Julian Assange in quella prigione rischia la vita

Articoli di Filippo Zanoli, di Mark Curtis e Matt Kennard, di Michele Paris, di Benedetto Vecchi e le dichiarazioni di Jen Robinson, avvocato di Wikileaks, per capire la feroce persecuzione verso Julian Assange

«Julian Assange in quella prigione sta rischiando la vita» – Filippo Zanoli

Una lettera collettiva, firmata da 60 medici e pubblicata sul web, mette in guardia le autorità britanniche delle pessime condizioni di salute di Julian Assange.

Il 48enne fondatore di Wikileaks attualmente si trova in un carcere di massima sicurezza a Belmarsh, in attesa di un’estradizione negli Stati Uniti – prevista per febbraio – dove rischia fino a 175 anni di carcere.

L’appello di 16 pagine si basa su alcune «agghiaccianti testimonianze oculari» – scrive il Guardian – riguardanti la sua apparizione davanti al giudice il 21 ottobre e un rapporto redatto da Nils Melzer, Relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite, che ha affermato: «Se gli abusi e i maltrattamenti non cesseranno, rischia di perdere la vita»

Una tesi, questa, poi ripresa dagli specialisti: «Il signor Assange necessita di urgenti visite mediche che ne determinino le sue condizioni fisiche e mentali», riporta il documento, «se questo non potrà essere possibile in tempi brevi, temiamo che il signor Assange possa perdere la vita in prigione. È una situazione davvero urgente».

Apparso davanti al giudice il mese scorso – dopo 6 mesi – l’ideatore di Wikileaks era apparso emaciato, fragile e in difficoltà. Interpellato dal giudice aveva mostrato un evidente stato confusionale, non riusciva a ricordare nemmeno la sua data di nascita.

Al termine della sessione aveva detto alla corte di non aver capito cosa fosse successo quel giorno, lamentandosi poi delle sue condizioni di detenzione.

da qui

 

 

I legami finanziari con l’establishment militare britannico del giudice di Julian Assange e di suo marito rivelati da WikiLeaks – Mark Curtis e Matt Kennard

(dailymaverick.co.za)

 

Aggiornamento al fondo

 

Il marito di Lady Emma Arbuthnot, il magistrato capo di Westminster che dovrà decidere sull’estradizione negli Stati Uniti del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha legami finanziari con l’establishment militare britannico, comprese istituzioni e persone denunciate da WikiLeaks.

Si è anche scoperto che Lady Arbuthnot ha ricevuto regali e ospitalità, tramite il marito, da una società militare e di sicurezza informatica che era stata denunciata da WikiLeaks. Questi fatti indicano che le attività del capo magistrato non possono essere considerate completamente indipendenti da quelle del marito.

Lord Arbuthnot di Edrom, ex Ministro della Difesa, ha un incarico retribuito nel comitato consultivo della società militare Thales Group e, fino a quest’anno, è stato consigliere della società di armi Babcock International. Entrambe le società hanno importanti contratti con il Ministero della Difesa britannico (MOD).

Queste rivelazioni sono assai preoccupanti alla luce di un possibile conflitto di interessi. Lady Arbuthnot aveva iniziato a presiedere al caso Assange fin dal 2017 e, nel giugno di quest’anno, aveva decretato che l’udienza vera e propria sulla domanda di estradizione dal Regno Unito presentata dall’amministrazione Trump sarebbe iniziata nel prossimo febbraio.

I giudici britannici sono tenuti a dichiarare al tribunale eventuali conflitti di interessi, ma siamo più che certi che Lady Arbuthnot non ha seguito questa direttiva.

Lady Arbuthnot ha recentemente nominato un giudice distrettuale che dovrà pronunciarsi sul caso dell’estradizione di Assange, ma rimane comunque una figura legale con poteri di supervisione sull’intero processo. Secondo il servizio giudiziario del Regno Unito, il magistrato capo è “responsabile del …supporto e della guida dei suoi colleghi, i giudici distrettuali.”

Assange è attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a Londra, in condizioni descritte dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Nils Meltzer, come “tortura psicologica.” Se venisse trasferito negli Stati Uniti, Assange rischia il carcere a vita con l’accusa di spionaggio.

Lord James Arbuthnot di Edrom è il marito del magistrato capo che presiede il caso dell’estradizione di Julian Assange negli USA. Politico di lunga data del Partito Conservatore, ha stretti legami con l’establishment militare e dell’intelligence britannico. (Foto: Parlamento del Regno Unito)

Lady Arbuthnot ha avuto benefici finanziari da organizzazioni denunciate da WikiLeaks

Nel periodo in cui Lady Arbuthnot ricopriva la carica di giudice distrettuale a Westminster, aveva goduto di elargizioni finanziarie, insieme a suo marito, da parte due fonti che erano state successivamente denunciate da WikiLeaks nei suoi documenti.

Il registro degli interessi del parlamento britannico mostra che, nell’ottobre 2014, Lady Arbuthnot aveva ricevuto, insieme al marito, biglietti per 1.250 sterline per il Chelsea Flower Show di Londra. I biglietti erano stati forniti dalla Bechtel Management Company Ltd, un conglomerato della società di forniture militari statunitense Bechtel, i cui contratti con il Ministero della Difesa del Regno Unito includono un progetto del valore di 215 milioni di sterline per la trasformazione del servizio logistico della difesa, l’organismo che acquista e cura la manutenzione di tutte le attrezzature utilizzate dalle forze armate britanniche.

Un’altra delle attività industriali della Bechtel è la “sicurezza informatica industriale,” un termine che è spesso un eufemismo per la guerra informatica e la tecnologia di sorveglianza.

I documenti rilasciati da WikiLeaks sulla Bechtel hanno mostrato gli stretti legami della compagnia con la politica estera degli Stati Uniti. I cablogrammi pubblicati nel 2011 fanno vedere, ad esempio, come l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Egitto, Margaret Scobey, avesse fatto pressioni sul Ministero dell’Energia Elettrica per far sì che l’appalto per la consulenza tecnica e la progettazione della prima centrale nucleare egiziana fosse assegnato alla Bechtel.

