intervista a Piero Cipriano, psichiatra riluttante

  intervista di Daniela Mallardi

 

Dopo “La Fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, Piero Cipriano pubblica con Elèuthera il suo terzo e ultimo libro di psichiatria riluttante, dove esamina come, a partire dal luogo-non luogo dove si deposita la massima sofferenza psichica (il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, appunto), si imbatta quotidianamente in diagnosi sbrigative e facili. In questo atto di narrazione finale, Cipriano spiega il rischio di una società che a ogni deviante appiccica la sua etichetta, che diventa nulla più che un insieme obbligato di regole e di come si possa, invece, sovvertirne percorsi, farmaci e forse perfino l’idea stessa della cura.
Come già aveva fatto in precedenza nel testimoniare la difficoltà di accondiscendere all’imbruttimento del manicomio e alle abbuffate farmacologiche, con “La società dei devianti”, Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, a partire dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura in cui lavora, si e ci interroga sul paradigma dell’ideale di salute, e ridefinisce lo statuto della tristezza, senza ascriverla necessariamente alla depressione. Ad animare il libro compare lui, il personaggio narrativo, psichiatra basagliano e a tratti autobiografico, che ricorda come la vischiosità classificatoria delle forme di depressione con l’uso a cascata di farmaci, rappresenti la delegittimazione della tristezza.
In questo libro con uno stile tra saggistica, racconto e divulgazione, Cipriano esprime come in una società performativa e prestazionale, qualsiasi forma di devianza venga non solo mal tollerata ma anche patologizzata, come se l’officina della salute mentale dovesse produrre sempre e nuovi malesseri su cui orientare una presunta direzione di cura.
D’altronde, per Basaglia, lavorare al cambiamento sociale significava proprio superare i rapporti di oppressione e vivere la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, e dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione di giudizi, all’indebolirsi dei ruoli e delle etichette identitarie.

D.M.

Sul penultimo numero di “A” rivista anarchica (giugno 2016, anno 46, n. 5) Giorgio Antonucci si professa diverso da Basaglia in quanto sostiene che mentre quest’ultimo fosse contro il manicomio, lui invece è contro il ricovero coatto (il TSO, insomma). E tu? Tra Antonucci l’antipsichiatra e Basaglia lo psichiatra anti-istituzionale, dove ti collochi?
Quello di Antonucci è un discorso che trovo demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente, la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti, dalla psichiatria, ma liberarle pure da quella sofferenza che un tempo si chiamava follia. Allora, in certi casi, bisogna assumersi la responsabilità di decidere, per quella persona non più in grado di farlo. Per cui, io pure revoco, o non convalido, moltissimi Trattamenti Sanitari Obbligatori, quasi sempre inutili, ingiustificati. Però non contesto lo strumento del TSO.

