Intorno al Covid: un’inchiesta indipendente e…

le riflessioni di Carlo Bellisai e Piero Cipriano. Link alle analisi di Nicoletta Dentico, di Gianni Tognoni e Alice Cauduro, di Medicina Democratica. A seguire una nota della “bottega” per ricordare i nostri dossier sul corona virus.

 

Senza respiro – Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica
di Vittorio Agnoletto

Un progetto di ricerca indipendente diretto dal medico, ricercatore e attivista Vittorio Agnoletto per documentare quello che non ha funzionato in Lombardia, in Italia e in Europa e scoprire che cosa ci insegna l’epidemia. I diritti d’autore del libro “Senza respiro” – tratto dalla ricerca e pubblicato da Altreconomia – saranno versati all’ospedale Sacco di Milano, struttura pubblica che ha svolto un ruolo fondamentale durante la fase più critica dell’epidemia.

La ricerca
Oggi – 22 maggio 2020 – i morti in Italia per la pandemia da Coronavirus sono oltre 31.000, di cui circa la metà nella ricca Lombardia.

Vittorio Agnoletto – medico, ricercatore e attivista – lancia “Senza Respiro” un importante programma di ricerca e inchiesta, curato dall’Osservatorio Coronavirus, un’equipe di lavoro costituita da Medicina Democratica e dalla redazione di «37e2», la trasmissione sulla salute di Radio Popolare. Questo progetto analizzerà il modo in cui il Servizio Sanitario Nazionale ha reagito di fronte all’emergenza Covid-19: gli errori, le debolezze e i fallimenti, con un focus sulle cause del disastro avvenuto in Lombardia, oltre ad analisi e confronti con situazioni in Italia ed Europa. Una vera e propria “scatola nera” della pandemia. Attraverso le testimonianze raccolte da cittadini, dal personale sanitario e dagli operatori sociali impegnati sul campo, verrà evidenziata l’abissale distanza tra le necessità della popolazione e le risposte istituzionali e saranno avanzate delle proposte finalizzate a evitare che una simile tragedia possa ripetersi.

Il materiale integrale della ricerca diventerà “Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica”, un libro, pubblicato da Altreconomia.
Il volume – in offerta per i sostenitori a 10 euro per singola copia – sarà in stampa a settembre 2020. Il prezzo di copertina in libreria sarà 12 euro.

Perché una ricerca indipendente
La ricerca intende spiegare che cosa è stato fatto (e che cosa sarebbe invece stato necessario fare) in Lombardia – cuore del contagio – ma anche in Italia e in Europa, partendo da un’analisi delle scelte pregresse in tema di organizzazione della sanità pubblica. «Le cause che ci hanno impedito di reggere all’onda d’urto del Coronavirus – spiega Agnoletto – a parte l’impreparazione degli amministratori, sono l’abbandono dell’assistenza territoriale e la privatizzazione della sanità, in particolare nella case history della Lombardia». Qui e altrove, a partire dagli anni Novanta, la sanità pubblica è stata tagliata, indebolita e smantellata. Secondo l’OMS, l’Italia – dal 1997 al 2013 – ha più che dimezzato i posti letto per i casi acuti e per la terapia intensiva, finendo agli ultimi posti nella classifica europea. Un esempio, tra i tanti possibili, che mostra quanto deleterie siano state le politiche di rigore, decise in Europa e applicate nei singoli Stati attraverso consistenti tagli alla spesa pubblica sanitaria.

Il disastro Lombardia
È anche in queste scelte che vanno ricercate le ragioni del disastro prodotto dall’epidemia Covid-19.
Una gestione del servizio sanitario pubblico che ha introiettato i medesimi valori e le stesse priorità delle strutture private con l’aggravante di una catena di comando basata sulla fedeltà di partito. È stata ridotta ai minimi termini la medicina preventiva, quasi cancellato qualunque impegno negli studi epidemiologici, quasi azzerati i servizi per la medicina del lavoro, umiliati e ignorati i medici di medicina generale del Servizio Sanitario Nazionale, dimezzati gli ambulatori territoriali e ridotti i posti letto negli ospedali pubblici per fare spazio all’apertura di nuove cliniche private.
In Lombardia, ad esempio, il privato accreditato riceve quasi il 40% della spesa sanitaria corrente; ma le strutture sanitarie private sono completamente disinteressate alla prevenzione e sono interessate solo ai settori ospedalieri maggiormente remunerativi e non ai Pronto Soccorsi e ai dipartimenti d’emergenza.
La mancata attivazione di una strategia di sanità pubblica nell’uso dei tamponi e soprattutto la scellerata decisione di trasferire nelle RSA, Residenza Sanitarie Assistenziali, i malati di Coronavirus dimessi dagli ospedali, sono le dirette conseguenze delle scelte di politica sanitaria adottate da tempo in Lombardia.
Una vicenda che ci indica la necessità di una “morale” politica, supportata da numeri e fatti: la salute è un bene comune, la cui tutela non può che essere universale a partire dall’effettivo godimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Le conclusioni
La sanità non può essere trasformata in un mercato e la salute in una merce.
Il focus sulla Regione Lombardia non è motivato solo dai dati epidemici, ma anche dal fatto che rappresenta la punta avanzata delle politiche di privatizzazione della sanità a livello nazionale ed europeo: un sistema indicato come “eccellenza” da tanti soggetti politici ed economici, ma che non si è mostrata in grado di reggere la situazione emergenziale. «La sanità pubblica – sintetizza Agnoletto – deve essere rifinanziata e tornare a produrre salute per tutti. Non profitto per pochi».