Secondo un altro documento sui vantaggi personali dichiarati al parlamento, Lady Arbuthnot, sempre insieme al marito, ha avuto il biglietto aereo pagato e un rimborso spese per un ammontare di 2.426 steline per una visita ad Istanbul nel novembre 2014. Questo viaggio era destinato “a promuovere e migliorare le relazioni bilaterali ad alto livello tra la Gran Bretagna e la Turchia,” secondo quanto scritto da Lord Arbuthnot sul registro degli interessi privati.

Queste spese erano state pagate dal forum turco-britannico Tatlidil, istituito nel 2011 durante la visita a Londra del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan e pubblicizzato dall’allora Primo Ministro David Cameron. Tatlidil descrive i suoi obiettivi come “facilitare e rafforzare le relazioni [sic] tra la Repubblica di Turchia e il Regno Unito a livello di governo, diplomazia, economia, mondo accademico e media.”

Il suo ruolo principale è quello di tenere una conferenza annuale di due giorni, alla quale partecipano il presidente della Turchia e ministri turchi e britannici. Lord Arbuthnot aveva anche partecipato al Tatlidil di Wokingham, una città appena fuori Londra, nel maggio 2018.

Essendo stati oggetto di rivelazioni indesiderate, sia Bechtel che Tatlidil hanno motivo di opporsi al lavoro di Assange e di WikiLeaks. Anche se i pagamenti sono stati riportati nel registro parlamentare degli interessi privati, le parti in causa [nel processo Assange] non ne erano state informate. Sebbene il processo Assange abbia suscitato molteplici critiche da parte di tutto il mondo, Lady Arbuthnot non ha ritenuto necessario menzionare questi pagamenti alle parti in causa, al pubblico e ai media.

 

I rapporti con la Turchia

In una importante sentenza del febbraio 2018, Lady Arbuthnot aveva respinto la tesi degli avvocati di Assange secondo cui il suo vecchio mandato di arresto avrebbe dovuto essere annullato e aveva invece deliberato in modo completamente diverso.

Aveva rigettato le conclusioni del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, un organo composto da esperti legali internazionali, secondo cui Assange sarebbe “arbitrariamente incarcerato;” aveva definito la permanenza di Assange nell’ambasciata [ecuadoriana] “volontaria” e aveva concluso che lo stato di salute e mentale di Assange era una questione di minore importanza.

Lady Arbuthnot era stata coinvolta nel procedimento legale di Assange nel settembre 2017 e aveva presieduto l’udienza preliminare del 7 febbraio 2018, prima di pronunciarsi una settimana dopo. Durante questo periodo, dal 29 gennaio al 1 febbraio, suo marito si era nuovamente recato in Turchia e aveva avuto contatti con Erdoğan e con alti funzionari del governo turco.

Alcuni di questi funzionari erano stati specificamente denunciati da Wikileaks e hanno motivo di opporsi al rilascio di Assange. Non c’è alcun indizio che a Lord Arbuthnot sia stato chiesto di esercitare o che abbia esercitato pressioni su Lady Arbuthnot, o che quest’ultima abbia ceduto a tali eventuali pressioni, ma c’è un’apparenza di parzialità, che avrebbe potuto essere evitata se questa connessione fosse stata rivelata [prima dell’udienza] e se Lord Arbuthnot non avesse incontrato quelle persone in quel momento.

Lord Arbuthnot faceva parte di una delegazione composta da quattro membri; gli altri erano la Baronessa Neville-Jones, ex presidentessa del comitato di intelligence congiunto britannico che coordina GCHQ [Government Communications Headquarters], MI5 e MI6, Lord Polak, presidente dei Conservative Friends of Israel e Lord Trimble. Tra le personalità turche che Arbuthnot e gli altri lord avevano incontrato durante il viaggio vi erano il Ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu e il Ministro dell’Energia Berat Albayrak, il genero di Erdoğan. Nel 2016, WikiLeaks aveva pubblicato, nel pacchetto “Berat’s Box,” 57.934 messaggi di posta elettronica personali di Albayrak, di cui oltre 300 citavano Çavuşoğlu.

Nello stesso momento in cui Lady Arbuthnot presiedeva il caso Assange, il marito aveva colloqui in Turchia con alti funzionari denunciati da WikiLeaks, alcuni dei quali avevano interesse a vendicarsi di Assange e dell’organizzazione WikiLeaks.

Gli sviluppi susseguenti alla rivelazioni di Assange su Berat Albayrak e sul partito al potere, l’AKP, risalenti a poco più di un anno prima erano ancora in corso al momento del viaggio dei lord in Turchia. Le pubblicazioni di WikiLeaks avevano causato un giro di vite sui media turchi che le avevano riportate, con la detenzione di alcuni giornalisti e il divieto assoluto di accesso a WikiLeaks in tutto il paese.

La visita di Lord Arbuthnot e degli altri lord britannici in Turchia era stata pagata dal Bosphorus Center for Global Affairs, che si definisce una ONG che controlla l’accuratezza delle notizie di stampa sulla Turchia. Tuttavia, i file del “Berat’s Box” di WikiLeaks avevano rivelato che il centro era finanziato da Berat Albayrak e che agiva come un fronte governativo per sopprimere le notizie non favorevoli al governo. Era anche venuto fuori che il centro gestiva una serie di account fasulli di troll al soldo del governo.

Non si sa che cosa sia stato discusso durante il viaggio di Lord Arbuthnot in Turchia, o se sia stato sollevato il problema Assange. Tuttavia, i contatti che il marito del giudice di Assange aveva avuto con potenti personaggi politici che erano stati da poco denunciati da Wikileaks solleva preoccupazioni su potenziali conflitti di interesse e, se così non fosse, sul perchè non sono stati dichiarati da Lady Arbuthnot.

