In Palestina

articoli di Amira Hass, Amjad Ayman Yaghi, Michele Giorgio, Rima Najjar, Gideon Levy, Umberto De Giovannangeli, Tanushka Marah, Adi Granot, Muhammad Shehada, Mairead Corrigan Maguire, Amer Zahr

 

La morale di Israele alla truppe che piazzano esplosivi nei villaggi palestinesi: non preoccupatevi, rientra nelle regole d’ingaggio – Amira Hass 

I soldati inviati a Kafr Qaddum per sedare le dimostrazioni in corso sono in un’operazione di combattimento. Questa è la posizione dello Stato, come espresso nelle dichiarazioni in sua difesa negli ultimi anni dai pubblici ministeri di Tel Aviv, a quattro cause legali da parte di palestinesi feriti dall’esercito israeliano e dal fuoco della polizia di frontiera durante queste proteste.

I denuncianti: un ragazzo di 11 anni, una manifestante di 64 che porta una bandiera, entrambi residenti nel villaggio della Cisgiordania, e due giornalisti che non vivono nel villaggio.

E poiché si tratta di un’operazione di combattimento, lo stato è immune a queste cause. Le dichiarazioni giurate a sua difesa sono state redatte dagli avvocati dell’ufficio del procuratore di Tel Aviv, coordinati dall’avvocato Ariel Ararat. Abbas Assi e Mika Banki del tribunale del magistrato di Gerusalemme sono i giudici che hanno assolto lo Stato.

Questa è il contesto in cui operavano i soldati che hanno piazzato esplosivi nel villaggio circa due settimane fa, anche se non avevano ricevuto l’ordine dai loro superiori: Sono in servizio di combattimento, e i confini di quello che i soldati possono fare in combattimento sono vasti e flessibili.

Fino alla fine del 2014 le poche richieste di risarcimento danni da parte di palestinesi colpiti o feriti dall’esercito sono state gestite dai pubblici ministeri del distretto di Gerusalemme. Le “operazioni di combattimento” non erano l’unica linea della loro difesa. Il fotografo Jafar Shtayeh, ad esempio, il cui braccio è stato rotto da soldati con l’uso di uno sfollagente nell’agosto 2012 (mentre picchiavano anche altri fotografi come parte di una politica per ostacolare la copertura delle manifestazioni a Kafr Qaddum), ha raggiunto un compromesso con i pubblici ministeri senza che lo Stato reclamasse l’immunità.

Ma dal 2015 i casi sono stati trasferiti alla procura del distretto di Tel Aviv dove le “operazioni di combattimento” sono diventate una vera linea di difesa.

Nel 2004, l’esercito ha bloccato l’uscita orientale di Kfar Qaddum che porta direttamente a una strada di accesso a Nablus, sostenendo che la strada passa attraverso una nuova parte dell’insediamento israeliano di Kedumim. Il tempo di viaggio verso Nablus è aumentato da 15 a 40 minuti.

 Sarebbe superfluo quantificare il costo della strada bloccata al villaggio: il carburante necessario, l’usura delle gomme, il tempo di percorrenza. Ma il sentimento di ingiustizia non può essere quantificato. Mentre le autorità fanno del loro meglio per ridurre il tempo necessario ai coloni per guidare verso Israele e tornare, rende i viaggi dei palestinesi più lunghi.

Questa è un’altra espressione di come gli stratagemmi burocratici e di pianificazione classificano i palestinesi come esseri umani inferiori. Nel 2011 i residenti hanno iniziato a manifestare per rimuovere il blocco e le proteste sono proseguite quasi settimanalmente.

I residenti non stanno protestando contro l’espropriazione di circa 2.500 dunam (2.500 Km) della loro terra a beneficio degli insediamenti vicini. Non chiedono, in quelle proteste settimanali, un ritorno al normale accesso alla loro terra tutti i giorni, invece che, come ha deciso l’esercito, solo due volte l’anno (pochi giorni per la raccolta delle olive e qualche giorno per l’aratura e il diserbo).

L’obiettivo delle dimostrazioni è molto semplice e specifico, ma c’è un principio di fondo: smettetela di trattarci come persone di quarta classe.

SEI BAMBINI COLPITI

Dall’inizio delle manifestazioni, circa 100 residenti (compresi alcuni fotografi) sono stati colpiti e feriti dai soldati israeliani. Sei di queste persone sono minorenni. Il 15 febbraio, i soldati hanno sparato alla testa a Mohammed Shteiwi, 14 anni, con un proiettile di gomma a distanza ravvicinata. Lui ei suoi amici erano stati in un boschetto fuori dal centro abitato del villaggio. Hanno visto i soldati e si sono nascosti.

Mohammed è stato colpito mentre si sporgeva per vedere cosa stava succedendo. I portavoce dell’esercito hanno detto che all’epoca dei fatti c’erano stati disordini nel villaggio, ma non hanno provato che Mahammed avesse partecipato. Era un giovedì e non ci sono state manifestazioni, hanno sottolineato gli abitanti del villaggio. Mohammed ora si trova in uno stato vegetativo.

Nel luglio 2019, i soldati hanno sparato alla testa a Abdel Rahman Shteiwi, 10 anni, mentre si trovava vicino alla casa di un amico a circa 200 metri da dove si è svolta una manifestazione, luogo anche di uno scontro con i soldati. Abdel Rahman ora si trova su una sedia a rotelle, non cammina più.

In tempi di normali le tattiche dissuasive e intimidatorie dei soldati sono più moderate. I soldati hanno arrestato bambini di età compresa tra 4 e 9 anni, li hanno ammanettati, appeso foto di minori nel villaggio e minacciato di arrestarli, hanno aizzato cani contro i manifestanti, hanno lanciato grosse pietre contro i manifestanti, hanno teso un’imboscata a un bambino di 7 anni, hanno sparato bucando i serbatoi d’acqua sopra le case durante il lockdown del coronavirus, danneggiato automobili e tagliato pneumatici, e hanno sparato in piena notte gas lacrimogeni nella casa di Murad Shteiwi, uno degli organizzatori delle manifestazioni. Già in aprile un piccolo esplosivo realizzato con una granata stordente era nascosto tra alcune piccole pietre.

Dall’inizio delle manifestazioni, durante vari periodi, l’esercito ha arrestato 170 residenti del villaggio che sono stati costretti a pagare 250.000 shekel (62.000 €) di sanzioni come parte del processo legale militare, dice Murad Shteiwi.

“DISORDINE E TERRORISMO”

L’avvocato Ararat e i suoi subordinati nel distretto di Tel Aviv agiscono proprio come qualsiasi avvocato entusiasta di difendere un cliente. Pertanto, definiscono le manifestazioni come “disordini, terrorismo e una prosecuzione del terrorismo di accoltellamento” (anche se queste manifestazioni sono iniziate molto prima e sono durate molto tempo dopo gli attacchi solitari del 2015 e 2016). Agli avvocati non interessa che la soppressione di una manifestazione tramite gas lacrimogeni e granate stordenti o proiettili letali inizi all’interno del centro abitato di un villaggio, tra le case. Descrivono i manifestanti come criminali che cercano di attaccare i coloni di Kedumim, e in questo modo ignorano che i residenti di Kafr Qaddum hanno scelto la protesta popolare come mezzo per sfidare e manifestare contro la politica israeliana mirata a danneggiarli, e consapevolmente non hanno scelto altri mezzi.

Gli avvocati, nel loro ruolo di difensori dello stato, attribuiscono ai manifestanti intenti che non hanno (“irrompere nell’insediamento di Kedumim e devastarlo”), e diffamano le persone che presentano denunce. Dicono che Khaled Shteiwi, 11 anni (ferito a una gamba da un agente della polizia di frontiera nel marzo 2016, mentre un adulto intervenuto per aiutarlo è stato colpito e ferito da un altro poliziotto) “ha dei considerevoli trascorsi di coinvolgimento nei disordini contro le forze israeliane.” Lo dicono anche se, quando i manifestanti sono stati uccisi, non sapevano che la polizia era presente perché si nascondevano dietro un cumulo di sabbia.

Il fotografo Ahmed Tala’at è stato colpito alle natiche da soldati nell’ottobre 2015 mentre trasportava tre telecamere e una maschera antigas, e mentre era in piedi sul ciglio della strada con un gruppo di giornalisti. Nelle parole di Ararat, Tala’at era un “animale inferocito” e non un “tranquillo giornalista come sembra”, anche se lo stato non ha presentato alcuna prova e nessun soldato ha mai fatto rapporto nei suoi confronti.

Muayyed Shteiwi, un’infermiere, portava una grande bandiera palestinese alla testa della marcia. Quando iniziarono gli scontri, si assicurò di mantenersi a distanza.

Il giorno in cui è stato ferito nell’ottobre 2015, le preghiere prima della manifestazione non si erano ancora svolte. Era nel cortile della moschea, ha sentito i rumori di uno scontro ed è andato con la sua bandiera per vedere cosa stava succedendo. I soldati gli spararono due volte da lontano. Fu ferito all’inguine e alla schiena. I medici non sono stati in grado di estrarre tutti i frammenti dal suo corpo. I pubblici ministeri di Tel Aviv hanno scritto che era coinvolto nell’organizzazione e nell’incitamento delle proteste violente.

Un venerdì di dicembre 2014, Bashar Saleh era in piedi con una grande telecamera su un treppiede, con tutti gli altri giornalisti e fotografi. Quel giorno, alcuni testimoni dissero che dei bambini, alcuni di loro molto piccoli, occasionalmente lanciavano pietre che non colpivano nessuno dei soldati.

I soldati sembravano molto calmi. Uno di loro ha sparato un singolo proiettile alla gamba sinistra di Saleh. Saleh sentì una forte lacerazione nella parte inferiore del polpaccio sinistro. L’avvocato dello stato scrisse: “In conformità con le regole d’ingaggio, è stato sparato un colpo al principale sobillatore con il volto coperto, che munito di una fionda ha messo in pericolo i soldati. Non è stato dimostrato se il denunciante sia stato ferito dai colpi sparati dalle forze di sicurezza”.

Le cause e i verbali delle sessioni mostrano uno schema simile: contraddizioni tra le dichiarazioni iniziali dei soldati e le loro testimonianze successive, documentazione militare in tempo reale e fotografie che sono miracolosamente sparite o accidentalmente sono state cancellate, un computer bruciato, l’esercito che indugia nell’indagare sugli incidenti, soldati che in tribunale dicono di non ricordare l’incidente di cui avrebbero dovuto testimoniare e per il quale hanno presentato una deposizione giurata dettagliata.

Ma quando la linea è che sopprimere la manifestazione è un atto di combattimento, queste lacune non sembrano preoccupare i giudici.

Per quanto poche siano, le richieste di risarcimento contro lo stato per danni a civili disarmati da parte dei soldati sono anch’esse una sorta di manifestazione: una manifestazione di speranza che qualcuno al di fuori dell’esercito si muova fuori dagli schemi e ascolti, ascolti la legittimità e l’equità delle richieste di aprire quella strada e veda che i palestinesi sono esseri umani. Ma la speranza finisce nella delusione.

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Sempre al limite – Amjad Ayman Yaghi*

Iyad Ghanem ha sentito i droni israeliani volare sopra di se per la maggior parte della sua vita. Come molti altri abitanti di Gaza, si riferisce a questi aerei da guerra senza pilota come corvi. Il rumore che fanno è spesso chiamato zanana, la parola araba per ronzio.

Ogni volta che sente un drone, Ghanem dice “il corvo è arrivato e stanotte non si dormirà”. “Sento che qualcuno mi sta osservando”, ha detto il diciottenne. “Mi assale l’ansia quando il suono diventa più forte, come se stesse per accadere qualcosa di terribile.”

Ghanem può ricordare l’attacco di Israele a Gaza del novembre 2012 “in tutti i suoi dettagli”, ha detto. I droni furono ampiamente usati durante quell’offensiva di una settimana, quando furono uccisi circa 160 palestinesi.

Sentire i droni volare sopra di noi riaccende i ricordi dolorosi di quell’attacco.

“I droni incutono terrore ancora oggi”, ha aggiunto Ghanem.

I droni sono stati un’arma importante per Israele almeno dal 2006, quando ha attaccato il Libano. Sono usati per la ricognizione e, a volte, come macchine per uccidere.

Ignobile

Israele ha sganciato bombe dai droni durante le tre principali offensive intraprese su Gaza dal dicembre 2008.

L’industria delle armi israeliana ha cercato di trarre vantaggio da queste operazioni promuovendo la vendita di droni e altre armi come “testate in battaglia”.

Testare le armi sulla popolazione palestinese si è dimostrato redditizio. Secondo i dati pubblicati nel 2019, Israele è diventato il più grande esportatore mondiale di droni.

Secondo i dati raccolti dalla società di consulenza Frost & Sullivan, Israele ha esportato armi per un valore di 4,6 miliardi di dollari in un periodo di otto anni.

I droni sono diventati tristemente noti per “bussare sul tetto” (avvisare) durante un grande attacco israeliano a Gaza nel 2014. Questo era un eufemismo per come le bombe sono state sganciate dai droni su edifici civili come un “avvertimento” di un’esplosione più potente.

Israele ha cercato di insinuare che “bussare sul tetto” fosse un gesto di umanità per proteggere i civili avvertendoli in anticipo che le loro case sarebbero state distrutte. In pratica, ai civili spesso non veniva dato abbastanza tempo per evacuare prima che avvenisse l’esplosione più letale, come confermato da una missione conoscitiva delle Nazioni Unite.

I droni sono stati utilizzati durante alcuni episodi particolarmente cruenti dell’attacco di sei anni fa.

Adham Shakhsa è un 40enne che vive ad al-Shujaiyeh, un quartiere di Gaza City dove Israele ha compiuto un massacro durante l’offensiva del 2014.