L’obiettivo di questa campagna di crowdfunding

L’obiettivo di questa campagna è sostenere la realizzazione (stampa) e la diffusione (distribuzione) del libro “
Senza respiro”. Un progetto d’inchiesta e di informazione di utilità pubblica, per creare conoscenza sul tema, impedire che una simile tragedia si possa ripetere e proporre un modello differente di sanità pubblica. Una volta raggiunto l’obiettivo, la campagna proseguirà per aumentare la tiratura e far conoscere la ricerca a più persone possibile.
Sostieni il progetto! Puoi acquistare una copia, acquistare più copie e regalarle o coinvolgere i tuoi amici e la tua organizzazione in un preacquisto di gruppo.

Per informazioni : https://www.produzionidalbasso.com/project/senza-respiro/

LE ARMI DEL DOMINIO TECNOLOGICO NELLA SOCIETA’ GLOBALE

di Carlo Bellisai

Oggi, l’anno 2020 in cui scrivo, è già stato ribattezzato l’anno della pandemia da Coranavirus, l’anno dell’emergenza sanitaria globale, della chiusura e del distanziamento sociale, l’anno in cui le tecnologie comunicative digitali hanno preso il posto dei rapporti umani diretti. Proprio questo processo storico che ormai da almeno due decenni ci sta portando verso la progressiva sostituzione della realtà vissuta con un suo surrogato, denominato infatti realtà virtuale, merita gli approfondimenti del caso, correndo il rischio che gli stessi possano venire sminuiti, censurati, o irrisi, data l’attuale pervasività e mitizzazione del così detto “progresso umano”.

La tecnologia è neutra, tutto dipende da come la si usa. Quante volte me lo sono sentito ripetere, come una frase fatta, un’ovvietà assoluta, quasi un pater nostrum, un mantra. A dire il vero lo si diceva già alla fine della seconda guerra mondiale, come a placare i drammatici, orridi dubbi emersi dopo Hiroshima e Nagasaki. La scissione nucleare era una epocale scoperta scientifica, di per sé né buona né cattiva, appunto neutra, in quanto poteva essere utile anche a scopi civili, come la salute collettiva e il miglioramento delle condizioni di vita. Benché anche al di fuori dell’utilizzo militare ci siano stati i disastri di Three Mile Island (USA) Chernobyl (URSS-Ukraina) e Fukushima (Giappone) e soprattutto l’irrisolto e, forse, irrisolvibile problema delle scorie radioattive, poco ha comunque inciso sul mito di una scienza (e della sua applicazione tecnologica) neutrale, che ancora ci portiamo sulle spalle e nella testa. Questa presunta imparzialità del mezzo ci permette di amare i suoi bonus e dimenticare o, ancor peggio, nascondere i suoi crimini. Ovvero non sappiamo e abbiamo paura di rinunciare ai suoi vantaggi e alle sue lusinghe, al punto da rimuovere il male che ci arreca. E se il Luddismo, sul finire del Settecento, si proponeva la distruzione delle macchine che rubavano il lavoro umano artigianale, oggi siamo talmente pervasi da macchinari estremamente più sofisticati e precisi che perfino i nostri appelli per un mondo meno meccanico e più naturale non possono che passare dalla tastiera di un computer. Ci hanno incastrato? O ci siamo incastrati da soli?

Facciamo un altro salto indietro nella Storia, al Sedicesimo secolo dello scorso millennio, quando Etienne De La Boétie, filosofo, poeta e umanista (1530 – 1563) pubblicava il suo “La servitù volontaria”. La Boétie lanciava la sua accusa agli uomini e ai popoli, rei di non ricercare la libertà ma d’essere più inclini alla servitù: “Chi vi domina in tal misura ha soltanto due occhi, ha soltanto due mani, ha soltanto un corpo, e non ha nulla in più dell’ultimo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, tranne il privilegio che voi gli concedete per distruggervi. Dove mai prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se non foste voi a fornirglieli? Come disporrebbe mai di tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? (…) Cosa potrebbe mai farvi, se voi non foste ricettatori del bandito che vi deruba, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?