L’impresa titanica di Basaglia

Non mi pare che sia questo strumento, se usato con parsimonia e in casi eccezionali, il vero problema. Invece contesto i manicomi. I manicomi in ogni forma e modo, anche quelli più sofisticati fatti di diagnosi, psicofarmaci, perfino psicoterapie (anche in queste vi sono rapporti di potere, è chiaro). Ed è per questo che non ho mai amato Szasz, nonostante i libri che lui ha scritto siano condivisibili, perché sul piano della pratica uno che proclama: non darò mai farmaci né metterò piede in un ospedale, ma erogherò solo parole e relazione, ha fatto una scelta di campo, si è ritagliato una comoda attività professionale borghese, dedicandosi a gente ricca e poco sofferente. Altro che le fosse di serpenti (i 600 internati del manicomio di Gorizia o i 1200 del manicomio di Trieste in cui si gettò Basaglia). Insomma, Basaglia accetta di non essere un puro. Accetta la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, pure di continuare ad avere persone legate e rinchiuse, ma riuscendo, con la tecnica di “infiltrare gli infiltrati”, usando le stesse armi dei manicomiali, ad abolire i manicomi per la prima volta al mondo dopo due secoli dalla loro invenzione. Lascia stare che poi quelli si sono riprodotti sotto altre forme. Ma l’impresa è stata titanica. Riesce a violentare la società. La società che voleva e vuole i manicomi. I manicomi esistono perché qualcuno espelle lo sragionante, è ovvio.
Eppure Basaglia parte, se ci pensi, dalle stesse premesse teoriche di Szasz (e Antonucci): quando dice non so cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece no, si incarica di trasformare la follia in malattia (per mezzo degli psichiatri) e come tale la relega nei manicomi; le premesse sono simili. È la prassi che è stata drammaticamente diversa. Szasz dedito all’esercizio della lieve psicoterapia, e Antonucci la cui impresa più rilevante è stata troppo veloce, pretenziosa e controproducente. Nel senso che non sono confrontabili la marginale e irrilevante esperienza di Cividale (durata poco più di sei mesi, conclusasi con un’occupazione del reparto con i dodici pazienti rimasti – tanti quanti ve ne sono oggi in un SPDC) che vide protagonisti Cotti e Antonucci, con l’impegno sisifico che si assunse Basaglia, di interi manicomi da svuotare, ma facendolo gradualmente, attento a non causare l’incidente, l’incidente sempre atteso che rischia di confermare, per eterogenesi dei fini, che pratiche troppo liberatorie non sono possibili e dunque non è possibile fare a meno dei manicomi. Per cui, tra Antonucci e Basaglia, io non ho dubbi.

 