“Tre giorni prima del massacro, c’erano dei droni che volavano nel cielo sopra al-Shujaiyeh”, ha detto. “Potevamo vederli ad occhio nudo ed erano molto rumorosi. Ci siamo abituati a questa situazione durante le guerre di Israele. Mi resi conto che Israele utilizzava la tecnologia dei droni per osservare le persone nel quartiere prima del massacro”.

Un altro residente di al-Shujaiyeh, Anas al-Madhoun, sottolinea che i bambini di Gaza sanno di più sulla belligeranza militare rispetto ai loro coetanei nella maggior parte degli altri paesi. Fin da piccoli, imparano a distinguere tra i suoni dei droni e quelli prodotti da altre armi nell’arsenale israeliano, in particolare elicotteri Apache di fabbricazione statunitense e caccia F-16.

“È incredibile sentire Israele che si giustifica davanti ai media internazionali”, ha detto al-Madhoun. “È incredibile sentire Israele affermare che non assedia Gaza, che si sta solo proteggendo”.

Sorveglianza costante

I droni possono essere uditi frequentemente sui cieli di Gaza in tempi presumibilmente più pacifici, quando Gaza è soggetta a un blocco piuttosto che a un attacco. I droni servono a ricordare ai palestinesi che sono sotto costante sorveglianza.

Mahmoud Siyam, uno psichiatra, sostiene che Israele, di fatto, tormenta la popolazione di Gaza monitorandola con i droni.

Gli esseri umani necessitano di calma e tranquillità. Privati di questi bisogni essenziali, la loro salute mentale può deteriorarsi.

L’udire i droni “mette sotto pressione psicologica tutti”, ha detto Siyam. “Il rumore dei droni rende le persone irritabili. Le persone possono provare ansia estrema e perdere la loro capacità di concentrazione.”

Israele ha iniziato a monitorare i palestinesi con i droni dopo il ritiro dei coloni da Gaza nel 2005. Il ritiro ha significato che l’occupazione israeliana è stata spostata alla periferia e che la brutalità di Israele contro il popolo di Gaza è continuata e, in molti modi, intensificata.

Iman al-Mansi vive al nono piano di un palazzo nella zona di Tel al-Hawa di Gaza City. I droni impediscono a lei e alla sua famiglia di condurre una vita normale.

“Il suono dei droni è molto forte”, ha detto. “Non riusciamo a dormire quando li sentiamo. Non possiamo guardare la televisione. Quando c’è un drone nelle vicinanze, interferisce sempre con la ricezione satellitare. Viviamo così dal 2006″.

Ahmad al-Husari, che vive ad al-Zaytoun, anche lui un quartiere di Gaza City, ha spesso mal di testa a causa del rumore dei droni.

“A volte i droni sono così rumorosi che sono come il motore di un’auto che diventa più rumoroso man mano che si aumenta la velocità”, ha detto. “I droni fanno svegliare i miei figli che poi non riescono più a dormire. Ho l’ansia che venga sera a causa di tutto questo rumore.”

*Amjad Ayman Yaghi è un giornalista con sede a Gaza

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Iman e Safaa, le stelle di Gaza sognano un futuro che non c’è – Michele Giorgio

Fuochi d’artificio, canti, danze tradizionali e, quando c’è la corrente elettrica, anche luci colorate. Il Tawjihi, l’esame di maturità, è un’occasione che i palestinesi celebrano sempre, in tutte le circostanze, anche quelle più tragiche. Il completamento del percorso scolastico ha ancora valore nella società palestinese.

In particolare a Gaza dove gli studenti e le loro famiglie devono affrontare difficoltà ed ostacoli che si riscontrano in pochi altri posti del mondo. Per Iman Abu Shammala e la sua famiglia la felicità è stata doppia. La ragazza ha ottenuto il 99,7% su 100, risultando la prima degli studenti palestinesi nei Territori occupati.

«Non riuscivo a crederci – racconta – ho abbracciato forte mia mamma e mio padre che mi hanno sostenuta in ogni modo. Per giorni ho ricevuto gli auguri di amici e conoscenti. Dal ministero dell’istruzione mi hanno inviato un messaggio di congratulazioni e un certificato speciale per il mio risultato».

Brava e un po’ secchiona Iman lo è stata sempre, confessa. «Studiare è la mia passione sin da bambina» ammette «mi aiuta a superare le difficoltà, a vincere la depressione per la condizione che viviamo qui a Gaza. Adoro le scienze». Quest’anno il coronavirus ha complicato la vita di studenti ed insegnanti in tutto il mondo. «A Gaza di più», prosegue la ragazza «di solito, specie d’inverno, studiamo accendendo le candele perché non abbiamo quasi mai l’elettricità. E se non hai l’elettricità non puoi usare i computer. Poi è arrivata la pandemia, le scuole sono state chiuse e alcuni insegnanti hanno provato a tenere le lezioni online ma qui a Gaza mica tutti hanno il tablet».

Iman tra qualche settimana comincerà a studiare medicina all’Università islamica. Safaa Sheikh Eleid, sempre di Gaza, che si è classifica seconda, con il 99,4%, nella classifica nazionale del Tawjihi, invece frequenterà la facoltà di letteratura inglese all’università Al-Azhar. Spera di ottenere una borsa di studio per master e dottorato all’estero. «Sono stata più fortunata di tante mie compagne» dice «la mia famiglia può permettersi un generatore autonomo di energia e non ho dovuto studiare con le candele. Un giorno vorrei viaggiare, conoscere il mondo».

I sogni di Iman e Safaa sono quelli di un po’ tutti i ragazzi di Gaza, di qualsiasi condizione: partire, conoscere altri giovani, visitare luoghi lontani, località esotiche. Tuttavia si scontrano con dati economici e statistici sconfortanti. Gran parte della popolazione vive sotto o a cavallo della soglia della povertà.

«Temo che molti ragazzi, e anche Iman e Safaa, siano già consapevoli che solo pochi fra di essi riusciranno a realizzare quei sogni. Gaza è una prigione, sorvegliata da Israele, e le cose non cambieranno presto», commenta Yusef H., reporter 30enne di Gaza. «Non è solo una questione di povertà ed opportunità che mancano» precisa «ottenere un visto per andare negli Usa, in Italia e nel resto dell’Europa è una impresa. Le condizioni che dobbiamo rispettare sono molto rigide.  Non è così per un israeliano».

Il destino delle migliaia di ragazzi e ragazze che quest’anno  hanno conseguito il Tawjihi è quello di ingrossare i ranghi dei disoccupati di Gaza, ai vertici mondiali di questa triste classifica. La disoccupazione tra i giovani 15-29 anni a Gaza era al 65,2% lo scorso anno. E il coronavirus ha aggravato il quadro. Circa 4mila operai hanno perso il lavoro negli ultimi mesi in cui 50 fabbriche hanno chiuso i battenti.

Saracinesche abbassate anche per tanti ristoranti e hotel – frequentati dall’esigua minoranza che può permetterseli – che impiegano oltre 5mila persone. «Il blocco israeliano di Gaza, che dura 14 anni, è la causa della mancanza di lavoro per 250mila persone, in maggioranza giovani. E la pandemia sta aggiungendo a quel numero migliaia di lavoratori ogni mese», avverte Sami al Hamassi, capo della federazione sindacale di Gaza.

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I palestinesi stanno costruendo un villaggio sulla loro terra. I coloni armati di un avamposto illegale li stanno sabotando – Gideon Levy

La vista dalla collina è spettacolare. Una valle in fiore, boschetti e campi verdeggianti con alcuni edifici sparsi qua e là , un pollaio e un porcile . Il  tutto racchiuso in quella che altrimenti sarebbe terra arida e imbiancata. Ecco come appare la fioritura del deserto. Ecco come appare l’apartheid israeliano.

Gli irrigatori  sono in funzione  nel caldo mezzogiorno; non ci sono problemi di acqua in questi campi. Tutto intorno, tuttavia, è solo sabbia . Lungo  le pendici della collina, come capre aggrappate alle rocce,  ci sono le comunità di pastori beduini della Valle del Giordano, provenienti da Jahalin e altre tribù. Nelle tende e nelle baracche   migliaia di persone vivono senza acqua corrente o senza un  collegamento con la rete elettrica nel caldo torrido.

Le campanelle  delle pecore risuonano: i pastori pascolano il loro bestiame qui dietro le colline perché sono terrorizzati dai coloni, che li inseguono quasi dappertutto. Occasionalmente  l’Amministrazione Civile del governo militare emette ordini di demolizione e le baracche beduine vengono schiacciate dai bulldozer israeliani, responsabili dell’applicazione della legge.

Le comunità di Al-Kaabneh, Rashidiya, Al-Maajath e Ras al-Auja stanno combattendo per la loro sopravvivenza qui. Nulla di male  succederà  all’enorme ranch nel cuore della valle fiorita con le sue case, i suoi campi, i suoi boschi e i suoi animali. È palesemente illegale, ma a chi importa?

Questa è Havat Omer (Omer’s Farm), alias Einot Kedem. Fu fondata qui nel 2004 da Omer Atidiah, un ex colono religioso di Moshav Ein Yahav  e dal   suo partner, Naama, sulle rovine di una base militare abbandonata. Si è allargata selvaggiamente a un ritmo incredibile. Ai gruppi di visitatori viene ora offerta una strana varietà di programmi e attività. C’è “Desert Lite” (“Per ascoltare la nostra storia + tè e munchies + tour a piedi della fattoria”); “Tranquility in the Desert” (“La nostra storia + un pasto nel deserto di fronte al paesaggio agricolo”); “Naama’s Garden (“ Sito di seminari e ospitalità per coppie ”); e persino “The Red Tent” (“Sito femminile sotto la luna”). Basta scegliere.

Una vera meraviglia, di proporzioni quasi miracolose, sta accadendo sulle colline a est della fattoria, a nord di Gerico. Un sogno sta assumendo forma materiale qui: i palestinesi stanno costruendo un nuovo villaggio per se stessi, per i loro agricoltori e per i pastori beduini della zona, sulle colline che dominano Einot Kedem da est.

Nel frattempo, Omer Atidiah, con i coloni di Mevo’ot Yericho e di  altre comunità vicine, stanno facendo tutto il possibile per fermare e sabotare i lavori di costruzione al fine di impedire ai palestinesi di costruire un villaggio – Dio ci aiuti! – sulla propria terra, in un territorio presumibilmente sotto il loro controllo. Eppure, meraviglia delle meraviglie, sembra che questa volta la mano violenta dei coloni non vincerà  e il villaggio nascerà davvero.

Alcune settimane fa, l’organizzazione Regavim, il cui obiettivo è “proteggere le terre nazionali di Israele”, ha pubblicato una brusca reazione sulla sua pagina Facebook ebraica  Afferma  che i movimenti di terra si sono estesi oltre l’Area A (che per gli Accordi di Oslo II è sotto il pieno controllo  palestinese).

Questo  accada grazie allo stato di Israele che chiude un occhio e alla sua grave mancanza di determinazione. Quindi oggi abbiamo bloccato il lavoro. Continueremo a rimanere sul campo per impedirne la ripresa ”

Sarebbe difficile pensare a un’esibizione più impudente di ipocrisia e mancanza di consapevolezza di sé quando si tratta di “chiudere un occhio” su un trattore palestinese, mentre   Einot Kedem, si estende su almeno 2.400 dunam ( 600 acri) – 4.000 dunam, secondo i calcoli dei palestinesi .  e  non è mai stata intrapresa alcuna azione legale contro i coloni .

Per quanto riguarda la legalità dei lavori  un portavoce dell’unità del Coordinatore delle attività governative nei Territori ha detto a Haaretz : “Per quanto riguarda Havat Omer, la costruzione è stata effettuata senza i permessi e senza le autorizzazioni necessarie”.

Quindi, quando la forza della legge verrà messa in pratica “? “L’applicazione della  legge  verrà effettuata in conformità con i poteri e con le procedure adeguate e soggette  all’ordine delle priorità e delle  considerazioni operative.”

Quando abbiamo visitato questa settimana il futuro villaggio , enormi bulldozer sollevavano nuvole di polvere a est di Einot Kedem, livellando l’area e preparandola per la creazione del nuovo villaggio, ancora senza nome. I primi 200 dunam saranno divisi e  destinati  ad ospitare centinaia di famiglie. Queste famiglie sono membri della Jericho Association for Agricultural Aid, una sorta di gruppo di investimenti immobiliari di fellahin palestinesi e pastori beduini che stanno costruendo la nuova comunità con i propri soldi e senza aiuti esterni.

Nel  cuore profondo di questo luogo remoto e desolato un sentimento di selvaggio West è rimasto sospeso in aria, sullo sfondo degli attacchi dei coloni. È diventato ancora più intenso quando un furgone con targa  israeliana  è apparso all’improvviso nell’area dove sono parcheggiati i pesanti sollevatori di terra , nascosti dietro le colline in questo luogo di fine mondo. Dal veicolo è uscito un giovane grassoccio e sorridente con  un cappello a tesa larga, che si è presentato come “Sufian Sawaad di Dimona”.

Ora la fantasia è completa: un arabo israeliano, di ritorno da 13 anni in esilio nella Carolina del Nord, che gestisce i massicci trattori a cingoli D10 di proprietà di suo padre. Che cosa ha fatto all’estero? “Quello che  fanno tutti gli israeliani nella Carolina del Nord. Ho lavorato nei chioschi del centro commerciale e con i cellulari ”, risponde ridendo al vento del deserto.

Sawaad, che è cresciuto a Dimona, ora vive a Shfaram, una città per lo più musulmana nel nord di Israele. Insieme all’ingegnere Tahar Hanani, di Nablus, sta ora costruendo un villaggio palestinese nella Valle del Giordano occupata e quasi annessa. Anche lui ha sentito l’ira dei coloni.

Armati di pistole e fucili  spesso bloccano il suo passaggio lungo il sentiero sterrato che conduce al cantiere, costringendolo a tornare indietro. “Non abbiamo alcun problema con te, abbiamo un problema con gli altri”, gli dicono magnanimamente.

