«In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre»

al-shahb iurid (il popolo vuole)

di Monica Macchi (*)

Abbiamo sentito l’Archimede che c’è in noi / urlare, senza essere creduto / datemi un punto fisso di dolore e affonderò il mondo” − Mustafa Qossoqsi

«In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre» è un’antologia di opere, edite e inedite, (presentate anche in lingua originale) curata da Oriana Capezio, Elena Chiti, Francesca Maria Corrao e Simone Sibilio rappresenta un’inedita mappatura della poesia araba contemporanea e nel contempo di un mosaico geopolitico e culturale che spesso arriva in Occidente solo attraverso gli echi della cronaca spicciola. Edita da Le Monnier Università.

Proprio lo slogan più urlato e conosciuto delle Rivoluzioni Arabe –al-shahb iurid” «il popolo vuole» – è tratto da un verso del poeta tunisino Abu Al Kassim Al Shabi, e il saggio introduttivo della Capezio sottolinea come i social network e la Piazza abbiano ampliato la prospettiva tradizionale del poeta: così Abd al Rahman al Abnudi scrive «Dilaga la voce della folla: Egitto sotto il sole! Stato di uomini logori è tempo di cadere!» e Amin Haddad gli fa eco «le leggende sono vere in Piazza Tahrir».

Ma l’euforia finisce ben presto: secondo Saadi Youssef «Solo un pollo direbbe primavera araba» e Khaled Mattawa si chiede: «Assaporata la speranza, usciti dai nascondigli, perché tornare a vivere dentro di noi come in una tomba?».

Così i poeti, cantori della comunità, descrivono la disperazione della gente comune, in aperta rottura con l’iconografia classica del nazionalismo e del patriottismo.

Cambiano anche funzione e tipo delle metafore: come spiega Chiti oggi non si educano più i potenti attraverso apologhi di animali ma si consola chi sperimenta l’arbitrio del potere come spazio alternativo e liberato che sfugge alle maglie della censura.

L’appropriazione dello spazio simbolico e fisico e il dolore della perdita, la nostalgia dei luoghi e la cancellazione del passato (Widad Nabi scrive «Tristezza è visitare le rovine di casa tua in sogno e fare ritorno senza polvere nelle mani» e Ashur Twebi «Come sognare se questa terra mi si sgretola davanti?») intesi come “Ghurba” (ossia esilio e alienazione) si incarnano nella topografia dell’oppressione in Palestina come scrive Sibilio.

Francesca Maria Corrao – Simone Sibilio – Elena Chiti – Oriana Capezio

 

In particolare è a Gaza che persino il mare è sottoposto a reclusione e controllo: «se entri in quella strada al lato della città quella che porta al campo profughi se scorgi due occhi che brillano dell’intelligenza del mondo intero, chiedi te ne prego se il mare di Gaza è stato aperto o se è chiuso ancora» scrive Najwan Darwish.

E sono proprio le parole e la scrittura il modo ed il luogo per resistere all’orrore: per Ali Safar «Le parole a Damasco sono l’origine della vita» e nel suo saggio, Corrao ricorda come la cultura abbia sempre circolato nel Mediterraneo, rendendolo il tratto distintivo: così Bennis celebra il Mediterraneo «non un luogo recintato da principi geografici o da un’idea che rinnega l’Altro, piuttosto un’idea aperta, dimora poetica in una realtà globalizzata che dimentica le lingue e la poesia».

Lingua, poesia ed arte superano il discorso politico per cogliere e superare l’essenza del dolore del singolo rendendo così il poeta memoria collettiva.

(*) ripreso da oubliettemagazine.com

 

 

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