Dando ascolto a La Boétie dovremmo convenire che ci siamo incastrati da soli. Questo vale naturalmente in linea di principio, ma possiamo convenire sul fatto che i sudditi, ovvero la stragrande maggioranza delle persone, vantino delle attenuanti, in questo surreale e fantasmagorico processo che li vede imputati di tradimento verso se stessi. Queste attenuanti si situano, in larga misura, nell’area dell’educazione, dell’informazione, della pubblicità: in una parola, della cultura.

Nei primi due decenni del terzo millennio si è verificata un’accelerazione senza precedenti dell’intrusione della tecnologia digitale nella vita delle persone, proprio mentre l’apporto della filosofia perdeva spazio, con la crisi delle ideologie socialiste e, più in generale delle istanze laiche e umaniste. Anche le religioni perdevano buona parte del loro impatto spirituale ed esistenziale, per ridursi a consuetudine di riti e dogmi. Solo le religioni più secolarizzate e politiche, come nel caso dell’Islam radicalizzato, potevano crescere. Le tecnologie promettevano ipotetici paradisi a portata di mano e un narcisismo consumistico pronto ad usurpare non solo il misticismo religioso, ma anche il materialismo comunista, nonché l’idealismo liberale. Non è certo un caso che il Partito Comunista Cinese sia diventato l’archetipo di una nuova società capitalista ad alto controllo tecnologico del popolo. Addirittura un esempio per tutti su come ci deve muovere davanti a una pandemia. Uno dei numerosi paradossi della Storia, se si pensa alle origini, autogestionarie e libertarie, degli ideali comunistici. D’altra parte lo diceva in modo preveggente Haldus Haxley nel “Mondo Nuovo” e nel “Ritorno al mondo nuovo”, nei terribili anni Trenta e Quaranta del secolo passato: davanti ad un progresso scientifico e tecnologico gestito dal potere di pochi, dovremo riprendere a lottare per le libertà fondamentali. Perché sempre più si creano nuove discriminazioni fra chi può accedere ad opportunità e servizi attraverso le reti telematiche e chi non può avervi accesso, per motivi economici, culturali, o molto raramente di scelta personale. Gli Stati dotati di costituzioni democratiche non legiferano in materia, aspettando che la consuetudine detti le proprie regole, cioè che i pesci abbocchino all’amo, o che i servi, illusi e invasati, accolgano le nuove sbarre come un privilegio.

Internet, la rete che ci permette di metterci in comunicazione a distanza in istantanea, non è neutra: è stata costruita già a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta del Novecento da scienziati al servizio del Pentagono, per scopi militari. Ciò nonostante, per molti anni e più o meno fino ad oggi, c’è stato un gran fiorire di illusorie neo-ideologie che ne cantavano e cantano la presunta natura democratica, o perfino libertaria. Oggi sempre più persone sanno degli enormi profitti che le grandi aziende planetarie che gestiscono il web incamerano, grazie alla cessione dei nostri diritti sulla privatezza della nostra sfera personale.

Allora diciamolo chiaro: la pretesa neutralità del mezzo è, ripensando Macchiavelli, solo la ricetta per inquinare il fine. Dobbiamo smetterla, nel pensiero politico e nel pensiero lato, di rimanere nell’astratto. Il detto “dipende come si usa” non vale più, non è concreto e sembra sempre più una scusa. Nessuna scelta è davvero neutra e le nuove tecnologie sembrano fatte apposta per sancire il nostro allontanamento dall’equilibrio naturale, da noi stessi alterato. Questo, secondo il mio sentire, è il punto fondamentale. La scienza ha perso il suo primigenio scopo: l’osservazione, la conoscenza di quello che c’è, per giungere alla manipolazione ed all’alterazione della natura. E’ quindi sostanzialmente, eccetto poche mosche bianche, orientata a sostenere l’economia della depredazione delle risorse, a distruggere equilibri vitali per l’ecosistema. La sua neutralità è un assioma astratto, antistorico. Ancor di più le tecnologie, in quanto applicazione delle scoperte scientifiche sulla vita quotidiana che, entrate come qualcosa in più per noi, si stanno rivelando il cavallo di Troia per la definitiva manipolazione delle menti e delle emozioni dei sudditi. Il rischio più grande della pandemia da Coronavirus è quello che i poteri economici forti cerchino di dare una maggiore stretta sul controllo della popolazione, approfittando dell’emergenza e dello stato eccezionale. Il fatto che una grande maggioranza degli umani sulla Terra, come i servi de La Boétie, abbia dato di volta in volta il loro ok, o il loro “mi piace” alle nuove tecnologie, favorisce sicuramente questo progetto, molto e molto più che orwelliano, di controllo planetario.