Contro la psicanalisi, ma non in senso univoco

Nel tuo ultimo libro La società dei devianti (Elèuthera, 2016), figuro come uno dei rari casi di terapeuti che si occupano di inconscio e di cui tu hai fiducia. Ma, a parte rare eccezioni, sembra quasi che il tuo sia un “j’accuse” generale verso la psicoanalisi, da intendersi quale onerosa pratica borghese che diventa cialtrona non tanto per via di un suo mancato pragmatismo quanto per una tua mancata conoscenza. Voglio dire: come mai la posizione di pensiero riluttante parrebbe non farsi spazio anche sulla questione psicoanalitica? Non corri così il rischio di diventare monodimensionale ed etichettante pure tu, a tuo modo?
Ma la psicanalisi questo a me pare, in genere: un’onerosa pratica borghese dalla quale il poco abbiente è estromesso, salvo qualche eccezione. E c’è poco da essere originali. Non è la mia visione della psicanalisi un cliché, è la psicanalisi a essere un cliché, e sapessi quante macchiette ho visto al lavoro. Un cliché per individui abbienti, e poco gravi. Ma sbagli a dire che il libro è un “j’accuse” univoco alla psicanalisi. Nel lunghissimo capitolo in cui cerco di raccontare cos’è quella cosa che da circa un secolo chiamiamo schizofrenia, scrivo di Jung antinosografico e sostenitore della curabilità degli psicotici, e perfino lo considero un precursore di Basaglia (attraverso Minkowski, ovviamente).
Diciamo che non ne vedo molti di psicanalisti in giro (salvo alcuni, che cito pure nel libro, non so, Mario Colucci il lacaniano che lavora in un CSM di Trieste, Gianluigi Di Cesare lo junghiano che opera in un CSM di Roma) che hanno voglia di uscire dal circuito privato e occuparsi, nei servizi pubblici, di pazienti molto sofferenti. Gli altri, la gran massa degli psicanalisti: cosa ha fatto (diceva Basaglia) di buono la multinazionale della psicanalisi, nel 900, per tutti gli internati dei manicomi? E cosa fa di buono adesso, per tutti i pazienti “hard” dei SPDC, dei cronicari vari, dei mille contenitori della follia sparsi nel territorio? Perfino Thomas Szasz l’antipsichiatra era uno di loro, un bravo narratore ma terapeuta esclusivamente per quel pezzo di clientela che si poteva pagare la seduta con lui. Cosa fa la gran massa degli psicanalisti se non: parlare e lasciar parlare in uno studio borghese, in un quartiere borghese, pazienti borghesi, prendendo un tanto all’ora, dove quelli quasi esenti da disturbi o sofferenze si gioveranno di questa colta e gentile relazione, gli altri più problematici non ce la faranno e dopo cinque dieci sedute non li vedranno più. E nemmeno lo sapranno se saranno finiti legati in un letto di SPDC o bivaccheranno in una clinica privata a ingoiare farmaci. Allora, a chi serve la psicanalisi?
Tuttavia, non sei la prima che mi provoca su questo punto: la psicanalisi mi starebbe antipatica perché non la conosco, non le ho mai stretto la mano e non ho mai depositato il mio danaro nella bianca mano di un analista, perché non mi sono mai allettato su un lettino analitico. Rispondo, nel mio piccolo, come rispose Foucault alla stessa provocazione. Disse: io ne voglio parlare, di psicanalisi, e contestarla, ma restandone fuori. Per cui è vero il contrario, cioè, proprio in quanto non psicanalizzato mi posso permettere di parlarne. Altrimenti che obiettività potrei avere. Diceva Tobie Nathan, probabilmente il più interessante etnopsichiatra vivente, che molti psicanalizzati sono come degli zombie, un po’ come i posseduti da certi stregoni africani, sono gusci vuoti, che dentro non hanno più se stessi ma la teoria dell’analista che li possiede.
Diciamo che mi sento molto etnopsichiatra, da questo punto di vista. A volte, quando vedo individui (anche psicanalisti giunti all’ultimo grado di iniziazione) che al primo inceppo esistenziale ritornano dal proprio analista, a rifare il tagliando, un po’ come un farmacofilo ritorna a farsi prescrivere l’antidepressivo, ecco, ci trovo un tale grado di non emancipazione, di dipendenza, che mi pare più perniciosa ancora della dipendenza dagli psicofarmaci.
Tu dici: parli di ciò che non conosci. Ma perché (ora mi vengono in mente molti lacaniani) pensi che davvero si capisca ciò che scrive Lacan?, o che tra lacaniani si capiscano? Ricordo un fisico, Alan Sokal, irritato dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni e dal loro esoterismo lessicale, che scrisse un testo davvero astruso, lo inviò a una rivista, fu pubblicato, e dopo un po’ di mesi raccontò il fatto in un libro, dal titolo Imposture intellettuali, dove parlava di tutti questi autori fumosi alla Lacan, che, quando li leggi (scrive Marco Innamorati in un ottimo articolo) hai la sensazione di essere preso per il culo, un po’ come ti prendono per il culo i protagonisti di “Amici miei” quando ti fanno la supercazzola prematurata. Ecco, io ho semplicemente detto che molti di questi parlano di supercazzole. Non si tratta di monodimensionalità. Ma di essere, anche nel mio lavoro, sufficientemente anarchico, da rifiutare certi dogmi, soprattutto se sono pure incomprensibili.

Il diritto al suicidio

Appare chiara, dunque, questa tua modalità di voler andare “in direzione ostinata e contraria” dalla parte dei disperati – per parafrasare De André – ma questa perseveranza nel rimanere a lavorare in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ospedaliero di cui tu denunci l’orrore e l’errore della pratica, non è forse più una necessità di raccontarti di poter essere l’unico psichiatra diverso in un luogo di psichiatri uguali?
Potrei rispondere di no, perché è necessario un infiltrato, nei piccoli manicomi, per rompere l’ingranaggio oliato della manicomialità. Invece ti rispondo: forse sì. Infatti me ne vorrei andare, dopo una dozzina d’anni di lavoro ospedaliero vorrei tornare a lavorare in un Centro di Salute Mentale. Ritornare sul cosiddetto territorio. Andare di casa in casa a trovare le persone. Prevenire, se possibile, le crisi. Impedire che le persone poi arrivino furiose nei pronto soccorsi, dove vengono accolte con le armi pesanti: farmaci e fasce. Ma per ora mi hanno bloccato il trasferimento. Però ti dico, anche, che si può (capita spessissimo) lavorare da manicomiale in un CSM (o perfino in uno studio privato, per tornare al discorso di prima sugli psicanalisti o su chi esercita la psicoterapia in studioli privati) e lavorare da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci sostiene di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico di farmaci, dimettere qualche paziente, prendere (come ho fatto alcuni giorni fa) un paziente da molti mesi ricoverato in SPDC e, con la mia auto (perché la ASL non ne ha a disposizione), portarlo a visitare sua madre che non vede da tre anni in casa di riposo, e poi andare a pranzo insieme a lui a ristorante. Ora: come mai tutto ciò non lo ha fatto lo psichiatra del CSM che lo ha in cura? Probabilmente perché il manicomio non è un luogo, ma è nella testa delle persone.

