Jam session più abbecedario

Ravenna, (festival delle culture: http://festivaldelleculture.wordpress.com) 5 giugno: Round Midnight, a mezzanotte circa. Però sotto la tenda non c’è Thelonius Monk con Dexter Gordon ma Ale cioè Alessandro Taddei (senza piano, purtroppo) poi raggiunto da Db alias Daniele Barbieri (senza sax, per fortuna).

Ale scrive foglietti e li butta in uno scatolone

Db: «Ciao… Ma quando sei tornato dal Medio Oriente?».

Ale: «Vicino».

Db: «Che cosa vicino

Ale: «Vicino Oriente. Ho detto Vicino Orirente».

Db: «Non capisco».

Ale: «E’ il Vicino Oriente, per noi quei posti sono il Vicino Oriente».

 

Db: «Ma scusa tutti lo chiamano Medio Oriente».

 

Ale: «E’ sbagliato».

Db: «Hai ragione solo tu?».

Ale: «E i francesi».

Db: «Ma i francesi cosa? Come parli oggi, per monosillabi?»

Ale: «Anche i francesi lo chiamano Vicino Oriente».

Db – «Beh, affari loro. I francesi sono strani, chiamano il computer ordinatore no?».

Ale: «Sì anche gli spagnoli»

Db – «Voglio dire che ognuno chiama le persone o le cose come gli pare…. Prendi Berlusconi a esempio».

Ale: «Che ci devo fare con Berlusconi?»

Db: «Nooooooo, non dirlo, che è reato. Metti che c’è la Digos qui sotto».

Ale: «Va bene, prendo Berlusconi e non gli faccio nulla, Allora cosa volevi dire?».

Db: : «Come lo chiami? Se devi scrivere il suo nome come fai?».

Ale: (con tono ironico) «Esse I elle vi i o bi e erre elle…».

Db: «Io no. Io scrivo P2 1816».

Ale: «Cioè?»

Db: : «E’ il numero della tessera che aveva nella P2, lo sai?»

Ale: «Non ricordo. (con tono ironico) Cos’è la P2? Un supermercato che prendi due e paghi nessuno?»

 

Db: «La P2 era un’associazione segreta della massoneria».

 

Ale: «Ma che c’entra Berlusconi con il Vicino Oriente?»

 

Db: «Era per farti un esempio. Tu lo chiami Silvio, altri psico-nano oppure P2 1816. E i francesi chiamano l’Oriente ….Vicino».

 

Ale: : «Noooooooooooooo, è una questione di geografia. Hai una piantina del Medio Oriente?»

 

Db (finge di cercarla in tasca): «No, oggi giro senza piantine… senza cartine, senza filtri».

Ale: «Va bene, seguimi. Qui c’è l’Italia» (fa un gesto con le mani vagamente a forma di piede).

Db: «Lo stivale».

Ale: «Qui c’è la Sicilia…. Ma sta in Italia la Sicilia?».

Db: «Ah boh, io sapevo di sì ma Bossi dice di no».

Ale: «Poi sotto la Sicilia, il Mediterraneo…. pieno di barconi».

Db: «Brutta storia, troppa gente muore in mare».

Ale: «Vero. E qui, sotto il Mediterraneo cosa c’è?»

Db (ci pensa): «La Tunisia… bravi i tunisini a cacciare il dittatore, vero?».

 

Ale: (sempre muovendo le mani in aria): «E qui accanto alla Tunisia cosa c’è?».

 

Db: «l’Egitto, bravi pure loro eh».

 

Ale (muovendo le mani): «Qui c’è il Libano, bravi anche loro che hanno cacciato una specie di Berlusconi».

Db: «Ah già. E poi?».

Ale: «Qui c’è un piccolo Paese che poi è diventato sempre più grande».

 

Db: «Mi sa che è Israele».

 

Ale: «Infatti. Che poi Israele mica doveva essere qui. Sai Israele dove doveva nascere?».

 

Db: «Aspetta, mi pare in Madagascar».

 

Ale: «Sì per le gare di surf. No, in Uganda».

Db: «In Uganda? Dunque aspetta, dov’è l’Uganda» (lo cerca nell’aria con le mani) «Qui, vicino al Congo, uh poveri congolesi che hanno già un sacco di guai».

 

Ale (mimando con le mani): «Qui c’è la Palestina che prima era grande e ora è piccolissima».

 

Db: «Eh già, tutto il contrario di Israele».

 

Ale: (muovendo le mani): «Alloraquesti Paesi – Libano, Israele- Palestina- sono vicini all’Italia vero?».

 

Db: «Sì, c’è di mezzo solo il mare».

 

Ale (mima di nuovo): «E la Francia sta qui dietro».

Db: «Va bene e allora?».

