In mezzo alle tragedie qualche incontro con «l’umanità come dovrebbe essere»

Riflessione – in lieve ritardo – sul romanzo «Il sole dell’avvenire: chi ha del ferro ha del pane» di Valerio Evangelisti (*)


Evangelisti-due

«A furia di brindisi c’era stata carenza di Sangiovese nelle osterie. Ma non si poteva dirlo». Si festeggia che Gaetano Bresci ha ucciso il re, vendicando le tante stragi volute da Umberto I… Questa è la Rimini che trova Ele – cioè Eleuteria Verardi – di ritorno dall’Argentina. Ma deve subito scappare perché chi fa parte di famiglie sovversive (o ritenute tali) non può fermarsi troppo a lungo se non si attiva una rete di protezione dei compagni cioè socialisti (di varie tendenze), anarchici e sindacalisti. In alcuni luoghi – Molinella a esempio – va meglio. Ma è solo un fiore in mezzo al marciume o l’inizio di una rivoluzione? Forse, come dice Giosuè a Ele, non è un paradiso ma «una penisola circondata dall’inferno, non a caso (i padroni) vogliono che sparisca».

Avvincono le storie di Canzio Verardi, del ribelle “involontario” Reglio, di Gigino, di Cin Cin (re dei bugiardi), di Giosuè che sarà maledetto, di Mino Giacomelli lo «sciupafemmine», di Riccardo Minguzzi… E ancor più le storie delle donne: prima Ele – che scompare e riappare – poi Narda (cioè Comunarda Libertà Riscossa Minguzzi, “battezzata” con il sangiovese e senza prete) ma anche Isa, Dora e le altre che si incrociano con personaggi davvero esistiti: da Giuseppe Massarenti ai molti voltagabbana (in testa Benito Mussolini) a Maria Goia, da Armando Borghi a Giolitti, da Giacinto Menotti Serrati a Francesco Zanardi, da Augusto Masetti a Gabriele Rapagnetta detto D’Annunzio… Molte figure “minori” della storia con la s maiuscola come l’infermiere Livio Mongardi, ucciso a Imola dai carabinieri: «è stato in guerra tre anni, non immaginava che lo avrebbe ammazzato qualcuno che non è austriaco».

Povertà, pellagra, scioperi, crumiri, repressioni durissime con eccidi a catena, le «compagnie di disciplina» ovvero la galera più dura, l’infamia della Libia e di una guerra mondiale, un certo «Lenine» russo, gli «Arditi» e poi i fascisti. Questa parte della nostra storia in molte/i la conosciamo. Ma come funzionavano davvero le Leghe proletarie? Cos’erano gli escomi? E i «cicloni»? O il «gallo rosso»? O «la pentola comunista»? Come si organizzavano i boicottaggi (in realtà, nonostante il nome, somigliano più all’ostracismo greco) popolari? Come funzionava la tassa detta «taglione»? E come si mette in moto l’ingranaggio che schiaccia gli ex mezzadri? Chi ricorda che la stragrande maggioranza dei cattolici organizzati in ogni circostanza erano alleati con i padroni? O che sotto Giolitti «la politica degli eccidi si era fatta selettiva: colpiva i miserabili cafoni del Sud, risparmiava gli operai industriali e quelli agricoli del Nord»? Oppure che «le leghe dell’Argentano caricano i bambini degli scioperanti sui treni e li spediscono qui e là per l’Italia, presso famiglie socialiste», una forma di solidarietà che sarà ripresa anche dopo il 1945 per aiutare le famiglie più impoverite?

Siamo fra il 1900 e il 1920, soprattutto in Emilia e Romagna. Zone che «la povera gente aveva trasformato completamente col suo lavoro, dove un tempo c’erano paludi e sterpaglie adesso esistevano tenute e fattorie, campi ben coltivati e macchine in azione». Come nel precedente – «Il sole dell’avvenire: vivere lavorando o morire combattendo», cfr Alle soglie del ‘900 con Valerio Evangelisti con una mia intervista uscita sul quotidiano «L’unione sarda» – i protagonisti della trilogia sono proletari, qui nel passaggio storico fra l’Italia contadina e quella che diventa industriale. Per scelta o per forza fanno politica, sono dentro lotte sindacali e/o rivolte spontanee. O meglio, come chiarisce l’autore nella nota finale: «Parlo di contadini e di braccianti, di povera gente che ha dato alla Romagna e all’Emilia la propria impronta. Senza curarsi troppo di chi, a livello politico, pretendeva di averne la guida». Quel secco «pretendeva» è la sintesi della tragedia del proletariato italiano.

Nel romanzo si canta «la casa è di chi l’abita / è un vile chi lo ignora / il tempo è dei filosofi, la terra di chi lavora» oppure «E quando muoio io non voglio frati…» ma anche la versione italiana dell’«Internazionale» (con parole «più moderate di quelle dell’originale») e «Sorgiamo» – un canto allora popolarissimo – oppure «Caserio fa il fornaio e non la spia» e strofe che iniziano con «Nel fosco dì del secolo morente» e terminano con «Ed urla col suo schianto redentore la dinamite».

