 2017, pag. 99, con cartina da satellite)
  2. Non sparate sulla carbon tax. Ecco perché è necessaria. Si torna a parlare di carbon tax. Negli Usa ha stupito la proposta degli ex ministri del Tesoro di Nixon, Reagan e Bush, a favore di una tassa di 40 dollari a tonnellata, che consentirebbe di ridurre le emissioni e distribuire alle famiglie 2000 dollari all’anno. In Europa, dove le associazioni tedesche delle rinnovabili ne auspicano l’introduzione, il dibattito si è riaperto con il fallimento del meccanismo previsto per le imprese energivore, l’Emissions Trading System, che ha portato ad un valore della C02 così basso da non favorire l’utilizzo delle centrali a metano a scapito di quelle a carbone e da risultare poco incisivo anche per le altre industrie coinvolte. Un quadro non ammissibile dopo l’Accordo sul Clima di Parigi che prevede un’accelerazione della decarbonizzazione delle economie. La carbon tax rappresenta invece uno strumento efficace e la sua adozione è stata auspicata anche da molte istituzioni internazionali proprio ora che i prezzi dei combustibili sono bassi. Ma quale valore considerare? La stima del governo Usa per i danni climatici è di 37 dollari per tonnellata di C02, mentre molte grandi imprese già utilizzano, per orientare i propri investimenti, un prezzo di 25-45 dollari. Il Kyoto Club ha avanzato una proposta per l’Italia, volta a penalizzare l’impiego dei fossili in una logica di neutralità fiscale. Ipotizzando un livello iniziale di 20 euro per tonnellata, le entrate sarebbero dell’ordine di 8 miliardi, una cifra che consentirebbe di tagliare del 10% le bollette elettriche, ridurre il costo del lavoro, e favorire interventi sulle emissioni. Stefano Agnoli, in un articolo suo Corriere Economia del 27 febbraio ha raccolto alcune perplessità sulla proposta, a partire dalla già elevata tassazione sui carburanti. In realtà, le attuali entrate fiscali riescono a malapena a compensare i danni causati dai trasporti. L’incremento proposto, 5 centesimi a litro, dovrebbe penalizzare principalmente il diesel e servirebbe in parte ad incentivare la mobilità elettrica, attualmente su livelli ridicoli, consentendo di avere mezzo milione di veicoli su strada entro cinque anni. Sul versante della generazione elettrica il suo effetto sarebbe quello di scoraggiare le centrali a carbone a favore di metano, rinnovabili ed efficienza. Insomma , si tratta di uno strumento per accelerare la transizione energetica che, gestito in modo flessibile per tenere conto di specifiche controindicazioni, darebbe slancio ad una politica climatica inesistente. Riqualificare  energeticamente interi quartieri, passare alla mobilità elettrica, rilanciare le rinnovabili alternative che andrebbero seriamente perseguite e che sarebbero facilitate da una carbon tax. La Svezia, che l’ha introdotta nel 1991, portandola fino a 136 euro per tonnellata,  ha una economia florida e si ripromette di uscire dai fossili in meno di trent’anni. Cerchiamo anche noi di utilizzare gli strumenti che consentano di cogliere in maniera intelligente le straordinarie opportunità legate ad uno sviluppo low carbon. (Corriere della Sera Economia, 6 marzo 2017, pag. 14)
  3. Inquinamento, le prime vittime sono i bambini. Un quarto dei decessi riguarda minori di 5anni. Senza distinzione di aree geografiche. (…) Gli ultimi due studi provengono dall’OMS e dicono che il diffuso degrado degli ecosistemi sta compromettendo gravemente la salute dei bambini. Nei paesi in via di sviluppo e in quelli a economia avanzata. Il dato su cui ragionare è questo: più di una morte su quattro tra i bambini sotto i 5 anni è attribuibile a cause ambientali (!,7 milioni di bambini , i 26% dei 5,9 milioni di decessi all’anno). La stima è contenuta in due rapporti “Un mondo sostenibile in eredità: atlante della salute infantile e dell’ambiente” e “ Non inquinate il mio avvenire!: l’impatto ambientale sulla salute infantile”. La prima analisi dell’OMS conferma che le cause dei decessi più frequenti –diarrea, malaria e polmonite – si potrebbero prevenire attraverso un accesso più equo all’acqua potabile e ai combustibili puliti (non tossici) per cucinare. Nel secondo rapporto, invece, l’OMS traccia un quadro dei fattori ambientali più nocivi e individua le cinque cause principali della morte dei bambini. “Un ambiente inquinato è mortale – spiega Margaret Chan, direttrice generale dell’OMS – in particolare per i bambini piccoli. I bambini piccoli sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento dell’aria e dell’acqua perché i loro organi e il loro sistema immunitario sono in via di sviluppo e i loro organismi, in particolare  le vie respiratorie, sono di piccole dimensioni”. Le sostanze inquinanti, si legge nello studio pubblicato ieri, cominciano ad agire già nel grembo materno, e aumentano il rischio di parto prematuro. Neonati e bambini in età prescolare esposti ad alte concentrazioni di smog, sia outdoor che indoor, e al fumo passivo corrono un rischio maggiore di contrarre polmoniti e per tutta la vita si ammaleranno più facilmente  di malattie respiratorie croniche, come l’asma. E’ accertato che l’inquinamento atmosferico aumenta anche i rischio permanente di malattie cardiache, ictus e cancro. Il secondo rapporto si sofferma in particolare sulle principali cause di morte al di sotto dei cinque anni e il dato più sconvolgente riguarda proprio lo smog: 570.000 bambini ogni anno muoiono di infezioni respiratorie  riconducibili all’inquinamento dell’aria. 361.000 bambini perdono la vita a causa della diarrea provocata dalle acque inquinate. 270.000 muoiono durante il primo mese di vita per condizioni “ambientali” (tra cui la prematurità) che potrebbero essere evitate garantendo a tutti l’accesso all’acqua potabile  e a strutture sanitarie adeguate. 200.000 sono i decessi causati dalla malaria e  e lo stesso numero di bambini muore a causa di “lesioni involontarie” attribuibili all’ambiente (annegamenti, cadute, avvelenamenti). (…) L’agenzia dell’ONU segnala anche alcuni rischi “emergenti” . Come i rifiuti dell’industria elettronica che secondo l’Onu espongono i bambini a sostanze tossiche che possono comportare “una riduzione delle loro capacità intellettive, deficit di attenzione, danni ai polmoni e cancro” (si prevede un aumento dei rifiuti elettronici del 19% tra il 2014 e il 2018, fino a raggiungere i 50 milioni di tonnellate). Impensabile anche non dover fare i conti con i cambiamenti climatici: l’aumento delle temperature e dei livelli di diossido di carbonio favoriscono la crescita di pollini e di conseguenza l’asma tra i bambini (l’11-14% dei bambini dai cinque anni in sù nel mondo manifesta sintomi di asma). A completare il quadro ci sono poi le esposizioni a sostanze chimiche attraverso cibo e acqua. Fluoruri, pimbo, mercurio e pesticidi sono già entrati nella catena alimentare. (…) (Il Manifesto, 7 marzo 2017,pag. 8)
  4. Dopo un lungo periodo di siccità le alluvioni che da dicembre stanno colpendo lo Zimbabwe hanno causato la morte di almeno 246 persone. Il paese deve affrontare anche un’invasione di bruchi infestanti che distrugge i campi di cereali. (Internazionale n. 1195, 10 marzo 2017, pag. 96)
  5. Una violenta tempesta chiamata Zeus ha investito l’ovest, il centro e poi il sud della Francia, provocando la morte di due persone e lasciando 600mila abitazioni senza elettricità. (Internazionale n. 1195, 10 marzo 2017, pqg.96)
  6. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo in Madagascar ha colpito quattromila persone provocando 4 vittime. (Internazionale n.1195, 10 marzo 2017, pag.96)
  7. Primavera anticipata. (…) Ma a causa del riscaldamento globale, le piante ricevono segnali contrastanti su quando germogliare. In una regione settentrionale della Groenlandia, rivela uno studio pubblicato su Biology Letters, le piante si risvegliano in anticipo. In particolare, un tipo di pianta si risveglia 26 giorni prima rispetto a dieci anni fa. Si tratta dell’anticipo maggiore mai osservato nell’Artico. Secondo la ricerca, l’allungamento dell’attività vegetativa è associata alla riduzione del ghiaccio marini. (…) Nel complesso, scrive il New York Times, sta cambiando la struttura stessa della primavera: si allunga il periodo tra la fioritura delle piante più precoci e quella delle piante tardive. Secondo il quotidiano, una primavera artica più lunga permette grandi intervalli tra le fioriture, e ci saranno momenti nei quali, pur essendo primavera , non ci sarà alcun evento primaverile. (Internazionale n.1195, 10 marzo 2017, pag. 96)
  8. Cambio di passo. Ma ora la Cina vuole il cielo sempre più blu. (…) Pechino ha appena annunciato che investirà almeno 360 miliardi di dollari da qui al 2030 per lo sviluppo delle fonti rinnovabili. L’investimento fa parte del nuovo piano della National Energy Administration cinese e sosterrà l’obiettivo nazionale di riservare alle fonti pulite la metà di tutti i nuovi impianti di generazione di energia elettrica entro il 2020, con la creazione di 13 milioni di di nuovi posti di lavoro nel settore. (…)Negli ultimi mesi il governo ha messo in atto una serie di misure per affrontare il problema , con una campagna sempre più serrata. Nel 2016, 335 fabbriche sono state chiuse a Pechino e più di 400mila veicoli inquinanti sono stati tolti dalle strade, contribuendo a raggiungere 198 “giorni di cielo blu”, rispetto ai soli 12 giorni nel 2015. (…) La Cina ha costruito in pochi anni 34 centrali nucleari e altre 20 sono in fase di realizzazione. La produzione da fonti rinnovabili, guidate dall’energia eolica, è triplicata negli ultimi cinque anni e continuerà a crescere. Grazie ai nuovi investimenti annunciati, il vento arriverà a 210 gigawatt nel 2020, oltre un quarto di tutta la potenza eolica globale. (Corriere della Sera, L’economia, 13 marzo 2017, pag. 56).
