Il treno degli orfani: da New York all’Arizona

Storie di bambini “bianchi”, di messicani, di miniere e di amnesie storiche

di Ernesto R. Milani

Alcuni giorni fa il Times di Londra ha riportato la notizia di una bambina cristiana affidata ad una famiglia musulmana fondamentalista, poi ritornata alla famiglia naturale cui era stata tolta dai servizi sociali in seguito a proteste di vario genere.

Una notizia sensazionale che assume un’altra connotazione se si consulta la storia dei bambini orfani oppure sottratti illegalmente ai genitori e affidati a persone o istituzioni che non avevano niente a che vedere con il background culturale dei bambini stessi.

La storia che sto per raccontare inizia in un orfanotrofio di New York ai primi del Novecento quando le suore cattoliche che per anni avevano assistito alla collocazione da parte della Children’s Aid Society (Società per l’assistenza all’infanzia) di bambini messi sugli Orphan Trains, diretti verso le zone rurali del Midwest, decisero di reagire allo strapotere delle istituzioni protestanti, meno attente secondo loro alle esigenze dei bambini. Se è pur vero che i bambini venivano tolti dai problemi degli slum di New York è altrettanto vero che la loro origine irlandese, italiana o polacca sarebbe stata cancellata in quanto gli affidamenti erano presso famiglie di agricoltori protestanti.

La chiesa cattolica tentò, quindi, di gestire in altro modo le proprie adozioni dirigendosi verso le comunità cattoliche sparse al di fuori delle grandi città dove la crescita dei bambini sarebbe stata senz’altro migliore esattamente come faceva la Children’s Aid Society ma mantenendo la cultura e la religione originale.

Ad esempio, le Sisters of Mercy del Foundling Hospital di New York (Sorelle della Carità dell’Ospedale dei Trovatelli di New York) si misero in contatto con il parroco del centro minerario di Clifton-Morenci al confine tra Arizona e Messico, una company town dove si estraeva il rame di proprietà della Phelps–Dodge, che assicurò loro la presenza di famiglie cattoliche in grado di allevare gli orfani nel migliore dei modi. Al sacerdote, appena trasferitosi dalla Francia, sfuggirono le considerazioni sullo stato di apartheid in cui vivevano questi cattolici ovvero minatori messicani sia di nazionalità statunitense sia frontalieri in transito che pur costituendo il 70% della popolazione non erano rappresentati quasi a nessun livello. Firmato l’accordo con le famiglie messicane – senza rendersi conto che la vita in un campo minerario in mezzo al deserto dell’Arizona non poteva essere paragonata a quella pur dura delle fattorie delle pianure centrali – le suore, un accompagnatore e 40 bambini di origine irlandese di carnagione chiara e occhi azzurri intrapresero un viaggio in treno di oltre 3200 km da New York a Clifton-Morenci dove giunsero il 1 ottobre 1904.

Ad accogliere l’arrivo del treno oltre alle famiglie cattoliche interessate c’erano pure molte donne cosiddette anglo-americane al corrente delle pratiche del Midwest quando all’arrivo dei treni degli orfani si potevano scegliere quelli da portare a casa. In questo caso la situazione era diversa ma soltanto le donne messicane ne erano al corrente perché le anglo-americane non frequentavano la loro chiesa cattolica.

Un gruppo di sedici bambini fu alloggiato in parrocchia in attesa di essere ridistribuiti il giorno seguente mentre i rimanenti 24 rimasero sul treno in attesa di proseguire l’indomani per la vicina Morenci.

Le donne anglo-americane non gradirono il conferimento di bambini di carnagione bianca, occhi cerulei e capelli chiari alle famiglie di messicani, e il giorno seguente riuscirono a convincere il vice sceriffo a formare una posse ovvero un gruppo di cittadini, diciamo benpensanti, come quelli che abbiamo spesso visto nei film western inseguire i fuorilegge, che si munì pure di catrame, piume e corde nel caso potessero servire. Le suore e il loro assistente furono di fatto prese in ostaggio, e i bambini strappati a viva forza dalle famiglie messicane.

La medesima situazione si creò a Clifton dove soltanto gli interventi pacificatori dello sceriffo, del giudice e di un funzionario della miniera garantirono la fuga precipitosa delle suore e del loro assistente che avevano tentato in tutti i modi di opporsi alla prepotenza della folla anglo-americana rischiando pure la pelle.

Qualche mese dopo il loro ritorno a New York, le suore denunciarono i rapitori presso la Territorial Supreme Court di Phoenix (l’Arizona divenne Stato federale nel 1910) ma persero la causa perché la corte decretò che tutto era stato fatto nell’interesse dei bambini.

Nell’aprile del 1906 la Corte Suprema americana sentenziò che i messicani non erano idonei a garantire un modo di vivere e un’istruzione adeguata a bambini bianchi.

In entrambi i casi nessuna famiglia messicana fu visitata o investigata: tutti i giurati e rappresentanti della corte erano anglo-americani.