Qualunque tecnica, compresa quella della scrittura, ha i suoi scotti sociali ed ecologici da pagare. Gli Scribi erano una casta a sé nell’antico Egitto e, nel Medioevo, tanto a lungo la scrittura amanuense restò riservata a pochi e così in seguito fu la Chiesa e poche caste laiche ad averne il monopolio. Oggi che, bene o male, quasi tutti al mondo sanno scrivere il proprio nome e cognome e qualche riga c’era bisogno di creare nuovi codici tecnologici, per ricominciare a creare distanza fra i potenti ed i sudditi. Ma poiché questi ultimi, o almeno una parte di loro, non fossero portati ad opporsi come davanti ad una oppressione, hanno fatto in modo che potesse piacergli. Così negli anni Novanta sono passato anch’io (tardivo e renitente) dalla macchina da scrivere alla tastiera del computer. Così quando l’avevano già fatto quasi tutti ho preso anch’io, come per costrizione sociale, il telefono cellulare. Nel 2018 mi hanno regalato lo smartphone, un ospite ingombrante, con i suoi gruppi whatsapp, con cui conflittualmente convivo. Poi addirittura come insegnante, pur essendomi opposto per due anni al registro elettronico, mi sono trovato costretto per motivi squisitamente umanitari, ad usare il computer di casa e le piattaforme sulla rete per mantenere un contatto non tanto educativo, quanto affettivo con i bambini. Eppure c’è già chi sulla Didattica a distanza sta lucrando e vorrebbe continuare e accelerare. C’è chi è convinto fra il popolo, fra la gente, fra i sudditi che è bella e auspicabile la smart-city, che servano le App per i controlli, che il 5G sia innocuo e che gli alberi in città sollevino l’asfalto e vadano tagliati, per parcheggiare meglio la macchina e, visto che ci siamo, per fare posto ad una selva di antenne e videocamere.

Così continueranno a dire che la tecnologia è progresso e che sta a noi, i servi volontari, la facoltà di usarla bene. E se metti in evidenza che il così detto progresso non ha modificato granché i rapporti fra le persone e fra i popoli, basati in modo strutturale sulla violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento, la segregazione, ti risponderanno che questo dipende solo dagli uomini e non dagli strumenti che si sono dati. Come se questi ultimi non fossero frutto di scelte storiche, dettate dai rapporti sociali gerarchici e dalla cultura del distanziamento dell’uomo dai processi naturali e della predazione dell’ambiente Terra. Ci spieghino altrimenti come mai il progresso si sia concentrato sui sistemi di armamento bellico e di controllo sociale, piuttosto che sul miglioramento delle relazioni umane e su un sistema equilibrato di utilizzo delle risorse naturali. Perché il kalashnikov uccide molto più facilmente della fionda: è sicuramente un enorme progresso che, tuttavia, riguarda solo l’ambito della violenza. Che qualcosa di buono sia poi arrivato, come migliori cure per certe malattie, maggiori capacità di conservazione degli alimenti, facilitazione e velocizzazione degli spostamenti, alcune comodità, non pregiudica l’indirizzo generale del progresso tecnico-scientifico, oggi più che mai in mano del potere di pochi. Anzi, sono molto spesso gli stessi aspetti positivi e desiderabili a farci digerire tutti gli altri, contribuendo alla mitizzazione di tutto quanto appaia “innovativo”.

Il problema non è quindi come usare le tecnologie a disposizione, bensì quello di scegliere solo le tecnologie appropriate ad una convivenza pacifica e creativa fra gli esseri, nel contesto imprescindibile degli ecosistemi in cui vivono. Ma la massificazione dei consumi, attraverso la pubblicità e l’emulazione, rendono sempre più difficili, perfino rischiose, le scelte individuali contro corrente, contrastate e censurate non solo dai vertici del sistema di dominio, ma in primo luogo da quanti (una larga maggioranza della popolazione) ne hanno introiettato i principi e le consuetudini.

Ciò nonostante e per quanto su esposto, le istanze di cambiamento strutturale delle società umane verso un equilibrio vitale e una equivalenza solidale, non possono che passare attraverso le scelte degli individui e, ancor più, della libera associazione degli stessi. Solo così si potranno smitizzare gli idoli della modernità e ripudiare le tecnologie invasive e predatorie, privilegiando quelle dolci, sostenibili e direttamente controllabili.

Carlo Bellisai, maggio 2020

La morte ai tempi del virus – Piero Cipriano

Il coronavirus ci ha ricordato, al di là dei tabù, che la morte è il finale obbligato di ogni vita e che vivendo ci si può ammalare.

Ma la paura di morire non può trasformarsi in paura di vivere.