Sullo sfondo c’è sempre, e talvolta in primo piano, la grande storia. Con gli scontri politici e ideologici. Chi come Giacomelli è contro «il riformismo» lo racconta così: «un socialismo piccolo piccolo, più utile a chi comanda che a chi vorrebbe e dovrebbe ribellarsi, l’ideale per la classe al potere». E’ pur vero però che, attendendo “il sol dell’avvenire” occorre dare concretezza all’azione quotidiana: «la rete delle Leghe, delle camere del Lavoro, delle sezioni socialiste, dei circoli ricreativi, delle biblioteche popolari, delle scuole serali serviva a quello: a dare dignità a chi aveva strappato palmo a palmo, con un numero infinito di vittime, una terra all’abbandono e alla barbarie». Se i proletari vengono lasciati soli perché «i socialisti parlamentari» sono concentrati solo sui loro «piani di riforme misurate, di compromessi governativi» occorre – come spiega un anonimo compagno a San’Ilario – reagire agli attacchi armati degli agrari: «col boicottaggio, il sabotaggio, il Gallo Rosso e la pentola comunista che vuole dire fraternità. Cosa contano libertà e uguaglianza senza la fraternità? E’ la sola arma che può far fronte a tutti i poteri coalizzati contro di noi». Uscito dal carcere, Reglio avrà la solidarietà di alcuni sconosciuti e quando ringrazia Tiberio si sente rispondere: «Ma di cosa? Si è tra compagni, no? Vuol dire appartenere a un’altra razza. L’umanità come dovrebbe essere».

Nella nota finale Evangelisti sottolinea che «l’unico linguaggio per me adeguato» in questo due romanzi è «quello brusco, essenziale, a volte sarcastico o umoristico delle campagne». Ma proprio questo dà forza alle idee dei protagonisti. Un esempio fra i tanti in questa breve osservazione sul «nè aderire né sabotare» (alla guerra) dei socialisti italiani: «Io non me ne intendo, però mi sembra una strunzé».

Da non perdere «Il sole dell’avvenire: chi ha del ferro ha del pane» di Valerio Evangelisti (Mondadori: 536 pagine per 18 euri ma c’è anche l’e book). Nel leggerlo ho scoperto che il nome di «crumiri» (prima «krumiri») viene dal nome di una tribù tunisina «balzata alle cronache per la sua ferocia». E che via San Vitale, a Bologna, per un breve periodo si chiamò via Liebknecht e poi (era difficile da pronunciare) via Spartaco. Mi sono anche ricordato che nei letti delle case più povere si infilava «il prete»… se state pensando a un tipo in tonaca siete fuori strada: qui si parla di «un attrezzo di legno formato da lunghe assicelle ricurve con una gabbia dove si inseriva uno scaldino di terracotta» (in Veneto si chiamava «la monega», cioè la suora, interessante assonanza).

Ho ritrovato anche tre belle poesie di Trilussa: «La fame der lupo e le tendenze der cane» (un epitaffio per i socialisti parolai), quella del cavallo malato e dell’uomo che «fa er crumiro con vera passione» e l’altra dove un soldato va in guerra ma il cavallo si rifiuta.

La frase del sottotitolo – «chi ha del ferro ha del pane» – è di Blanqui, «l’ispiratore della Comune di Parigi» ma si vedrà come siano molti a riprenderla, per scopi e in contesti ben diversi, fino a che Mussolini la porrà sotto la testata del suo «Il popolo d’Italia». Il commento di Canzio è secco: «Disarmati non si fa nessuna rivoluzione… Mussolini lo ha capito dall’inizio e Serrati no».

Resto invece con il dubbio se «il ciclo socialista Avanti Marx» (del 1914) sia una realtà o una bella invenzione del romanzo.

Dal ’94 a oggi ho letto tutti i libri di Evangelisti (tranne la trilogia su Nostradamus) e se la memoria non mi tradisce è la prima volta che le donne sono protagoniste positive in un suo romanzo: una bella novità.

Aspettando il conclusivo volume della trilogia – la prima di Evangelisti che è ambientata in Italia – si può leggere il saggio «Il gallo rosso» (pubblicato da Odoya) dove l’autore riprende alcuni suoi scritti storici, già pubblicati nel 1982. Come spiega Gigino nel romanzo «l’espressione Gallo Rosso viene dalla Russia… si dà fuoco ai pagliai e alle stalle dei contadini che hanno preso posizione con i padroni contro i proletari ribelli».

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PS – Per chi passa spesso da codesta bottega e dunque conosce le «scor-date», segnalo che in questo romanzo ce ne sono molte; tre assai interessanti che si potrebbero recuperare – e mixare – visto che tutte si svolgono in giugno e rappresentano un piccolo “campionario” delle lotte di quell’epoca: il 27 giugno 1901 (cfr pag 86), il 7 giugno 1914 (una sorta di rivoluzione fallita…) e il 30 giugno 1919 (proteste, scioperi e saccheggi contro il carovita).

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Daniele Barbieri

    La mia curiosità è stata soddisfatta: il “ciclo Avanti Marx” esisteva eccome, con sconti per i giovani socialisti.

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