Ale: «Per i francesi è l’Oriente più vicino e infatti lo chiamano così. Ma noi siamo più vicini ancora, giusto?».

 

Db: «Beh in effetti ora che me lo hai fatto notare…».

 

Ale: «Perchè allora noi lo chiamiamo Medio se è quello più vicino?».

 

Db: «E che ne so? Mica faccio il cartografo».

 

Ale: «Per servilismo».

Db: «Come, come?».

Ale: «Per servilismo verso gli Stati Uniti: loro lo chiamano Medio Oriente e noi come loro, pure se per noi è vicino».

 

Db: «Ah (pausa) In ogni modo… vicino o lontano, dipende da dove guardi».

 

Ale: «Appunto, come su e giù».

 

Db: «Cioè?».

 

Ale: «L’altro giorno mi trovavo sul treno, andavo giù. E pensavo ma giù dove? C’è sempre un giù rispetto a un su, ma possiamo sempre capovolgere tutto».

 

Db: «E magari non sappiamo più dove ci troviamo».

 

Ale: «Esatto. Ascoltami. L’altro giorno ero su un treno, un treno speciale perchè ogni vagone era una porta per un mondo. Nel primo vagone c’erano uomini che parlavano una lingua sconosciuta ma che si battevano la mano sulla fronte, così» (mima il gesto).

 

Db (lo imita): «Così».

 

Ale: «Era come se quegli uomini e quelle donne dimenticassero parola dopo parola le cose che dicevano agli altri».

 

Db: (botta sulla fronte): «E poi?»

 

Ale: «Ho continuato a camminare lungo il primo vagone, c’era una porta piccola piccola. L’ho aperta».

 

Db: «E dentro?».

 

Ale: «C’era un gabinetto con sopra un cartello, non buttare la memoria qua dentro».

 

Db: «Bello, come la canzone di Fabrizio De Andrè (la canticchia). E poi?»

 

Ale: «Passo in un altro vagone, lì tutti parlavano l’italiano. E c’era una bimba che sembrava lo studiasse».

 

Db (si batte la mano sulla fronte ridendo): «Lola» (si accosta e comincia con Ale il giochino delle mani e la canzoncina «Mi chiamo Lola e son spagnola….»).

 

Db – «Insomma Lola deve imparare l’abc».

 

Ale: «Con l’abbecedario».

 

Db- «Abbecedario. La prima lettera è a, giusto? Aaaaaa. Ascolta questa frase. L’ammiraglio assassino era nell’arsenale per un’avaria, aveva qualche acciacco e mangiava albicocche. Che ha di strano questa frase?».

 

Ale: «Ma che frase è? Sei scemo?».

 

Db: «Sì sono scemo, lo sai. Ma cosa ti fa venire quella frase?».

Ale: «è una poesia di Dante».

 

Db: «mo va là».

 

Ale: «Molte parole iniziano per A».

 

db: «Certo e poi?».

 

Ale: «Che ne so?»

 

Db: «Ti aiuto. Barattolo, caffè, gatto, zucchero…».

 

Ale – «Ma che ti sei ingoiato il vocabolario?».

 

db: «Cos’hanno in comune queste parole?».

 

Ale: «E che ne so».

 

db: «Algebra, astronomia, zero….».

 

Ale (si batte la mano sulla fronte) : «Sono tutte parole che vengono dall’arabo».

 

Db: «Eh sì, dobbiamo un sacco di cose agli arabi, parole, poesie d’amore, monumenti… e i numeri. Pensa che casino fare 57 x 8 coi numeri romani».

 

Ale: «Son tante le parole arabe, più delle nostre. Mica come gli americani che ne hanno solo una dozzina».

 

Db: «Vuoi dire gli statunitensi?».

 

Ale: «Sì, loro hanno così poche parole che le finiscono subito però hanno un sacco di bombe».

 

Db: «E allora finite le parole tirano le bombe. Ma ho sentito dire che in arabo ci sono 61 parole, 61 modi per dire amore, è un libro di un tipo che c’ha un nome strano».

 

Ale: «Tahar Lamri».

 

Db: «Lo conosci?»

 

Ale: «Come no, è ravennate».

 

Db: «Veramente?».

 

Ale: «è algerino ma vive qui e parla il romagnolo quasi meglio di me».

 

Db: «Ascolta mo, a proposito di Ravenna. Ho letto che Ravenna si è candidata a capitale della cultura europea».

 

Ale (ride)

 

db: «Perchè ridi? Non è importante Ravenna?».

 

Ale: «Sì, no, boh. Dimmi tu. Perchè Ravenna è famosa nel mondo?».

 

Db: «Per lo scandalo delle scommesse».

 

Ale: «Oggi… No, seriamente: perchè Ravenna è famosa in tutto il mondo?».

 

Db: «Per coso là, Dante Alighieri».