Non scriverò di Foucault e del perché la tanatopolitica (il lasciar morire che frutta più di lasciar vivere) oggi sembra avere la meglio rispetto alla bio- politica (il lasciar vivere per meglio sfruttare) nono-stante nel paese, che dico nel paese, nel pianeta, infiammi il panico di morire di coronavirus. Le quarantene. I controlli. Le misure. Le quarantene. Le zone rosse. I tamponi. Il numero dei contagiati. Le mascherine. Le quarantene. Non scriverò di guerre e di sterminio biologico né di prove generali di sorveglianza planetaria. Perché no? Perché stamattina mentre facevo colazione sotto uno splendido sole mi sentivo insolitamente felice.

Il pianeta, pensavo, s’è rotto il cazzo e sta scuotendo i suoi esseri più superbi, li sveglia dal torpore di una vita da zombie, li fa sentire in pericolo, minacciati dagli esseri che sul pianeta – che geniale contrappasso – sono i più elementari: i virus. Di cui si dice – a differenza dei batteri – non abbiano neppure la dignità di un organismo autonomo.

Mia moglie non vuole darlo a vedere ma è infastidita dalla possibilità di morire per uno stupido virus. Come se poi morire per un cancro, per un incidente d’auto o per annegamento fosse più dignitoso. Mia figlia grande filosofica tace, riflette, dice pure secondo Machiavelli l’uomo non cambia. Che cosa vorrà dire, non lo so. Questi che studiano al Classico hanno la citazione facile. Mia figlia piccola mangia i Nutella biscuits, vanno a ruba, fra poco se ci sarà il finimondo non saranno più prodotti i  Nutella  biscuits.  Dovremo ritornare a coltivarci  i  pomodori da noi, altro che  Nutella  biscuits. Dico a loro tre: immaginatevi ora, per un momento, che questo pianeta sia una sfera vitale, intelligente, con una coscienza sua, immaginatevi che la coscienza del pianeta si è proprio stufata della superbia degli esseri umani, che aggrediscono questo corpo sospeso su cui abitano, lo dissanguano lo depredano lo inaridiscono lo insozzano lo squagliano lo asfissiano e allora scatena le sue difese, un banale virus che, se  il pianeta vorrà, se l’intelligenza del pianeta vorrà, saprà ridurre in polvere il genere umano, sette miliardi di umani in un battibaleno torneranno a essere pochi milioni, sparsi in qualche continente, senza più l’amata tecnologia, senza i premi letterari, senza i premi Nobel, senza i social network, la palingenesi, il rasoio biologico di Occam; suvvia umani, abbiamo scherzato, avete esagerato, vi do un’altra possibilità, si ricomincia da capo. Ma fate i bravi stavolta, niente arroganza, se no fate la fine dei dinosauri.

L’altro giorno vado in ospedale, penso che sarà il luogo perfetto per lasciarsi incubare dal coronavirus. L’ospedale – per ora ancora non è arrivato ma arriverà, è questione di giorni, al massimo qualche settimana, e il nosocomio dove lavoro vivo penso dormo mangio parlo impasticco, diventerà un lazzaretto che mi regalerà, anche a me, la peste del nuovo millennio – invece vado e, per fortuna, per buona parte della notte dormo. Fino alle sei del mattino. Alle sei del mattino quando penso di averla ormai scampata chiama il pronto soccorso, dice c’è uno venuto con otto poliziotti. Già lo conosco, è venuto cinque giorni fa, era legato e sedato, ci ho parla- to, s’è calmato, l’ho fatto sciogliere se n’è andato. Ora ritorna. Dice il poliziotto che va di continuo al Vaticano perché vuole incontrare il papa, per con- vincerlo o per ucciderlo, dipende da come gli gira, a seconda dei giorni, della testa cosa gli dice in quel momento. Ci parlo. È gigantesco. È esaltato. È pazzo, sintetizza un’infermiera. Dice “dio mi è venuto in sogno mi ha detto cosa fare. Ho una missione, nessuno mi fermerà.”

Dimenticarsi della morte

Passa un giorno e ieri di nuovo arrivo nel nosoco- mio. L’Italia continua ad avere paura di morire per un virus. Anzi di più. La paura aumenta. E il mondo ha paura dell’Italia. Che ridere. Ho il cercapersone. Il cercapersone suona. Non l’ho disinfettato. Mi lavo spesso le mani.

Sono contento tutto sommato che il virus ci ri- cordi che tanto prima o poi si muore. È da un po’ che non  abbiamo  le pesti. Le  pesti  ricordavano che si doveva morire.

L’Europa medievale aveva una discreta consuetudine con la morte, le persone morivano, come le mosche potremmo dire – perché sappiamo tutti che non stupisce vedere le mosche o peggio le più fastidiose zanzare morire, e non scandalizza ucciderle, esseri inutili e fastidiosi – insomma epidemie guerre inquisizioni mettevano gli europei della fine del Medioevo al cospetto costante della morte.