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”. Camus, ne Il Mito di Sisifo, apre il varco di questo buco su cui tu ti riaffacci. Qual è – se c’è – la soglia per definire un suicidio diverso da un altro? Si può parlare di responsabilità dello psichiatra? Quale eredità ti hanno lasciato coloro che lo hanno messo in atto?
Domanda molto complessa, troppo, a cui serve una risposta semplice e pragmatica (chi vuole poi si legge il capitolo: “Il dovere di vivere, il divieto di morire”, nell’ultimo libro). Di solito gli psichiatri (me compreso) rispetto ai gesti di suicidio, potenziali o messi in atto, si difendono. Perché, altrimenti, il rischio è che uno (il suicida) muoia, e l’altro (lo psichiatra) muoia socialmente (finisce in galera, o viene sospeso dall’esercizio del suo mestiere). Perché c’è un terzo elemento (un giudice), che per mestiere cerca la colpa. Io penso (in quest’ultimo libro lo scrivo chiaramente) che le persone debbano avere il diritto di disporre del proprio corpo (habeas corpus), e dunque di scegliere se vivere o morire. Ma nel paese confessionale che siamo ciò è incredibilmente difficile. Se uno muore c’è bisogno, sempre, di un colpevole. E questa è un’ulteriore ragione del manicomio.

 

Il riluttante è un anarchico che…

A proposito del personaggio narrativo dello psichiatra riluttante, non temi che possa essere un azzardo? Nel senso, non temi che questa non-fiction novel alla Carrère possa falsificare la professione dello psichiatra e farla quasi eroica? (Il carteggio con una Madonna, poi, farebbe il verso a una dimensione quasi mistica).
Non sono d’accordo con questa tua visione. Pochi giorni fa il cantante Capovilla del Teatro degli Orrori mi diceva esattamente il contrario. Diceva: cazzo, Piero, in questo libro ci sei andato giù duro. In che senso, gli domando. Ti dai addosso come non mai, ti definisci un killer, un boia gentile, un carnefice. E così via. Allora, non mi pare di aver raccontato un personaggio, lo psichiatra riluttante, così eroico come dici: è sempre sul punto di lasciare, minaccia di abbandonare il campo, la partita, smettere. Proprio nel capitolo sulla psicanalista Centauro, che ti riguarda, dice che non vuole cadere nella sindrome del salvatore onnipotente, che lui con questo lavoro in fondo ci piglia lo stipendio per campare la famiglia.
Dove lo vedi l’eroe? Io non ce lo vedo. Il carteggio con la madonna, dici, rasenta il mistico? Ma no. Innanzitutto è la decima madonna, non la prima. Poi è una madonna designata tale (decima appunto) da uno che ha passato la vita nei manicomi e si credeva dio. Per questo, più che deriva mistica, è un carteggio blasfemo, dove io mi confesso a una madonna nominata tale da un pazzo, diciamo. Cosa le confesso? Le confesso proprio il mio non riuscire a fare a meno di raccontare queste storie di persone stritolate, annientate dai manicomi. E lei è stata la madonna di un pazzo e di uno psichiatra, che sono le due facce della stessa medaglia. Due onnipotenti, se ci pensi. Un uomo che si crede dio, e un altro uomo che si crede psichiatra e in quanto tale più potente dell’uomo che si crede dio, quindi più potente di dio, perché lo può obbligare a curarsi, a prendere farmaci, a scrollarsi di dosso la folle convinzione di essere dio. Ma allo psichiatra nessuno mai lo potrà convincere (o curare) del suo errore, della sua presunzione di verità. E di essere ancora più dio di dio.