  9. L’Europarlamento detta la linea e punta sul 70% dei rifiuti riciclati entro il 2030. I deputati di Strasburgo correggono a stragrande maggioranza gli obiettivi di Bruxelles. Tredici anni volano per cui l’obiettivo fissato sembra quasi irraggiungibile. L’impegno però è stato preso. L’Europarlamento di Strasburgo ieri ha confermato a larga maggioranza il rapporto della Commissione Ambiente che prevede l’aumento al 70% di rifiuti urbani riciclati entro il 2030 (contro il 65% chiesto da Bruxelles) e all’’80% per gli imballaggi (contro il 75%) . L’assemblea ha anche fissato la riduzione al 5% dei rifiuti in discarica (ma è prevista una proroga di 5 anni per quegli Stati che nel 2013 smaltivano ancora in discarica il 65% dei rifiuti. Gli eurodeputati hanno anche fissato una riduzione del 50% dei rifiuti alimentari (nell’Ue sono 89 milioni di tonnellate, 180 chili pro-capite annui). (…) Secondo Legambiente, il raggiungimento degli obiettivi potrebbe coincidere con la creazione di 580mila posti di lavoro e con un risparmio di 72 miliardi di euro all’anno grazie ad un suso più efficiente delle risorse. (…) (Il Manifesto, 15 marzo 2017, pag. 8)
  10. Co2 record nell’atmosfera. La concentrazione di Co2 in atmosfera , che l’anno scorso ha registrato un’accelerazione senza precedenti, quest’anno aumenterà in misura minore rispetto al 2016, ma comunque superiore alla media dell’ultimo decennio. E’ quanto prevede il Met Office, l’agenzia britannica per la meteorologia, secondo cui a maggio si registrerà un picco vicino alle 410 parti per milione (ppm) di anidride carbonica. Nello stesso mese del 2016 si era arrivati a 407,7. La concentrazione di Co2 aumenta di anno in anno a causa dell’uso dei combustibili fossili (traffico automobilistico ed emissioni industriali) e della deforestazione. (Il Manifesto, 16 marzo 2017, pag. 8)
  11. La crisi della solidarietà. (…) Il 22 febbraio, tre giorni dopo che le agenzie dell’Onu e le autorità locali avevano dichiarato che una carestia era già in corso in parte del Sud Sudan, Guterres, segretario generale dell’Onu, ha dichiarato che servivano 4,4 miliardi di dollari entro la fine di marzo per evitare una catastrofe. L’Onu ha raccolto appena 90 milioni di dollari. E nella cifra richiesta da Guterres non erano inclusi i fondi necessari per combattere l’aumento della malnutrizione in Kenya e in Etiopia, dovuta in larga parte alla peggiore siccità che abbia colpito il Corno d’Africa negli ultimi venti anni. A meno di due settimane dalla scadenza fissata da Guterres, nonostante le conferenze di raccolta fondi e i grandi sforzi di sensibilizzazione profusi dall’Onu e dalle altre organizzazioni, la situazione non è molto migliorata. L’ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari (Ocha) dell’Onu, ha chiesto 2,1 miliardi di dollari  e ha ricevuto 62,9 milioni, ovvero il 3% circa. Per il Sud Sudan l’Ocha ha chiesto 1,6 miliardi di dollari e ha ricevuto 24,1 milioni, ovvero l’1,5%. I numeri sono appena migliori per la Somalia: sono stati chiesti 863,5 milioni di dollari e ne sono stati raccolti 72,9 milioni, ovvero l’8,4%. La risposta internazionale è stata adeguata solo per il nord della Nigeria, soprattutto grazie a una conferenza speciale di donatori organizzata a Oslo, in Norvegia, in cui 14 governi hanno promesso 672 milioni di dollari sugli 1,1 miliardi richiesti dall’Onu. Se poi queste promesse si trasformeranno in reali donazioni è tutto da vedere. (…) In queste condizioni, l’idea che l’Onu riesca a raccogliere anche solo la metà dei fondi  che ha chiesto per i quattro paesi  più a rischio di carestia  nel 2017 sembra utopistica. E anche se i fondi dovessero essere raccolti, non è detto che riuscirebbero ad arginare le carestie attuali e quelle in arrivo. Gli aiuti alimentari devono essere consegnati: le parti in lotta nel Sud Sudan e nello yemen e i jihadisti di Al Shabaab in Somalia e di Boko Haram in Nigeria permetteranno alle organizzazioni umanitarie di fare il loro lavoro? I precedenti non sono incoraggianti. Durante l’emergenza alimentare in Somalia nel 2011 Al Shabaab ha bloccato i convogli umanitari, impedendogli di entrare nei territori che controllava. (…) (Internazionale n. 1196, 17 marzo 2017, pag. 42)
  12. La perdita dei ghiacci artici, misurata ogni settembre, potrebbe essere dovuta a cause naturali per il 30-50%, scrive Nature Climate Change. Il contributo maggiore allo scioglimento del ghiaccio è di natura antropica. Le emissioni di gas serra. Lo studio potrebbe essere utile per prevedere in modo più accurato l’estensione del ghiaccio artico, distinguendo tra la variabilità naturale a breve termine e gli effetti a lungo termine causati dall’attività umana. La banchisa, fondamentale per la sopravvivenza di molte specie, aiuta a rallentare il riscaldamento globale riflettendo i raggi solari verso lo spazio. (Internazionale n. 1196, 17 marzo 2017, pag. 104 con foto)
  13. Il ciclone Enawo in Madagascar. Il bilancio delle vittime dell’uragano Enawo in Madagascar è salito a 78 persone, con 18 dispersi e 250 feriti. Le alluvioni e i forti venti hanno costretto più di 250mila persone a lasciare le loro case. (Internazionale n. 1196, 17 marzo 2017, pag.104)
  14. Chiare, fresche e dolci acque, ma non nel Sud del mondo. 3,5 milioni di morti ogni anno sono imputabili a malattie legate all’acqua. Molti di più della somma delle morti causate da Aids (1,3 milioni all’anno) e da incidenti stradali (1,3 milioni all’anno). In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, il World Water Council ha fatto sapere che il 12 per cento della popolazione mondiale a fonti di acqua potabile, ogni giorno 4500 bambini muoiono per mancanza di accesso alle fonti pulite e tre milioni e mezzo di decessi sono imputabili a malattie legate all’acqua, molti di più della somma delle morti causate da incidenti stradali e Aids. La situazione più drammatica è quella dell’Africa subsahariana dove 319 milioni di abitanti (il 32% della popolazione) non ha accesso a fonti d’acqua sicure, contro i 554 milioni di asiatici (il 12,5% della popolazione) e i 50 milioni di sudamericani (l’8 % della popolazione). (…) Nel mondo, il costo totale dell’insicurezza delle risorse idriche sull’economia globale è stimato in 500 miliardi di dollari all’anno. Se a questo dato si aggiunge l’impatto ambientale, la cifra cresce ulteriormente,  fino ad arrivare all’uno per cento del prodotto interno lordo globale. Tutto ciò produce carestie, guerre e migrazioni, dalle zone più povere a quelle più ricche del mondo. Quest’anno, al centro della Giornata mondiale ci sono i problemi legati allo smaltimento delle acque reflue. A livello mondiale, circa il 90% delle acque reflue finisce nell’ambiente senza alcun tipo di trattamento, e questo mentre oltre 923 milioni di persone al mondo non hanno accesso a fonti sicure di acqua potabile, 2,4 miliardi soffrono l’assenza di strutture igienico-sanitarie adeguate, un bambino su cinque con meno di 5 anni muore prematuramente ogni anno per malattie legate all’acqua, e quasi il 40% della popolazione mondiale convive con il problema della scarsità delle risorse idriche, percentuale che potrebbe crescere fino raggiungere il 66% della popolazione mondiale entro il 2025, ovvero i due terzi. Inoltre, circa 700 milioni di persone vivono in aree urbane senza servizi igienico-sanitari sicuri. (…)Per ogni dollaro investito nei servizi idrici e nel loro risanamento, si stima un rendimento di 4,3 dollari, (ovvero del 400%) grazie al risparmio sulla spesa sanitaria, con un beneficio individuale e sociale di portata mondiale. (…) (Il Manifesto, 18 marzo 2017, pag. 7)
  15. Gocce di dignità. Spreco e mancanza di acqua, lo spettro dello stress idrico ma l’Italia cambia rotta. (…) La media europea dei consumi è di 188 litri e più virtuosi sono Germania e Francia intorno a 148 litri (dati Eurostat). Oltreoceano gran consumatori restano gli Stati Uniti con 425 litri al giorno. Guardando ai numeri della nostra penisola, però, possiamo ancora migliorare, cominciando dalle nostre case nella vita quotidiana. Se ci limitiamo all’igiene , vediamo, ad esempio, (dati Istat) che il 70 per cento è assorbito dalle soste in bagno con lavaggi vari, mentre la cucina richiede l’11% cifra analoga all’innaffiamento del giardino. L’acqua resta una grande contraddizione. Viviamo su un pianeta ricoperto per il 70 per cento da oceani, mari, laghi e fiumi. La sua origine resta misteriosa  ma l’acqua c’è ed è abbondante. 33 milioni di chilometri cubi di acqua dolce avvolgono il “globo azzurro”. Eppure, un miliardo di persone nel mondo ne è completamente sprovvisto, mentre grandi quantità di risorse idriche vanno sprecate. Non possiamo, tuttavia, farne a meno e ogni persona , secondo l’OMS, dovrebbe disporre di almeno 40 litri al giorno per l’igiene e l’alimentazione, un valore giudicato “fabbisogno minimo” per garantire la sopravvivenza n condizioni di salute. Invece, nei paesi poveri, non si arriva a dieci litri al giorno. (…) Ora, le zone a rischio di “stress idrico”, cioè quelle in cui la disponibilità di acqua è inferiore a mille metri cubi di acqua pro-capite all’anno, rappresentano circa l’1% delle terre emerse, mentre nel 2100 si prevede che saranno il 30%, come spiega in dettaglio Alok Jha nel suo interessantissimo “Il libro dell’acqua” ( Bollati Boringhieri) Nonostante le numerose analisi e le proiezioni stimate, ancora il nostro modo di vivere e produrre presenta storture da considerare con occhi diversi. La quantità richiesta dalla fabbricazione in generale e dagli alimenti particolare, offre cifre difficilmente sostenibili. Quanto a lungo si potranno consumare  200 litri d’acqua per disporre di una tazzina di caffè, 15.000 litri d’acqua per un chilogrammo di carne, 160 litri per un hamburger di soia, 250 litri per un bicchiere di latte, 10 litri per un foglio di carta, 32 litri per un microchip? Questa “impronta idrica” come viene definita la quantità d’acqua dolce necessaria alla produzione , dovrà subire dei cambiamenti. (…) (Corriere della Sera, 22 marzo 2017, pag. 42)