Nasce una letteratura singolare, specifica, conosciuta generalmente come Ars Moriendi.  Mors certa hora incerta si diceva. Non è possibile rimuoverla, la morte, dunque meglio parlarne, memento mori, ricordarsene sempre, ossessivamente; si affermano poemi chiamati appunto Memento mori o Vado mori, che sviluppano temi dove il misticismo oserei dire sconfinava nell’anarchia, perché ribadire che non possediamo davvero un bel niente non era cosa da poco, che la proprietà privata non solo era un fur- to, come avrebbero detto gli anarchici tra qualche secolo, ma era più che altro un inganno, un’illusio- ne, come fai a possedere davvero ricchezze che, una volta morto, dovrai lasciare?

Ecco che gli scritti dell’Ars Moriendi arrivano a una saggezza che trascende l’aspetto terreno e si concentra sui grandi potenti della terra, che sono quelli che ci perderanno di più, morendo; immaginiamo adesso per un attimo un Trump, o un Putin, o un Erdogan a cui il Grande Livellatore o il Gran Mietitore segherà vita e beni in un colpo solo. A questi dittatorelli gli scoccerà molto di morire.

Di pari passo a questo tipo di letteratura si affermano le danze frenetiche, dove i vivi si accompagnano ai morti, danze macabre  dance macabre o danza de la muerte o totentanz o canti ad mortem festinamus.

I monaci si allenano, per consolidare il disprezzo dei beni, della proprietà, delle cose del mondo, a contempla- re l’orrido della morte. Sviluppano forme di meditazione dove visualizzano il proprio corpo morto putre- facente poi scheletrico poi polveriz- zato. Per farla breve, all’inizio l’Ars Moriendi è letteratura per preti, monaci e chiesastici, per preparar- li ad assistere i morenti. Solo in seguito, quando i preti scarseggiano e i morti aumentano, questi scritti vengono tradotti in  volgare cosicché ognuno possa, da solo, aiutarsi nell’arte di sa- per morire.

Angoscia di morire o morire di angoscia

Pochi secoli fa, solo pochi secoli, pure in Europa c’era una cultura del morire. Ora è scomparsa. L’angoscia di morire ha fatto sì che la cultura, la medicina occidentale, non se ne occupi. Il medico occidentale si ferma, si blocca, si paralizza, poco prima che il paziente muoia. Non più Ars Moriendi, ma tecniche per non dire, non far sapere, occultare, dissimulare, mentire, ingannare. La negazione totale del morire.

Ma per fortuna proprio mentre scrivevo ciò, sono arrivate le sette regole che la Società Italiana di Psichiatria ha deciso di divulgare per affrontare e vin- cere la paura generata dalla circolazione di notizie infondate o non vagliate accuratamente. Sono vere. Non scherzo. Prendete subito nota:

  1. attenersi alle comunicazioni ufficiali delle autorità sanitarie;
  2. riconoscere che le cose spaventose che attraggono la nostra attenzione non sono necessaria- mente le più rischiose è il primo passo verso la consapevolezza;
  3. contenere la paura, mantenere la calma ed evi- tare di prendere decisioni fino a quanto il panico non è passato;
  4. affidarsi solo alle testate giornalistiche ufficiali e autorevoli;
  5. non fare tesoro di ciò che si intercetta online e sui social media, soprattutto se condiviso da amici solo virtuali, che in realtà non si conoscono davvero, e se non accuratamente verificato;
  6. rivolgersi al proprio medico e non fare domande su gruppi social, chiedendo opinioni;
  7. se compaiono sintomi come panico, ansia o depressione rivolgersi ad uno specialista al fine di un’adeguata diagnosi.

Ecco, soprattutto, mi raccomando, l’adeguata diagnosi psichiatrica, è la prima cosa da ottenere, in questi casi.

Come vedete, il bello di questo coronavirus, questo virus che ancora non sappiamo se è una bufala e se la sua epidemia è un’epidemia fake – scrivo questo pezzo che siamo ai primi di marzo, quando uscirà il numero di aprile di “A” sarà passato almeno un mese; adesso il mondo, il paese, è letteralmente diviso in due: chi se la fa sotto e pensa che la fine è arrivata, e chi non si capacita di come tutti stiano abboccando, scambiando questa sindrome solo un po’ più aggressiva dell’annuale influenza,  per la peste bubbonica – è che per  un attimo ci ha ricordato, a noialtri che viviamo come zombie

in una specie di eterno presente, che:

  1.  capita anche di morire;
    1. possono morire anche i ricchi non solo i morti di fame che arrivano  dall’Africa o i cinesi rurali che si mangiano topi, cani e pipistrelli;
    2. ogni tanto bisogna guardarsi attorno, guardare la disperazione che ci circonda, l’inferno che ci circonda;
    3. quasi tutto quello che facciamo nella vita, che acquistiamo, di cui ci nutriamo, è inutile, se ne potrebbe fare a meno;
    4. lavarsi le mani, nella vita, anche molte volte al giorno, anche sempre, può non bastare;
    5. a volte è meglio stringerle le mani, dare una mano, piuttosto che lavarle e tenersele in tasca;
    6. i politici, i giornalisti, i virologi e gli psichiatri, be’, come posso dirlo senza essere troppo offensivo? non è che siano dei grandi punti di riferimento per gli esseri umani che non sono politici giornalisti virologi o psichiatri.

