Kikí Dimulà: «Cravatta nera»

176esimo appuntamento con “la cicala del sabato” (*)

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere.
Scrivi però le ragioni,
forse devo altro dolore.
Voglio avere la coscienza in pace
di avere sofferto per tutto.

Scrivi che piango per uno specchio.
Un tempo oggetto ornamentale,
oggi oracolo.
Per la brusca buonanotte
che danno le poche possibilità
e si dileguano.
Scrivi che piango per la tua finestra,
chiusa e senza saluti,
melanconica per nascita.
Per gli uccelli dell’ultimo decennio.
Il loro terrore delle antenne televisive.
Per il loro adattarsi
e svolazzare
tra questi alberi di ferro.

Scrivi.
Per questo sabato sera sepolto
tra due cipressi
nella chiesa di campagna.
Per la luna in lutto – indossa
una cravatta nera nuvola,
scrivi che piange.
Piango perché mi hai chiesto
se ho visto la luna piena.
No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto.
Piango perché i ragazzi portano lo zaino
come una conoscenza già completa,
e non entrano nel tenero rassicurante
delle ore ancora acerbe
e non giocano.

Scrivi che piango per le madri.
Le più antiche madri.
Belle ed esili,
amanti delle finestre,
arpiste della vedetta
che la morte ha colto impreparate
e sono longeve materne
nelle fotografie del salotto
e nei ricami.

Piango perché hanno acceso le luci
e la domenica gatta raggomitolata
sulla mia finestra.
Scrivi che piango per le bufere,
il poco cibo,
per tutto il Poco,
per i terremoti
senza preavviso.
Piango perché va sprecata
la notizia che mi hai dato
della prima farfalla vista ieri.
Piango perché non fa notizia l’effimero.

Scrivi. Piango
perché la sorte si è chiusa in casa,
la dilazione è arrivata al boia,
la borraccia è arrivata nel deserto,
la gioventù nella fotografia .
Piango perché chissà chi chiuderà
dei miei giorni gli occhi.

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere perché…

[da «L’adolescenza dell’oblio», traduzione di Paola Maria Minucci]

(*) Qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, codesta cicala da oltre 15 anni invia ad amiche/amici per 5 giorni alla settimana i versi che le piacciono; immaginate che gioia far tardi la sera oppure risvegliarsi al mattino trovando una poesia. Abbiamo raggiunto uno storico accordo: lei sceglie ogni settimana fra le ultime poesie inviate quella da regalare alla “bottega” e io posto. Ci rivediamo qui fra 7 giorni. [db]

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Michele Licheri

    Sembra ieri, invece sono passati più di vent’anni da quando portammo in scena “Boghes De Luna” (Voci Di Luna). Il nostro gruppo si chiamava La Città/Situazionista e osava recitare in teatro la poesia. Vere e proprie narrazioni poetiche elaborate legando tra loro diverse poesie, diversi poeti, diversi temi. Era una sfida ma anche un navigare per rotte ignote che ci permetteva di scandagliare le diverse realtà e noi stessi nel confronto con gli altri, attraverso l’uso strumentale ed estetico della poesia, della musica.
    Eravamo nati come gruppo di lettura. E ci si trovava nella biblioteca di Norbello una volta alla settimana per presentare, condividere e commentare le nostre scoperte letterarie. La poesia, i poeti, trovavano sempre spazio e così fu che prova e riprova imbastimmo le narrazioni che “La Città…” fece proprie, tanto da recitarle e narrarle in scena supportati dal trombettista Agostino Scano, dal percussionista e batterista Giuseppe Albanese, dal violinista e chitarrista Mario Brai. La regia era affidata al sottoscritto, compresa parte del recitato. Gli altri attori/ttrici: Kyka Vidali, Rosa Corona, Lella Fadda, Antonio Pinna; e per un breve periodo: Giuseppina Campus, Maria Oppo, Giampiero De Gortes.
    Perché questa lunga tiritera se la luce in questione cade su Kikì Dimulà? Perchè la poetessa, la grande poetessa e la sua poesia, erano fondamentali per l’allestimento delle nostre storie. E “Cravatta Nera” in particolare sosteneva la narrazione centrale della prima di Boghes De Luna: opera pacifista di poliphoné poetica che andava in scena a Cagliari presso il Teatro D’Inverno. Oggi, quel teatro non c’è più; prima vi sistemarono un negozio cinese, in seguito una taverna. Il tempo passa, molte cose cambiano, a volte in peggio; Kikì Dimulà resta e così la poesia: memoria e forza motrice resistente capace di prefigurare sempre nuovi orizzonti; arte antitetica che si oppone alla mercificazione della nostra vita.

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