  16. India, sentenza antinquinamento. Se il Gange diventa “umano”, danneggiare il fiume sacro sarà come ferire una persona. L’induismo da sempre venera i fiumi, somme divinità della natura. Come Ganga, dea del Gange e Madre di tutti i corsi d’acqua o il possente Sarasvati. Ora la sacralità diventa obbligo di legge. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra oggi, la Corte Suprema dell’Uttarakhand, stato settentrionale attraversato dall’Himalaya, ha decretato che il Gange e la Yamuna,  suo principale affluente, avranno lo status di “entità legali e viventi con status di personalità giuridica”. Se qualcuno li danneggia, sarà punito come se avesse ferito o ucciso un essere umano. I giudici di Nainital hanno citato il precedente del fiume neozelandese Whanganui, adorato dai Maori, che dopo decenni di battaglie legali, sono riusciti la scorsa settimana, ad ottenere – prima volta nel mondo – Il riconoscimento dei suoi “pieni diritti”. Come in quel caso, anche il tribunale indiano ha nominato dei “tutori”  per controllare e proteggere  Gange e Yamuna. Nel punto della loro confluenza, ogni dodici anni si celebra il Maha Kumba Mela, il più grande pellegrinaggio di massa al mondo: nel 2013 vi hanno partecipato 100 milioni di persone. Sono i fiumi più amati dagli induisti e fra i più inquinati del pianeta. Nelle acque del Gange – in cui gli induisti si bagnano per purificarsi – ogni giorno si riversano 1,5 miliardi di litri di liquami non trattati e 500 milioni di litri di rifiuti industriali, cui si aggiungono enormi quantità di pesticidi agricoli e altre scorie chimiche. Lo Yamuna è ancora più contaminato; in diversi punti le sue acque sono così sporche e stagnanti che non si trova più alcuna forma di vita. Eppure è proprio questo fiume a dissetare, dopo trattamento chimico, i 19 milioni di abitanti di New Delhi. (…) (Corriere della Sera, 22 marzo 2017, pag. 17 esteri)
  17. Dopo la tempesta, sepolti dal fango, l’incubo del Perù. Oltre 80 morti, centinaia di sfollati, milioni di danni, Il Nino fa ancora paura. (…) In Perù dove la furia dell’acqua ha già ucciso 80 persone e ne ha colpite più di 665mila tra feriti (almeno 200), dispersi e sfollati, costretti a scappare dalle case sommerse (oltre 145mila quelle danneggiate). Molti di quanti si sono rifugiati sui tetti degli edifici che hanno retto sono ancora in attesa dei soccorsi. Difficile raggiungere villaggi e città rimasti isolati: strade e ponti spezzati, la principale linea ferroviaria tranciata in due. In oltre 800 villaggi è stato dichiarato lo stato di emergenza. E’ la peggiore dal 1998, il commento amaro del presidente Pedro Pablo Kuczynski. E il cielo non promette nulla di buono per il prossimo futuro: sulle Ande peruviane minaccia di abbattersi un nuovo ciclo di forti piogge. Le precipitazioni nelle ultime settimane hanno già flagellato la costa settentrionale e centrale del Paese, causando inondazioni e smottamenti. Conseguenza del Nino, spiegano i meteorologi. Un fenomeno periodico che provoca un innalzamento della temperatura delle acque dell’Oceano Pacifico. Le piogge si sono abbattute soprattutto sulle zone costiere settentrionali, ma le conseguenze si fanno sentire in tutto il paese. Il Nino potrebbe costare caro auna delle economie più dinamiche dell’America Latina, che l’anno scorso ha registrato una crescita del 3,9%: una riduzione dello 0,5 per cento del Pil prevedono gli analisti consultati a Lima da El Pais. Perché ad essere colpiti sono settori chiave dell’economia peruviana. Quello agricolo (oltre 21.435 ettari di colture allagate) e minerario (molte le miniere chiuse e anche dove sono rimaste operative, le esportazioni sono bloccate per via delle strade e ferrovie interrotte.  Il Nino provocherà un aumento dei prezzi , soprattutto negli alimenti e nei trasporti, con conseguente aumento dell’inflazione, che colpirà duramente le famiglie a basso reddito, quelle che spendono tra il 60 e l’80 per cento delle spese mensili in cibo, osserva l’economista Gonzales Izquierdo. Il governo ha annunciato un fondo di 720 milioni di dollari per ricostruire le infrastrutture distrutte Una cifra che gli analisti considerano insufficiente, visto che l’emergenza non è finita. (…)  Corriere della Sera, 24 marzo 2017, pag.17 esteri, con foto)
  1. Le nuvole, sentinelle del clima. Dal ciclo dell’acqua alle grandi sfide ambientali. Il ruolo delle nubi (e il loro nuovo atlante). Sottovalutate e poco studiate in passato, le nuvole balzano in primo piano nella Giornata mondiale della meteorologia, celebrata ieri in tutto il mondo. Alle meravigliose formazioni ora si guarda con grande interesse  perché ritenute elementi importanti nel complesso meccanismo del riscaldamento climatico. E con lo slogan “Capire le nuvole” l’Organizzazione Meteorologica mondiale (Wmo) cerca di aprire un nuovo fronte di ricerca per trovare risposte a una situazione della Terra radiografata in un documento (State of the Global Climate in 2016) che suona come un bollettino della disfatta. “Il rapporto conferma che il 2016 è stato l’anno più caldo, 1,1 gradi centigradi sopra il livello del periodo preindustriale; più caldo di 0,06 gradi rispetto al 2015, che segnava il precedente record. E questo aumento globale si accompagna ad altri cambiamenti occorsi nel sistema climatico. “, sottolinea Petteri Taalas, segretario generale dell’organizzazione. In varie zone del globo il termometro ha segnato una media annuale 3 gradi superiore a quella del periodo !961-1990, soprattutto nel Nord (Alaska, Canada, e nei mari di Barents e norvegese). All’aeroporto delle Isole Svalbard, nell’Artico, la media era di 6,5 gradi sopra quella del periodo considerato. Globalmente il livello dei mari è salito di 20 centimetri dall’inizio del XX secolo per l’espansione termica degli oceani e lo scioglimento dei ghiacci. In questo senso, nel 2016 ha contribuito negativamente il fenomeno di El Nino, anch’esso eccezionale , provocando un aumento oceanico di 15 millimetri. La media delle passate manifestazioni era intorno ai 3 millimetri. Anche il Nord e il Sud del pianeta hanno registrato, nei dati del National Snow and Ice Data Center americano, due picchi straordinari: i ghiacci artici hanno toccato il record negativo dell’estensione (14,42 milioni di chilometri quadrati), mentre la superficie dei ghiacci dell’Antartide ha segnato il suo minimo estivo di 2,11 milioni di chilometri quadrati. In entrambi gli emisferi questi valori sono i più estremi raggiunti nei 38 anni di rilevamenti satellitari. La siccità ha aggredito varie regioni: in Sudafrica per il secondo anno consecutivo le piogge estive sono diminuite fino al 60%  e altrettanto nel bacino amazzonico. In contrapposizione, in Cina nell’area dello Yangtze  si registrano inondazioni con livelli delle precipitazioni del 16% più elevate della media nazionale. Ondate di calore hanno investito il Nord Africa e il sud della Spagna. In Kuwait si sono registrati i 54 gradi centigradi, record mai registrato in Asia. Da 7 anni l’Omm rivedeva intanto l’Atlante delle nubi, aggiornato l’ultima volta trent’anni fa e ora rinnovato e diffuso on line. Sono state inserite  specie nuove come il “volutus”, nubi speciali (“homogenitus”), e le nubi dovute alle attività umane, come le scie di condensazione degli aerei. “Ma grazie alle nuove osservazioni si sono soprattutto scoperti i fiumi atmosferici,  – dice Marina Baldi  dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr – formazioni di vapore sopra il Pacifico prima ignorate e dall’origine e dal comportamento sconosciuti. Le nubi – conclude la scienziata, – funzionano da gas serra come l’anidride carbonica e per questo comprendere il loro ruolo è diventato prioritario”. (Corriere della Sera, 24 marzo 2017, pag.21 cronache. Con serie di foto delle formazioni appena definite).