Il primo processo fu contro Lucia Gatti, la moglie di origine tedesca di John Gatti, macellaio in Chase Street, la via principale di Clifton che viene ritenuta l’istigatrice delle dimostrazioni. Il censimento del 1910 addirittura mostra il figlio William come proprio, nato nel 1903 a New York da padre italiano e madre nata in Arizona. È soltanto la consultazione del censimento del 1920 che conferma la verità: John Gatti è sposato con Lucia Patritti di Bene Vagienna, Cuneo e vive con John, figlio adottivo che risulta nato a New York nel 1903 da madre newyorkese, padre sconosciuto e fa consegne per il padre adottivo; adesso la famiglia abita in Wards Canyon a Clifton: mirabilmente le 30 famiglie del vicinato sono quasi tutte messicane.

L’analisi di quanto successo non è semplice, e nemmeno Linda Gordon, l’autrice di The Great Arizona Orphan Train Abduction ha una risposta completa. Tuttavia, dopo aver parlato con lei e ascoltato le sue conferenze, penso che i pregiudizi e le supposte superiorità di alcuni gruppi etnici siano le cause principali di quanto successo non solo a Clifton-Morenci ma anche in altri campi minerari – company town e non solo dell’Arizona.

Ad esempio, se agli anglo-americani erano concesse dalla compagnia mineraria abitazioni con tre stanze e servizi sanitari interni e ai messicani con nuclei più numerosi due stanze e nessun servizio sanitario interno, facile poi sentenziare che questi ultimi vivevano stipati e in cattive condizioni igieniche.

Inoltre, la povertà non ha niente a che fare con la rispettabilità, e che cosa ne sapevano gli altri della vita familiare messicana? Mancò anche una solidarietà tra donne che avrebbe potuto gettare le basi per una maggiore coesione all’interno della comunità. Le messicane desiderose di integrarsi attraverso uno sbianchettamento pur artificiale e le angloamericane restie ad accettare una cultura che aveva segnato il territorio da secoli.

Si conoscevano un po’ meglio gli uomini, cui in miniera erano riservati i lavori più generici e comunque sottopagati perché la scala remunerativa privilegiava gli anglo-americani, gli immigrati dalla Cornovaglia, gli altri nord europei, gli italiani e subito dopo i messicani ed infine i cinesi. Ma la società messicana era molto matriarcale e la decisione delle adozioni fu soprattutto femminile anche perché avevano un maggiore contatto con la chiesa e con sacerdote.

Parte della scarsa collaborazione tra i messicani e gli anglo-americani fu innescata poi dallo sciopero generale dell’anno precedente, 1903, indetto per ottenere le otto ore di lavoro che fu sostenuto alla fine soltanto dai messicani e da uno sparuto gruppo di italiani guidati da Frank Salerno e Frank Colombo. Lo sciopero fallì ma dimostrò almeno l’unità dei minatori messicani.

Un quadro generale poco noto all’esterno e non facilitato dal comportamento della compagnia mineraria Phelps-Dodge che tendeva a dividere i minatori. Basti ricordare che il 12 luglio 1917 la medesima Phelps-Dodge con l’aiuto di una posse di circa 2000 persone rispose a uno sciopero generale con la deportazione illegale di circa 1300 minatori dal centro minerario di Bisbee, poco lontano da Clifton-Morenci, caricati su carri bestiame e spediti 320 chilometri a est verso le Tres Hermanas Mountains nel New Mexico, abbandonati a se stessi e diffidati dal tornare a Bisbee.

Oggi, la guida della Società storica della contea di Greenlee elenca tutto quanto si può visitare nel museo locale, con un accenno en passant alle conferenze che si tengono periodicamente sugli avvenimenti storici come le “adozioni etniche” (sic!), scioperi, sparatorie e arte della frontiera.

L’opuscolo di Charles A. Spezia che promuove, invece, la storia e la visita della storica Chase Creek di Clifton, Arizona riporta la solita amnesia riguardo al treno degli orfani ormai entrato nelle pieghe nascoste del tempo. È interessante sapere dei molti abitanti di Cuggiono (in Lombardia) che dopo aver appreso il mestiere in Michigan o in Missouri, si stabilirono a Clifton-Morenci sia come minatori sia come imprenditori. Antonio Spezia gestiva un consorzio agrario mentre Ambrose Spezia era proprietario dell’Old Buffet Bar. Ma è evidente che la loro è un’altra storia.

Gli angoli dell’incomprensione non furono mai completamente smussati e ancora oggi dobbiamo citare il comportamento poco ortodosso dello sceriffo dell’Arizona, pure di origine italiana, Joe Arpaio che proprio non sopporta gli immigrati messicani. Per non parlare del muro tra Arizona e Messico che il presidente americano Donald Trump vorrebbe ergere sulla scia del protezionismo padronale della Phelps-Dodge in vigore oltre un secolo fa.

N.B. Per evitare la confusione tra orfani (orphan) e trovatelli (foundling), gli orfani sono bambini i cui genitori sono deceduti, mentre i trovatelli sono stati abbandonati dai loro genitori. In genere la società ha avuto meno rispetto per i trovatelli ritenuti poco degni di essere aiutati.

1 settembre 2017

Redazione
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