In ricordo di Mandiaye Ndiaye: attore, regista ma…

anche migrante, sarto, cooperante, essere umano

di Francesco Bernabini

L’8 giugno ricorre la morte di Mandiaye Ndiaye, avvenuta nel 2014 a Dakar, in Senegal. Nato nel piccolo villaggio rurale di Diol Kadd il 5 marzo 1968, Mandiaye si trasferì poi a Guédiawaye, un quartiere nella periferia di Dakar dove vivono quasi un milione di persone. Sognando il Paolo Rossi campione del mondo arrivò a Rimini nel 1988 e da lì, dopo un periodo passato a fare il venditore ambulante e poi il sarto, fu coinvolto nel 1989 da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari nel Teatro delle Albe. Così divenne attore e poi regista, infine anche operatore culturale trasnazionale. Mandiaye è stato infatti, sul finire degli anni ’90, il promotore dell’associazione Takku Ligey, nata a cavallo tra Diol Kadd e Ravenna, che per anni si è occupata di cooperazione proprio col piccolo villaggio senegalese. Un progetto di sviluppo che girava attorno a tre T: turismo, teatro, terra. (Per approfondire leggi “Il sogno delle tre T per Diol Kadd”).

Quanto Mandiaye ha seminato oggi viene portato avanti dal Teatro delle Albe ma soprattutto dal figlio Moussa Ndiaye che – insieme agli amici e attori Fallou Diop e Adama Gueye – ha dato vita al progetto KËR Théâtre Mandiaye N’diaye.

Da questa contaminazione è nato «Thioro, un cappuccetto rosso senegalese» (da un idea di Alessandro Argnani, che ne cura anche la regia, con Simone Marzocchi e Laura Redaelli del Teatro della Albe). Lo spettacolo, che trasporta la favola dei fratelli Grimm nella savana africana, con in scena Fallou Diop e Adama Gueye, ha girato tutta l’Italia con circa 230 date. Molti applausi e il premio Eolo Award 2019 ma anche anche il biasimo di giornali come “Libero” e “Il Secolo d’Italia” preoccupati per questa pericolosa contaminazione culturale.

Il progetto KËR Théâtre si avvale della collaborazione di Ravenna Teatro-Teatro delle Albe, di Ravenna Festival, dell’associazione Takku Ligey e del Comune di Ravenna: vuole portare avanti anche il discorso dello sviluppo sostenibile attraverso un turismo a basso impatto «inteso come scoperta di relazione di studio e di dialogo per conoscere l’altro» come afferma lo stesso Moussa Ndiaye. Il cui sogno è creare in Senegal un centro per operatori culturali dedicato al padre.

Tornando all’8 giugno 2014. Ricordo molto bene quando seppi della morte di Mandiaye: ero sulla banchina della Darsena di Ravenna, stavo lavorando al Festival delle Culture, quando incrociai Antonio Di Stefano, il giovane scrittore di passaporto angolano ma italiano de facto: «È morto Mandiaye» mi fece. Chissà cosa risposi, ma non ha importanza. Ricordo la mia incredulità e che la mia mente andò all’edizione precedente dello stesso Festival in cui ci collegammo via skype proprio con Mandiaye, dal Senegal. Ci parlò del nuovo progetto di Takku Ligey Théâtre con Ravenna Festival, Network for Africa Talents, e del lavoro teatrale a cui stava lavorando: Opera Lamb (Lamb è la lotta tradizionale senegalese, praticamente lo sport nazionale). Morì proprio durante le prove per quello spettacolo che andò comunque in scena il 24 giugno 2014 durante il Ravenna Festival.

Io ho avuto la fortuna di vedere Mandiaye Ndiaye sul palco in diverse occasioni (nei panni di Oberon nel “Sogno” di Shakespeare o di padre Ubu nei «Polacchi») e anche di conoscerlo personalmente. In un pomeriggio dell’aprile 2004, alla Casa delle Culture di Ravenna, gli feci la seguente intervista – Il teatro per tornare in Africa. Parla Mandiaye Ndiaye, attore senegalese delle “Albe” – per la rivista interculturale «Città Meticcia» in cui mi raccontò anche della figura del griot e di Youssou N’Dour.

https://www.meltingpot.org/Ravenna-Il-sogno-delle-tre-T-per-Diol-Kadd.html#.Xtjjc8ZS97N

https://www.nuovetracce.org/teatro/il-teatro-per-tornare-in-africa-parla-mandiaye-ndiaye-attore-senegalese-delle-albe

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

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