Colpisce che in tutto il libro non compaia mai la parola desiderio che a me pare, invece, una parola assai preziosa, un moto perpetuo che mai soddisfa e che mai può soddisfare finché c’è orizzonte. In questo modo, forse il desiderio è da intendersi anarchico. Quale è allora il tuo desiderio adesso e dove è la tua anarchia?
Non compare la parola desiderio però il desiderio c’è. Non serve metterci la parola perché una cosa esista. Ci sono molti desideri, nel libro. E non li elenco che forse non c’è più spazio in quest’intervista. Il desiderio di convincere, per esempio. Il riluttante è uno psichiatra ego distonico, uno psichiatra contro voglia, apparentemente non più desiderante, appunto, sempre sul punto di mollare, però non molla, resta lì, a fare la sentinella, l’infiltrato, perché, in fondo, vuole convincere, ma convincere chi? I giovani infermieri, i tirocinanti, gli specializzandi in psichiatria, quelli che ancora non si sono arresi e consegnati alla logica della custodia, del manicomio, della securità. Fargli vedere che se arriva un agitato è possibile rassicurarlo senza legarlo. Fargli vedere quanto è semplice sciogliere un uomo legato. E poi quando è notte, durante le guardie di notte, scrive. E pubblica libri. Perché? Perché desidera ancora convincere. Convincere chi non sa nulla di questo nostro mondo a parte. E se non vincere, che non si può, almeno convincere.
E la sua anarchia, non molto esibita, ostentata, c’è, nascosta in questa sua riluttanza al potere psichiatrico. Nella prima versione de La fabbrica della cura mentale che proposi a Elèuthera il protagonista era lo psichiatra anarchico, ma l’ossimoro era troppo scandaloso, e virai, avendo apprezzato Il fondamentalista riluttante, su quest’altro aggettivo.
Il riluttante è un anarchico che accetta di fare a meno della purezza cui sempre gli anarchici anelano, rispetto al potere, accetta la contraddizione, di poter disporre della vita, della salute, della libertà degli altri. E prova a ridimensionarsi in quanto psichiatra, e tutto il suo lavoro è un attacco al potere psichiatrico. Potere che si esprime sia con armi pesanti (farmaci, fasce, elettrochoc, ricoveri coatti) sia con armi apparentemente più innocue (diagnosi, interpretazioni, buoni consigli).

http://www.arivista.org/?nr=411&pag=29.htm 

 

NOTA DELLA BOTTEGA

Per allargare il discorso – che continua anche sul nuovo numero di «A» – consigliamo il dossier: Morire di TSO con testi di Angelo Pagliaro, Piero Cipriano e Fatima Mutarelli [db]

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

3 commenti

  • sarina aletta

    Nei confronti di Giorgio Antonucci
    trovo di cattivo gusto
    per non dire offensivo
    il termine “demagogico”.
    Conoscendo la sua storia
    è comunque inappropriato.