La scena si ripete costantemente. I coloni affermano che i movimenti di terra sono illegali, convocano l’esercito e l’amministrazione civile, l’ingegnere e l’imprenditore mostrano loro sulle mappe che si trovano nell’area A e i coloni se ne vanno. Sawaad dice che cerca di evitare scontri con loro, ma è spaventato da loro .

Muwafek Hashem è lo spirito commovente che alimenta questa impresa audace e ambiziosa. Cinquantenne, membro di una delle comunità beduine nella zona di Gerico, dirige l’associazione agricola che sta costruendo il villaggio sulla terra di Waq. I rilievi sono iniziati nel 2017 e il lavoro in loco è stato avviato l’11 settembre 2019. Il vento sparpaglia le mappe e le fotografie aeree che ha portato per mostrarcele . Corre per recuperare i documenti  e riesce finalmente a raccoglierli tutti.

I coloni hanno convocato l’esercito il primo giorno di lavoro, ma dopo che Hashem ha mostrato loro che il progetto era limitato all’Area A, gli è stato permesso di continuare.

L’unità del coordinatore delle attività governative nei Territori ha dichiarato a Haaretz questa settimana: “I lavori di costruzione menzionati nella vostra interrogazione vengono eseguiti nell’area A. Com’è noto, l’amministrazione civile è responsabile solo dell’ area C, secondo gli accordi di Oslo. La costruzione palestinese  non è , quindi, sotto la responsabilità dell’amministrazione civile. ”

In almeno tre occasioni, dice Hashem, i coloni hanno puntato i fucili alle loro testa. Una dozzina di volte hanno strappato i pali di acciaio installati dai periti e gli operai hanno dovuto ricominciare tutto da capo. Sono stati vandalizzati due contenitori di gasolio e quattro contenitori di acqua sono stati rubati,ma  lo spirito di Hashem è rimasto imperterrito . Due guardie beduine sono sul posto ventiquattro ore su ventiquattro per sorvegliare l’attrezzatura.,ma  quando i coloni piombano con i loro minacciosi veicoli fuoristrada, le guardie (che sono ovviamente disarmate) scappano per  salvare le loro vite sulle colline.

Le abitazioni non saranno fatte di pietra,non ci sono soldi per quello – ma saranno capanne e case mobili. Una grande sfida sarà quella di collegare il nuovo villaggio alla rete idrica e alla rete elettrica . Non ci sono finanziamenti esterni per il progetto, sottolinea Hashem, né dall’AP né dall’Unione europea. Il finanziamento proviene interamente dalle 600 famiglie dell’associazione. Il budget per i lavori  è di circa 2 milioni di shekel (circa $ 580.000) e la posa della linea di galleggiamento costerà un altro mezzo milione di shekel.

Il piano per la prossima tappa del sogno prevede la bonifica di 3.800 dunam di terra di Waqf nell’area C (pieno controllo israeliano), che ovviamente a Hashem non sarà mai permesso di fare. Nel frattempo, sogna le colture che cresceranno nel nuovo villaggio: papaia, arance,  limoni  ecc. .

Questa settimana tre enormi D10 stanno lavorando a pieno ritmo. L’ultima sezione di 10 dunam è programmata per la fine del lavoro  . È la sezione più vicina alla fattoria di Omer e hanno paura.

 

Articolo in inglese qui 

 

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La resistenza palestinese è resistenza, non “terrore” – Rima Najjar

Vorrei invitarvi a guardare un breve video clip (https://vk.com/video464838380_456239191) rilasciato dalle autorità israeliane su un recente tentativo di accoltellamento da parte di un giovane palestinese verso un soldato israeliano pesantemente armato.

Ma prima lasciate che vi descriva quello che io vedo come palestinese.

La telecamera di sorveglianza mostra un palestinese magro dall’aspetto giovanile in camicia rossa e  con la mascherina che cammina lentamente verso una barricata vicino a Bab Hotta, una delle porte della moschea di al-Aqsa. La barricata taglia la stradina della Città Vecchia. L’uomo viene successivamente identificato come Ashraf Hasan Atallah Halasa, un 30enne del campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme.

Dietro la barricata ci sono tre membri della Polizia di Frontiera israeliana, mentre di fronte a loro un quarto si appoggia con nonchalance con la schiena e con un piede  al muro di un edificio di fronte alla barricata. Tutti sono armati di mitragliatrici armate.

Alcuni palestinesi passano impassibili davanti a questo spettacolo di “sicurezza”, anche se potrebbero aver sentito che la notte precedente, vicino alla moschea al-Aqsa, i soldati israeliani  hanno rapito Tareq e suo fratello, Atef Sbeitan.

Quando il giovane palestinese raggiunge la barricata, si sporge in avanti con un movimento rapido e cerca di pugnalare il soldato più vicino a lui. Subito viene ucciso.

Un sito del governo israeliano definisce  la Polizia di Frontiera come un braccio delle Forze israeliane, che nel 1967  entra “in Cisgiordania e Gerusalemme est per imporre l’ordine in queste regioni appena conquistate”. Stanno ancora “imponendo l’ordine” come conquistatori e oppressori.

Cosa vedo nel video clip? Vedo terrorismo, sì, una minaccia alla sicurezza, sì, aggressione, sì, violenza, sì: contro i palestinesi.

Lo spettacolo scadente montato nel video clip per  presentare la scena come un  atto di “legge e ordine” è per me disgustoso. Ecco in mostra  l’efficace e autocelebrativo  apparato forense dello Stato, la raccolta di prove per  presentare il palestinese armato con  un coltello da cucina come l’aggressore terrorista contro le forze del bene.

Secondo un twitter del portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld, dovremmo tirare tutti un sospiro di sollievo; la minaccia rappresentata dal giovane palestinese è stata “neutralizzata”.

E dei rappresentanti pesantemente armati di uno stato brutale che operano per mantenere l’annessione illegale di Gerusalemme e presiedono alla sua incredibilmente crudele giudaizzazione e alla cancellazione dei suoi abitanti arabi palestinesi e della loro cultura? Che ne è stato?

I Palestinesi e i gruppi per i diritti umani hanno a lungo accusato le “forze di sicurezza” israeliane di usare la forza in maniera eccessiva. Io sono qui per accusare le forze israeliane di terrorismo e tutti coloro che hanno giurato di difendere la sicurezza di Israele come loro collaboratori.

Come palestinese, quando vedo un videoclip come questo, non  vedo ciò che le immagini accuratamente  montate  dal governo israeliano hanno lo scopo di “dimostrare” al mondo.

Vedo il risultato dell’esistenza di Israele sul suolo palestinese, una presenza  che  ferisce profondamente i sentimenti di Ashraf Halasa, un giovane del campo profughi di Shuafat a Gerusalemme. Perché, in nome di Dio, questo gerosolimitano si trova in un campo profughi invece del luogo in cui  lui o la sua famiglia si rifugiarono nel 1967?

Vedo un uomo  che è arrivato a un punto in cui si è chiesto, come Don Chisciotte, se la sua vita avesse più un significato. Per lui è diventato  essenziale  compiere con successo qualcosa di importante, quindi ha  realizzato una sua fantasia. È una fantasia che i palestinesi, me compresa, vi diranno che in molte notti li ha aiutati ad addormentarsi.

Sento Ashraf dire, come io ho scritto in un post del 2017: “Guardami. Guardami per come sono: un essere umano tuo simile . Guardami indipendentemente dalla tua identità ebraica e dalla tua sofferenza ebraica “.

E dalle tue mitragliatrici.

Perché è di vitale importanza per il mondo capire che la resistenza palestinese, sia armata come  quella di Hamas contro l’esercito israeliano, sia disarmata come  quella del BDS, è resistenza, non terrorismo  o attività criminale?

Si consideri il rapporto pubblicato di recente su “The Electronic Intifada” intitolato “I lobbisti israeliani costringono il governo olandese a sospendere il finanziamento ad organizzazioni di agricoltori palestinesi”. Adri Nieuwhof spiega la situazione come segue:

“Gruppi filo-israeliani hanno condotto una campagna per minare una grande organizzazione palestinese per lo sviluppo agricolo accusandola di “finanziare il terrorismo”.

Gli ” Avvocati del Regno Unito per Israele”, UKLFI, e il gruppo di pressione olandese pro-Israele “Center for Information and Documentation Israel”, CIDI, hanno entrambi chiesto al governo olandese di sospendere i finanziamenti all’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, UAWC.

Il 9 luglio, Sigrid Kaag, Ministro olandese del Commercio internazionale e dello sviluppo, ha ceduto alle pressioni e ha sospeso i finanziamenti all’UAWC in attesa dell’esito di una revisione esterna”.

La resistenza all’oppressione, all’occupazione militare, all’annessione e all’apartheid non è “terrorismo”. Che gli olandesi e gli altri governi continuino ad accettare questa inversione della verità e ogni parvenza di moralità è un’ingiustizia che deve finire.

Rima Najjar è una palestinese la cui parte paterna della famiglia proviene dal villaggio di Lifta, alla periferia occidentale di Gerusalemme, spopolato con la forza, e la cui parte materna della famiglia proviene da Ijzim, a sud di Haifa. È attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese, Università Al-Quds, Cisgiordania occupata.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina-org

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COSA INTENDE IL MINISTRO DEGLI ESTERI ISRAELIANO QUANDO DICE “NORMALIZZAZIONE” – Gideon Levy

Il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi è un emerito statista, un veterano di alto livello e una grande speranza per il paese. Il campo centrista, che ha un disperato bisogno di un leader, potrebbe riportarlo al ruolo di grande speranza. Le sue dichiarazioni sono rare, non interviene su nulla, o perché non ha niente da dire o perché teme di dire quello che ha da dire, la prima ipotesi è la più probabile, e quindi ogni sua piccola espressione merita attenzione.

La scorsa settimana Ashkenazi ha detto al ministro degli esteri tedesco che Israele ha cambiato il suo progetto “dall’annessione alla normalizzazione.” In risposta, l’Europa ha esultato, annunciando che sperava di rinnovare il Consiglio di Associazione [1], un dialogo ad alto livello in corso tra l’Unione Europea e Israele. L’Europa è impaziente di tornare ad avere rapporti amichevoli con Israele, basta solo liberarlo dalla presa del primo ministro Benjamin Netanyahu. Per buona misura, Ashkenazi ha aggiunto altri stereotipi infondati che pronuncia con disinvoltura ormai da anni: “Abbiamo lasciato la porta aperta ai nostri vicini e ora sta a loro decidere cosa scegliere.”

Quando uno statista israeliano usa il termine normalizzazione, intende mantenere lo status quo, che è la situazione normale per la maggior parte degli israeliani. Qualsiasi trasgressione richiede una normalizzazione immediata, un ripristino dello status quo precedente. Un esempio? I bambini palestinesi sono condannati a vivere a poca distanza dal mare e trascorrere la loro infanzia, e talvolta tutta la loro vita, senza mai vedere la spiaggia. Questa è una situazione normale. Se vengono scoperte delle aperture nella recinzione di confine e i palestinesi riescono ad arrivare alla spiaggia nel caldo di agosto, la normalità è stata interrotta e deve essere ripristinata con la forza.

Un altro esempio: le proteste sono consentite vicino alla residenza del primo ministro in Balfour Street, ma vietate nel villaggio palestinese di Bil’in. È normale in una democrazia. È del tutto normale imprigionare due milioni di persone per molti anni: cosa potrebbe esserci di più normale?, e pretendere che restino in silenzio. Se prendono provvedimenti contro questa situazione folle, la normalità deve essere immediatamente ripristinata; cioè, il remissivo ritorno nella loro prigione. Lasciate che restino a Gaza, a marcire per sempre e creino la normalizzazione con Israele.

È normale che un paese sia chiamato democratico quando circa la metà delle persone sotto la sua sovranità diretta e indiretta vive sottomesso a una dittatura totalitaria. È normale che due popoli possano vivere in un paese, i nativi privi di diritti mentre gli immigrati e i loro discendenti con tutti i diritti. È normale che Israele possa violare lo spazio aereo sovrano di qualsiasi paese della regione, per spiarlo e bombardarlo, ma a nessuno di loro è permesso di far volare nemmeno un palloncino in territorio israeliano. È normale che i palestinesi siano le uniche persone al mondo che non appartengono a nessun paese. È normale per un paese governare territori che nessun altro paese riconosce, e tuttavia essere il paese più privilegiato al mondo, ad eccezione degli Stati Uniti, quando si tratta di far rispettare il diritto internazionale. È normale che uno dei paesi più armati e ricchi del mondo riceva alcuni dei più generosi aiuti economici della storia. È normale che una delle speranze del campo non di destra annunci di sostenere la normalizzazione.

Quando Ashkenazi ha parlato di normalizzazione, non intendeva la normalità. Normalità significa uguaglianza tra due popoli. Questo non è il desiderio di Ashkenazi. La normalità prevede che un’occupazione militare duri per un periodo di tempo molto breve. La normalità è che un paese rispetti il diritto internazionale, quel genere di cosa sensazionalista. Normale è che un paese venga punito per i suoi crimini di guerra.

Ashkenazi non vuole tutto questo. Il centro politico che Ashkenazi rappresenta vuole solo tranquillità. Questa è normalizzazione. Non vuole contrastare l’occupazione. Lascia che i lavoratori palestinesi costruiscano le case, asfaltino le strade e poi tornino come nulla fosse nella loro prigione. Lascia che l’esercito israeliano irrompa di notte nelle loro case e li arresti a suo piacimento, e di giorno li tirannizzi, li umili e li fucili liberamente. È normale. Tutti gli altri comportamenti sconvolgono la normalità. Ashkenazi vuole la normalità, e così Ashkenazi porta speranza. Ora tutto dipende dai palestinesi, decidere se arrendersi a questa realtà. Allora avremo la normalizzazione con loro.