 

Le connessioni di Lord Arbuthnot con l’esercito e l’intelligence

Lord Arbuthnot è un membro della Camera dei Lord ed è stato ministro degli appalti pubblici per la difesa nel governo conservatore nel periodo 1995-97. In seguito, è stato capogruppo del partito sotto la direzione di William Hague. Arbuthnot è stato un forte sostenitore dell’aggressione alla Libia da parte di David Cameron, nel 2011, ed era stato Cameron a proporre, nel 2015, l’allora parlamentare James Arbuthnot al titolo nobiliare.

Lord Arbuthnot ha anche collegamenti con ex funzionari dei servizi di intelligence del Regno Unito che WikiLeaks aveva denunciato nelle sue pubblicazioni e che hanno condotto operazioni di intelligence nel Regno Unito contro WikiLeaks.

Fino a dicembre 2017, Lord Arbuthnot è stato uno dei tre direttori di una società di sicurezza privata, la SC Strategy, insieme all’ex direttore dell’MI6 Sir John Scarlett e a Lord Carlile. Fino a giugno 2019, Arbuthnot è rimasto un “consulente senior” di SC Strategy. Scarlett è menzionato nelle pubblicazioni di WikiLeaks ma non è mai apparso in dibattiti pubblici su privacy e sorveglianza.

Poco si sa di SC Strategy, che non ha un sito Web, ma di cui Companies House riporta un indirizzo a Watford. Lord Carlile afferma nel suo registro degli interessi che la SC Strategy era stata formata da lui e Scarlett nel 2012 “per fornire consulenza strategica su politica pubblica, regolamentazioni e prassi commerciali nel Regno Unito.” Elenca come cliente il Ministero degli Affari Esteri e degli Investimenti del Qatar.

È stato riferito che SC Strategy “sembra mantenere un certo grado di influenza a Whitehall” e che, nel 2013 e nel 2104, i dirigenti della società avevano avuto un incontro privato con il segretario di Gabinetto, Sir Jeremy Heywood.

Lord Carlile, l’ex partner di Lord Arbuthnot alla SC Strategy, è stato il Revisore Indipendente per la legislazione sul terrorismo nel 2001-11 ed è un importante difensore pubblico dei servizi di intelligence.

Anche Lord Arbuthnot è stato fino a febbraio 2019 un “consigliere” della società militare Babcock International, nel cui consiglio di amministrazione siede l’ex capo della GCHQ, Sir David Omand.

Fino a novembre 2018, Arbuthnot era membro del comitato consultivo dell’Information Risk Management, una società di consulenza sulla sicurezza informatica con sede a Cheltenham, sede di GCHQ, di cui uno degli “esperti” è Andrew France, ex vicedirettore delle operazioni di difesa informatica presso il GCHQ.

Prima di diventare un pari, Lord Arbuthnot era stato membro del comitato parlamentare di intelligence e sicurezza nel periodo 2001-06. Attualmente è anche un funzionario del gruppo parlamentare interpartitico sulla cibersicurezza che è amministrato dall’Information Security Group (ISG), presso la Royal Holloway dell’Università di Londra. L’ISG gestisce un progetto del valore di 775.000 sterline in parte finanziato dal GCHQ.

Lo stesso Lord Arbuthnot appare nei documenti pubblicati da WikiLeaks, compresi due cablogrammi diplomatici statunitensi riservati. In un cablogramma riservato degli Stati Uniti del dicembre 2009 si osserva che Arbuthnot aveva riferito ad un funzionario dell’ambasciata americana a Londra di aver appoggiato il discorso del presidente Obama sulla strategia degli Stati Uniti nei confronti del Pakistan e dell’Afghanistan.

Scarlett è direttore di SC Strategy che, fino a giugno di quest’anno, aveva avuto Lord Arbuthnot come “consulente senior” e, prima ancora, come co-direttore. (Foto: Gian Ehrenzeller/EPA)

 

Un membro dell’establishment militare britannico

Gli incarichi presenti e passati di Lord Arbuthnot lo rendono in tutto e per tutto parte del complesso militare industriale britannico. In uno dei suoi profili afferma di avere “una lunga esperienza ai vertici della difesa e della vita politica del Regno Unito.” Wikileaks si è posizionata come avversaria della comunità militare e molte delle sue denunce riguardano l’ambiente in cui operano persone come Lord Arbuthnot.

Arbuthnot è un ex presidente della commissione parlamentare di difesa, una posizione che ha ricoperto per nove anni tra il 2005 e il 2014, durante i quali WikiLeaks ha attirato l’attenzione di tutto il mondo con la pubblicazione di documenti sulle guerre in Iraq e in Afghanistan, in cui erano coinvolti i militari del Regno Unito. È anche un ex membro del comitato misto per la strategia di sicurezza nazionale e del comitato legislativo delle forze armate.

Nel profilo parlamentare di Arbuthnot è scritto“Di tanto in tanto il membro è ospite del forum per la difesa del Regno Unito, del gruppo parlamentare interpartitico per le forze armate e del gruppo parlamentare interpartitico sulle questioni riguardanti la difesa e la sicurezza.

Lord Arbuthnot è anche presidente del consiglio consultivo della società di armi Thales Group, che era stata denunciata da WikiLeaks a varie riprese. Thales ha anche importanti contratti con il Ministero della Difesa, tra cui uno da 700 milioni di sterline per la fornitura di droni e un accordo da 600 milioni per la manutenzione delle navi da guerra della marina reale. Uno dei redditizi settori di business della Thales è la “cybersecurity” e il suo sito web fa riferimento in modo denigratorio a WikiLeaks, e ad Assange personalmente, in quanto in grado di “rubare” informazioni.

Thales produce i droni “da sorveglianza” usati dai militari britannici in Afghanistan che erano stati denunciati nelle pubblicazioni di WikiLeaks. Arbuthnot è un forte sostenitore dei droni: era presidente del comitato di difesa quando aveva stilato un rapporto assai favorevole operazioni britanniche nel 2014, in cui raccomandava di “portare questo sistema di sorvegliaza alla piena capacità operativa.