 

Ale: «Un immigrato… Ai giorni nostri magari lo avrebbero espulso. Per spaccio di cantiche. No, sul serio: perchè i turisti vengono a Ravenna?».

 

Db: «Boh, non lo so».

 

Ale: «San Vitale».

 

Db: «Cos’è?».

 

Ale: «Ma sei ignorante forte, eh? La basilica con i mosaici più belli del mondo».

 

Db: «Mai vista».

 

Ale: «Però a pensarci bene, anche quella è roba da immigrati».

 

db: «Vuoi dire che i mosaici li ha fatti Dante Alighieri oppure cosetto lì, Tahar Lamri».

 

Ale: «No, una tizia che veniva dalla Turchia».

 

Db: «Ma veramente?».

 

Ale: «Sì, Teodora».

 

Db: «Teodora, aspetta. Sì, Teodora la puttana. E’ proprio nel libro che sto leggendo, aspetta» (prende «Specchi» di Galeano e legge a pag 72).

 

Ale: «Tutto vero. Gran donna quella Teodora, non solo per la basilica».

 

db: «Ma è vero che ora a Ravenna fanno la moschea?»

 

Ale: «Sì, dopo anni di casini e sai dove la fanno?».

 

Db: «No».

 

Ale: «In mezzo alle fabbriche».

 

Db: «Ah… così gli operai quando smettono di lavorare vanno subito a pregare e non stanno a rompere i coglioni. Sarò contenta la Lega».

 

Ale: «Io l’avrei costruita in centro, perchè sono belle le moschee: sarebbe stata bene proprio vicino alla basilica»

 

db: «E poi chi lo sente Bossi?».

 

Ale: «Bossi chi?».

 

db: «E’ un giocatore dell’Atalanta».

 

Ale «Comunque la moschea io l’avrei costruita proprio in centro, come a Tuzla, nell’ex Jugoslavia. Perchè è bello avere la moschea, la chiesa, la sinagoga ma anche municipio, biblioteca, auditorium tutto vicino, per tutti».

 

Db (dopo un attimo di silenzio) «Eh sì… Ma scusa cosa stavi facendo prima? Perchè buttavi quei foglietti nello scatolone?».

 

Ale: «E’ come la storia del treno, prima… ti ricordi? Non gettate la memoria».

 

Db: «Non capisco, spiegami».

 

Ale: «Sto mettendo da parte le parole perdute, tradite, usate male…».

 

Db: «Fammi un esempio».

Ale (tira fuori un foglietto e legge): «Bomba atomica iraniana».

Db: «Che c’è di strano? Bomba atomica iraniana, si capisce. Sono tre parole che ho sentite dire un sacco di volte».

 

Ale: «Appunto. E la bomba atomica israeliana

 

Db: «Ah, ce l’hanno vero?».

Ale: «Sì. La prima l’hanno sperimentata il 22 settembre 1979 poco prima dell’alba sull’Oceano indiano».

 

Db: «Veramente?».

 

Ale: «Sì però non lo sa nessuno».

 

Db: «Beh, l’informazione italiana non è imparziale, tutto quello che non fa comodo a Israele lo nasconde, ti sembra?».

 

Ale: «Eh sì. Tiro fuori un’altra parola?».

 

Db: «Va bene».

 

Ale (prende un foglietto e legge): «Al Kuds».

 

Db: «Mai sentita, che vuole dire?».

 

Ale: «Gerusalemme».

 

Db: «Ah già, la capitale di Israele, noooooo (si batte la mano sulla fronte) che sto dicendo, la capitale è Tel Aviv».

 

Ale: «Ma gli israeliani dicono che Gerusalemme è la capitale, anche se nessuno Stato del mondo la riconosce».

 

db: «Perchè?».

 

Ale: «Perchè l’hanno occupata illegalmente nel 1967».

 

Db (si batte la mano sulla fronte): «Ah già».

 

Ale: «Secondo me le parole si possono anche riciclare».

 

Db: «Come?».

 

Ale: «Parole di carta, parole di plastica e parole di vetro».

 

Db: «E che facciamo, la raccolta differenziata delle parole?».

 

Ale: «Più o meno. Le parole di carta sono quelle scritte».

 

Db: «E possono cambiare a seconda di chi scrive. O di chi le dice, sai quando sono andato in Irlanda del Nord non riuscivo a trovare una città perchè sulle carte si chiama Londonderry ma se chiedevo in giro nessuna la conosceva: per gli irlandesi che non vogliono il dominio inglese quella è Derry e basta».

 

Ale: «Sì, lo sapevo. Poi ci sono le parole di plastica: sono quelle finte, che illudono».

 

Db: «E le parole di vetro?».

 

Ale: «Le parole di vetro sono quelle che col tempo si possono rompere e poi si perdono in mille frammenti, come la memoria».