Note:

[1] Consiglio di Associazione: La proposta di rinnovare riunioni di alto profilo, interrotta a causa delle tensioni politiche sulla politica dell’UE in materia di insediamenti, è stata discussa durante la visita del ministro degli Esteri israeliano in Germania, poiché gli europei sperano di cogliere l’opportunità offerta dall’accordo con gli Emirati Arabi Uniti

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, “La punizione di Gaza”, è stato appena pubblicato da Verso.

Trad: Beniamino Rocchetto

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A GAZA IN SCENA L’EMBARGO CRIMINALE DI ISRAELE: 50 BAMBINI LASCIATI MORIRE DI CANCRO – Umberto De Giovannangeli

Un crimine tra i più atroci si sta consumando nel disinteresse dei media e nel silenzio complice della comunità internazionale. I bambini a Gaza stanno morendo perché viene negata loro la possibilità di accedere all’assistenza sanitaria necessaria fuori dalla Striscia e altri moriranno se non verranno curati presto. Sono già morti due bambini da quando il coordinamento tra le autorità palestinesi e israeliane si è interrotto. Entrambi piccolissimi, uno di otto mesi e l’altro di soli nove giorni, avevano patologie cardiache e avevano bisogno di un intervento chirurgico non disponibile a Gaza, ma non hanno ricevuto in tempo il permesso per le cure.

Attualmente ci sono più di cinquanta bambini malati di cancro in tutta Gaza, quindici dei quali sono in gravi condizioni e potrebbero non sopravvivere senza ricevere delle cure immediatamente. Né la chemioterapia né i trattamenti di radiologia sono disponibili a causa delle restrizioni israeliane ai farmaci che entrano a Gaza.

Strage di innocenti

Questo l’allarme di Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e garantire loro un futuro, in seguito all’annuncio dei piani di Israele di annettere parti della Cisgiordania che ha ridotto le possibilità, già estremamente limitate, di ottenere l’autorizzazione per lasciare Gaza per chi ha bisogno di cure salvavita, a causa della fine del coordinamento tra funzionari israeliani e palestinesi. Il sistema sanitario di Gaza sull’orlo del collasso dopo tredici anni di blocco e l’ulteriore tensione causata dalla pandemia di Covid-19 stanno mettendo in pericolo la vita dei minori.

Prima della pandemia di Covid-19 e del crollo del coordinamento, una media di duemila persone al mese richiedevano assistenza sanitaria al di fuori di Gaza, un terzo delle quali richiedeva un trattamento per il cancro. Ad aprile il dato è precipitato a sole 159 richieste, il numero più basso registrato in oltre un decennio. Anche prima della fine del coordinamento, ai bambini o ai loro accompagnatori veniva abitualmente negato il permesso di lasciare Gaza per ricevere cure mediche per motivi di sicurezza. Nonostante l’attuale calo delle domande, un terzo è stato ancora respinto dalle autorità israeliane. A maggio tra le domande senza successo c’era quella di un bambino di 7 anni con immunodeficienza, ad alto rischio di complicanze da Covid-19. Altri ventotto bambini non hanno ricevuto il permesso di partire per le cure a maggio. Per gli ultimi tre mesi, dicono a Globalist fonti di Save the Children, i dati sono in via di elaborazione, ma comunque in crescita.

La storia di Dina *

La dodicenne Dina* ha la leucemia e non è stata in grado di ricevere cure al di fuori di Gaza da quando il coordinamento si è interrotto. “La mia malattia ha avuto gravi conseguenze sulla mia vita e non riesco a camminare sulle mie gambe. Ho pregato che mi amputassero gli arti. Israele dovrebbe revocare il blocco così da avere buone scuole e buoni ospedali e poter avere cure e posti carini dove giocare. E poter, quindi, vivere come gli altri bambini nel mondo” ha detto.

Ahmed*, 13 anni, è stato colpito alla gamba dalle schegge di un proiettile che è esploso e la sua richiesta di lasciare Gaza per un intervento ai nervi è stata respinta. “Uno dei giorni più difficili della mia vita è stato quando sono uscito dall’operazione e mi avevano preparato una sedia a rotelle. Mi chiedevo a cosa servisse la sedia. Mi hanno detto: “Ci siederai sopra e ci vivrai tutta la tua vita”. Ho pianto, dal profondo del mio cuore … Non posso lasciare Gaza perché hanno chiuso i posti di blocco. La mia gamba sta peggiorando e io sono preoccupato per questo” spiega Ahmed.

Save the Children sostiene trenta bambini che necessitano di cure mediche urgenti al di fuori di Gaza. Alcuni di questi sono stati feriti durante il conflitto o nelle proteste e hanno arti amputati, ferite da arma da fuoco o da schegge, gravi danni agli occhi e al sistema neurologico. Altri vivono con malattie debilitanti come cancro e patologie cardiache.

“Come può esserci una giustificazione in qualsiasi posto e momento per impedire ai bambini di ottenere cure salvavita? Questi minori gravemente malati devono lasciare Gaza per sopravvivere, semplicemente non c’è altra opzione. È crudele che i bambini muoiano o soffrano di un dolore estremo quando possono ricevere un trattamento appena oltre i posti di controllo. Ogni giorno che passa, la finestra per aiutare questi bambini si chiude ulteriormente”, afferma Jeremy Stoner, Direttore di Save the Children per il Medio Oriente.

Save the Children ha da tempo invitato il governo israeliano a porre fine al blocco di Gaza sottolineando come questo crei continue violazioni dei diritti fondamentali dei bambini. I funzionari palestinesi e israeliani devono riprendere il coordinamento per le domande per i pazienti che lasciano Gaza e Israele deve immediatamente consentire ai bambini bisognosi di cure mediche urgenti di viaggiare dentro e fuori da Gaza, accompagnati da un genitore.

Il governo di Israele e l’Autorità palestinese sono inoltre invitati a negoziare una soluzione pacifica del conflitto attraverso un processo di pace mediato a livello internazionale, basato sul diritto internazionale e in riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. L’Autorità palestinese e la comunità internazionale dovrebbero fare tutto il possibile per proteggere i malati di Gaza e promuovere l’accesso senza ostacoli all’assistenza sanitaria essenziale.

Quel blocco criminale

“I bambini di Gaza – rimarca Jennifer Moorehead, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati – sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze. L’occupazione da parte di Israele e le divisioni nella leadership palestinese stanno rendendo la vita impossibile. Se hai 10 anni e vivi a Gaza hai già subito tre terribili escalation del conflitto. I bambini di Gaza hanno già sofferto 13 anni di blocco e di minacce continue a causa del conflitto. Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività”.

La mancanza di energia elettrica ha un grave impatto sulla vita dei bambini di Gaza, che non possono avere accesso ad acqua potabile sufficiente o nutrirsi di cibi freschi, essere assistiti dai servizi sanitari e di emergenza quando servono o mantenere un livello minimo di igiene per mancanza di acqua corrente. Non possono dormire sufficientemente durante la notte per il troppo caldo ed essere quindi riposati per studiare a scuola, o fare i compiti o giocare a causa dell’oscurità.

“Qui è diverso dagli altri paesi che hanno l’energia elettrica per tutto il giorno, la nostra vita non è come la loro. Il mio sogno più grande è poter essere come gli altri bambini che vivono in pace, in sicurezza e hanno l’elettricità”, dice agli operatori di Save the Children Rania che ha 13 anni e vive a Gaza.

Rania e i bambini di Gaza hanno conosciuto solo la guerra. E le sue conseguenze che segnano l’esistenza fin dalla più giovane età.

Il primo dato emerso da uno studio dell’Unicef successivo alla guerra di Gaza dell’estate 2014, indica che il 97% dei minori interpellati aveva visto cadaveri o corpi feriti, e che il 47% di questi aveva assistito direttamente all’uccisione di persone.

I sintomi rilevati durante lo studio includevano: continui incubi e flashback; paura di uscire in pubblico, di rimanere soli, o di dormire con le finestre chiuse, nonostante il freddo; più nello specifico, i disturbi fisici più frequenti erano disturbi del sonno, dolori corporei, digrigno dei denti, alterazioni dell’appetito, pianto continuo, stordimento e stati confusionali; quelli emotivi includevano rabbia, nervosismo eccessivo, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, paura della morte, della solitudine e dei suoni forti.

Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia ha dichiarato che “a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire”.
Secondo Bruce Grant, responsabile Unicef nei Territori Occupati: “per i bambini un evento del genere mina il senso di sicurezza. Non capiscono cosa stia succedendo e si sentono impotenti. A volte possono persino pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia”.

Infanzia negata

Fatima Qortoum nel 2008 aveva 9 anni. Ha visto schizzare il cervello di suo fratello, a causa delle schegge di una bomba e quattro anni più tardi, nel bombardamento del 2012, l’altro fratello di sei anni è rimasto ferito ai polmoni e alla spina dorsale. Ad oggi, Fatima soffre di PTSD.
“Non avevamo paura. Siamo abituati a tutto questo. Mio padre ci disse in casa: Gli israeliani stanno cercando di terrorizzarci, ma noi abbiamo la nostra resistenza che li spaventa”, ha raccontato all’Onu Mohamed Shokri, 12 anni.

L’evento-guerra, ovviamente, è il più traumatico per il bambino. Tutto il sistema sensoriale è allertato e colpito profondamente: essere testimoni di massacri, bombardamenti, invasioni militari; vedere soldati, armi, spari, persone uccise; sentire le urla dei feriti, sono tutte sensazioni sensoriali che si imprimono in maniera indelebile nella memoria.

Un anno dopo dall’operazione “Piombo Fuso”, Amal, 10 anni, portava con sé, ovunque andassse  due foto di suo padre e di suo fratello morti durante l’attacco. “Voglio guardarli sempre. La mia casa non è bella senza di loro”, spiegava Amal, ferita gravemente alla testa e all’occhio destro.
Il danno fisico non è nulla in confronto a quello psicologico.

Fu trovata quattro gironi dopo l’attacco, semisepolta sotto le macerie, disidratata e in stato di shock; era una dei 15 sopravvissuti. Kannan, 13 anni, zoppica per il colpo di pistola ricevuto sulla gamba sinistra. Anche per lui il danno non è solo fisico: prima della guerra del 2014, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Nei mesi successivi alla sparatoria ha avuto ripetutamente degli incubi, si è svegliato spesso piangendo, si spaventa molto facilmente e “non va al bagno da solo” dice Zahawa, sua madre.

Le parole di una animatrice del Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud) descrivono bene i sentimenti dei bambini: “I bambini nei loro racconti, spesso fanno riferimento alla guerra. Dopo che abbiamo fatto il gioco delle sagome, abbiamo notato che i bambini riconoscono i loro occhi e le loro orecchie come punti di debolezza nel loro corpo, spiegando che con gli occhi vedono le distruzioni e con le orecchie sentono il bombardamento.

Eyad El Serraj, lo psichiatra che dirige il Gaza Community Mental Health Programme e si occupa dei disordini post-traumatici sui minori dal 1990, dice che per i bambini in cura si va dagli incubi alla difficoltà di concentrazione, dal senso di colpa per essere sopravvissuti, fino al senso di insicurezza e impotenza.

Secondo El Serraj, la relazione che questi bambini hanno con i genitori è distorta perché si rendono conto fin dalla prima infanzia che non sono in grado di proteggerli, e parla di un trauma collettivo che aggrava il conflitto preparando la strada a nuova violenza, in quanto “il conflitto, da un punto di vista psicologico, dà vita a un ciclo di vittimizzazione e aggressione che continua a ripetersi, aggravandosi. I giovani passerebbero attraverso un momento iniziale di totale apatia, in cui si sentono stanchi e impotenti: uno stato d’animo che conduce spesso a gravi forme di depressione e alla fase di vittimizzazione. Poi il conflitto continua e i giovani cominciano a dare segni di forte ansietà e rabbia. E qui comincia la fase di aggressione che conduce a esplosioni di violenza: un ciclo che continua a ripetersi e ad aggravarsi. E a rendere impronunciabile tra i bambini di Gaza la parola “speranza”.

Ps. Oggi i media compiacenti col più forte riusano il termine “storico” per raccontare del primo aereo civile israeliano atterrato ad Abu Dhabi dopo lo “storico” accordo di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Dei crimini di Gaza, silenzio. Disturbano i potenti e poi sono solo bambini palestinesi…

Nome modificato per motivi di protezione

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Perché non parlo più di Palestina con le persone bianche – Tanushka Marah

 (Traduzione di Valentina Timpani)

Lo scorso dicembre mi trovavo in un pub, infervorata da un dibattito televisivo tra leader sulla notte delle elezioni a cui avevo appena assistito, e sono finita in una discussione sul perché non era stato giusto incastrare Jeremy Corbyn, ex leader del partito laburista, nel suo rifiuto di scusarsi in seguito alle accuse di antisemitismo da parte del presentatore della BBC, Andrew Neil.

Ho sollevato la questione dell’esistenza di un’influenza israeliana che agisce nel profondo della nostra democrazia. Un uomo inglese bianco la cui moglie è israeliana mi ha chiesto di smettere di parlare immediatamente. Ho fatto presente al gruppo che i miei cugini sono stati torturati in Israele, quindi questa per me non è solo teoria, e che si trattava di qualcosa che stava anche influenzando direttamente le elezioni nel Regno Unito.

Mi è stato chiesto di nuovo di tacere. Ho guardato le loro facce calme e mi sono sentita una donna araba isterica.

Sradicare i palestinesi

Prima dei voli lowcost, all’inzio degli anni ‘90, molti dei miei amici in cerca di avventure, vegetariani, frequentatori assidui di festival e fan dei Nirvana, passarono parte del loro anno sabbatico in Israele lavorando per i kibbutz. Mi arrivavano lettere tramite posta aerea, in cui mi si raccontava con entusiasmo dello spirito di comunità, della luce del sole e della gioia del duro lavoro. Tutto ciò mi metteva a disagio, ma non sapevo perché.