Il profilo parlamentare di Lord Arbuthnot elenca anche la Babcock International come “cliente personale” nella sua funzione di consulente per la SC Strategy fino a febbraio 2019. La Babcock ha contratti per oltre 22 miliardi di sterline con il Ministero della Difesa ed è il suo più grande fornitore di servizi di supporto, gestendo più del 70% di tutte le ore di addestramento al volo che riguardano questo ministero.

Come la Thales, la Babcock ha una linea di business in “cyber intelligence e sicurezza.” Arbuthnot era stato ministro per gli appalti nel 1996, quando il governo aveva annunciato la vendita alla Babcock del controverso cantiere navale privatizzato Rosyth.

Lord Arbuthnot è anche presidente dell’Information Assurance Advisory Council, un organo tra i cui sponsor si trovano le aziende statunitensi di armi Raytheon e Northrop Grumman, e che si occupa, nel campo dell’informazione digitale, anche di sicurezza informatica. Raytheon è stata più volte denunciata da WikiLeaks.

 

Conflitto di interessi

I legami di Lord Arbuthnot con l’establishment militare britannico costituiscono connessioni professionali e politiche tra un membro della famiglia del magistrato capo e un certo numero di organizzazioni e di individui che sono profondamente avversi al lavoro di Assange e di WikiLeaks e che sono stati denunciati da questa organizzazione. Le normative legali del Regno Unito affermano che “ogni conflitto di interessi in una situazione di confronto giudiziario deve essere dichiarato.”

La normativa legale per i magistrati, per il Lord Cancelliere e il Presidente della Corte Suprema è chiara“I membri del pubblico devono essere sicuri che i magistrati siano imparziali e indipendenti. Se siete a conoscenza che la vostra imparzialità o la vostra indipendenza è compromessa in un caso particolare, dovreste ritirarvi subito … Né dovreste presiedere un caso di cui già conoscete i particolari o che tocchi un’attività in cui siete coinvolti.”

E’ nostro convincimento che Lady Arbuthnot non abbia rivelato potenziali conflitti di interesse nel suo ruolo di giudice o magistrato capo.

È noto che Lady Arbuthnot aveva rinunciato a giudicare altri due casi a causa di potenziali conflitti di interesse, ma solo dopo indagini da parte dei media. Nell’agosto 2018, come giudice al centro della battaglia legale intentata dal gigante tecnologico Uber per poter operare a Londra, aveva rinunciato all’incarico per il potenziale conflitto di interessi con le attività del marito.

Lady Arbuthnot aveva ripristinato la licenza londinese di Uber dopo che l’azienda era stata giudicata un operatore di noleggio auto privato “non adatto e conforme.” Alla fine, aveva rinunciato a presiedere gli ulteriori ricorsi della società dopo che un’indagine dell’Observer aveva sollevato dubbi sui collegamenti tra gli incarichi del marito e la società [americana].

La Qatar Investment Authority (QIA), il fondo sovrano del paese, è un importante investitore di Uber. QIA è anche cliente di SC Strategy, di cui Lord Arbuthnot era stato prima direttore e poi consulente. Lady e Lord Arbuthnot hanno affermato che nessuno dei due sapeva che QIA avesse investito in Uber, nonostante fosse uno dei maggiori azionisti dell’azienda.

Nel 2017, Lady Arbuthnot aveva anche rinunciato a giudicare un caso riguardante la trasmissione di materiale “offensivo” nei confronti dell’Olocausto quando il team legale dell’imputato aveva sollevato il problema di un “ragionevole timore di parzialità” da parte del giudice. La cosa era dovuta al coinvolgimento del marito con i Conservative Friends of Israel, un organismo di cui Arbuthnot è un ex presidente e che in passato gli aveva finanziato almeno una visita in Israele.

Né Lady né Lord Arbuthnot hanno risposto a richieste di commento.

Mark Curtis e Matt Kennard

Fonte: dailymaverick.co.za
Link: https://www.dailymaverick.co.za/article/2019-11-14-julian-assanges-judge-and-her-husbands-links-to-the-british-military-establishment-exposed-by-wikileaks/
14.11.2019

Aggiornamento da: https://consortiumnews.com/2019/11/16/arbuthnot-out-as-assanges-judge-says-wikileaks-lawyer-jen-robinson/

 

16.11.2019

La Arbuthnot non è più il giudice di Assange, afferma l’avvocato di Wikileaks, Jen Robinson

L’avvocato di Wikileaks Jen Robinson ha dichiarato che Lady Emma Arbuthnot, il giudice che presiede il procedimento di estradizione di Julian Assange, è risultata coinvolta in un conflitto di interessi e non presiederà più il caso.

Lady Emma Arbuthnot, il magistrato capo di Westminster, invischiata in un conflitto di interessi, non presiederà più ai processi di estradizione dell’editore di WikiLeaks, Julian Assange, attualmente in carcere, ha dichiarato l’avvocato di WikiLeaks Jen Robinson, venerdì sera.

Sì, ci sono state alcune controversie sul fatto che fosse lei a presiedere il caso,” ha detto la Robinson. “Non sarà più responsabile del caso in futuro.” Ha detto la Robinson al giornalista australiano Quentin Dempster ma ha aggiunto che “non era sicura” su chi avrebbe preso il posto della Arbuthnot.

La Robinson ha fatto questa dichiarazione in risposta ad una domanda del pubblico sul [probabile] conflitto di interessi della Arbuthnot nel caso [Assange]. La Robinson non ha fornito ulteriori dettagli. Ha fatto delle previsioni, ma non è chiaro se si riferisse al fatto che la Arbuthnot ha mantenuto la supervisione del caso affidando però la gestione pratica della causa ad un altro giudice, cosa che ha fatto alcune settimane fa mantenendo comunque il diritto di modificare la sentenza, o se la Arbuthnot abbia ricusato se stessa dal caso.

https://twitter.com/hashtag/JulianAssange?src=hash&ref_src=twsrc%5Etfw

 

https://comedonchisciotte.org/i-legami-finanziari-con-lestablishment-militare-britannico-del-giudice-di-julian-assange-e-di-suo-marito-rivelati-da-wikileaks/

 

Il lento assassinio di Assange – Michele Paris

 

In parallelo al grave deterioramento delle condizioni psico-fisiche di Julian Assange, martedì la magistratura svedese ha archiviato per l’ennesima volta l’indagine preliminare a carico del fondatore di WikiLeaks, basata su accuse ultra-screditate di violenza sessuale risalenti a quasi un decennio fa. La decisione della procura di Stoccolma era inevitabile, vista la totale inconsistenza del caso, ma dimostra ancora una volta come il procedimento fosse stato creato ad arte per incastrare Assange. La sua estradizione negli Stati Uniti resta invece ancora molto probabile, come ha testimoniato nuovamente l’udienza preliminare di questa settimana in un tribunale di Londra in previsione del dibattimento vero e proprio fissato per il prossimo mese di febbraio.