Vivere fa ammalare

Aggiungo solo che adesso ho capito perché da un po’ di giorni mi porto dietro Il gaucho insostenibile nell’edizione Sellerio, che è più bella e più piccola e più comoda e nella traduzione di Maria Nicola, che non è Angelo Morino, il povero Angelo Morino che in 2666 Bolaño trasforma in Morini, il torinese Morini, uno dei quattro critici fanatici di Benno Von Arcimboldi; perché ne Il gaucho insostenibile non c’è solo il racconto omonimo, che non esito a definire il racconto perfetto, lo ridico, il racconto perfetto, non solo c’è Il poliziotto dei topi dove fa il verso a Kafka, non solo c’è Il viaggio di Alvaro Rousselot e Due racconti cattolici, non solo c’è Jim e I miti di Chtulhu, il vero motivo per cui me ne vado in giro da un po’ di tempo con il libretto blu Sellerio sempre nello zaino – anche qui in ospedale ce l’ho sempre con me, nella tasca del camice le poche volte che indosso il camice, se no nella tasca dei jeans perché il libretto si riesce a infilarlo – dicevo quando vengo nel reparto psichiatrico, questo buco nero da cui si apre il portale per gli altri mondi, altri mondi da dove i ricoverati entrano e escono mentre io sto qui solo a ratificarne l’andirivieni, il vero motivo per cui me lo porto dietro è che devo leggere e rileggere Letteratura + malattia = malattia. Dedicato al suo amico dottore epatologo, Vìctor Vargas.

Bolaño ha cinquant’anni. La mia età. Anche meno. Bolaño sta morendo. Il fegato non funziona. Aspettare che uno muoia, che il suo fegato sia non solo buono ma pure compatibile, sperare che il corpo di Bolaño non rigetti il fegato compatibile di quel corpo umano che è appena morto. Troppi eventi magici. Non ce la farà.  Bolaño lo sa. Bolaño infatti scrive Malattia e conferenze: “Nessuno deve stupirsi del fatto che il conferenziere salti di palo in frasca. È gravemente malato”. Malattia e Dioniso: “La colpa è tutta di Dioniso”. Malattia e Apollo: “Apollo è gravemente malato”.  E così via.   Ma è Malattia e viaggi che mi interessa particolarmente. È per questo che mi porto sempre dietro il libretto blu.

Pensate, mia figlia diciassettenne ora che compie la maggiore età vuol andare a Capo Nord col suo ragazzo. Venti giorni. E dopo vogliono andare a New York, due settimane. Ma che è questa smania che hanno, gli esseri umani, soprattutto quando sono giovani, di viaggiare? Di spostarsi per acqua o per mare o per aria intorno al pianeta? Ma non lo sanno che così pure i virus si spostano insieme a loro? E così, alcuni giorni fa, preso dall’esasperazione le ho letto Malattia e viaggi. Ascolta, e dopo vedi se avrai ancora voglia di viaggiare. Dopo vedi, se non ti pas- sa la voglia di muoverti.

“Viaggiare fa ammalare. Una volta i medici raccomandavano ai loro pazienti, soprattutto a quelli che soffrivano di malattie nervose, di viaggiare. I pazienti, che in genere erano ben provvisti di denaro, obbedivano e s’imbarcavano in lunghi viaggi che duravano mesi e talvolta anni. Quelli che soffrivano di malattie nervose ed erano poveri non viaggiava- no. Alcuni, come si può immaginare, impazzivano. Ma anche quelli che viaggiavano impazzivano o, peggio ancora, contraevano nuove malattie via via che cambiavano città, clima, abitudini alimentari. In realtà, è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire di casa, stare ben coperti d’inverno e togliersi la sciarpa solo d’estate, è più sano non aprire bocca e non battere ciglio, è più sano non respirare. Ma la verità è che uno respira e viaggia. Io, tanto per fare un esempio, ho cominciato a viaggiare da giovanissimo […] Risultato: molteplici malattie […] Ma tutto, prima o poi arriva. Arrivano i figli. Arrivano i libri. Arriva la malattia. Arriva la fine del viaggio”.