I miei genitori, originari della Palestina e della Giordania, mi avevano sempre protetta dalle questioni politiche mediorientali, però mi era capitato di sentire troppe volte parlare di arak e della fessura dei semi di zucca salati. Facevo a mio padre molte domande, da “Perché Riccardo Cuor di Leone, che massacrò tanti arabi, è considerato un eroe della storia inglese?” a “Perché i miei amici vanno a costruire in Israele?”, rispondeva con una stoica alzata di spalle: “Sono fuorviati”.

Mi mancava ancora qualcosa: ero perplessa dal fatto che i miei amici di così larghe vedute si trovassero lì. Non capivo il sogno di costruire uno stato utopico, in cui uomini e donne sono uguali – pionieri e idealisti in maniche arrotolate color cachi, che si insudiciano nella terra nuova.

Conoscevo le sofferenze del ‘48, lo sradicamento dei palestinesi, l’ineguaglianza tra israeliani e arabi, e sapevo del mondo che volta le spalle alla causa palestinese. Ricordo il momento in cui vidi per la prima volta una mappa del mondo in cui la Palestina non era indicata.

Discriminazione positiva

Negli anni successivi all’11 settembre, le persone presero vagamente coscienza del fatto che gli arabi erano diversi da pakistani e indiani. Si trattava di un debole inizio per venire a patti con l’esistenza dei palestinesi.

Poi venne la solidarietà: bianchi che indossavano la keffiyah, gli adesivi con la scritta Palestina Libera, deliziose donne eleganti che raccoglievano firme fuori l’HSBC contro gli investimenti delle banche negli insediamenti illegali in Cisgiordania.

Gradualmente, il cibo e la cultura del Medio Oriente si diffusero nella vita inglese, grazie ai supermercati Waitrose e al food writer Yotam Ottolenghi. Dopo i falafel, le persone cominciarono a usare lo zaatar e il sumac. “È di Ottolenghi?” mi chiedevano del cibo che preparavo. “No, è un classico piatto palestinese! Sì, la mia famiglia era cristiana; Betlemme si trova in Palestina”.

Nell’ambito artistico, ho goduto del primo assaggio di discriminazione positiva grazie a organizzazioni come la Royal Shakespeare Company (RSC). È stato solo allora che mi sono resa conto del razzismo strutturale che davo per scontato, dato che non mi sarei mai aspettata di lavorare per un’istituzione inglese considerata sacra. Ricordo gli occhi spalancati, il primo giorno alla RSC, per la sorpresa di lavorare all’opera A Museum in Baghdad insieme a un cast quasi interamente arabo. “Hanno fatto entrare gli arabi!” sussurrò un attore con una risatina.

Estremi pericolosi

In una notte di alcuni anni fa, io e un attore ebreo gironzolavamo brilli a Liverpool, dopo aver messo in scena un’opera sull’occupazione, quando dei ragazzi mi chiesero da dove venivo. Non lo chiesero al mio amico, nonostante il suo forte accento di Pittsburgh.

Alla mia risposta uno di loro ruggì: “Palestina libera”, prima di fare commenti dispregiativi sugli ebrei aggiungendo qualcosa sul “riportare in vita Hitler”. Guardai inorridita il mio amico; mi rispose con un sorrisetto di nascosto come per dire “te l’avevo detto”. Forse questo ragazzo era un ubriaco qualunque, ma era la prima volta che sentivo un discorso così pericolosamente estremo di ignoranza e odio, con il quale ci si aspettava che io fossi d’accordo.

Non si tratta de “gli ebrei”. Non si tratta di tutti gli israeliani. Ho visto inglesi prendere la bandiera palestinese e correre, a volte goffamente, lungo la strada sbagliata. Ciò ha danneggiato la voce palestinese all’interno del dibattito inglese.

Come per tutte le discussioni che riguardano la razza e il potere, il linguaggio deve essere analizzato scientificamente e usato con una certa sensibilità. Parliamo di israeliani e palestinesi, o di ebrei e palestinesi; israeliani e arabi, o ebrei e arabi? Io mi ritrovo nelle parole di Reni Eddo-Lodge, autrice di Why I’m No Longer Speaking to White People About Race, sul razzismo: “Esiste una definizione anonima di razzismo come pregiudizio unito a potere”.

Secondo questa definizione, i palestinesi non possono essere razzisti nei confronti degli israeliani, dato che non sono coloro che detengono il potere. Eppure, se dicessi che gli ebrei sono più potenti dei palestinesi, ciò sarebbe razzista e rientrerebbe nelle “teorie cospirazioniste ebree” – che il leader laburista Keir Starmer ha recentemente utilizzato come motivo per licenziare Rebecca Long-Bailey.

Unire appartenenza etnica e nazionalità toglie la voce ai palestinesi nella lotta contro il razzismo. Ancor peggio, definendola antisemita, coinvolge tutti gli ebrei nelle politiche razziste messe in atto da Israele.

Far crollare Corbyn

Chi decide il linguaggio che usiamo – i palestinesi o gli israeliani? Pare proprio che alla vigilia dell’ultima annessione israeliana passiamo molto tempo a discutere di semantica.

Abbiamo un primo ministro che si è riferito agli afroamericani con il termine “negretti” e ha detto delle donne musulmane che “ricordano delle cassette delle lettere” – con la debole scusa di stare dalla parte delle libertà delle donne. Tuttavia veniamo zittiti nella discussione riguardo le politiche di una delle nazioni più militarizzate del mondo.

Sappiamo delle proteste, orchestrate con un tempismo perfetto dallo stesso partito laburista, progettate per far crollare Jeremy Corbyn, l’unico abbastanza coraggioso e folle da prendere posizione a favore dei palestinesi. È stato falciato con le accuse di antisemitismo. Nel frattempo poco è stato rivelato sul razzismo all’interno del partito nei confronti di parlamentari neri come Diane Abbott e altri. Tristemente, c’è una gerarchia in gioco, in fondo alla quale si trovano i palestinesi.

Il movimento nero ha impiegato centinaia di anni per diventare una causa legittima che gli inglesi accettassero come veicolo di antirazzismo, sebbene non completamente e a volte con riluttanza. Mi sono sentita incredibilmente rassicurata da un recente tweet e dal gesto di cameratismo da parte del ramo inglese di Black Lives Matter (BLM) verso la Palestina. E poi la reazione: “È razzista, è antisemita. Sminuirà la loro causa!”

La storia sanguinosa della Gran Bretagna

Descrivere Israele per quello che è – uno stato colonialista dove milioni di palestinesi vivono sotto occupazione militare e a cui viene negato il diritto di voto, la libertà di movimento e l’autodeterminazione – è ora definito razzista. BLM non agisce all’interno della buona società inglese. Intraprendendo azioni dirette e buttando giù statue di schiavisti, ha scatenato un dibattito necessario.

In quanto società, finalmente parliamo dei programmi scolastici e della storia sanguinosa della Gran Bretagna; parliamo del razzismo verso i palestinesi. Vi rendo omaggio, compagni.

La reazione negativa al tweet di BLM è uno schiaffo in faccia alla voce palestinese. Il licenziamento di Long-Bailey per mano di Starmer è uno schiaffo in faccia. Anche il suo precedente impegno a favore del sionismo durante la sua campagna per la presidenza era uno schiaffo in faccia. Tutti sanno che devono comprare una quota del credo sionista; che non devono turbare la sensibilità israeliana, e se questo significa ignorare la sensibilità palestinese, pazienza.

Finché affermare il razzismo contro i palestinesi sarà marchiato come qualcosa di antisemita, molti ebrei in tutto il mondo saranno macchiati della responsabilità delle azioni di Israele. In questo circolo vertiginoso, ricordiamoci che per definizione i palestinesi sono anche semiti. Cancellati dalle mappe, sono un popolo traumatizzato che necessita di una patria in un mondo che non vuole accettarli.

In quanto persona di origini palestinesi, la storia di Corbyn come ultimo probabile primo ministro che avrebbe sostenuto i palestinesi mi addolora. In quanto cittadina britannica, sono pragmatica e voglio vedere un governo laburista, e una Gran Bretagna migliore dove migliaia di persone vulnerabili non vengono uccise ogni anno a causa dell’austerità.

Gli inglesi non sopportavano Corbyn. Sembra che nessuno potrà entrare al numero 10 di Downing Street a meno che non sia amico di Israele. Potremmo avere un governo di centro-sinistra, ma la sua politica estera sarà impantanata nella sporcizia, con il supporto ai dittatori, alle guerre e all’occupazione. Ci siamo già passati, con i centri Sure Star di Tony Blair e gli innumerevoli morti in Iraq. È quello che, insieme a Starmer, gli inglesi tollerano più facilmente.

da qui

Nel nome dei miei futuri nipoti, rifiuto di essere cittadina di uno stato di apartheid – Adi Granot

Mio nonno, Elazar Granot è stato ambasciatore d’Israele nel Sud Africa di Nelson Mandela tra il 1994 e il 1996, immediatamente dopo la caduta del regime di apartheid. Lo scorso agosto sono stata in Sud Africa ed ho appurato con i miei occhi la realtà di quel sistema razzista e discriminatorio e le sue terribili implicazioni per la società Sudafricana fino al giorno d’oggi, 25 anni dopo.

“Apartheid” è una parola complicata e carica di significati che richiama un’idea di antagonismo. Per questo motivo, e anche perché la parola è stata clamorosamente assente in tutto il periodo in cui la notizia principale era l’annessione israeliana di parti della Cisgiordania, noi della Zulat, associazione a favore dei diritti umani, abbiamo pubblicato un documento su come la narrazione d’Israele ha lavato via e camuffato il vero significato del progetto.

Il nostro resoconto evidenzia lo slittamento che l’dea di annessione ha fatto, partendo dal lontano diritto messianico fino all’attuale piattaforma politica di tutti i maggiori partiti in Israele, dovuto in gran parte a quel discorso del lavaggio-camuffamento. Il documento rivela il gioco ben-orchestrato dal governo di destra di Netanyahu –sostenuto dalla maggior parte dei media– finalizzato a nascondere al pubblico il fatto che legalizzare per legge l’annessione significa qualificare Israele come uno stato di apartheid.

Il fatto che stiamo parlando di annessione parziale invece che totale gioca un ruolo importante. La mossa dell’annessione incompleta non solo aiuta a legittimarla agli occhi di molti Israeliani, ma permette anche allo Stato di Israele di realizzare sia l’annessione parziale che quella totale.

Gli attuali piani di annessione (principalmente il piano Trump) presentano molte somiglianze col regime di apartheid in Sud Africa non solo geograficamente ma soprattutto per la natura del regime: l’esistenza dei Bantustan, aree residenziali assegnate alla popolazione di colore, ha permesso in definitiva al governo del Sud Africa, di non dare nessun diritto alla popolazione nera esistente nel proprio territorio, adducendo che erano cittadini delle cosiddette aree autonome. Questo è esattamente il modo in cui l’annessione parziale permetterà a Israele di avere il dolce e anche di mangiarlo.

Il progetto è quello di annettere l’Area C, i blocchi di insediamenti e la Valle del Giordano, lasciando ai Palestinesi uno “stato” costituito da frammenti di territorio ed enclave remote nelle aree A e B. Questo permetterà a Israele di abbandonare qualsiasi senso di responsabilità che potrebbe ancora provare verso i milioni di Palestinesi, occupati ed espropriati per 53 anni. Allo stesso tempo ciò aiuterà Israele a mantenere sia l’autorità su tutto il territorio sognato da generazioni, oltre ad assicurarsi che nessun altra nazione, salvo Israele, esisterà mai, fra il fiume e il mare.

Prendiamo, ad esempio, una palestinese di Turmus Ayya, un villaggio dell’area B, circa 20 chilometri a Nord di Ramallah. Una volta fatta questa annessione, che tipo di vita quotidiana potrà condurre?

Da una parte continuerà a soffrire per la privazione quotidiana da parte di Israele dei diritti umani fondamentali: i soldati israeliani continueranno ad entrare nella sua abitazione nel mezzo della notte “per mostrare la loro presenza” con lo scopo di “tenere tranquilla la zona”. Dopo tutto, il suo villaggio adesso confinerà con il (nuovo) Stato di Israele.

Durante la stagione della raccolta delle olive, fondamentale per il sostentamento della famiglia per tutto l’anno, non potrà raggiungere e utilizzare i suoi terreni situati nell’Area C, espropriati ed annessi a Israele.

Quando vorrà visitare suoi familiari che vivono in altro villaggio della Cisgiordania, dovrà passare dal checkpoint di soldati armati che le ricorderanno che non ha libertà di movimento.

Ogni tanto il suo intero villaggio verrà completamente chiuso per punizione collettiva; tutte le strade di collegamento con altre enclave saranno sotto controllo israeliano; e se dovrà uscire dal suo “stato” per trattamenti medici, sarà un ufficiale israeliano a determinare il suo destino.

D’altra parte, che tipo di vita può fornire a questa donna di Turmus Ayya l’attuale “stato” palestinese? Che tipo di economia potrebbe realizzare questo stato-enclave non-sovrano? Che tipo di servizi relativi alla salute, educazione, assistenza sociale potrebbe offrire? Ed ancora, quale ricovero ospedaliero? Assistenza sociale? Raccolta rifiuti? Parcheggi?

Se c’è qualcosa che la crisi coronavirus ha insegnato a noi tutti è che il nostro benessere è costituito da migliaia di piccole cose che formano la nostra quotidianità. È facile dimenticarsi quanto importante sia ciascuna di esse nel modellare la nostra routine giorno dopo giorno.