    Sarina Aletta

    • Francesco Masala

      su ARivista Anarchica di marzo

      ancora sul TSO e non solo, botta e risposta fra Anna Grazia Stammati e Piero Cipriano

      Botta…/Non basta eliminare il manicomio, bisogna distruggerne gli elementi costitutivi
      Sui numeri 408 e 411 di “A” – rivista anarchica, sono state pubblicate due interviste sulla psichiatria, una fatta a Giorgio Antonucci da Moreno Paulon (Psichiatria e potere), l’altra fatta a Piero Cipriano da Daniela Mallardi (La dignità dei devianti).
      Ringrazio per questo la redazione della rivista che pone sul tappeto la controversa e annosa questione “psichiatrica”, attraverso la diretta rappresentazione del pensiero di chi opera in quei contesti. Leggendo le due interviste sono rimasta, però, a dir poco perplessa dal gratuito, violento e immotivato “attacco” che Piero Cipriano, lo psichiatra che si autodefinisce “anarchico-riluttante”, ha sferrato nei confronti di Giorgio Antonucci, uno dei protagonisti della lotta per la liberazione dei degenti psichiatrizzati condotta negli anni settanta in Italia e uno degli ultimi rimasto sulla scena internazionale a testimoniare e lottare per la liberazione dal “pregiudizio psichiatrico”.
      Premetto di aver letto tutti e tre i libri di Cipriano e di averli trovati (eccezion fatta, forse, per l’ultimo) testi interessanti, perché in questi viene ben descritta sia la realtà “manicomiale” dei reparti degli ospedali italiani ancora destinati ai “malati di mente”, sia la pratica dell’annichilimento farmacologico dei pazienti da parte degli stessi psichiatri.
      Ma quale colpa ha commesso Antonucci, per attirarsi tale veemente aggressione, proprio lui che slegava insieme a Cotti e Basaglia i degenti e ai quali proprio a Cividale quest’ultimo inviava i casi più difficili? Quella di aver sostenuto (allora come ora) la necessità di abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), ovvero il ricovero coatto, il dispositivo medico-giuridico ancora presente nella legge 180/78, che, pure, ha determinato la morte violenta di Francesco Mastrogiovanni, Mauro Guerra, Massimiliano Malzone, Andrea Soldi (solo per citare gli ultimi casi), deceduti proprio a causa del TSO. Il manicomio non è solo un edificio, è un criterio.
      “Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto” dice Antonucci, affermando che questo ha segnato da sempre un punto di distanza con Basaglia, il quale non si è mai espresso contro il trattamento sanitario obbligatorio. Ma procediamo con ordine.
      L’Antonucci “demagogo”
      Cipriano definisce Antonucci “demagogico”, ma non dovrebbe sfuggirgli che il significato originario del termine è “arte di guidare il popolo” e, in realtà, Antonucci, dal 1970 al 1972 (dopo l’esperienza di Cividale, dunque), ha diretto il Centro di Igiene Mentale di Castelnuovo Ne’ Monti (sull’Appennino reggiano), mobilitando la popolazione contro il manicomio di Reggio Emilia e Modena e utilizzando proprio l’arte di guidare il popolo per scardinare l’istituzione manicomiale, non certo per ingannare il popolo con facili promesse o facili discorsi.
      Non ci sembra però che lo psichiatra “anarchico-riluttante” utilizzi l’aggettivo in tal senso, quando afferma “Quello di Antonucci è un discorso demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti dalla psichiatria, ma liberarle da quella sofferenza […] non contesto lo strumento del TSO”.
      Lo psichiatra “anarchico-riluttante”, dunque, sostiene che coloro che incappano nel TSO sono persone “sofferenti” che vengono internate nei reparti psichiatrici di diagnosi e cura per essere “liberate” da una sofferenza che gli ha fatto perdere la libertà. Purtroppo non possiamo più chiedere a Francesco Mastrogiovanni, maestro e anarchico, la sua opinione in merito a questa teoria della “liberazione” dalla sofferenza, sostenuta e praticata dagli psichiatri attraverso il ricovero coatto, visto che è morto dopo quattro giorni di torture perpetrate sul suo corpo di condannato, nel reparto di diagnosi e cura dell’ospedale di Vallo della Lucania; né purtroppo possiamo chiederlo ai tanti altri come lui deceduti a causa del TSO.
      L’Antonucci di Cividale
      Il tentativo di demolizione della figura di Antonucci continua a a pag. 30 (“A” 411), quando Cipriano, sostenendo che le premesse teoriche avvicinavano tra di loro Basaglia, Antonucci e Szas, sottolinea che era la pratica a dividerli: il primo dedito al suo impegno sisifico di liberare interi manicomi, il secondo dedito alla sua “marginale e irrilevante” esperienza di Cividale conclusasi dopo solo sei mesi, il terzo dedito al lieve esercizio di psicoterapia.