 

Db «A proposito di memoria, quella bambina sul treno poi che ha fatto?».

 

Ale: «Ora ricordo» (manata sulla fronte). «Siamo scesi insieme dal treno. L’ho vista che entrava in un giardino pieno di alberi di carta e con una matita ha scritto sulle foglie le parole che aveva imparato quel giorno. Il vento le faceva cadere, io le raccoglievo e le mettevo qui dentro».

 

Db: «Bello, Posso mettere anche io una parola qui dentro?» (la scrive e la infila nella scatola).

 

Ale: «Che parola era?».

 

Db: (la tira fuori) «Imbarazzismi».

 

Ale: «Mai sentita».

 

Db: «E’ una parola nuova. L’ha inventata Kossi Komla-Ebri».

 

Ale: «E chi è?».

 

Db: «Un medico che vive in Lombardia ma lui è del Togo»

 

Ale: «Dov’ è il Togo? Vicino a Cuba?»

 

Db: «Davvero non lo sai? Ah, ora te lo spiego» (legge la storia che nel libro «Imbarazzismi» è a pagina 7).

 

Ale: «Ma è successa veramente?».

 

Db: «Sì e lui l’ha messa nel libro perchè quel fatto è proprio un imbarazzismo».

 

Ale: «cioè?»

 

Db: «Una frase che mescola imbarazzo e razzismo, come noi italiani quando parliamo con le persone straniere. Ignoranti e pieni di pregiudizi».

 

Ale: «Lo diceva pure Albert Einstein».

 

Db: «Del Togo pure lui?».

 

Ale: «No, gioca nel Ravenna calcio».

 

Db: «Ma dai lo soooooooo, è quelllo della boccaccia, e uguale mc al quadrato, il fisico».

 

Ale: «E sai che diceva Einstein?»

 

Db: «Al referendum contro il nucleare meglio votare sì»

 

Ale: «Certo. Ma io pensavo a un’altra cosa. Lui parlava di razzismo e diceva: è più difficile spezzare i pregiudizi che gli atomi».

 

Db: «Aveva ragione … ma uh com’è tardi, io devo prendere il treno, mi accompagni?».

 

Ale: «Sì, dai andiamo».

 

I due escono dalla tenda.

 

PICCOLA NOTA

Qualcosa di simile (molte piccole varianti, improvvisazioni, una dimenticanza….) a ciò che avete letto è veramente accaduto il 5 giugno dentro il bel festival di Ravenna, quest’anno dedicato a Vittorio Arrigoni. Era previsto un incontro con Ponte Radio sul suo lavoro con adolescenti (ad Alfonsine, Jenin, Tiro, quartieri “turchi” di Berlino) ma Taddei ha proposto agli organizzatori la sua «Favola dell’abecedario» mischiandola con il canovaccio di «Jam session delle parole perdute» che Barbieri stava preparando (esordio il 15 luglio a Badia Polesine). L’idea è di replicarla ma cambiando ogni volta: restano l’abbecedario e le parole perdute ma si coinvolge il pubblico. Ne sentirete ancora parlare? Ah, saperlo.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

4 commenti

  • bello, db!
    è una delle rare volte che mi riesce di leggere sino alla fine un post così lungo!

  • Mi associo a neuropabuda…veramente coinvolgente.

  • Ieri sera a badia Polesine è andata bene (vero Remo? vero Donatella? e grazie a tutte/i) intendo bene una diversa versione della jam session che potete leggere qui sopra.
    Nessuna/o voleva andar via – le zanzare sì per fortuna – e ci è toccato tirar tardi: gran parte del merito è anche di Mauro all’arpa celtica e di Elisa alla fisarmonica che hanno accompagnato me e Ale con tale maestria che, alla fine, tutte/i domandavano: “ma è molti anni che lavorate insieme?”. Mai visti fino a tre ore prima. A jam session delle parole conclusa, Ale non ha resistito al richiamo della foresta-pianoforte. Si è seduto lì ed è partita la seconda jam session, di suoni: i tre musicisti li abbiamo dovuti smuovere da lì con il martello peneumatico ma tutte/i piangevano. D’accordo, quest’ultima è un pochino esagerata ma davvero le persone non volevano andar via.
    Stasera si replica (cioè si improvvisa unas terza versione su un altro canovaccio) a Montecchio in Emilia e pare che bisognerà mettrersi il golfino per il fresco. Con ogni evidenza questo è anche un solenne appello ai popoli delle galassie: invitateci e noi vorremmo. Fatelo per il vostro bene. (db)

  • A presto grazie di tutto da Remo e dall’associazione che vi ha ospitato: il Centro Documentazione Polesano onlus di Badia Polesine alla XXVIII edizione del Festival dei Popoli. Evviva ciao Daniele e ciao Alessandro

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