  2. Il ciclone Debbie, accompagnato da venti superiori ai 260 chilometri all’ora, ha raggiunto lo Stato del Queens, nel nord dell’Australia, causando cadute di alberi e danni agli edifici. Circa 25.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case. (Internazionale n.1198, 31 marzo 2017  pag.104)
  3. Il caldo dell’Artico. (…) Nel nuovo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, sono stati analizzati i cambiamenti di particolari correnti atmosferiche, che erano già stati legati a eventi come la siccità in California e le alluvioni in Pakistan del 2010. La ricerca si concentra su quello che succede nelle correnti a getto dell’Artico, un flusso d’aria ad anello presente nell’emisfero settentrionale che scorre verso est a grande velocità. L’aumento delle temperature , più accentuato nell’Artico che ai tropici, può indebolire questa corrente, facendo stagnare le condizioni meteorologiche. Se il tempo è caldo, ci può essere una ondata di calore, se è piovoso un’alluvione. Il mutamento del clima al polo Nord non è solo un problema che riguarda la tutela della natura o degli orsi bianchi, “riguarda tutti”, scrive il quotidiano The Guardian, è una minaccia alle società umane, che può colpire con fenomeni estremi anche centri molto popolosi situati alle latitudini temperate. (Internazionale n. 1198, 31 marzo 2017, pag. 104)

 Foreste e incendi, miniere e suolo

  1. L’armata degli alberi di Roosevelt che serve al Mezzogiorno. Il paesaggio agrario del Mezzogiorno che sembrava , alla fine della seconda guerra mondiale, ancora immoto agli occhi di Silone e persino di Pasolini, a partire dagli anni ’50 viene invece devastato e consumato in maniera sempre più impetuosa. Dagli anni ’80 del secolo scorso il processo di riduzione a merce del suolo e del paesaggio agrario subisce un’ulteriore e violentissima accelerazione. In Italia, fra il 1990 e il 2005, ben il 17% della superficie agricola utilizzata è stata cementificata o degradata e, per esempio, la Calabria è in cima a questa classifica negativa con oltre il 26% del suolo consumato, subito dopo la Liguria con il 27%  (Istat), con il dissesto idrogeologico che ne consegue. Un’altra classifica (Ispra 2014) ci dice che al 2001, ben 7 vani su 10 del patrimonio edilizio italiano erano stati costruiti nei soli 55 anni precedenti, ma anche che il consumo di suolo per abitante nel 1950 era di 178mq, nel 1989 di 286 mq, e nel 2012 di 369mq. Le Regioni meridionali contribuiscono più delle altre all’enorme consumo del suolo, prime fra tutte la Calabria, con 1.243.643 alloggi, di cui 482.736 vuoti, per poco meno di due milioni di abitanti. , con la conseguente percentuale più alta di alloggi vuoti: 38% (Istat). E se in Lombardia ci sono 5 abitanti per edificio, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5, meno di due abitanti per edificio, nelle regioni meridionali, invece, abbiamo  meno di tre abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia e addirittura solo 2,5 abitanti in Calabria. L’aumento più evidente dell’abusivismo edilizio si osserva in Molise , Calabria e Basilicata, che registrano, fra il 2002 e il 2010, indici medi intorno al 35% delle nuove abitazioni (25% in Basilicata). La Calabria ha 798 chilometri di coste dei quali ben 523 (il 65% del totale) sono urbanizzati, trasformati da interventi antropici legali e abusivi: gli abusi lungo la costa calabrese, secondo una ricerca dell’Università di reggio Calabria, erano ben 5210: uno ogni 153 metri! (…) Uno dei primi atti del New Deal di Franklin Delano Roosevelt fu quello di progettare e finanziare un gigantesco piano di restauro del territorio, che impegnò a partire dal 1933, alcune centinaia di migliaia di ragazzi tra i 18 e i 25 anni, . Negli anni che seguirono due milioni di giovani lavoratori , chiamati “l’Armata degli Alberi di Roosevelt”, piantarono 200 milioni di alberi, rifecero gli argini dei torrenti, allestirono laghetti artificiali per la pesca, costruirono dighe e strade di collegamento, scavarono canali per l’irrigazione, gettarono ponti, combatterono le malattie degli alberi, ripulirono spiagge e terreni incolti.(…) ( Il Manifesto, 18 marzo 2017, pag. 15)
  2. Un mondo di alberi. “Foreste ed energia” è il tema della Giornata internazionale delle foreste che si festeggia oggi. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto il primo giorno di primavera per celebrare e ricordare l’importanza delle copertura forestale. Tra il 2000 e il 2013 la superficie di foreste vergini (quelle di almeno 500 chilometri quadrati che non presentano segni di attività umana) è scesa di oltre il 7%. E la deforestazione accelera: tra il 2011 e il 2013 è stata tre volte superiore rispetto a 10 anni prima. (Corriere della Sera, 21 marzo 2017, pag. 25 cronache, con foto e statistiche sui boschi italiani)
  3. I parchi nazionali alla mercé della politica locale: la nuova legge sui parchi tradisce la natura. Molte critiche e una forte opposizione di sedici organizzazioni ambientaliste alla legge in fase finale di approvazione in Parlamento (…) (Il Manifesto, 22 marzo 2017, pag. 15)

 

 Perdita di biodiversità

 

  1. La pesca eccessiva e i cambiamenti ambientali spingono le alici e le sardine ad allontanarsi dalle costa dell’Africa meridionale lasciando senza cibo i giovani pinguini africani durante i loro primi pasti in mare. Negli ultimi cinquant’anni la popolazione dei pinguini in Sudafrica e Namibia sarebbe diminuita dell’80 per cento. (Internazionale n. 1196, 17 marzo 2017, pag. 104)
  2. Il ritorno del falco in cima al Pirellone. La telecamera che riprende nido (e cova) sul palazzo del consiglio lombardo. Milano. Una coppia di falchi pellegrini ha nidificato nel sottotetto del Pirellone. A 125 metri di altezza, al riparo tra cavi e le unità esterne dei condizionatori d’aria, da qualche giorno i rapaci covano a turno tre uova. I naturalisti, che li hanno “spiati” utilizzando una telecamera nascosta, li hanno ribattezzati Giulia e Giò. Le uova dovrebbero schiudersi entro Pasqua. E da domani le immagini del nido saranno visibili anche su Corriere TV. (…) (Corriere della Sera, 20 marzo 2017, pag. 24 cronache)
  3. A Cipro, nell’autunno del 2016, sono stati uccisi 2,3milioni di uccelli, di cui 800mila nella base militare britannica di Dhekelia. Il bracconaggio è ufficialmente vietato sull’isola, un importante punto di transito per gli uccelli migratori (Internazionale n.1197, 24 marzo 2017, pag. 104)
  4. Animali in via di estinzione. Panthera leo. Nella foresta sono rimasti solo 34.000 re. (…) Risulta che le attività umane sono responsabili della morte dell’88% dei leoni maschi e del 67% delle femmina. I maschi sono in gran parte abbattuti dai cacciatori di trofei mentre le femmine scompaiono soprattutto per le rappresaglie degli allevatori in seguito alla perdita dei capi di bestiame. La caccia ai maschi alfa provoca una cascata di effetti negativi, fra cui l’infanticidio dei loro cuccioli da parte dei nuovi maschi alfa A questo si somma la riduzione delle prede e del territorio disponibile operato da noi umani. Una storia molto antica, che giunge solo oggi al suo epilogo. Durante il Pleistocene Panthera leo era senz’altro il re della foresta. I suoi antenati – come i nostri – si erano espansi dall’Africa all’Eurasia fino al Sud degli Stati Uniti, creando un vero e proprio pianeta dei leoni. Oggi sopravvivono in prevalenza in alcune aree dell’Africa, ridotti a 34mila unità : la metà di trent’anni fa. La situazione più drammatica è quella dell’Africa occidentale, dove sono calati a meno di 400 esemplari. Secondo Dan Ashe, direttore del Fish and Wildlife Service degli Stati Uniti, questo iconico animale, che ha sempre rappresentato un simbolo di forza, si estinguerà tra meno di trent’anni. Lo stesso accadrà a molti altri mammiferi, dagli elefanti alle grandi scimmie. (…) (Corriere della Sera La Lettura, 26 marzo 2017, pag. 6-7, l’analisi comprende altri tre animali (un Picchio gigante, una tartaruga e il pesce drago e segnala la mostra sulle “Estinzioni”, aperta fino al 26 giugno presso il Giardino della Biodiversità dell’Orto Botanico di Padova.
  5. L’intruso. Un predatore tropicale con aculei velenosi: il pesce scorpione è arrivato fino in Sicilia “Potrebbe alterare l’ecosistema, è pericoloso”. (…) Il raddoppio del Canale di Suez ha bypassato i Laghi Amari, che con l’alta salinità impedivano l’invasione di specie tropicali. Infine, il riscaldamento globale ha fatto aumentare la temperatura del mediterraneo, rendendola più simile a quella del mar Rosso. Le condizioni del mare Nostrum sono diventate ideali per le specie aliene. Sono arrivati il pesce coniglio, un divoratore di alghe che spoglia i fondali, il pesce palla maculato che ha carni tossiche e il pesce flauto. (…) ( Corriere della Sera, 29 marzo 2017, pag. 22 cronache)
  6. I responsabili dello zoo di dvur Kralove nad Labern, nella repubblica Ceca, hanno deciso di tagliare i corni dei rinoceronti, dopo che il 6 marzo un rinoceronte bianco è stato ucciso dai bracconieri in un parco in Francia. (Internazionale n.1198, 31 marzo 2017,  pag. 1004)
  7. Gruppi di duecento megattere sono stati avvistati più volte negli ultimi mesi al largo della Costa atlantica del Sudafrica. Un fatto insolito per questi cetacei che di solito sono poco socievoli e si muovono al massimo in piccoli gruppi. (Internazionale n. 1198, 31 marzo 2017, pag.104)

Salute globale

  1. Un milione in lotta con le malattie rare. Sono ottomila, spesso croniche, il 30% non ha un nomee i costi della terapia sono alti, le vittime nel nostro paese e la frontiera della ricerca. (…) Solo in Italia si stima che siano oltre un milione le persone colpite da malattie rare e sono circa 600mila i casi validati. Di loro, delle possibili terapie, delle diagnosi precoci, della ricerca, dei farmaci troppo costosi, dell’assistenza alle famiglie, si è parlato ieri al Quirinale in occasione della Giornata Mondiale delle malattie rare. (…) “Con la ricerca le possibilità sono infinite”. Questo è stato lo slogan della giornata , che coinvolge oltre 85 paesi nel mondo e 30 milioni di pazienti. Fibrosi cistica, ipoparatiroidismo, epidermolisi bollosa, fibrosi polmonare idiopatica, immunodeficienze primitive, amiotrofia spinale infantile, malattia di Stargardt, emofilia, sono solo alcuni dei nomi delle circa 8000 malattie rare, spesso croniche e invalidanti. “Era incredibile che i Lea (livelli essenziali di assistenza) fossero fermi a 15 anni fa, – ha commentato la Ministra della Salute beatrice Lorenzin – Ora siamo in dirittura di arrivo. La settimana prossima saranno pubblicati in gazzetta e avranno il loro riconoscimento 110 nuove malattie rare” (…) (Corriere della Sera, 1 marzo 2017, pag.25 cronache, con dati e grafici e informazioni sui centri specializzati di Bergamo, Roma e Genova)