      E qui si capisce che dietro l’attacco ad Antonucci c’è lo psichiatra che vede messo in discussione il proprio ruolo, visto che Antonucci, proprio a proposito di Cividale, senza cedere alle lusinghe di chi vedeva in quell’azione l’inizio del movimento di riforma della psichiatria, ribadì già allora, senza alcuna ambiguità, il punto di vista fondamentale che aveva guidato l’azione del gruppo di Cividale: “Noi non riteniamo possibile separare la negazione delle istituzioni psichiatriche dalla negazione della psichiatria come scienza, perché è per l’appunto la psichiatria che ha costruito i manicomi, che li costruirebbe ancora, e che continua a giustificarne l’esistenza”.
      “Sul piano politico si potrebbe fare un parallelo molto significativo. Non è possibile apprestarsi a distruggere i lager e i ghetti senza negare e distruggere l’ideologia della razza, di cui i lager e i ghetti sono una logica e inevitabile conseguenza”. Peraltro quello di Cividale è stato solo il primo (seppur importantissimo) dei numerosi incarichi ricoperti da Antonucci nella sua lunga vita di medico (svolta tutta negli ospedali pubblici e, fuori da questi, prestata solo gratuitamente nei confronti di tutti e tutte coloro che ne hanno richiesto l’intervento) che solo quando si conclude, per la repressione poliziesca che porta alla chiusura del reparto, aveva 12 pazienti.
      Ma dopo quell’esperienza, Antonucci, l’anno successivo, viene invitato a Gorizia, a lavorare nello stesso ospedale di Basaglia e poi a Reggio Emilia, chiamato da Jervis, come responsabile del Centro di igiene mentale nel 1970, dove matura la definitiva distanza tra una pratica tesa a ragionare in termini di tutela dell’ordine pubblico (Jervis) e una tesa a ragionare in termini di conflitto tra individuo e società e di diritto dell’individuo ad essere rispettato nella sua libertà (Antonucci).
      Terminata l’esperienza a Reggio Emilia, Antonucci si dedica, dal 1973 al 1997, allo smantellamento dei reparti manicomiali di lungodegenti negli istituti di Imola e dal 1997 continua a dedicarsi (gratuitamente) alla sua battaglia per lo smantellamento dei residui manicomiali, i reparti psichiatrici dei servizi di diagnosi e cura, proprio dove lavora Cipriano, che non a caso dedica il terzo attacco ad Antonucci proprio in difesa di questi reparti.
      L’Antonucci “eretico” smantellatore del TSO
      Afferma Cipriano: “Si può lavorare da manicomiale in un CSM e da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico dei farmaci, dimettere qualche paziente”.
      C’è da rimanere sbalorditi, ma cosa significa “facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare”? Antonucci non dice di farlo, lo ha fatto (e questo appartiene oramai alla storia) attuando concretamente e incessantemente tale pratica dal 1968 al 1997, ben oltre la data dell’approvazione di una legge che, se non avesse avuto medici e infermieri ad applicarla, sarebbe rimasta semplicemente lettera morta.
      Ma Antonucci non si è fermato a quello, è andato oltre tale pratica, evidenziando ancor prima che fosse approvata la legge 180, i limiti di un’azione tesa ad abolire i manicomi, senza preoccuparsi di demolire il vero elemento su cui si basa il potere psichiatrico, “l’arresto psichiatrico”. D’altra parte lo dice già Foucault quando inquadra gli spostamenti da lui operati, nel Corso al Collegè de France del 1973, rispetto alla Storia della follia, sostenendo che uno di questi spostamenti riguarda proprio la nozione di istituzione, poiché la cosa essenziale non è tanto l’istituzione quanto piuttosto il potere psichiatrico che ne consente il funzionamento. “L’aspetto importante – sostiene Foucault – non è dunque costituito dalle regolarità istituzionali, bensì, e in misura molto maggiore, dalle disposizioni di potere, dalle correlazioni, dalle reti, dalle correnti, dagli scambi, dai punti di appoggio, dalle differenze di potenziale che caratterizzano una forma di potere […]. Detto in altri termini, prima di riferirci alle istituzioni, dobbiamo preoccuparci dei rapporti di forza sottesi alle disposizioni tattiche che attraversano le istituzioni.” (Michel Foucault Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France 1973-74, Feltrinelli, pagg. 24-28).
      È esattamente questo che sostiene Antonucci quando parla di abolire il TSO: se si elimina il manicomio, ma se ne lasciano intatti gli elementi costitutivi, l’istituzione manicomiale tende a riprodursi, con i suoi meccanismi, i suoi reticoli di potere, appoggi e rapporti di forze che lo riperpetuano eternamente.
      Anna Grazia Stammati
      (presidente Telefono Viola)
      Roma