 

La vicenda legale di Assange in Svezia, mai sfociata in un’incriminazione formale, aveva avuto fin dall’inizio due chiarissimi obiettivi, per raggiungere i quali furono manipolati in modo clamoroso sia i fatti alla base delle accuse sia le testimonianze delle due presunte vittime. Il primo era la costruzione di un vero e proprio complotto pseudo-legale necessario a favorire l’estradizione di Assange negli USA. Il secondo per infangare il nome del giornalista australiano, facendolo passare per uno “stupratore” in fuga dalla giustizia, e creare un clima tale da indebolire le resistenze nell’opinione pubblica alla sua persecuzione.

Entrambe le accusatrici o presunte tali, è bene ricordare, intendevano chiedere alle autorità di polizia svedesi soltanto un test HIV per Assange, con il quale avevano avuto rapporti consensuali. Furono la polizia stessa e la magistratura a insistere per una denuncia e in seguito a emettere un ordine di arresto per il giornalista australiano. Inizialmente, anzi, il caso era stato chiuso da un magistrato proprio perché senza fondamento. Assange aveva allora lasciato la Svezia per recarsi a Londra. Solo in seguito, un altro procuratore avrebbe deciso di riaprire le indagini, verosimilmente dietro pressioni di ambienti politici filo-americani, chiedendo un “mandato di arresto europeo” per Assange.

Per anni, le autorità svedesi avevano insistito sulla possibilità di sentire quest’ultimo soltanto di persona e nel loro paese, nonostante i numerosi precedenti di interrogatori condotti in Gran Bretagna o in collegamento video. Assange aveva contestato nei tribunali britannici la richiesta di estradizione, ben sapendo che la Svezia aveva intenzione di mettere le mani su di lui per poi consegnarlo a Washington. Esaurite le strade legali per la sua difesa, il fondatore di WikiLeaks decise nel giugno del 2012 di chiedere asilo politico presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove sarebbe rimasto fino all’arresto illegale nell’aprile di quest’anno, orchestrato dai governi della Gran Bretagna e del paese sudamericano sotto la guida del nuovo presidente, Lenin Moreno.

Durante la permanenza nella rappresentanza diplomatica ecuadoriana, Assange è stato sottoposto a una lunga serie di violazioni dei suoi diritti, tra cui la sorveglianza continua di tutte le sue attività da parte di una compagnia spagnola al servizio dell’intelligence americana. Come hanno rivelato alcune e-mail pubblicate qualche tempo fa dalla stampa, inoltre, i magistrati britannici avevano insistito con quelli svedesi per prolungare il loro procedimento legale nei confronti di Assange. Il caso sarebbe stato poi archiviato, per la seconda volta, nel maggio del 2017, prima di essere riaperto in seguito al suo definitivo arresto nel mese di aprile.

La nuova archiviazione di questa settimana farà ben poco da un punto di vista legale per aiutare la posizione di Julian Assange. Anche se sfociata nel nulla, l’indagine svedese ha comunque svolto il ruolo per il quale era stata avviata. Nella sua durissima comunicazione al governo di Stoccolma, il relatore speciale sulle torture dell’ONU, Nils Melzer, aveva definito il caso svedese come “il principale fattore che ha innescato, consentito e incoraggiato la successiva campagna persecutoria contro Assange in vari paesi e il cui effetto cumulativo può essere definito soltanto come tortura psicologica”.

Questa campagna ha dato anche l’opportunità a buona parte della galassia “liberal” e finto-progressista occidentale di manifestare il proprio servilismo di fronte al governo degli Stati Uniti attraverso una serie di attacchi incrociati contro Assange per le accuse infondate di stupro, sulla base di premesse ideologiche legate alle politiche identitarie oggi tanto care alla “sinistra” ufficiale. Particolarmente vergognoso è stato il trattamento riservato in questi anni ad Assange da testate come il New York Times e il britannico Guardian, scelti in passato da WikiLeaks per la pubblicazione di documenti riservati del governo americano.

La notizia dell’archiviazione dell’indagine in Svezia deve avere creato qualche malumore nel governo di Londra e nella magistratura britannica. Il caso aperto a Stoccolma aveva infatti lasciata aperta l’opzione di una possibile estradizione verso la Svezia piuttosto che verso gli USA, in modo da permettere agli ambienti implicati nella persecuzione di Assange di consegnarlo a un paese il cui rispetto per i diritti democratici è presumibilmente indiscutibile e dove lo attendeva un procedimento tutto sommato di lieve entità.

In questo modo, la classe dirigente britannica avrebbe potuto in sostanza lavarsi le mani circa la sorte di Assange ed evitare almeno in parte le reazioni dell’opinione pubblica e dei sostenitori del giornalista australiano in caso di estradizione negli Stati Uniti. Dopo che la Svezia ha però chiuso l’indagine preliminare, sarà la magistratura e il governo della Gran Bretagna ad avere la piena responsabilità dell’eventuale consegna di Assange alla vendetta di Washington.

Per avere svolto il proprio lavoro di giornalista, rivelando i crimini dell’imperialismo americano e non solo, Assange rischia di dovere affrontare negli Stati Uniti ben 18 capi d’accusa relativi, tra l’altro, all’hackeraggio di computer governativi e ad attività di spionaggio, rischiando complessivamente fino a 175 anni di carcere. Per evitare lo stop all’estradizione dalla Gran Bretagna, le autorità americane non hanno presentato accuse che potrebbero prevedere la pena di morte. Tuttavia, una volta che Assange sarà nelle mani della giustizia USA, è interamente possibile che simili accuse si aggiungano a quelle già formulate.