  2. Viviamo di più ma peggio: persi 6,4 anni di buona salute. Allo Stato costano 8,7miliardi. Allungare la vita non è sinonimo di godere di più anni in buona salute. Anzi, ultimamente pare che l’”extra time” concesso dal miglioramento delle scienze mediche e affini si accompagni a condizioni precarie, che finiscono per determinare una maggiore necessità di assistenza e quindi di spesa da parte dello Stato. E’ il succo della questione messa al centro da uno studio voluto e finanziato dalla Fondazione Farmafactoring nell’ambito del rapporto annuale sulla sanità in controluce e realizzato insieme al CEIS Tor Vergata che ha per titolo “The double Expansion of Morbidity”, Hypotesis Evidence from Italy. Un paper in cui i ricercatori V.Atella, F.Belotti, C.Cricelli, D.Dankova , J. Kopinska, A.Palma e A. Piano Mortarisi si focalizzano sulle malattie croniche che solitamente si presentano negli ultimi anni di vita, durante i quali si gode di cattiva salute. Periodo che negli anni si è sempre più allungato grazie anche alle nuove tecnologie che hanno permesso di allungare la vita media degli italiani. Una circostanza che la letteratura annovera come “espansione di morbilità” . Ma i ricercatori si spingono oltre e sostengono l’ipotesi della “doppia espansione di morbilità”: studiando il caso italiano si rendono conto che negli ultimi tempi non solo gli anni di  speranza di vita aggiunti con il progresso tecnologico si stanno caratterizzando per la cattiva salute, ma anche quelli prima della vecchiaia  – che una volta si trascorrevano in “buona salute” in realtà si stanno traducendo , a causa dell’acuirsi delle malattie croniche. (…) Sulla base delle rilevazioni HS-SiSSI, emerge infatti che tra il 2000 e il 2014 l’aspettativa  media di vita degli italiani è passata da 79,8 a 83,2 anni, con un aumento di 3,4 anni. Contemporaneamente, l’età media dalla quale si manifestano le malattie croniche è scesa da 56,5 a 53,5 anni: di fatto si è aperta una forbice di 6,4 anni “vissuti male”. Un richiamo che deve accendere una particolare attenzione ai massimi livelli politici, perché ci dicono che i prossimi anziani staranno peggio degli attuali e probabilmente inizieranno ad avere bisogno di sostegno e cure prima di quanto non accada oggi. Un trend che mette  pressione anche  sulle finanze pubbliche: i ricercatori stimano che la spesa extra per il sistema sanitario nel 2014, rispetto al 2000, sia di circa 8,7 miliardi di euro. Nell’intero quindicennio significa che sono stati necessari 54 miliardi per fare fronte al fenomeno.  (La Repubblica, 8 marzo 2017, edizione web)
  3. Il temporale improvviso che “moltiplica” i pollini. Se pensate che la pioggia sia un sollievo per gli allergici, state commettendo un grosso errore. Durante i temporali, l’acqua che imbeve i pollini, unita ad una certa elettricità nell’aria, fa esplodere i granuli e diffonde microscopiche particelle che arrivano a bronchi e polmoni. Scatenando crisi in chi soffre di asma allergico. L’allerta arriva da Gennaro D’Amato, responsabile del panel sull’asma della Associazione pneumologi ospedalieri (aiponet.it). “Si tratta di un problema poco noto, ma i malati vanno informati perché questo fenomeno può determinare attacchi gravi, che fanno impennare il numero di ricoveri negli ospedali”, dice l’esperto. “Se è previsto un acquazzone, quindi, gli asmatici dovrebbero evitare di uscire di casa. E se sono sorpresi dalla pioggia all’aperto , è buona regola che coprano naso e bocca con un fazzoletto e cerchino subito riparo in un luogo chiuso: non sempre i farmaci di emergenza possono essere sufficienti a calmare le crisi”. Una volta tornato il sereno, infine, aspettare almeno un’ora prima di uscire. L’asma da temporale è stata riconosciuta dai medici solo di recente, ma alle nostre latitudini è destinata a diventare più comune. Infatti, conclude D’Amato, “Il riscaldamento globale allunga la stagione dei pollini e rende più frequenti i temporali forti e improvvisi” (Io Donna, 11marzo 2017, pag.161)
  4. Glifosato verso il via libera, per l’Ue non è cancerogeno. Dopo il parere dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche, (Echa), la Commissione dovrà decidere sulla proroga dell’autorizzazione. L a Echa, contraddicendo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ieri ha annunciato che non classificherà il glifosato come sostanza potenzialmente cancerogena. Si tratta del principio attivo dell’erbicida più utilizzato al mondo (ogni anno 800mila tonnellate finiscono in campi e giardini) prodotto da Monsanto e da altri colossi dell’agrochimica mondiale. L’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), invece, aveva dimostrato  un aumento delle incidenze di tumori in due studi effettuati su topi di laboratorio. Il comitato di esperti, alcuni dei quali hanno già prestato servizio presso alcune industrie chimiche, motivo per cui decine di associazioni ambientaliste europee hanno parlato di palese conflitto di interessi, ha comunque ammesso che la sostanza potrebbe causare gravi danni agli occhi e risultare tossica per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. Il parere espresso ieri non è vincolante ma sicuramente influenzerà la decisione della Commissione Europea che entro la fine dell’anno dovrà decidere se prorogare o meno l’autorizzazione al commercio del glifosato per altri 15 anni. Il parere dell’Echa verrà discusso dalla Commissione entro l’estate. La questione, al di la della controversia scientifica che sicuramente si arricchirà di nuovi capitoli, è già diventata politica perché in cinque settimane quasi mezzo milione di cittadini europei ha firmato la petizione che chiede la messa al bando del glifosato e la riforma dell’ambiguo processo di approvazione dei pesticidi. Greenpeace parla di evidenze scientifiche ignorate. Per l’associazione ambientalista la cancerogenicità del glifosato, oltre ad essere emersa dai test in laboratorio, è stata confermata da più di novanta scienziati indipendenti. Inoltre la valutazione degli esperti dell’Echa si sarebbe basata anche su alcuni studi commissionati dagli stessi produttori del diserbante. E non resi pubblici. “L’Echa,-  attacca Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace – ha fatto un gran lavoro per spazzare sotto il tappeto le prove che il glifosato potrebbe causare il cancro. I dati a disposizione sono più che sufficienti per vietare il glifosato in via cautelativa, ma l’Echa ha preferito voltare lo sguardo dall’altra parte”. Le pressioni a livello internazionale continueranno ad essere fortissime ma saranno i singoli Stati a decidere. “Ora, prosegue, spetta all’Italia rimuovere  da subito il glifosato dai nostri campi, a cominciare dai disciplinari agronomici di produzione integrata, dato che persone e ambiente non possono diventare topi da laboratorio dell’industria chimica. (…) (Il Manifesto, 16 marzo 2017, pag. 8)
  5. I rifiuti umani di Addis Abeba. Frana nella discarica, almeno 65 morti tra i “residenti”. Termovalorizzatore sotto accusa. La frana è venuta giù da una delle montagne di rifiuti che punteggiano la discarica maxima di Addis Abeba, l’unica ufficiale della capitale etiopica. Da sempre accoglie la monnezza dei suoi 4 milioni di abitanti, strati su strati di rifiuti solidi urbani accumulati nell’arco di quasi 50 anni su una superficie di 37 ettari. Koshe, il nome con cui è conosciuta questa zona della periferia sud-orientale della città, visibile in tutta la sua desolante estensione dall’autostrada che ne costeggia uno dei lati, in amarico non lascia non lascia molto spazio alla fantasia perché vuol dire “sporcizia”. In evidente contrasto conAddis Abeba, “Nuovo fiore”, una delle città potenzialmente più salubri del continente, con i suoi 2mila e passa metri di altitudine. Come ogni discarica di una metropoli africana che si rispetti, Koshe ha il suo popolo di lavoratori informali. A centinaia ogni giorno si assiepano intorno ai compattatori delle ditte che si occupano della raccolta, cercando di intercettare quelli provenienti dai quartieri ricchi in base al colore o alla soffiata di un autista. (…) Sabato sera c’erano almeno 150 persone nella zona investita dalla frana, secondo fonti locali. Il numero dei dispersi potrebbe quindi aggravare ancora il bilancio. Ieri sera si scavava ancora tra i detriti, in cerca di superstiti e corpi da estrarre. Indagini sono in corso, assicurano le autorità. Ma sul fronte delle responsabilità le voci dei residenti riportate da più fonti sembrano individuarne di precise. La tragedia è avvenuta nell’area in cui sta per sorgere un grande impianto di termovalorizzazione la prima centrale a biogas dell’Africa sub sahariana, a quanto pare. Un progetto da 130 milioni di dollari e 50 megawatt appaltato all’azienda britannica Cambridge Industries. Secondo i residenti i bulldozer fino al giorno prima avevano continuato a spiante una zona sulla sommità della collina che poi è venuta giù. (…) Il Manifesto, 14 marzo 2017, pag. 9). Vedi anche sullo stesso giornale:  Etiopia, 113 i morti nella discarica. (17 marzo 2017, pag. 8)
  6. Vaccini, nella testa di chi dice no. Dall’autismo come effetto collaterale ai complotti delle aziende del farmaco. Nella testa di chi dice alle vaccinazioni si rincorrono luoghi comuni e timori infondati. Un conto però sono le proprie paure, un altro le verità scientifiche incontrovertibili. Da conoscere e ricordare, per fare la cosa giusta. Roberto Burioni, virologo dell’Ospedale San Raffaele e autore del libro “Il vaccino non è una opinione” smonta le convinzioni che spingono sempre più genitori a non proteggere i propri bimbi. Ecco l’elenco degli errori che si commettono: a) i vaccini hanno gravi effetti collaterali; b) Il vaccino contro il morbillo causa l’autismo; c) i vaccini sono inutili perché le malattie sono scomparse; d) i vaccini sono un complotto delle multinazionali, e) i vaccini vengono somministrati troppo presto; f) io voglio essere libero di scegliere se vaccinare mio figlio. (Corriere della Sera, 18 marzo 2017, pag. 21 cronache, con tabella di dati regionali sulla copertura da vaccino contro il morbillo).