Lo “stato” palestinese, costituito dagli avanzi dell’annessione, non sarà in grado di funzionare come entità sovrana e provvedere a fornire ai propri cittadini quelle istituzioni, servizi e condizioni di vita che permettono una vita dignitosa

In queste condizioni, quelle enclave sono destinate ad operare esattamente come i Bantustan in Sud Africa durante il regime di apartheid: apparentemente autonomi e sovrani ma nei fatti in condizioni di politica separatista, e di restrizioni legali che condanneranno le persone a subire povertà estrema ed una totale incapacità di autosostentamento, per non parlare di un eventuale sviluppo, crescita e arrivo ad uno Stato funzionante.

L’annessione non solo comporterà il protrarsi delle gravi violazioni attuali e la negazione dei diritti umani ma la situazione peggiorerà fino a diventare principio fondante del regime israeliano. Lascerà letteralmente i Palestinesi in una “terra di nessuno”, ingabbiati per sempre tra lo Stato di Israele che li ha lasciati senza niente e lo “Stato” palestinese incapace di curarsi dei suoi cittadini.

Il 1 luglio è trascorso senza nessun accadimento, ma il discorso del lavaggio-camuffamento continua senza tregua a radicarsi nel terreno –sia letteralmente che in senso figurativo– usando parole come “annessione” e “applicazione della sovranità” con lo scopo di cancellare la macchia dei suoi piani di apartheid.

Nel nome di mio nonno –che non è più con noi, ma che fu un uomo politico in Israele ai tempi in cui opporsi all’occupazione era ancora considerato essere un buon Sionista– e nel nome dei miei futuri nipoti, mi rifiuto di essere cittadina di uno Stato di apartheid.

Adi Granot è la direttrice del progetto annessione di Zulat, un’associazione per la parità e per i diritti umani. È una cantante-autrice interessata ai rapporti tra musica e politica. È laureata in relazioni politiche alla London School of Economics.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-in-the-name-of-my-future-grandkids-i-refuse-to-be-a-citizen-in-an-apartheid-state-1.9041792

Traduzione di Giuliana Bonosi – AssopacePalestina

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L’incendio della Moschea è un chiaro messaggio : I palestinesi devono sparire dalla West Bank – Amira Hass

Dov’è la moschea di El Bir Wa-el Ihsan”, ho chiesto all’autista presso la stazione dei taxi nel nord-est di El Bireh, una città della Cisgiordania, lunedì mattina. ” La moschea incendiata  dagli ebrei?” ha chiesto . “Non ne ho idea.”

La moschea è stata aperta nell’agosto 2016 e la maggior parte delle persone , compresi altri tassisti, non ne aveva  mai sentito parlare. Supponevo che dovesse trovarsi in un posto molto accessibile a chiunque desideri fare del male, con una comoda via di fuga. Vicino a un insediamento. Vicino a telecamere militari. Vicino a una posizione delle forze di difesa israeliane.

La mia prima ipotesi :  la zona industriale di El Bireh, oltre il checkpoint dell’esercito di Beit El e la base dell’amministrazione civile. Nell’ottobre 2019 persone sconosciute sono arrivate  lì in un veicolo, hanno forato le gomme di circa 30 auto di proprietà palestinese e, al fine di eliminare ogni dubbio sulla loro identità, hanno lasciato dei graffiti in ebraico.

Ma no. La moschea non si trova nella zona industriale. La mia seconda ipotesi era corretta: è situato nel complesso educativo della città, proprio accanto allo stadio di calcio. A meno di un chilometro in linea d’aria, si trova l’insediamento di Psagot.

Come ogni giorno, il muezzin Jalal Mahmoud Ayesh è arrivato alla moschea alle 3:10 di lunedì. Ancor prima di scendere dalla macchina  ha notato che la luce   nell’edificio era spenta. Forse c’è un corto circuito, Ha pensato. E’  entrato nella sala della preghiera attraverso l’ingresso occidentale e immediatamente ha sentito   l’odore del fuoco. Ha seguito   l’odore fino alla porta dell’ingresso orientale. La maniglia era calda. Quando ha aperto   la porta, ha visto  delle  fiamme   sul muro esterno della moschea.

Ayesh non ha perso  tempo e ha chiamato  la caserma  locale dei pompieri . Supponeva che fosse uno scherzo  fatto dai bambini  che, forse avevano dato fuoco all’armadio  di legno e plastica, dove  si ripongono  le scarpe prima della preghiera. I pompieri, arrivati in pochi minuti, hanno detto : “Di cosa stai parlando? Non sono responsabili i bambini ”, e hanno indicato i graffiti in ebraico,  su un muro appena imbiancato. Più tardi qualcuno tradurrà  le parole : “Un assedio per gli arabi e non per gli ebrei”, con un punto esclamativo. “La terra di Israele per il popolo di Israele”, con due punti esclamativi.

Un secondo focolaio dell’attacco  incendiario  era nel bagno della moschea. Un tappeto, sotto i lavandini, è stato bruciato. Le piastrelle del muro e del pavimento erano carbonizzate, così come il vetro della finestra, che era rotto.

Alle 9 del mattino, quando ero lì, qualcuno ha detto che gli agenti di polizia palestinesi erano arrivati ​​prima, ma erano vestiti con abiti civili, perché il sito si trova in quella che viene definita “Area C”: sotto il totale  controllo israeliano, dove la polizia palestinese non è autorizzata ad operare. La “C” è una categoria artificiale, ma la terra appartiene al comune di El Bireh e il quartiere residenziale ,è   all’interno dei confini comunali :una naturale continuazione dei quartieri più antichi della città.

Nel 2009 l’insediamento di Psagot e della ONG pro-colono Regavim chiesero che l’Amministrazione Civile demolisse lo stadio locale, ormai nelle fasi finali di costruzione. Hanno anche messo in guardia sul fatto che migliaia di fan del calcio sovraeccitati probabilmente avrebbero  potuto  creare tensioni  (il  nell’insediamento. Si  è scoperto che già nei primi anni ’80, il governo militare aveva concesso al comune il permesso di costruire in quella zona. Il tentativo di demolizione è stato contrastato.

Come sono arrivati ​​gli incendiari alla moschea? Forse sulla strada che conduce dall’insediamento al sito di smaltimento dei rifiuti della città, e da lì allo stadio vicino alla moschea. Sarebbero potuti arrivare in macchina, se la guardia sul posto non ci  fosse stata   , o l’avrebbero parcheggiata sul pendio della collina e sarebbero saliti a piedi.

Il messaggio indiretto degli incendiari èguardaci, facciamo tutto ciò che ci piace e continueremo a farlo, perché la polizia non si preoccuperà di cercarci e l’esercito non ci arresterà . E se ci beccano , non ci perseguiteranno e, se lo faranno, i giudici troveranno una scusa per assolverci. È così da anni.

Il messaggio diretto dietro l’attacco incendiario è scritto sul muro: i palestinesi devono scomparire da qui. E se non scompaiono di loro spontanea volontà, noi ebrei anonimi li costringiamo a farlo.

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PALESTINA.«Ho temuto di soffocare come George Floyd» – Michele Giorgio 

«Eravamo soltanto degli anziani intenzionati a manifestare pacificamente. Abbiamo marciato fino alle nostre terre minacciate di confisca da parte di Israele, pensando che i soldati non ci avrebbero attaccato. Invece lo hanno fatto, senza ragione. Ho 60 anni, cosa potrei fare a dei soldati giovani e ben armati». Khairi Hanoun ieri raccontava a parenti e giornalisti la disavventura, a dir poco, che gli è capitata due giorni fa durante le proteste organizzate dagli abitanti del villaggio di Shufa, vicino Tulkarem, in Cisgiordania, contro gli espropri di terre destinate a far posto a un’area industriale israeliana. Le cose sono andate in modo ben diverso rispetto alle previsioni ottimistiche di Hanoun. «Ad un certo punto – ha spiegato – mentre avanzavamo, un militare israeliano mi ha afferrato un braccio, mi ha scaraventato a terra e infine per immobilizzarmi ha premuto a lungo la mia testa a terra con un ginocchio. Ho temuto di soffocare come (l’afroamericano ucciso dalla polizia a Minneapolis) George Floyd».

Nelle reti sociali all’accaduto è stato subito abbinato l’hashtag “Palestinian lives matter”, ispirato alle uccisioni a sfondo razziale compiute dalla polizia negli Stati uniti. Immediata la replica dei comandi militari israeliani, secondo i quali la manifestazione palestinese in realtà sarebbe stata «violenta» al punto da costringere i soldati a reagire con «energia». Il 60enne, affermano, era un «facinoroso» che ha aizzato gli altri palestinesi e per questo motivo è stato arrestato. Tuttavia le immagini dell’accaduto che girano in rete non confermano l’aggressività di cui parla l’esercito israeliano: Hanoun oppone una timida resistenza, non violenta, all’arresto. Inoltre in un altro video si vede un agente di polizia che con il calcio del mitra spacca il finestrino di un’auto e punta l’arma contro la testa di una persona a bordo.

Ieri sono circolate anche le immagini dell’arresto al posto di blocco di Zaatara (Nablus) di un 22enne, Mohammed Khudair. Le autorità israeliane affermano che il palestinese ha investito intenzionalmente un militare con la sua auto ed è poi stato colpito dalle raffiche sparate dagli altri soldati presenti al check-point. Testimoni riferiscono che il presunto aggressore palestinese sarebbe stato lasciato a terra, sanguinante e ammanettato, per molti minuti prima di essere soccorso.

Il mondo guarda altrove, anche a causa della pandemia, mentre il quadro generale della Cisgiordania si è aggravato e l’occupazione militare israeliana nelle ultime settimane sta usando il pugno di ferro. I palestinesi parlano di riflessi dell’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati. I soldati, in sostanza, pensano di avere le mani libere, più che in passato, perché il mondo arabo, rappresentato dalla scelta fatta da Abu Dhabi, a loro avviso ha riconosciuto il controllo israeliano della Cisgiordania e messo fine alle rivendicazioni palestinesi. Non restano in disparte i coloni più militanti, irritati dalla mancata esecuzione (per ora) del piano del premier Netanyahu per l’annessione a Israele di ampie porzioni di Cisgiordania: hanno intensificato le scorribande notturne nei villaggi adiacenti agli insediamenti coloniali, senza incontrare alcun freno.

I comandi dell’esercito negano le accuse e riferiscono, come esempio della loro buona volontà, che la polizia militare ha avviato un’indagine sui soldati che il mese scorso hanno posizionato, a «scopo di deterrenza», esplosivi nel villaggio palestinese di Kufr Qaddum. La vicenda era stata rivelata dal quotidiano Haaretz la scorsa settimana. Truppe della Brigata Nahal avevano nascosto tre bombe rudimentali lungo la strada principale che porta al villaggio «a scopo di deterrenza», poiché gli abitanti di Kufr Qaddum da anni, ogni venerdì, manifestano contro la chiusura delle vie di comunicazione tra il villaggio e la superstrada che porta a Nablus. «Deterrenza» che ha provocato il ferimento di un bambino, investito dall’esplosione di uno degli ordigni che aveva trovato poco prima.

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In viaggio con Amira Hass nell’inferno di Gaza – Umberto De Giovannangeli

Globalist  ha raccontato per primo la disperazione infinita, il dolore indicibile che spinge al suicidio i giovani di Gaza. Abbiamo raccolto, grazie alla preziosa collaborazione sul campo di Osama Hamdan, le testimonianze struggenti di amici e familiari.

Il documento-racconto che pubblichiamo oggi, è qualcosa di eccezionale perché a guidarci nell’inferno di Gaza è la giornalista israeliana che meglio di chiunque altro conosce, e vive in prima persona, la realtà palestinese. Una firma conosciuta in tutto il mondo: Amira Hass.

Viaggio all’inferno

Il viaggio di Amira inizia con una domanda che ne dà l’imprinting politico: Quattro suicidi in una settimana nella Striscia di Gaza – portando il totale a 12 dall’inizio dell’anno – sono una coincidenza o fanno parte di un fenomeno? A Gaza questa è una domanda politica, annota la reporter e scrittrice, e le risposte che si sentono sono divise in base all’appartenenza a un partito e alla divisione dell’autogoverno palestinese.

Per Hamas, l’affermazione che si tratta di un fenomeno e che è in aumento suona come una diffamazione da parte dei suoi rivali e dei malvagi, in particolare Fatah – un tentativo di addossargli la colpa in modo immeritato. Intanto i critici e gli oppositori di Hamas, anche se sono d’accordo sul fatto che la radice del problema sta nelle misure militari e burocratiche di Israele, che hanno strangolato l’economia di Gaza e trasformato la Striscia in un’enorme prigione, tagliata fuori dal mondo, credono tuttavia che Hamas, essendo al potere da 13 anni e vantando spesso i suoi successi, condivida parte della colpa per il fatto che i giovani hanno perso il gusto per la vita.

Durante le prime due settimane di luglio, i suicidi sono stati ancora il principale argomento di conversazione in strada e sui social network. Il fattore scatenante è stato il suicidio di Suleiman al-Ajouri, 23 anni, che si è sparato il 3 luglio. La sua tragica morte ha attirato più attenzione di quella di un altro giovane del campo profughi di Shati che quello stesso giorno si è buttato dal quinto piano di un edificio. E più che la morte di un insegnante impiegato dell’Unrwa , l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, morto per le ferite riportate quel giorno, una settimana dopo essersi dato fuoco, e di una donna a Rafah che si è impiccata, sempre il 3 luglio.