La situazione di Julian Assange appare comunque sempre più delicata. Il già ricordato funzionario delle Nazioni Unite ha in più di un’occasione mostrato e denunciato l’illegalità del trattamento a lui riservato da Gran Bretagna e Stati Uniti, così come dall’Ecuador, che lo ha consegnato alle autorità di Londra rinnegando l’asilo concesso nel 2012, e dall’Australia, paese di origine di Assange di fatto sempre rifiutatosi di difendere i suoi diritti.

Oltre al pericolo di un’estradizione negli Stati Uniti, è la stessa vita del numero uno di WikiLeaks a essere oggi seriamente minacciata. La salute di Assange è in continuo deterioramento e, ciononostante, non sembra essere in vista nessun allentamento delle condizioni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove oltretutto il suo diritto alla difesa viene severamente ristretto.

Anche alla luce dell’ostilità dei giudici che stanno presiedendo alla sua causa, alcuni con legami famigliari documentati agli ambienti della “sicurezza nazionale” britannica e americana, è del tutto legittimo pensare che l’opzione preferita dalle autorità britanniche sarebbe precisamente la morte in carcere di Assange. Quello che ammonterebbe a tutti gli effetti a un assassinio di stato di colui che a oggi è forse il più importante detenuto politico del pianeta, risolverebbe molti problemi per Londra, evitando le inevitabili polemiche e proteste che finirà per scatenare l’estradizione verso Washington.

La vicenda Assange, ad ogni modo, ha un’importanza enorme, malgrado il sostanziale disinteresse dei media ufficiali. Al di là delle colossali violazioni dei suoi diritti e del comportamento criminale di almeno cinque governi, una sua condanna avrebbe implicazioni inquietanti per il principio stesso della libertà di stampa. La persecuzione nei confronti di Assange e di WikiLeaks ha infatti come obiettivo ultimo il tentativo di impedire a qualsiasi testata giornalistica la legittima pubblicazione di notizie e materiale riservato, soprattutto se relativo ai crimini e alle operazioni anti-democratiche del governo degli Stati Uniti.

http://www.altrenotizie.org/articoli/cultura/8686-il-lento-assassinio-di-assange.html

 

 

Assange deve tornare libero, ma WikiLeaks fa parte del passato – Benedetto Vecchi

 

Julian Assange deve tornare ad essere un uomo libero. Non perché è un anticapitalista, né un fiero avversario dell’imperialismo yankee, né tantomeno un navigato rivoluzionario di professione.

Deve poter continuare a fare quel che ha sempre fatto: veicolare informazione; e esplorare un mondo molto diverso da quello che ha dovuto lasciare precipitosamente sei anni fa quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana per sfuggire a una estradizione in Svezia, dove l’attendeva un processo per stupro.

L’ACCUSA CHE ASSANGE ha sempre denunciato come una trappola americana per incastrarlo e poterlo, dopo una prima tappa nel paese scandinavo, segregarlo dietro le sbarre.

Da libero, inoltre, il fondatore di WikiLeaks potrebbe dare un contributo a definire la mappa dei legami, mutevoli nel tempo e nello spazio in una oscillazione tra conflitto e complicità, tra attitudine hacker, media mainstream, servizi di intelligence e poteri economici e politici.

Jillian Assange, lo ha accennato Manlio Dinucci anche su questo giornale il 22 novembre, viene dalla controcultura hacker australiana. In nome della libera circolazione dell’informazione riteneva che il segreto di Stato e i data center delle imprese fossero ostacoli da rimuovere affinché uomini e donne potessero accedere all’informazione senza limiti che non quelli dettati dalla personale curiosità.

Per il superamento di questi limiti, aveva bussato alle porte di molti gruppi hacker; si era presentato anche ad alcuni forum sociali mondiali. Poi la scelta di mettere in piedi WikiLeaks.

In base a questa tesi WikiLeaks convince alcune teste d’uovo di imprese a passare materiali «sensibili» su episodi di corruzione in Africa. Li pubblica sul suo sito, consentendo a chi si collega di scaricarli.

ASSANGE HA CARISMA e determinazione. Scrive buon codice, cosa che gli merita il rispetto dei virtuosi della tastiera; sa parlare in pubblico, catturando l’ attenzione di chi guarda inorridito all’entrata di imprese dentro la Rete, sempre più ritenuta terreno di caccia e da colonizzare per fare business.

Mentre gli Stati nazionali, con i loro servizi di intelligence, puntano di nuovo controllare uno spazio sfuggito al loro controllo. WikiLeaks doveva quindi candidarsi, questo l’obiettivo di Assange, a diventare la organizzazione non governativa che accompagnava si la critica ma anche la cogestione di questa trasformazione in atto.

TUTTO POTEVA PROCEDERE senza grandi scossoni se non fosse entrato in campo un militare che riteneva il suo ruolo antitetico a quanto postulava la linea di condotta della divisa che indossava.

L’esercito Usa doveva garantire pace, democrazia e libertà, ma nei fatti faceva il contrario. Chelsea Manning aveva accesso a dati scottanti riguardanti operazioni dell’esercito a stelle e strisce in Iraq, a partire dall’uccisione di alcuni civili da parte di un elicottero Apache. Materiali che Manning passa a WikiLeaks che li rende pubblici. Assange diviene il responsabile, assieme al traditore Manning.

WikiLeaks è quindi una organizzazione da mettere al bando, Manning, tradito da un hacker amico, viene arrestato, Assange è inseguito da un mandato di cattura internazionale.

QUEL CHE L’INTELLIGENCE statunitense non poteva immaginare era la fila di potenziali whistleblowers che bussano alle porte di WikiLeaks. Assange invece capisce che l’occasione è quella propizia per il grande salto, liquidando con fastidio le critiche di chi lo accusa di accentrare nelle sue mani le decisioni.