  7. Noi italiani, il popolo più sano del mondo. La classifica di Bloomberg: davanti malgrado la crisi. (…) A) Cresce l’età media e l’aspettativa di vita; b) Meno tabacco e consumo di alcolici; c) Più sport e calo dei bimbi in sovrappeso; d) Diminuiscono i soldi per la prevenzione. (…) (Corriere della Sera, 21 marzo 2017, pag. 22 cronache; con tavola della classifica dei primi venti paesi )
  8. A Foggia il Giardinetto dei veleni. 250 tonnellate di rifiuti tossici giacciono in una discarica nel Comune di Troia. La regione scarica i costi della bonifica sul comune, che non ha i soldi. E da dieci anni tutto è fermo.(Il Manifesto, 23 marzo 2017, pag.8)
  9. Le colpe dell’Onu ad Haiti. La lezione di oggi su come non assumersi le proprie responsabilità morali arriva dalle Nazioni Unite. L’organizzazione si è detta molto preoccupata per l’epidemia di colera ad Haiti e vuole fermarla, ma non sa dire come e quando, né con quali fondi. Il chi e il perché invece sono noti: l’Onu ha il dovere di mettere fine alla crisi del colera perché l’ha provocata. La malattia non esisteva ad Haiti finchè non ce l’hanno portata i caschi blu nepalesi che nel 2010 hanno versato i propri escrementi in un fiume. Da allora il colera ha ucciso più di novemila persone e ne ha infettate 800mila. Per tutto questo tempo l’Onu ha cercato di nascondere le sue responsabilità. Solo a dicembre del 2016 l’allora segretario generale Ban ki –moon ha annunciato un piano per eradicare il colera dall’isola. Il compito di portare a termine la missione ricade ora sul suo successore, Antonio Guterres. Il piano prevede una spesa di 400 milioni di dollari, ma finora ne sono stati raccolti appena due milioni. Gli Stati Uniti non hanno versato un dollaro. Il presidente Donald Trump sta cercando di ridurre al minimo gli aiuti internazionali, e nel frattempo rimprovera gli altri paesi che non rispettano gli impegni.  Ad haiti mancano acqua potabile e sistemi fognari. I disastri naturali e causati dall’uomo, che hanno tormentato il paese nel novecento continuano ancora oggi: il ciclo di interventi esterni e abbandono, la povertà, l’instabilità politica, il terremoto del 2010 e l’uragano Matthew del 2016. (…) (Internazionale n.1197, 24 marzo 2017, pag.19)
  10. Carne avariata. Il Brasile, già alle prese con una grave recessione, deve affrontare lo scandalo di corruzione che ha investito uno dei settori chiave della sua economia: il mercato della carne. Il 17 marzo la polizia ha dichiarato che almeno trenta aziende brasiliane produttrici di carne hanno fatto circolare sul mercato tonnellate di cibo avariato o conservato con sostanze tossiche  per la salute. “Secondo le indagini, è avvenuto con la complicità di alcuni funzionari corrotti del Ministero dell’Agricoltura”, scriva la Folha de S. Paulo. L’Unione Europea, la Cina, il Messico e Hong Kong hanno annunciato la sospensione delle importazioni di carne dal Brasile. Il 21 marzo il presidente Michel Temer ha minimizzato le irregolarità. (Internazionale n. 1197, 24 marzo 2017, pag. 29; maggiori dettagli su Corriere della Sera, 26 marzo 2017, pag. 18 esteri)
  11. A 25 anni dal bando siamo pieni di amianto. La mappatura dei siti inquinati è inadeguata, bonifiche a rilento. (…) Per la prima volta, nel registro italiano dei tumori Airtum sono state riportate 62 morti tra i docenti di scuola per mesotelioma (il tumore specifico causato dall’amianto) : secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Amianto e di Legambiente sono 2400 le scuole inquinate, con 350mila tra studenti, insegnanti e personale Ata esposti, a rischio ogni giorno. Sono 32 milioni le tonnellate di amianto  ancora sparso in Italia e secondo L’Aiom ( Associazione di Oncologia Medica) ogni anno 3000  persone, otto al giorno, una ogni tre ore, muore di mesotelioma pleurico o a causa di uno degli altri dieci tumori asbesto correlati. Il costo sociale, secondo il Fondo nazionale amianto è  di almeno mezzo miliardo di euro all’anno. L’ultima mappatura completa dei siti da bonificare  risale  al 2013, ma via via negli anni successivi le Regioni hanno aggiunto nuovi dati , sempre a macchia di leopardo: sono 55mila in tutto quelli censiti finora secondo il ministero dell’Ambiente ma si va dalle esperienze virtuose della Sardegna (che è riuscita a mappare tutti gli edifici pubblici9 e le buone performance di Lombardia., Toscana ed Emilia , a statistiche quasi del tutto assenti come in Calabria e in Sicilia. Le associazioni chiedono di ampliare le possibilità di riconoscimento per l’esposizione: diverse categorie professionali oggi non sono incluse. Preoccupano poi i tetti per il riconoscimento dell’esposizione, finora circolati nelle bozze di legge(1oo fibre/litro al giorno in media per dieci anni, ma si fa notare che la malattia può essere indotta anche da esposizioni più basse). Di rendere strutturali gli incentivi per le bonifiche industriali  e private e di indicare una voce  ad hoc per gli interventi negli edifici pubblici( il piano “scuole sicure” di Renzi ha stanziato risorse, ma difficilmente scorporabili). (…)  ( Il Manifesto, 26 marzo 2017, pag. 9)
  12. Farmaci permessi all’estero, via libera all’importazione. Il Ministero della Salute ha finalmente sanato una situazione diventata insostenibile. Con una circolare ha permesso l’importazione di farmaci autorizzati all’estero, ma non ancora in Italia. Vale per i medicinali prescritti dal medico curante e ordinati per posta, e per quelli che il cittadino ha con sé al rientro dal paese straniero. Un fenomeno che per ora ha una sola chiave di lettura. La caccia ai nuovi antivirali per l’Epatite C prodotti in India sotto forma di copie, cioè non gli originali ma contenenti gli stessi principi attivi, dal minor costo. I pazienti non vogliono aspettare in Italia il loro turno per averli gratuitamente oppure non possiedono i requisiti clinici per essere curati con le nuove, costosissime terapie. Così si rivolgono ad un altro mercato. Molti di loro sono stati bloccati alla dogana. “Abbiamo rimosso un ostacolo odioso sulla via della libertà e accesso alle cure”, dice la ministra Beatrice Lorenzin. Le industrie non saranno contente. Hanno vinto i malati che hanno bisogno di terapie innovative, non solo per l’epatite C. (Corriere della Sera, 30 marzo 2017, pag. 27 cronache)
  13. In due mesi e mezzo, 312 casi, scatta l’allarme per il morbillo. Una circolare della Regione Lazio a ospedali e Asl. La maggior parte degli ammalati non risulta si sia sottoposta a vaccinazione. (…) Dal primo gennaio al 19 marzo , poco più di due mesi e mezzo, quindi, ne sono stati segnalati 312, più di cento al mese. Un numero impressionante se si tiene conto del fatto che nei dodici mesi del 2016 la conta si era fermata ad appena 107 casi complessivi. Un aumento che tradotto in percentuale è del 290 per cento. Ben al di sopra, quindi, della media nazionale. (…) Ma, altro dato allarmante, è che il 31,4 per cento delle segnalazioni ha presentato almeno una complicanza, che si sia trattato di insufficienza respiratoria o epatite, trombocitopenia (carenza di piastrine) o encefalopatia (malattia dell’encefalo). (…) (Corriere della Sera, 30 marzo 2017, pag. 5 cronaca di Roma).

Economia e ambiente

  1. La ”guerra del cobalto” e la forza dei consumatori. L’iPad con il quale sto scrivendo contiene del cobalto, come anche il vostro smartphone, il pc o lo smartwatch. Il cobalto è l’elemento chimico numero 27 e il nome sembra che derivi dal greco Kobalos , folletto, quello che secondo le credenze dei minatori metteva questo inutile metallo tra i loro piedi mentre cercavano il ben più prezioso oro. Ora il cobalto non è più inutile. Anzi. Noi non lo vediamo mai perché si trova all’interno delle batterie e serve per potenziare il litio. Ma non lo vediamo anche perché non lo vogliamo vedere: il cobalto viene per buona parte dal Congo ed è raccolto anche dai bambini. Per l’Unicef solo nel 2016 sono morti almeno 80 bambini minatori. Muoiono per le complicazioni polmonari legate al lavoro senza alcun tipo di protezione. Ora tutti noi dipendiamo dalla tecnologia in maniera quasi vitale. Andrebbe aggiornata la Costituzione: siamo una repubblica fondata sul lavoro , ma anche sulle batterie. Il cobalto sta diventando un business. Anzi: il business. Una settimana fa è emerso che diversi fondi stanno costruendo delle riserve per speculare sull’atteso rialzo dei prezzi a causa della domanda crescente. Pensate alla auto elettriche, all’arrivo dei robot che senza una batteria saranno solo degli elettrodomestici avanzati. La tecnologia è energivora. Anzi, siamo noi tecno-umani a essere diventati energivori. I fondi hanno bloccato nei magazzini quasi il 20% della produzione mondiale di cobalto del 2016. E’ l’economia, stupido, come disse Bill Clinton a George W. Bush. Certo. Ma l’economia è fatta da investitori, , aziende e consumatori. Le aziende possono fare molto. Apple ha bloccato l’acquisto di cobalto dal Congo dove si raccoglie circa il 60% di questo minerale. Il più grande acquirente di cobalto estratto in Congo è la cinese Zhejiang Huayou Cobalt Company, la stessa che fa da intermediario della Apple. Tim Cook aveva già cercato lo scorso anno di “ripulire” la catena di fornitura del cobalto, ma ora ha deciso una stretta ulteriore in quanto  diverse investigazioni (Washington Post  e Sky News) continuano  a testimoniare  l’utilizzo dei bambini. Forse Apple ha imparato la lezione dopo la crisi delle fabbriche dei suicidi nel 2013, quelle della Foxconn dove si assembla la tecnologia che tutti noi usiamo. Anche altri dovrebbero imparare la lezione. Ma siamo noi consumatori a doverglielo ricordare, premiando chi fa attenzione e punendo chi fa finta di nulla. Anche questa è economia. E non è stupida. (Corriere della Sera, 8 marzo 2017, pag. 43 economia).
  2. Deutsche Post DHL si tinge di verde : zero Co2 entro il 2050. Il gruppo Deutsche Post DHL , la più grande società logistica e postale al mondo, ridurrà a zero tutte le emissioni  legate alla propria filiera logistica entro il 2050. Con questa decisione la società, si legge in una nota “intende dare il proprio contributo per portare il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi Celsius stabiliti nella Conferenza sul clima di Parigi del 2015” Deutsche  Post punta a diventare il leader di mercato nel settore della logistica verde e prevede di espandere il proprio portafoglio di prodotti e servizi ecologici per aiutare anche la clientela a raggiungere i propri target ambientali. Il precedente obiettivo di impatto ambientale – migliorare del 30% l’indice di efficienza legato alle emissioni di Co2 rispetto ai valori del 2007 – è stato raggiunto nel 2016, con quattro anni di anticipo rispetto al previsto, grazie all’adozione di misure di ottimizzazione della flotta dei veicoli , degli edifici e delle reti logistiche. La missione logistica ad emissioni zero sarà sostenuta da quattro tappe intermedie da raggiugere entro il 2025, come parte integrante del programma di protezione ambientale GoGreen. “Le decisioni che prendiamo oggi determineranno la vita dei nostri figli fra trenta anni” ha commentato l’amministratore delegato del gruppo, Frank Appel. ( Corriere della Sera, 8 marzo 2017, pag. 45, economia e mercati finanziari).
