Il pianista misterioso

un racconto-jazz di Paolo Buffoni (a.k.a. Pabuda) 

Era gennaio o febbraio, era al principio del 1960, se mi ricordo bene. Faceva freddo, come spiegherò in lungo e in largo.

Da Ned Red stava impazzando una delle solite jam session di quel periodo. I ragazzi si divertivano un mucchio. sarà stato gennaio o febbraio e faceva un freddo porco!

C’era un dannato, maledetto freddo in quel posto che non saprei spiegarti esattamente cosa fosse: un loft campagnolo, una cantina gigante, un magazzino in abbandono, un fienile riciclato?

Lo sai, no? Tante vecchie case in New Jersey son fatte così: di sopra c’è l’appartamento, con la cucina grande e calda più tre o quattro camere, tutte di legno tarlato e sconnesso, piene di spifferi; di sotto, mezzo incassato nel terreno, uno spazio grande, disseminato d’arnesi vecchi, mobilia spaiata, marchingegni agricoli rugginosi e un freddo maledetto, un porco freddo.

Di giorno, c’entrava la luce di sghembo, così carica di polvere e di pagliuzze che sembrava tagliasse a fette l’aria, illuminandola di colori bianchi e gialli ma densi e unti, come il grasso di maiale, quello vicino alla cotenna. Non c’avevo mai pensato: l’aria fatta come a fette di lardo!

Ma noi ci si trovava da Ned solo quando faceva buio, la sera… quando la sua tipa era già uscita per il lavoro… un cazzo di lavoro, il suo!

Ci voleva un bel pezzo di corsa in macchina per raggiungere il “Ned place” da casa mia: c’eran le sue belle miglia da correre, in mezzo al freddo porco. Arrivai lì, spingendo a tavoletta la Buick convertibile di mio cognato, James Nesta, il ricco di famiglia.

Un gioiello azzurrino… la Buick: mio cognato s’era fatto convincere dalla pubblicità che descriveva a stronger, safer, quieter automobile… for big country, big roads, big trips, big comfort.

Mio cognato c’aveva buttato qualche bella grossa cambiale per la Buick nuova di pacca e quella sera me l’aveva prestata facendomi tutte le raccomandazioni del caso, diciamo… una mezz’oretta di raccomandazioni.

La pubblicità però non diceva nulla riguardo ai big trombones: infatti, il mio, un trombone a pistoni, nel bagagliaio non c’entrava, con l’ingombrante custodia e tutto… lo sai, no?

Così lo tenevo sul sedile del passeggero, il che non stonava affatto: il trombone era il mio solo compagno e amico, il mio solo amore. Come tutti gli amori era capriccioso, possessivo e un po’ stronzo: mica tutto carezze e bacetti… mi dedicavo completamente a lui ma sembrava non fosse mai abbastanza! Chissà, forse avrei dovuto mollarlo e sostituirlo con un trombone a culisse… ma non lo cambiai mai.

Poi, riguardo alla Buick azzurrina nuova di pacca: solo quella sera scoprii cosa volesse dire “convertibile”! era senza tetto! Cioè, sai cosa intendo: un tettuccio nero di stoffa catramata che tiri su e mandi giù, ma non ubbidisce mai e si incastra e rimane a metà o non s’aggancia bene dai lati… uno spasso, quella sera, che faceva un freddo… non te l’ho detto? Un freddo porco faceva, sulla Buick di mio cognato, a correre da Ned, a correre per la jam.

Quando arrivai c’era Bob Pratt, c’era Sonny e un bel po’ d’altra gente e c’era freddo, un freddo porco! Però l’ambiente era già bello euforico e schizzato. C’era anche Mark Frazer, quel sassofonista pazzo che l’estate prima l’avevan trovato in mutande svenuto nell’armadio di casa: ci si chiudeva dentro per esercitarsi e “fare il callo alle ance”,come si dice, senza disturbare i vicini, degli italiani mezzo-mafiosi, che gli bastava un nonnulla per perder la testa e tirarti due colpi… insomma, l’avevan trovato nell’armadio svenuto e sudato da far schifo con le mutande della misura sbagliata e il sax tra le braccia. Tutti erano lanciati in un rito selvaggio collettivo, dal quale emergevano, ogni tanto, spunti interessanti. Era musica, dopo tutto! A un certo punto, Bobby, che sino a quel momento se n’era stato sonnolento al pianoforte, abbandonò la sua postazione… perché voleva suonare il sassofono. Attraversò a fatica il frastuono con cui stavano straziando Yard-bird Suite e imbracciò un sax soprano, prelevandolo da una catasta di arnesi per i lavori di campagna.

Un tipo alto ed elegante, che non conoscevo, prese il suo posto al piano. Io… stavo cercando di inserirmi in quel casino, quando la base armonica del brano prese a trasformarsi. Tutti avevano cambiato il proprio atteggiamento, seguendo gli accordi che giungevano dal pianoforte: qualcosa di magico. Non mi sentivo più confuso dal bailamme della jam: la mia testa pensava con precisione e con cura alle note che avrei voluto cavare dal mio trombone e mi venivano delle idee e delle note e degli accordi e delle armonie che non m’ero mai immaginato prima. Continuai per un bel po’ senza che per un attimo quella sensazione di precisione e di novità mi abbandonasse. Finché, allungai il collo verso il piano: il pianista sconosciuto si era già dileguato nel buio della notte e nel freddo, un freddo porco! Eppure la musica, la nostra musica, la musica di noi tutti laggiù al “Ned place” continuava a fluire così come lui l’aveva forgiata. Si dipanava, si contorceva, s’interrompeva d’improvviso e ripartiva con la rincorsa… e rimaneva la sua impronta, nonostante avesse mollato la tastiera da un pezzo.

Tornando a casa, con le mani strette sul volante della Buick azzurrina, continuavo a pensare a quella musica. Non sentivo neanche il rumore del motore e del vento che sbatacchiava il tettuccio: La mia testa erano monopolizzata dal fresco ricordo dei suoni incredibili che quella sera s’erano sprigionati tra le pareti del “Ned place”; intanto ci ragionavo su e non potevo che darmi una spiegazione: quel pianista, lo sconosciuto elegantone c’aveva letteralmente stregati! la sua forza magnetica era proprio speciale: senza alcuna coercizione ci aveva condotti tutti quanti sui sentieri tracciati dalla sua musica, o meglio: ci aveva sospinti lungo un tragitto che era il suo modo di interpretare la nostra musica, una musica che rimaneva quella di tutti noi, quelli del “Ned place”.

Pensavo: con la forza che hanno sempre le cose belle e le cose giuste il pianista sconosciuto aveva portato in quel gruppo improvvisato e chiassoso una roba che… come dire… un impasto di libera disciplina e di ferrea solidarietà musicale. Bestiale, no? Credimi o no, per me, da quella sera, quella roba diventò, come dire, il succo del nostro jazz.

Io guidavo la Buick, la musica guidava me… lo sai cosa intendo.

Vuoi sapere chi era quel pianista misterioso? Ma non mi prendere per il culo, fratello! Tu lo sai meglio di me chi era quel tipo!

 

Pabuda
Pabuda è Paolo Buffoni Damiani quando scrive versi compulsivi o storie brevi, quando ritaglia colori e compone collage o quando legge le sue cose accompagnato dalla musica de Les Enfants du Voudou. Si è solo inventato un acronimo tanto per distinguersi dal suo sosia. Quello che “fa cose turpi”… per campare. Tutta la roba scritta o disegnata dal Pabuda tramite collage è, ovviamente, nel magazzino www.pabuda.net

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