Alle accuse di comportarsi come un autocrate, Assange risponde mettendo fuori i dissenzienti. I risultati positivi delle operazioni contro informative di WikiLeaks sono però indubbi. Edward Snowden si fa vivo con le sue informazioni sull’operato non pulito di spionaggio globale della National Security Agency americana. WikiLeaks deve decidere come gestirle. Assange non ha dubbi. Bisogna che nella partita entrino a far parte i «cugini» dei media, che da nemici della verità diventano preziosi collaboratori. Serve tuttavia una copertura politica globale da qualche governo nazionale, individuata nella Russia di Putin e in altre realtà politiche che stanno provando nel continente latinoamericano a sottrarsi all’influenza politica degli Usa.

JULIAN ASSANGE ACCELERA la trasformazione di WikiLeaks in una sorta di intermediario imprenditoriale dei media che si propone sia come organizzazione complementare che come critica al sistema. Una ambivalenza che porta gran parte della galassia militante hacker a prendere le distanze senza però mai giungere a una critica pubblica di WikiLeaks.

La macchina poliziesca messa in campo contro Assange brucia però il terreno di solidarietà attorno a lui. Assange chiede protezione a vecchi e nuovi sodali. Prova più volte a entrare nel gioco politico statunitense, sostenendo di essere in possesso di dati scottanti all’interno di uno schema in base al quale il partito democratico è il nemico da combattere, mentre i repubblicani sono nemici risibili e irrilevanti.

Il carisma di Julian Assange non sarebbe comprensibile senza fare infine riferimento alle sue tesi sul cypherpunk, cioè il diritto all’anonimato di chi è in Rete (cypherpunk è anche titolo del volume pubblicato da Feltrinelli, il manifesto del 13 agosto 2013).
In questa veste di paladino dell’anonimato ne sostiene la piena compatibilità con l’economia di mercato.

Ma è la Rete che è cambiata nel frattempo. È il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza che ha preso forma, facendo leva proprio sulla retorica della libera circolazione delle informazioni. Sono Facebook, Google, Amazon, Apple coloro che mettono insieme velleità libertarie e voglia di profitto all’interno di un modello di business fondato sulla gratuita dell’accesso a servizi, software e informazioni.

In questo scenario WikiLeaks è roba del passato, così come uomo di un’epoca archiviata dallo sviluppo capitalista è Julian Assange. Prova più volte a tornare in gioco. Ma deve vedersela con la voglia di rivincita di funzionari del Pentagono, del ministero della Giustizia, dell’intelligence statunitense.

PUTIN POI PREFERISCE un canale di comunicazione diretto, privilegiato con Donald Trump, cioè con il nuovo inquilino della Casa Bianca e Assange è solo una palla al piede.

Pure l’Ecuador non ne può più della sua presenza, come rifugiato, nell’ambasciata londinese e il nuovo presidente Lenin Moreno dà il via libera all’entrata della polizia inglese nella sede dell’ambasciata, elemento che consente l’arresto di Assange.

Quel che rimane sul terreno sono molti cocci. Più incandescenti sono quelli di chi ha a cuore la libertà della Rete. Cioè le difficoltà di una critica hacker adeguata al capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza. Rimetterli insieme non è facile.

Di sicuro il compito sarebbe facilitato se Julian Assange tornasse ad essere un uomo libero. Perché la rivoluzione, diceva un saggio, marcia con il passo del rivoluzionario più lento. Oppure quella che non lascia indietro neppure un transitorio e contingente compagno di viaggio come è Julian Assange.

https://ilmanifesto.it/assange-deve-tornare-libero-ma-wikileaks-fa-parte-del-passato/

 

Assange e l’uomo della CIA – Michele Paris

Il carattere illegale e persecutorio del procedimento in atto a Londra contro Julian Assange è stato nuovamente dimostrato nelle ultime settimane con l’emergere di rivelazioni riguardanti un ordine di sorveglianza di tutte le attività del fondatore di WikiLeaks durante la sua permanenza forzata all’interno dell’ambasciata ecuadoriana nel Regno Unito. La notizia, diffusa dal quotidiano spagnolo El País, smonta o dovrebbe smontare definitivamente l’incriminazione di Assange, i cui basilari diritti democratici sono stati ancora una volta fatti a pezzi in maniera deliberata.

Quello del giornalista australiano non è però un caso normale, visto che il suo status di detenuto politico lo espone ancora e nonostante tutto al rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove, nell’ipotesi forse nemmeno peggiore, potrebbe trascorrere il resto dei suoi giorni in un carcere federale per il solo fatto di avere rivelato alcuni dei crimini dell’imperialismo americano.

Il 20 dicembre prossimo, Assange sarà interrogato in collegamento video dal giudice spagnolo José de la Mata, titolare del caso che vede alla sbarra David Morales, proprietario della compagnia di “security” UC Global. Quest’ultima era stata reclutata dai servizi segreti dell’Ecuador per “violare la privacy di Assange e dei suoi legali, installando microfoni all’interno dell’ambasciata ecuadoriana senza il consenso delle parti interessante”. Questa attività illegale di sorveglianza a tappeto, come avrebbe ammesso lo stesso Morales, serviva a raccogliere informazioni su Assange e le persone che intendevano fargli visita per poi consegnarle anche alla CIA.

L’aspetto più grave del controllo costante del numero uno di WikiLeaks commissionato da Washington riguarda l’intercettazione di tutte le comunicazioni intrattenute con i suoi legali. La riservatezza degli scambi di informazione tra avvocato e assistito è uno dei principi basilari del diritto in un pese democratico o presunto tale, inclusi gli Stati Uniti. La violazione, oltretutto sistematica, di esso costituisce di conseguenza un motivo ampiamente sufficiente a compromettere la legittimità di un procedimento legale.

Se Assange dovesse essere trasferito negli USA, anche tralasciando la totale infondatezza delle accuse a suo carico, è evidente che il processo a cui sarebbe sottoposto in questo paese risulterebbe falsato da abusi inconcepibili in un procedimento democratico, come ad esempio il fatto che l’accusa sarebbe a conoscenza in anticipo delle strategie difensive dell’imputato.