  3. Bottigliette in plastica, il monouso che contamina gli oceani. Greenpeace ha condotto una ricerca su cinque multinazionali del settore bibite analcoliche e ha scoperto che solo il 6,6% delle bottigliette è realizzato con plastica riciclata. Pepsi Co., Suntory, Danone, Dr Pepper, Snapple e Nestlè sono gruppi che insieme vendono più di due milioni di tonnellate di bottiglie mono uso di plastica. Un’altra multinazionale di un certo rilievo non ha voluto rivelare la quantità di plastica che utilizza, Coca Cola. “Milioni di tonnellate di plastica finiscono nell’oceano , danneggiando la fauna marina e diffondendo sostanze chimiche tossiche che impiegano secoli a degradarsi, commenta l’associazione ambientalista. Che lancia una proposta che in teoria non si potrebbe rifiutare, chiedere alle aziende di “affrontare la questione dell’inquinamento della plastica nei mari, per esempio producendo più bottiglie riciclabili al 100% e impegnarsi ad eliminare l’uso della plastica usa e getta”. Le aziende hanno replicato dicendo di aver risolto in parte il problema utilizzando “biopastica” senza petrolio e quindi più riciclabile. Il fatto è che il business della plastica si regge in gran parte sulla produzione del mono uso”. Circa il 40% della plastica prodotto in Europa è destinata agli imballaggi.(…) (Il Manifesto, 16 marzo 2017,  8)      
  4. La città assetata. La capitale del Messico sorge su un antico lago che fu prosciugato dopo l’arrivo dei conquistatori. Da allora la mancanza d’acqua è un problema, aggravato oggi dai cambiamenti climatici. In alcuni giorni si può sentire la puzza a chilometri di distanza. Quando fu completato, alla fine dell’800, il Grand Canal era per Città del Messico l’equivalente del ponte di Brooklyn per New York, un’opera ingegneristica straordinaria e un motivo d’orgoglio per gli abitanti. Era lungo 47 chilometri e in grado di muovere decine di migliaia di litri di acque reflue al secondo. Avrebbe dovuto risolvere le inondazioni e i problemi fognari che per secoli avevano colpito la città. Purtroppo non è andata così : il canale funzionava grazie alla forza di gravità ma Città del Messico, che si trova a 2.204 metri sopra il livello del mare , stava sprofondando. Crollava su se stessa. E continua a farlo, sempre più velocemente. Il canale è una delle tante vittime di quello che è diventato un circolo vizioso. Città del Massico, a corto d’acqua, continua a scavare sempre più in profondità per ottenerla, indebolendo gli antichi fondali lacustri d’argilla dove gli aztechi costruirono la città, che stanno cedendo sempre di più. Questo ciclo è aggravato dai cambiamenti climatici. Temperature più alte e siccità più frequenti significano un aumento dell’evaporazione e della domanda di acqua. Le autorità sono costrette ad attingere a riserve distanti , a costi elevatissimi o a prosciugare le falde acquifere sotterranee , accelerando lo sprofondamento della città. Nell’immenso quartiere di Iztapalapa, dove vivono quasi due milioni di persone, molte delle quali senza accesso all’acqua potabile, un ragazzo è stato inghiottito da una crepa che si era creata nel terreno. I marciapiedi sembrano porcellane rotte e le scuole elementari sono crollate o in rovina. Si è scritto molto sui cambiamenti climatici e sulle conseguenze dell’innalzamento dei mari per le popolazioni che vivono sulle coste, ma le coste non sono le sole aree colpite. Città del Messico, che si trova su un’alta montagna nel centro del paese, ne è un esempio. Secondo uno studio, il 10% dei messicani tra i 15 ei 65 anni potrebbe un giorno provare ad emigrare verso Nord a causa dell’aumento delle temperature, dei periodi di siccità e delle inondazioni. Quindi milioni di persone potrebbero lasciare le loro case aggravando le tensioni politiche legate alle migrazioni. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono molti, ma hanno un elemento costante: come le scintille per la benzina, rivelano le debolezze delle città portando alla luce problemi spesso ignorati da politici e urbanisti. (…) E si prevede che entro il 2050 , i tre quarti della popolazione mondiale vivranno nelle aree urbane. Entro quella data potrebbero esserci più di settecento milioni di profughi ambientali. (…) A differenza degli ingorghi stradali e della criminalità, i cambiamenti climatici non si percepiscono. Di sicuro, non sono un argomento di conversazione tra gli abitanti di Città del Messico. Eppure sono come una tempesta in avvicinamento, che mette a dura prova un tessuto sociale già precario e minaccia di spingere una grande città perso il punto di rottura. Arnoldo Matus Kramer, il director de resiliencia di Città del Messico, che si occupa dei problemi strutturali della capitale, spiega: “Per questa città  i cambiamenti climatici sono la minaccia principale a lungo termine. Sono legati all’acqua, alla salute, all’inquinamento atmosferico, alle interruzioni della viabilità causate dalle inondazioni  e alla vulnerabilità  delle case esposte alle frane. Non possiamo neanche cominciare ad affrontare i veri problemi della capitale se prima non ci occupiamo della questione climatica” (…) C’è un elemento di realismo magico nello sprofondamento di Città del messico. In una rotonda del paseo de la Reforma, il grande viale del centro, l’angelo dell’indipendenza simbolo dell’orgoglio messicano, scruta il mare di traffico dall’alto di una colonna corinzia. I turisti fotografano il monumento senza notare senza sapere che nel 1910, quando fu inaugurato, poggiava su una base scolpita a cui si accedeva salendo nove scalini. Nei decenni il quartiere intorno al monumento è sprofondato, come un oceano che si ritira durante la bassa marea, isolando la statua. E’ stato necessario aggiungere quattordici scalini alla base per far sì che il monumento restasse collegato alla statua. Nel cuore del centro storico, il retro del Palacio Nacional pende sul marciapiede come il capitano di una nave scossa dalle raffiche di vento. Qui gli edifici somigliano a disegni cubisti, con finestre pendenti, cornicioni ondulati e porte non allineate  con lo stipite. I pedoni arrancano su collinette che hanno preso il posto dei fondali del lago, un tempo piatti. La scorsa estate la Cattedrale, nella grande piazza dello Zòcalo, è affondata in alcuni punti.(…)
  5. Un pericolo concreto. Il sistema di trasporto dell’acqua nella capitale messicana è un miracolo della moderna ingegneria idraulica. Ma è anche una impresa folle , in parte conseguenza del fatto che la città non ha un sistema su larga scala per il riciclo delle acque reflue o di raccolta delle piogge. Oggi Città del Messico importa fino al 40% dell’acqua da fonti lontane e spreca, a causa di perdite e furti più del 40% di quella che corre lungo i 12mila chilometri di tubature. Inoltre, pompare tutta quest’acqua  a più di duemila metri sul livello del mare  è una operazione che fa consumare  la stessa energia dell’intera città di Puebla, la capitale dell’omonimo stato nel sud est del paese. Nonostante gli sforzi, il governo ammette che quasi il 20% dei residenti della capitale non ha accesso quotidiano all’acqua. Alcuni abitanti ricevono l’acqua solo una volta alla settimana o dopo varie settimane, e spesso è un liquido giallastro che esce dal rubinetto solo per un’ora. Queste persone pagano dei camion che consegnano l’acqua potabile, a prezzi molto più alti di quelli che pagano gli abitanti dei quartieri ricchi. (…) Una parete della crisi idrica della capitale deriva dal fatto che questo terreno poroso è stato in gran parte coperto dallo sviluppo urbano, anche in zone teoricamente riservate all’agricoltura o protette, i cosiddetti “terreni di conservazione”. Il terreno è sepolto sotto il cemento o l’asfalto, materiali che impediscono alla pioggia di filtrare verso le falde acquifere. Questo provoca le inondazioni e crea isole di calore che aumentano ancora di più la temperatura, oltre alla domanda di acqua. (…) Una parte dell’acqua estratta dalle falde acquifero sotto il centro storico finisce appena al di fuori dei confini cittadini, a Ecatepec, in una delle più grandi stazioni di pompaggio lungo il Gran Canal.  La stazione, completata nel 2007, fu costruita per muovere migliaia di litri di acqua al secondo, acqua che oggi deve essere sollevata dalla zona dove il canale è crollato, affinché possa continuare il suo corso. Il responsabile di questa fatica d’Ercole è Carlos Salgado Teràn , capo del dipartimento di drenaggio della zona A di Città del Messico. Secondo Teràn, oggi il Gran Canal funziona solo al 30% della sua capacità a causa delle subsidenza. Inoltre, il funzionario  ammette che cercare di limitare il declino della città è stato inutile: alcune parti del canale intorno a Ecatepec sono sprofondate di quasi due metri  dopo la costruzione della stazione. (…) (Internazionale  n.1197, 24 marzo 2017, pag. 58-62)