      …e risposta/ Ma il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela

      Tanto per sottolineare l’importanza delle parole: non mi sono mai definito anarchico-riluttante. Mi sono definito psichiatra riluttante, e mi sono definito anarchico, non è la stessa cosa ripetere, a ogni frase, che sarei “anarchico-riluttante”. Quando si dice del potere della parola, in cui gli psichiatri sarebbero maestri, l’arte della prestidigitazione semantica con cui imbrigliare esistenze in etichette diagnostiche: ebbene, mi pare che non occorra essere psichiatri per adoperarsi in quest’arte.
      Sarò breve, perché servirebbe un intero libro per affrontare l’annosa questione tra psichiatria e antipsichiatria da una parte, e psichiatria anti-istituzionale dall’altra. La mia polemica con Antonucci non è affatto violenta. Segnalo, semplicemente, un’evidente differenza di peso, e di ricadute concrete, anche sul piano legislativo, tra le pratiche dei due (Antonucci e Basaglia). Ho sempre trovato debole, effimera, la proposta antipsichiatrica di cui si fa portavoce, come trovo debole la proposta del suo ideologo di riferimento più noto, Thomas Szasz. Ma questo l’ho scritto in un capitolo de Il manicomio chimico, dal titolo Basaglia, Szasz e l’antipsichiatria, e non mi voglio ripetere. Chi vuole si vada a leggere là come la penso.
      Infine, ribadisco ciò che già dico nell’intervista: non penso che il problema sia il TSO, né la psichiatria: non è il TSO che ha ucciso Mastrogiovanni e Casu e Soldi e Guerra e Malzone e centinaia di altri che non raggiungono le cronache, sono le pratiche psichiatriche repressive, manicomiali, poliziesche ad averli uccisi. Ed è queste che io contesto. Il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela, è più violento, a mio parere, l’abbandono di una persona che ha una sofferenza psichica grave e non accetta aiuto alcuno. E chi ha avuto esperienza con persone in tale difficoltà sa di cosa parlo.
      Abbandonare una persona con un grave delirio, o una grave depressione, in nome della sua libertà, è più violento che porlo in TSO. Dunque: sì a eliminare le fasce, sì a eliminare l’elettrochoc, sì a ridimensionare il dominio del farmaco, sì a eliminare i SPDC, in presenza di CSM fortissimi, sempre aperti, accoglienti, popolati da operatori etici e dalla società cosiddetta civile, no ad abolire il TSO, perché questo è un falso problema: in assenza di TSO significa consegnare una persona, con una sofferenza psichica grave (mettiamo che ha un pensiero delirante per cui si chiude in casa col gas aperto), alle forze dell’ordine. Invece dell’arresto sanitario (come viene definito talvolta il TSO) ci sarebbe l’arresto tout court. Che non sarebbe meglio.
      Piero Cipriano
      Roma

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