Per la gravità dei fatti, l’indagine in corso in Spagna minaccia, almeno in linea teorica, l’estradizione stessa di Julian Assange negli Stati Uniti. Per questa ragione, la giustizia britannica aveva inizialmente respinto la richiesta, presentata il 25 settembre scorso, del giudice spagnolo de la Mata di sentire la testimonianza di Assange attraverso uno strumento chiamato Ordine Europeo di Indagine. Secondo El País, il rifiuto aveva creato non pochi “imbarazzi nei circoli legali” di Londra perché simili richieste vengono in genere approvate “in maniera automatica”.

La decisione iniziale delle autorità giudiziarie britanniche era così insolita e ingiustificata, tanto da rivelare apertamente le pregiudiziali anti-Assange, che è stata ribaltata nei giorni scorsi. Il via libera concesso al giudice spagnolo per sentire Assange sulla vicenda UC Global deve avere in ogni caso creato qualche apprensione all’interno del governo di Londra. Il procedere dell’indagine metterà infatti sempre più in luce il comportamento criminale dei governi che hanno orchestrato la persecuzione di Assange, alimentando la crescente opposizione internazionale e le richieste per una liberazione immediata.

Il collegamento tra UC Global e la CIA o, comunque, tra la compagnia spagnola e l’indagine su Assange della giustizia americana era stato confermato da un’altra rivelazione apparsa a inizio novembre su El País. Il quotidiano era entrato in possesso di alcune e-mail inviate da David Morales ai suoi dipendenti nel marzo del 2017 e l’indirizzo IP di questi messaggi indicava la sua presenza in quel periodo nella città di Alexandria, nello stato americano della Virginia.

Questa località, a una manciata di chilometri da Washington e dalla sede della CIA, ospita il tribunale federale che sta indagando su Assange e che ha sottoposto la richiesta di estradizione alle autorità britanniche. Morales si trovava in Virginia proprio in concomitanza con la pubblicazione da parte di WikiLeaks della raccolta di documenti nota come “Vault 7”, relativi alle attività illegali di spionaggio e cyber-sorveglianza su scala globale della principale agenzia di intelligence USA.

Anche se El País non dispone di elementi per confermare le ragioni della trasferta americana di Morales, è altamente probabile che quest’ultimo avesse fornito la propria testimonianza in merito al lavoro della sua compagnia nell’ambasciata ecuadoriana di Londra ai danni di Assange.

Morales è comunque un assiduo frequentatore degli Stati Uniti. Altre informazioni sui suoi spostamenti lo davano ad esempio spesso a Las Vegas, ospite del miliardario americano Sheldon Adelson, per il quale aveva lavorato. Adelson è uno dei più generosi finanziatori del Partito Repubblicano, nonché amico personale del presidente Trump. Da ricordare infine riguardo David Morales è anche che uno dei dipendenti della sua società risulta essere un ex agente della CIA.

Com’è sempre accaduto finora, l’apparire di elementi potenzialmente favorevoli alla battaglia legale di Julian Assange è finito sotto il fuoco incrociato della stampa ufficiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il New York Times, tra gli altri, è intervenuto tempestivamente per cercare di minimizzare la questione della sorveglianza condotta da UC Global. La tesi di questi media, che agiscono di fatto da portavoce del governo e dei servizi di sicurezza americani, è che la scandalosa violazione della privacy e dei diritti democratici di Assange è in sostanza giustificata e legittima a fronte delle implicazioni per la “sicurezza nazionale” del suo caso.

La vicenda di Assange ha una serie di risvolti che ne fanno una questione di importanza enorme, non solo per il pericolo che sta correndo la sua stessa vita. L’incriminazione, l’eventuale estradizione e condanna del fondatore di WikiLeaks rappresenterebbero un colpo mortale alla libertà di stampa, dal momento che la sua organizzazione null’altro ha fatto se non svolgere in pieno uno dei compiti del giornalismo, cioè pubblicare documenti di assoluto interesse pubblico che i governi intendono tenere nascosti.

Come dimostrano inoltre gli ultimi sviluppi del caso, in gioco ci sono anche altri diritti democratici fondamentali, messi in pericolo dal tentativo sistematico di cancellare i principi del giusto processo, fissati in primo luogo proprio dalla Costituzione americana. L’intenzione dei governi di Londra e Washington, in collaborazione con quelli di Ecuador, Svezia e Australia, è dunque di fare di Assange un esempio per soffocare qualsiasi voce libera che si opponga alle loro manovre e ai loro crimini.

Davanti a queste forze, sostenute da un apparato mediatico non meno potente, la battaglia per la difesa di Assange non potrà essere vinta affidandosi soltanto al diritto e agli scrupoli democratici di esponenti del potere giudiziario gravemente compromessi con la classe politica britannica e americana. Solo una mobilitazione dal basso che unisca la voce del giornalismo libero e dell’opinione pubblica internazionale sarà in grado di difendere Assange e i principi democratici messi in serio pericolo dalla sua persecuzione.

http://www.altrenotizie.org/spalla/8704-assange-e-l-uomo-della-cia.html

 

su Arte tv un reportage intitolato Un mondo senza Julian Assange

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Non uso molto i social ma non possiamo non riconoscerne l’efficacia in certe situazioni. Credo che bisognerebbe forse usarli per ASSANGE . Creare un hastag, sperare che diventi virale, e se ci oscurano… pubblicare l’accaduto. Insomma far partire una petizione, creare l’indignazione intorno a questa vicenda per costringere qualcuno a parlarne. Che differenza c’è tra chi fa a pezzettini un giornalista e lo scioglie nell’acido con chi invece lo lascia morire subdolamente in prigione per non inimicarsi nessuno esprimendosi sull’estradizione?
    E c’è anche poco tempo per muoverci. Spero che qualcuno legga e cominci. Io con le mie scarse conoscenze dei social posso solo condividere.

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