  6. Potenze alimentari. Il mercato globale delle materie prime per l’industria alimentare è dominato da quattro multinazionali praticamente sconosciute. Che orientano i prezzi in gran parte del mondo e influiscono sulle regole del settore. “Noi siamo la farina nel vostro pane, il grano nei vostri spaghetti, il sale sulle vostre patatine fritte. Siamo il mais nelle vostre tortillas, la cioccolata nei vostri dessert, lo zucchero nelle vostre bibite. Siamo l’olio sulle insalate e la carne nel vostro piatto. Siamo il cotone nei vostri vestiti, l’adesivo della vostra moquette e il fertilizzante sui vostri campi”. L’azienda dietro questa brochure fa parte di un gruppo di multinazionali che dominano il commercio mondiale delle materie prime per l’industria alimentare . Hanno un giro d’affari enorme, ma stranamente quasi nessuno conosce i loro nomi. Eppure è grazie a loro   che i prodotti alimentari raggiungono ogni giorno le nostre tavole. Queste quattro aziende controllano il 70% del commercio mondiale  del grano. Il loro fatturato annuale è paragonabile al Pil di un intero paese: si aggira complessivamente intorno ai 250 miliardi di euro, quasi la metà del Pil dei Paesi Bassi. Si chiamano Adm, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus e in genere sono raggruppate nell’acronimo Abcd. (…) Il territorio del paese Abcd è sorprendentemente ristretto.  Direttamente non coltivano quasi niente, ma comprano e vendono grandi quantità di prodotti alimentari di base. Agli inizi, nell’Ottocento, installarono impianti di trasbordo per il grano lungo le ferrovie appena costruite. Oggi gestiscono enormi reti logistiche formate da migliaia di uffici in tutto il mondo, treni merci, impianti, silos, navi e Tir. Queste reti sono la loro base, perché è essenziale che una azienda sia affidabile nelle consegne di grandi volumi di merce. Ma intorno a questo nucleo le aziende hanno sviluppato molte altre attività. Sono nella intera catena delle materie prime alimentari: dall’acquisto alla logistica e dalla trasformazione alla vendita. , più tutti i servizi collegati alle varie fasi. Forniscono sementi, fertilizzanti e consulenza agricola, e spesso trasformano le materie prime. Inoltre offrono polizze assicurative con cui gli agricoltori possono tutelarsi contro i cattivi raccolti o i rischi legati ai cambi monetari.  (…) Pannocchie di mais.  Negli ultimi decenni le Abcd hanno diversificato sempre più la loro attività, occupandosi anche della trasformazione. E’ più redditizio vendere pannocchie di mais macinate sotto forma di mangime che venderle non lavorate alla Tyson. E’ meglio anche trasformare le pannocchie in zuccheri, acidi e bioetanolo.  Attualmente la Cargill è uno dei principali  produttori mondiali di fosforo, fertilizzanti, sale antigelo, succo d’arancia concentrato, sciroppo di glucosio, dolcificanti, acido citrico, riso, cacao e molti altri ingredienti, dal malto d’orzo per la birra alla colla per la moquette. (…) Questo significa che le Abcd operano sempre più sui mercati finanziari. L’ex commerciante di cacao Hendriksz spiega: “Noi commerciavamo in prodotti impegnandoci su una scadenza precisa. Se la Nestlè  chiede una certa quantità di cacao  per una data specifica, bisogna sempre trovare coperture ai rischi legati a questo tipo di operazioni.  Lo si può fare anche sui mercati finanziari , soprattutto a New York  e a Londra” La copertura è un modo per ridurre il rischio di oscillazioni dei prezzi. “Se per esempio decidi : “Il prossimo anno voglio comprare tot tonnellate di cacao, bisogna subito rivendere su carta il carico ad un determinato prezzo. Così se il prezzo di acquisto diminuisce , il profitto è maggiore, In questo caso si agisce sulla carta a breve temine e materialmente a lungo termine. L’esempio descritto da Hendricksz    è un contratto a termine con una controparte definita. Contratti del genere si possono anche negoziare in Borsa. Si chiamano futures e la controparte non è specificata. Ci sono futures che vanno pagati in natura, ma altri che non è necessario avere la merce disponibile perché si può saldare in contanti. Un altro prodotto finanziario è la cosiddetta opzione. In questo caso si acquisisce  solo il diritto di comprare o vendere un prodotto a un prezzo stabilito. Da futures e opzioni sono a loro volta derivati prodotti finanziari come i fondi indicizzati, che seguono il prezzo di un pacchetto di altri contratti. L’intero processo è parte di un fenomeno più ampio noto come “finanziarizzazione “ del mercato alimentare. Negli ultimi 15 anni i grandi protagonisti della finanza, dalle banche ai fondi di investimento, sono entrati nel mercato alimentare in questo modo. Quando gli strumenti finanziari sono usati per assicurarsi contro i rischi si parla di una strategia chiamata I grandi commercianti l’hanno adottata fin da subito. A lungo lo scopo è stato soprattutto quello di coprire i danni prodotti da cattivi raccolti e altri rischi, ma dagli anni ’90 è diventata sempre più un’attività a sé stante. Con la deregolamentazione nel settore finanziario le linee di separazione tra i diversi soggetti e i loro prodotti finanziari sono sparite. Le banche, per esempio, un tempo non potevano occuparsi dell’hedging del grano, ma dagli anni novanta il divieto è caduto. Pura speculazione. Le Abcd offrono ormai i loro servizi finanziari all’esterno. Attraverso appositi fondi speculativi gestiscono centinaia di migliaia di investimenti. Grazie alla loro conoscenza del mercato –per esempio, delle previsioni sui raccolti – queste aziende possono valutare esattamente se i prezzi sono destinati a salire oppure a scendere. Il confine tra assicurazione e pura speculazione è ormai molto sottile. Secondo Clapp e Murphy, le Abcd hanno costruito un sistema finanziario incentrato sulle materie prime. “Il possesso delle merci non è così importante, l’unico aspetto fondamentale è la differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita”. Questo ramo finanziario praticamente non è regolamentato, perché le Abcd non devono seguire le regole previste per le banche. La Cargill è considerata un investitore solo negli Stati Uniti e in determinati mercati, quindi solo in questi casi ci sono dei limiti alla loro attività speculativa. Nell’Unione Europea non c’è ancora un regolamento specifico. (…) Un’altra conseguenza della finanziarizzazione è la maggiore influenza reciproca tra mercati alimentari e mercati finanziari. Nel 2007, per esempio,  i prezzi dei generi alimentari e delle materie prime sono cresciuti molto ovunque. In Europa lo abbiamo avvertito meno, ma in molti paesi in via di sviluppo le persone hanno vissuto peggio le conseguenze di quell’aumento dei prezzi. Secondo diversi esperti, tra cui Clapp e Murphy, la speculazione sulle materie prime aveva e ha l’effetto di far lievitare i prezzi dei generi alimentari, soprattutto li fa oscillare di più. Di conseguenza le aziende più piccole devono spendere di più per i prodotti finanziari che coprono un rischio simile. (…) L’ideologia delle Abcd è neoliberista. Sono paesi transnazionali che operano al di fuori dei governi e vorrebbero un mondo con meno regole. Tutto questo è paradossale, scrive Brewster Kneen nel suo libro: queste aziende, infatti, non sarebbero mai diventate così grandi senza i sussidi dei governi. Basta pensare agli aiuti  ai paesi in via di sviluppo sotto forma di grano statunitense nel 1954, ai sussidi del 1985 all’agricoltura americane o ai soldi pubblici per costruire un porto. Inoltre le Abcd pagano pochissime tasse. Grazie ad abili costruzioni societarie realizzate nei Paesi Bassi, in Svizzera, a Cipro e a Singapore, i loro profitti sono tassati intorno al 5-10 per cento. Le Abcd promuovono la loro ideologia neoliberista con quello che si potrebbe definire un servizio diplomatico. L’attività di lobbying. Esercitano pressioni per ottenere regole favorevoli nei paesi in cui operano, spesso attraverso tavole rotonde e altri gruppi di interesse di settore.  Ma a volte collaborano con i politici. Ex alti dirigenti tornano regolarmente alla ribalta come negoziatori all’Organizzazione Mondiale del Commercio o come consulenti del governo statunitense. Oltre al lavoro svolto dalle lobby, le Abcd esercitano un enorme potere sulla catena alimentare. In Brasile controllano il 60% della produzione di soia, e negli Stati uniti il 70%. Si stima che il 70 per cento di tutti i cereali esportati nel mondo sia commercializzato da loro. (…) Forse il problema più grande è proprio questo. C’è un ristretto gruppo di aziende, di dimensioni gigantesche, che commercia il nostro cibo in tutto il mondo. E non è un bene che ne sappiamo così poco. Perché sono quasi delle nazioni, nazioni più grandi di quelle di cui si parla sui giornali, è hanno una importanza determinante sulla nostra economia, sulla nostra agricoltura e sulla nostra dieta. (Internazionale  n.1197, 24 marzo 2017, pag. 52 – 57)
  7. Piattaforme, pozzi e proteste, il difficile addio al petrolio. Si può partire anche dall’esperimento pilota su due ex piattaforme nel mare di fronte a Ravenna: una diventerà un impianto di energia solare, l’altra di energia eolica. L’Eni ne ha 110 nel Mediterraneo (quasi tutte per il gas) e prima o poi arriverà il momento di smantellarle, quindi qualcuna potrebbe essere trasformata così: da fossile a rinnovabile. Un esperimento, uno dei tanti modi per imboccare la via tortuosa che dovrà condurre all’energia “low carbon”, a basso contenuto di gas serra. Ed è curioso che a porsi il problema sia la stessa industria petrolifera. (…) (Corriere della Sera, 30 marzo 2017, pag. 37 economia)

Una riflessione finale

La quantità di eventi a scala internazionale qui evocati non permette delle analisi , nemmeno parziali o estremamente sintetiche. Possiamo però evidenziare alcuni aspetti che potrebbero costituire l’inizio di cambiamenti radicali nelle politiche e nelle logiche degli interventi. Ad esempio, attribuire al Gange e al suo più importante affluente la titolarità di diritti “umani” che almeno in teoria dovrebbero essere ovunque rispettati nei confronti delle persone, potrebbe veramente cambiare l’atteggiamento negativo così diffuso verso tutti i corsi e le sorgenti di acqua che sta inquinando e contaminando in tutti i paesi un elemento essenziale per la sopravvivenza degli esseri viventi. E’ una esperienza che dovrebbe essere imitata e tradotta in realtà in molti paesi: proviamo a riflettere sulle potenzialità di una azione del genere per il Po e per il Tevere e il suo affluente inquinatissimo, l’Aniene. E’ fantascienza o si tratta solo di considerarli un bene comune intangibile? Un altro aspetto mi ha colpito per le sue potenzialità : possibile che dopo decenni di denunce e di studi sul clima, ancora non si fosse deciso di aggiornare e migliorare le conoscenze relative alla formazione delle nubi, che sicuramente influiscono sull’azione dei numerosi gas serra che minacciano l’equilibrio del pianeta? Forse scopriremo ulteriori meccanismi di danno già in essere, ma almeno cominceremo a disporre di un quadro organico di conoscenze, che permettano azioni non sconsiderate e che diventino sempre più efficaci. E ancora, riguardo al glifosato ( che è solo uno dei tanti veleni che finiscono nei nostri piatti) possibile che a livello europeo si debba assistere a questa indecorosa sceneggiata, senza che si riesca ad esercitare valide e diffuse pressioni nell’unica giusta direzione, per un prodotto la cui pericolosità è nota da decenni? Spero che questi  commenti siano sufficientemente critici, cioè realistici e utili per una pressione sociale degna di questo nome, ne abbiamo un bisogno inenarrabile.

(*) ripreso da «Comune Info».

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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