L’attenzione per Ajouri è stata naturale: è stato uno degli attivisti che hanno fondato il movimento We Want to Live più di un anno fa. Il movimento, che protestava contro la triste situazione economica e occupazionale nella Striscia di Gaza, è stato brutalmente schiacciato da Hamas. Ogni movimento di protesta che cerca un cambiamento sociale porta un messaggio di speranza e di responsabilizzazione. Il suicidio di una figura chiave di tale movimento è percepito come il messaggio opposto: la perdita di ogni speranza e l’impotenza. Versando benzina sul fuoco, il 4 luglio, giorno del funerale di Ajouri, le autorità di Hamas hanno arrestato nove persone in tre diversi incidenti. Il Centro per i diritti umani Al Mezan, con sede a Gaza, riferisce che tre dei nove sono stati arrestati non appena hanno lasciato il cimitero dove è stato sepolto Ajouri; due giornalisti che hanno riferito del suicidio sono stati arrestati quel giorno; e quattro amici di Ajouri sono stati presi in custodia nella casa del defunto, dove stavano porgendo le loro condoglianze.

Le notizie riportate dai social media indicano che gli ultimi quattro – almeno – sono attivisti di Fatah e che alcuni di loro hanno partecipato alle manifestazioni di We Want to Live. Tutti i detenuti sono stati interrogati e rilasciati poco dopo, ma secondo Al Mezan sono stati poi convocati per ulteriori interrogatori. L’obiettivo di arresti arbitrari come questi è chiaro: spaventare e mettere a tacere le persone, e dissuadere loro e gli altri dall’esprimere le loro opinioni. La morte violenta, innaturale e prematura è implacabile nella densamente popolata Striscia di Gaza. Lunedì scorso, una donna di 34 anni di Rafah è morta per le ferite riportate durante i bombardamenti israeliani del 2014. Il suo nome si aggiunge alla lista delle vittime di quella guerra: La devastazione fisica è stata riabilitata, ma i traumi psichici e le sofferenze dei feriti e delle migliaia di famiglie in lutto non sono stati cancellati, così come le sofferenze, i lutti e i traumi delle precedenti aggressioni militari israeliane. Le guerre, l’assedio israeliano e lo scisma politico hanno apparentemente normalizzato la morte, dice Samah Jaber, direttore dell’unità di salute mentale del Ministero della Salute palestinese. La morte è diventata così naturale agli occhi di molti che ora vale più della vita stessa, che ha perso ogni valore, ha detto Jaber in un rapporto di Al Jazeera del 9 luglio sull’ondata di suicidi.

La normalizzazione della morte si può vedere anche in altri tre eventi recenti. Domenica scorsa, un prigioniero rilasciato – un membro del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e un agente di polizia dell’Autorità palestinese in pensione – è stato assassinato a Rafah. Si pensa che sia stato ucciso per vendicarsi del suo coinvolgimento nell’omicidio di persone sospettate di collaborare con il servizio di sicurezza israeliano Shin Bet nella prima intifada. La polizia di Hamas, ansiosa di mettere il coperchio su una potenziale faida di sangue prima che scoppi, si è affrettata a pubblicare le fotografie dei sospettati.

La stessa domenica, un tribunale di Deir al-Balah ha condannato a morte due fratelli condannati per omicidio. È la sesta volta che la pena di morte viene inflitta a Gaza dall’inizio dell’anno. E il giovedì precedente, nella parte orientale di Gaza City, un padre ha picchiato a morte la figlia perché voleva andare a trovare la madre divorziata. (Il padre è stato arrestato). A causa delle sue piccole dimensioni e della sua densa popolazione, la Strip è una camera d’eco per ogni evento di questo tipo, e i social network agiscono come amplificatori ad alta potenza. Per lo stesso motivo, un argomento caldo di conversazione si trasforma rapidamente in un altro, e l’urgenza con cui i suicidi sono stati discussi fino a circa 10 giorni fa è svanita.

Hamas reprime

Ma la preoccupazione di Hamas per altri suicidi si vede nell’arresto, circa una settimana fa, di un giornalista che ha accettato la richiesta di un giovane di fotografarlo mentre si versava la benzina addosso. Anche l’aspirante suicida è stato preso in custodia. La polizia ha spiegato che il giornalista è stato arrestato perché non ha cercato di impedire il tentato suicidio, anzi lo ha incoraggiato. Il giornalista – ferito alla gamba da un colpo di pistola israeliano mentre fotografava le manifestazioni della Marcia del Ritorno al confine e che è stato arrestato da Hamas in passato, durante il periodo delle proteste di We Want to Live – ha negato le accuse. È stato rilasciato in seguito all’intervento di colleghi giornalisti. La paura di un’ondata di suicidi imitatori ha una solida base. Dopo la morte di Ajouri, il quarantenne Haitham Arafat ha annunciato sui social media l’intenzione di suicidarsi. Sopravvissuto al massacro di Sabra e Shatila del 1982 a Beirut, è, secondo un rapporto di al Jazeera, l’ultimo sopravvissuto della sua famiglia. È stato adottato da Yasser Arafat ed è arrivato con lui nella Striscia di Gaza nel 1994. Era sotto stipendio dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) palestinese, ma nel 2014 ha perso tutti i suoi risparmi quando una granata israeliana ha colpito un camion che trasportava pesci e uccelli ornamentali che aveva importato nella Striscia.

Come migliaia di altri dipendenti del settore pubblico dell’Anp, che per ordine del presidente palestinese Mahmoud Abbas nel 2007 hanno smesso di lavorare ma hanno continuato a ricevere il loro stipendio, il governo di Ramallah lo ha mandato in pensione anticipata: invece dei 2.600 shekel (circa 575 dollari) al mese che riceveva, ne ha ricevuti 1.400. Negli ultimi anni, ha detto, anche quell’indennità è stata bloccata e ha accumulato grossi debiti.

Nelle ultime settimane, diverse persone che in passato avevano tentato il suicidio hanno raccontato ai giornalisti le loro motivazioni: difficoltà economiche causate dalla perdita di un reddito regolare, l’accumulo di debiti, pegni e persino l’arresto per essere rimasto indietro con i pagamenti bancari.

La Banca Mondiale prevede che il 64% delle famiglie di Gaza vivrà al di sotto della soglia di povertà (rispetto al 53% prima della pandemia). Anche la disoccupazione (42 per cento nell’enclave alla fine del 2019) dovrebbe aumentare. Tra i giovani, ha già da tempo superato il 50 per cento.

In un’intervista su uno dei siti di notizie di Hamas, Al-Risala, il fratello di Ajouri ha detto che la famiglia non soffre di difficoltà economiche e si oppone allo sfruttamento a basso costo della tragedia per fomentare le lotte. Hamas preferisce considerare i suicidi come casi privati di persone con problemi mentali e familiari.

Alcune delle organizzazioni non governative che lavorano nel settore sanitario a Gaza hanno scelto di non essere coinvolte nella recente discussione sui suicidi, per non dare l’impressione che ci sia stato un aumento significativo del loro numero. Il suicidio è ancora considerato tabù e socialmente vergognoso nella società musulmana palestinese, e il numero di suicidi è basso rispetto ad altre società, ha dichiarato una fonte medica ad Haaretz. Allo stesso tempo, egli trova difficile credere che i dati pubblicati siano accurati. A causa dello stigma sociale, le famiglie possono convincere la polizia a registrare una diversa causa di morte, o in caso di ricovero ospedaliero dopo un tentato suicidio, a nascondere la storia.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2016, il numero medio di suicidi per 100.000 persone in tutto il mondo è stato di 10,5. La media in Medio Oriente era di 3,9 (la più alta era di 8,5, nello Yemen); in Europa era di 15,4 (Russia: 31) e nel Sudest asiatico di 13,2 (3,4 nell’Indonesia musulmana). Così, il tasso di suicidio nella Striscia di Gaza è di circa 2 su 100.000.

Diversi siti di notizie hanno pubblicato le statistiche dei suicidi e dei tentativi di suicidio nella Striscia di Gaza negli ultimi anni. Secondo Al-Araby Al-Jadeed, nel 2015, su 553 tentativi di suicidio, 10 si sono conclusi con la morte; nel 2016, sono stati 16 su 626 tentativi. Le cifre per il 2017 sono state 566 e 23; per il 2018, 504 e 20; e nel 2019 ci sono stati 133 tentativi, di cui 22 “riusciti”. Come già notato, nei primi sette mesi di quest’anno, 12 palestinesi della Striscia si sono suicidati, e l’87 per cento di loro aveva meno di 30 anni. Poco più della metà dei tentativi di suicidio sono stati compiuti da donne, ma tra le persone che si sono suicidate, gli uomini sono la maggioranza. Due esempi mostrano quanto sia difficile affidarsi alle statistiche semi-ufficiali che raggiungono il pubblico attraverso i media. Il portavoce della polizia di Hamas, Ayman al-Batniji, ha detto ad Al Jazeera che non c’è bisogno di esagerare il significato dei recenti suicidi, né di vederli come un aumento. La prova, ha detto, è che l’anno scorso ci sono stati 32 casi di suicidio – a differenza dei 22 pubblicati da Al-Araby Al-Jadeed e da altri media.

C’è una differenza particolarmente evidente tra le fonti per quanto riguarda il 2017, come emerge da un rapporto sul sito indipendente di notizie libanese Daraj. Mustafa Ibrahim, un ricercatore veterano di una delle organizzazioni per i diritti umani di Gaza, scrive a Daraj che nel 2017 ci sono stati 759 tentativi di suicidio, 37 dei quali si sono conclusi con la morte. Ovvero più che negli anni precedenti e in quelli successivi.

L’anno successivo sono iniziate le proteste della Marcia del Ritorno, e le migliaia di giovani disarmati che vi hanno preso parte non sono stati scoraggiati – forse il contrario – dai micidiali colpi d’arma da fuoco israeliani che li hanno presi di mira fin dalla prima manifestazione. Dal marzo 2018 alla fine del 2019, 214 palestinesi, tra cui 46 bambini, sono stati uccisi dai cecchini israeliani lungo la recinzione di sicurezza; 8.000 sono stati feriti da colpi d’arma da fuoco vivi, e molti di loro ora soffrono di una disabilità permanente.

Ai margini degli obiettivi ufficiali della Marcia del Ritorno, si è concluso che molti manifestanti erano stufi della vita perché non erano in grado di affrontare tutte le difficoltà economiche, sociali e psichiche generate dalla condanna a vita nella Striscia di Gaza. Allo stesso modo, si potrebbe dire che, protestando, cercavano di dare un senso alla loro vita. La conclusione che almeno alcuni dei partecipanti hanno usato le manifestazioni come strumento per il suicidio (“suicidio da parte di un soldato”) è molto difficile da digerire in una società in cui l’etica e la pratica della lotta di liberazione sono una consuetudine. “Suleiman  ha scelto il silenzio dell’eternità per bloccare il dolore infinito”, scriveva Mustafa Ibrahim. Come altri che hanno scritto sull’argomento – e contrariamente alla posizione di Hamas – egli collega definitivamente i suicidi alla disperata situazione economica della maggior parte degli abitanti di Gaza, alla divisione politica e alla disperazione che deriva dalla separazione di Gaza dal resto del Paese. Nonostante la loro opposizione di principio al suicidio, alcuni ecclesiastici sono stati citati come comprensivi nei confronti di coloro che cercano di suicidarsi. L’editore capo di Al-Hadaf, il portavoce del PFLP, ha scritto: “Ha senso che una figura di alto rango sazia chieda al suo popolo di sopportare pazientemente la fame?

Per quanto pochi e taciuti possano essere, i suicidi sono anche l’espressione di una mancanza di fiducia nel governo di Hamas.

Finisce qui il viaggio di Amira. Ci ha accompagnato in un viaggio all’inferno. L’inferno di Gaza.

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LA VIOLENZA GENERA DISPERAZIONE E ALTRA VIOLENZA, CICLO INFINITO E SENZA SPERANZA DI GAZA – Muhammad Shehada

Nelle ultime settimane Gaza e il sud di Israele sono stati coinvolti in un’altra allarmante recrudescenza. Come rappresaglia per aquiloni e palloni incendiari, lanciati da Gaza e caduti su terreni agricoli nel sud di Israele, l’aviazione israeliana ha effettuato attacchi aerei costanti sulla striscia.

Questi sono stati aggravati dall’inasprimento delle restrizioni per la popolazione di Gaza. La scorsa settimana Israele ha chiuso il principale valico commerciale di Gaza, Kerem Shalom. Lunedì, Israele ha chiuso la zona di pesca di Gaza nel Mediterraneo. Martedì, è stato riferito che Israele ha interrotto le spedizioni di carburante a Gaza, il che ha ridotto la fornitura di elettricità della città, che è passata da 8 / 12 ore a sole 3 / 4 ore al giorno; L’unica centrale elettrica di Gaza ha smesso di funzionare.

Questa è Gaza: un periodo di calma non corrisposta, seguito dalla violenza provocatoria di Gaza che causa attacchi aerei israeliani e ulteriori punizioni collettive, seguito da un’accresciuta risposta di Gaza che a sua volta ha incontrato una risposta israeliana ancora più violenta.

È un ciclo infinito, così come il prossimo, inevitabile passo: una volta che le cose sembrano andare fuori controllo, Egitto, Qatar e altri mediatori internazionali entrano in scena per scongiurare un’altra guerra insostenibile. Gaza riceve quindi una o due ricompense provvisorie, come un flusso mensile di milioni di dollari dal Qatar distribuiti sotto forma di sussidi da 100 dollari a decine di migliaia di famiglie povere. E quando la situazione si stabilizza, Israele allenta le restrizioni tornando allo status precedente, ma niente di più.

E poi, tutto ricomincia, pochi mesi o addirittura settimane dopo.

La causa di questa reiterazione infinita è semplice: indurre una situazione invivibile. La violenza a cui sono soggetti gli abitanti di Gaza è solo occasionalmente spettacolare e dirompente, come gli attacchi aerei, per esempio, o la chiusura della zona di pesca, ma più spesso è latente, burocratica e inferta ininterrottamente nel tempo e nello spazio in modo che possa non essere percepita come una violenza. È la lenta ma innegabile negazione della dignità a 2 milioni di persone.

Ciò avviene tramite la grave scarsità di acqua potabile, o attraverso una grave carenza di elettricità, attività economiche compromesse, povertà inimmaginabile e tassi di disoccupazione ineguagliabili. Questi sono tutti aggravati da una limitata capacità di fuga.