Il bello di aver riscoperto la morte ai tempi del coronavirus è che, per un po’, ci sarà proibito viaggiare.

da qui

 

ALTRI MATERIALI (da “COMUNE-INFO” e da “SBILANCIAMOCI”)

La vera guerra è iniziata, la guerra dei vaccini

L’epidemia di Covid ci è stata raccontata in chiave bellica, ma la sfida all’ultimo sangue è appena partita e riguarda i 109 vaccini in sperimentazione. Sullo sfondo le tensioni geopolitiche e gli appetiti di Big Pharma, con la fondazione di Bill Gates a farla da padrone sui brevetti.
Nicoletta Dentico

Salute, farmaci, vaccini

La partita globale su farmaci e vaccini contro il Covid è incerta e piena di incognite, legata ai rapporti di forza tra mercato e sfera pubblica. L’agenda di un “dopo” per la sanità deve essere parte di un processo di ritorno ai diritti e di lotta alle disuguaglianze.
Gianni Tognoni e Alice Cauduro

Basta con i ritardi per migliaia di cittadini “prigionieri” a casa in attesa di test e tamponi!

Milano, 8 giugno 2020. COMUNICATO STAMPA Basta con i ritardi per migliaia di cittadini “prigionieri” a casa in attesa di test e tamponi! Medicina Democratica diffida la Regione Lombardia “Basta con i ritardi per i tantissimi cittadini prigionieri a casa in attesa di test e tamponi”! È questa la richiesta alla base della diffida, inviata questa mattina da Medicina Democratica …

https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=10053

 

NOTA DELLA BOTTEGA

Care e cari che passate di qui, magari percaso, proviamo ad aggiornarvi di quel che abbiamo scritto intorno al corona virus (o Covid 19, come vi pare). Fin dal primo dei nostri dossier – qui sotto linkiamo i primi 7 – abbiamo cercato di mettere in “bottega” notizie e riflessioni diverse dal mix di panico e ignoranza, di censura e visione classista, che dominava (e purtroppo ha continuato a dominare) la quasi totalità dei massmedia. Un’alternativa è difficile ma possibile per combattere questo nemico invisibile (non è l’unico: ce ne sono di mortali e altrettanto nascosti sotto la faccia buona delle istituzioni) e chi intende usarlo per arricchirsi e consolidare il suo potere.  [db per la redazione]

I PRIMI DOSSIER

Il 24 febbraio Corona virus: alcuni sguardi diversi dal… (… dal “frullato” di panico e ignoranza che regna): articoli di Nicola Borzi, Doriana Goracci, Pietro Greco, Gruppo di intervento giuridico e Salvatore Palidda. Con le immagini di Benigno Moi, Energu e Giuliano Spagnul.

Il 28 febbraio Corona Virus: altri sguardi: interventi di Angelo Baracca, Piero Bernocchi, Alessandro Ghebreigziabiher e Gianni Tognoni con molti altri link. A seguire alcune riflessioni di db sul 21 marzo e sul virus dell’imprigionamento volontario

Il 7 marzo L’epoca del corona-virus: testi di Franco Astengo e Piero Bernocchi con un racconto di Marco Cinque e altri link; a chiudere db fa alcune «considerazioni»

Il 21 marzo Corona virus: pensieri, proposte e indicibili verità: testi e vignette di Alessandro Ghebreigziabiher, Benigno Moi, Salvatore Palidda, Giuliano Spagnul con l’appello per la sanatoria dei migranti, il diario del cugino di Dizzy e un racconto di Raffaele Mantegazza

Il 23 marzo Corona virus: sperando in un futuro. E preparando… con testi di Judith Butler, Giorgio Ferrari, Massimo Ghirelli, Antonella Nappi e Cinzia Sciuto. Con i link a una lunga intervista di Ernesto Burgio, a una ricerca di Andrea Coveri e Valeria Cirillo, a un testo di Sandro Moiso, a un’analisi di Nicoletta Dentico e a un contributo cantato

Il 26 marzo Corona virus: un po’ troppi a lavorare di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini (Fondazione Claudio Sabattini)

Il 27 marzo Corona virus: mal d’Africa con testi di Luciano Ardesi, Mauro Armanino, Rocco Bellantone, Diego Cassinelli, Lucia Michelini, Kizito Sesana più il link al dossier di Maurizio Marchi.

Questi sono i primi “dossier” …. poi ci sono stati molti mini dossier, testimonianze, articoli, analisi e – per noi particolarmente preziose – le dettagliate denunce e analisi di Vito Totire (ma anche questa proposta: Covid: appello per un’inchiesta dal basso) o le inchieste di Davide Fabbri su ciò che è accaduto nelle fabbriche di Cesena e dintorni.

LE VIGNETTE SONO DI MASSIMO GOLFIERI

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Daniele Barbieri

    Un post di MEDICINA DEMOCRATICA denuncia che al primo punto del fantasmagorico programma per il rilancio dell’Italia post Covid incredibilmente c’è lo scudo penale per le imprese di fronte al contagio da covid dei forzati del lavoro che hanno puntellato l’economia “essenziale” e non, nel periodo buio dell’emergenza. Un ottimo incipit per questo programma e un modo coerente per ricordare l’anniversario dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. …
    VEDI: https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=10059

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