Tutte queste crisi costanti mantengono Gaza sulla graticola. Si trascina, a malapena sopravvive, ciò che noi di Gaza chiamiamo “morte lenta”. Questo stato di limbo senza via d’uscita spinge l’intera popolazione sull’orlo della disperazione perpetua.

In poche parole, la maggior parte degli abitanti di Gaza non ha nulla per cui vivere, e quindi, niente da perdere.

Parlando con amici e parenti che vivono ancora nella Striscia, mi raccontano la disperazione. Mentre alcuni abitanti di Gaza combattono contro questa “morte lenta” attraverso l’attivismo, soprattutto online, altri optano per la fuga, o attraverso la migrazione verso un mondo sempre più ostile verso i migranti, o attraverso la droga o, cosa ancora più allarmante, il suicidio.

In una società religiosa in cui il suicidio è estremamente condannato come una porta verso l’inferno eterno e in violazione della tradizione palestinese di Sumud (fermezza), è comprensibile che alcuni abitanti di Gaza siano stati indotti a credere che l’inferno di Dio sarà più indulgente con loro dell’inferno in cui è stata trasformata Gaza.

E sì, alcuni abitanti di Gaza sceglieranno la violenza, diretta a esercitare pressione su Israele e attirare l’attenzione della comunità internazionale che spesso ignora la resistenza non violenta palestinese, al fine di affrontare la disastrosa situazione. Negli ultimi mesi questa violenza ha assunto la forma di aquiloni e palloncini incendiari che questa settimana hanno portato a un aumento della punizione collettiva israeliana della popolazione palestinese.

Chiunque abbia un briciolo di sentimento dovrebbe essere in grado di decifrare il messaggio che questi oggetti incendiari stanno cercando di trasmettere: il desiderio disperato di una vita degna di essere vissuta. Eppure, il governo israeliano sceglie di non vedere e di rispondere con violenza a questi estremi segnali di soccorso. Senza dubbio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo alleato di coalizione e rivale politico Benny Gantz non vogliono apparire deboli di fronte al “terrorismo”. Preferiscono il linguaggio della “deterrenza” al linguaggio della speranza e del progresso. Temono che permettere alla popolazione civile di Gaza di ritornare a vivere dignitosamente sarebbe descritto come una ricompensa per Hamas e di conseguenza nuocerebbe al loro consenso politico tra i rispettivi elettorati.

Ma Hamas non trarrebbe vantaggio dal fatto che Gaza ottenga elettricità 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Né il suo governo autoritario sarebbe influenzato negativamente se l’elettricità fosse ridotta a zero ore. Quando gli abitanti di Gaza sono scesi in piazza per protestare contro il deterioramento delle condizioni economiche nel 2019, Hamas ha represso violentemente le proteste poiché le ha percepite come una sfida al suo governo.

Per Netanyahu e Gantz è esattamente il contrario: quando Israele bombarda Gaza, aumenta la popolarità di Hamas come difensore di Gaza e gli dà la possibilità di sfoggiare le sue armi e mostrare la sua resistenza armata.

Siamo solo noi a sopportare tutto il peso di questa cinica politica. L’approccio muscoloso di Netanyahu a Gaza può compiacere gli elettori trionfalisti e massimalisti che trovano gratificazione nella sconfitta palestinese. Ma sono sempre gli israeliani nel sud e i due milioni di civili di Gaza a pagare il prezzo pesante di questa prova di forza. Serve solo a rendere Gaza sempre più inabitabile e ad innescare recrudescenze più violente.

C’è un’altra spiegazione, più cinica, al modus operandi di Netanyahu a Gaza: preferisce lo status quo, nonostante la sua violenza, a qualsiasi altra alternativa, perché i violenti e occasionali sconvolgimenti che interessano Gaza alimentano una grande narrativa che dipinge i palestinesi come intrinsecamente violenti e “votati alla distruzione di Israele.” Finché Gaza rimarrà un esempio ammonitore, che Netanyahu può descrivere come irrisolvibile, può continuare a sostenere che la fine dell’occupazione in Cisgiordania o la perdita del controllo sulla valle del giordano la trasformerebbe in un centro simile a Gaza per le attività violente di Hamas contro Israele.

Israeliani: non fatevi ingannare. Siamo come voi. Vogliamo solo una vita dignitosa e un futuro per noi stessi e per i nostri figli. Uno sguardo attento alla situazione al confine meridionale di Israele, è alla violenza che periodicamente esplode sotto forma di oggetti incendiari, avvalorerà questa affermazione.

Muhammad Shehada è un editorialista che contribuisce per il Forward. È originario di Gaza. Il suo lavoro è apparso anche in Haaretz e Vice. È su Twitter @ muhammadshehad2

Traduzione di Beniamino Rocchetto

da qui

 “Quando non si ha pietà neanche dei morti, quando come monito si decide di non restituire i loro corpi alle famiglie, allora vuol dire che a morire in Terrasanta è l’umanità”.

Ad affermarlo in esclusiva a Globalist è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace 1976.  Nata a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese.
A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace”. Maguire è stata anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento. Maguire conosce molto bene le drammatiche condizioni di vita dei palestinesi in Cisgiordania e, soprattutto, nella Striscia di Gaza. La notizia è che Israele ha deciso di non restituire alle famiglie i resti dei palestinesi uccisi negli scontri con le forze dello stato ebraico.
Il ministro della Difesa e capo della formazione centrista Blu e Bianco, Benny Gantz, ha accolto con favore il via libera dato al suo piano di non “restituire (alle famiglie) i corpi dei terroristi”. Fino ad ora il governo consentiva a Israele di conservare soltanto i resti dei combattenti di Hamas, il movimento integralista islamico al potere nella Striscia di Gaza, uccisi nei combattimenti che avevano provocato vittime israeliane. La nuova direttiva estende questa misura ai corpi di tutti i palestinesi, indipendentemente dalla loro affiliazione, uccisi negli scontri con Israele, anche se questi scontri non hanno provocato vittime israeliane, hanno spiegato le autorità.
“Questa decisione – commenta la Premio Nobel per la Pace – va ben oltre il diritto di difesa invocato e praticato da Israele. Non restituire alle loro famiglie i corpi di palestinesi uccisi negli scontri con Israele, è qualcosa di disumano. Anche quando si è in guerra, esistono dei codici di comportamento, normati dalla Convenzione di Ginevra, che riguarda la restituzione dei nemici uccisi. Qui siamo di fronte all’ennesima punizione collettiva che Israele infligge ai palestinesi”. Pietà l’è morta Questa nuova misura fa parte del “nostro impegno a riportare a casa i nostri” ragazzi, ha detto Gantz, riferendosi ai due ostaggi israeliani e ai due corpi di israeliani nelle mani di Hamas, considerati merce di scambio per garantire il rilascio dei detenuti palestinesi o il rimpatrio delle salme. “Consiglio ai nostri nemici di afferrare e interiorizzare questo messaggio”, ha aggiunto Gantz, le cui osservazioni sono state criticate dall’ong israeliana Adalah.
“La restituzione dei cadaveri dei nemici uccisi è un dovere morale che riguarda tutti, anche Hamas – dice Maguire -. Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell’unirsi per chiedere pace, perché l’altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. . La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c’è pace. E non c’è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciuto sotto occupazione, passando da un conflitto all’altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c’è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza”. Per aver sostenuto queste idee Corrigan Maguire Maeread Maguire è stata ritenuta da Israele “persona non gradita”. Definizione soft, per non dire nemica.
“Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio – dice la Nobel per la Pace -. Io mi sento amica d’Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. È questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente, al fianco del vostro Stato, porre fine all’embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi. Lo ripeto: non si può spacciare l’oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l’ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere ‘nemica d’Israele’ e tanto meno antisemita. Significa guardare in faccia la realtà”. Resta il fatto che la questione palestinese sembra essere uscita dall’agenda, per rientrarci solo se essa viene gestita da attori esterni come, per venire ai giorni nostri, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, o se è legata ad episodi di terrorismo. È terribile il solo pensare che per “far notizia” si debba usare l’arma del terrore. È una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei “fantasmi”.
Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un’apparente “tranquillità” cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c’è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso”. E un atto del genere, aggiunge Maguire – può essere Il riconoscimento dello Stato di Palestina. “Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l’idea di una pace fondata sul principio ‘due popoli, due Stati’. Sarebbe un bel segnale se fosse l’Europa, come Unione e non solo come singoli Paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile”.
Il crimine delle punizioni collettive Un esperto delle Nazioni Unite per i diritti umani ha invitato Israele a porre immediatamente fine al blocco di Gaza, aggiungendo che si tratta di una “punizione collettiva” contro il popolo palestinese. Michael Lynk, relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, ha definito il blocco che dura da 13 anni una “grave violazione contro i Palestinesi” in una dichiarazione pubblicata dall’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
“Quanto sia devastante la politica di punizione collettiva esercitata da Israele si può apprezzare appieno considerando il blocco imposto da 13 anni a Gaza, che ora soffre per un’economia completamente crollata, per le infrastrutture devastate e per un sistema di servizi sociali a malapena funzionante” ha detto Lynk. “Queste pratiche comportano gravi violazioni ai danni dei Palestinesi, tra cui il diritto alla vita, la libertà di movimento, la salute, un alloggio adeguato e un livello di vita dignitoso”, ha affermato Lynk. Israele ha imposto dal 2007 un blocco devastante su Gaza, lasciando circa l’80% dei Palestinesi della Striscia praticamente dipendenti dagli aiuti internazionali. Più di un milione di persone vivono con 3,50 dollari o meno al giorno. Il mare, una volta fonte vitale di reddito per i residenti di Gaza, è soggetto a restrizioni in continua evoluzione sui diritti di navigazione e di pesca.
Il sistema sanitario di Gaza è da tempo sull’orlo del collasso, soffre per carenza di farmaci e materiali sotto il blocco di Israele, mentre le strutture sanitarie sono stremate per le numerose campagne militari israeliane. Una situazione resa oggi ancor più drammatica dai primi decessi accertati per Covid-19. Il relatore speciale ha affermato che la strategia di Israele per controllare la popolazione palestinese e i suoi movimenti ha violato le regole fondamentali di ogni moderno sistema legale. Lynk ha invitato Israele a interrompere immediatamente tutte le azioni che equivalgono a “punizioni collettive contro il popolo palestinese, con milioni di innocenti danneggiati quotidianamente e con l’unico risultato di tensioni più profonde e un clima favorevole a ulteriori violenze”. La chiusura israeliana di Gaza è un “affronto alla giustizia e allo stato di diritto”, ha detto Lynk.
“Mentre la giustificazione di Israele per imporre il blocco a Gaza era quella di contenere Hamas e garantire la sicurezza di Israele, il risultato reale della chiusura è stata la distruzione dell’economia di Gaza, causando una sofferenza incalcolabile ai suoi due milioni di abitanti”, ha affermato il relatore.
“La punizione collettiva è stata chiaramente vietata dal diritto internazionale umanitario ai sensi dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. Non sono ammesse eccezioni.” Il rapporto di Lynk ha anche criticato la politica israeliana di demolizione punitiva delle case di famiglie palestinesi. “Dal 1967, Israele ha distrutto più di 2.000 case palestinesi, allo scopo di punire le famiglie residenti per atti che alcuni dei loro membri potrebbero aver commesso, ma certamente non tutti loro”, ha detto. “Questa pratica viola chiaramente l’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra”, ha aggiunto. L’illegalità impunita “La Palestina – annota Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato, componente della Clinica legale per i diritti umani (Cledu) presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo -è stata il primo territorio nel quale si è sperimentato come i diritti umani proclamati dalle Convenzioni internazionali e dalle Carte costituzionali potessero essere violati impunemente in base ai rapporti di forza tra gli stati, ed agli interessi economici delle multinazionali più grandi. Dalla guerra fredda alla globalizzazione nessun popolo ha subito una serie tanto rilevante di violazioni dei deliberati delle Nazioni Unite, inflitte dallo Sato di Israele, e coperte dagli Stati Uniti.
Gli uomini di pace come Rabin, che pure all’interno di Israele si erano battuti per una prospettiva di pace, non sono stati sconfitti politicamente ma uccisi con le armi in attentati che hanno segnato la vittoria dei metodi terroristici per modificare le linee di governo e la natura stessa di uno Stato.
Le violazioni dei diritti umani in Israele, ai danni del popolo palestinese – rimarca il professor Vassallo Paleologo – sono state nascoste da chi ha professato una finta equidistanza, e poi supportate da chi ha avallato la politica israeliana della ‘soluzione finale’, della liquidazione di qualunque prospettiva di rilevanza politica della Palestina, e dei rappresentanti del popolo palestinese, sia nei territori occupati che nelle città che restavano autonome. Il processo di pace che aveva suscitato tante speranze è ormai sepolto, rimane solo la prospettiva di una dittatura militare sulla popolazione palestinese esercitata da uno Stato che si continua a dichiarare ‘democratico’. Sono decenni che la pratica degli arresti arbitrari, della tortura anche ai danni di minori, della violenza istituzionale, caratterizza sia le fasi di tregua che i momenti di conflitto più acuto, quando si spara da entrambe le parti. Ma la violenza non è simmetrica, sia per la intensità di fuoco che per le ragioni che vi stanno dietro.
Da una parte si continua a violare impunemente quanto deciso nei documenti adottati dalle Nazioni Unite, dall’altra si rimane impigliati in un reticolo di alleanze fluttuanti condizionate dalle opportunità economiche e dagli interessi geo-politici del momento. Le divisioni nel mondo arabo allontanano le prospettive di pace”. Cosi come l’allontanano misure disumane come quella adottata ieri da Israele. PS Di tutto ciò non c’è notizia sui “grandi” giornali.

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La Bottega del Barbieri

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