Kurdistan: dalla palude politica italiana solo bisbigli

di Giuseppe Chimisso

Il panorama politico italiano è sempre più avvilente perché caratterizzato dalla disgregazione degli spazi politici, dalla caduta dei valori della solidarietà, di eguaglianze e di libertà. Siamo dominati da una casta di politici sempre più infantili, sempre più ignoranti e sempre più superficiali e con tutto ciò inclini ad essere corrotti dentro.

A destra si nota, nella migliore delle ipotesi,  una visione del mondo ottocentesca: le libertà nazionali come riscoperta della identità profonda e come motore per un futuro di riscatto dalla sottomissione a poteri stranieri  e come percorso di emancipazione dalle ingiustizie sociali: proprio ora che invece c’è bisogno di slancio verso una nuova identità ed è indispensabile una cessione della vecchia sovranità verso una nuova sovranità europea identitaria, basata su Valori caratterizzanti, l’unica in grado di sopravvivere, fatta di cambiamento volontario tenace e di assunzione di nuovi stili e linguaggi; compreso anche il linguaggio patrio che non può più essere solo l’italiano; è l’unico modo per rimanere davvero indipendenti e per non subire culture aliene; quella americana del cinico turbocapitalismo, quella orientaleggiante delle asfissianti  burocrazie statali, o quella paranoica delle teocrazie.

Anche da un semplice punto di vista di onestà intellettuale nel fare i conti mi pare che addebitare all’Europa le nostre difficoltà economiche, come fa questa destra (ma non solo la destra) sia solo una comoda fuga dalla realtà; i nostri problemi  sono causati da un colossale debito pubblico cui hanno contribuito per molti decenni le allegre finanze di tutto il nostro ceto politico (tutto: destra, centro e sinistra; nessuno escluso), con il dilagare di un  befanismo imperante (ti regalo pensione baby e posto di lavoro pubblico se tu mi dai il voto; ti assicuro posti e prebende se tu mi appoggi, etc) e di corruzione inarrestabile (tangenti, false pensioni d’invalidità, favori e sprechi a gogò) facendo rimanere in perenne sottosviluppo l’intero Sud dal quale sono emigrati nell’ultimo decennio più di due milioni di persone, per lo più giovani (!).

A «sinistra» peraltro si nota una letale e nauseabonda ipocrisia che la rende ormai del tutto inaffidabile: la gestione del problema immigrazione e più in generale dei problemi internazionali è stata fatta da sempre  con la classica coda di paglia di chi per decenni ha giocato a rimpiattino con le proprie responsabilità inneggiando sempre a qualche autorità straniera come modello salvifico e come scudo protettivo: prima Baffone e poi Cernienko e poi Gorbaciof e poi Jospin e poi i laburisti inglesi  e poi Schmidt e poi Gonzales e poi Clinton e poi Obama: e sempre al lume di slogan faciloni declinati in modo tanto stupido quanto sussiegoso, con la pretesa di incarnare un antifascismo e un pacifismo salvifici, come se la violenza dei baffoni, dei Pol Pot, dei Mao fosse stata meno raccapricciante del manganello o dell’olio di ricino o dei campi di concentramento e come se i fenomeni tragici della Storia, del conflitto di interessi etnici culturali o sistemici fosse affrontabile con un “volemose bene” lasciando ad altri il compito di amministrare il potere delle armi per farvi fronte, anche per nostro conto.

Abbiamo i confini sud del mediterraneo infettati dal terrificante delirio teocratico islamico e con guerre intestine ferocissime e l’Africa nera alle prese con una endemica incapacità di amministrare la cosa pubblica ed alle prese con il dilagare della miseria e delle malattie e con una incontrollata crescita demografica; e tutto quello che sa dire la sinistra è che non bisogna diffondere paure, certo, ma dobbiamo continuare solo a guardare e magari a commerciare armi? Nessuno a «sinistra» – ma neanche a destra – che abbia fatto un serio esame di cosa sta succedendo dalla Libia alla Siria, passando per l’oppressa Palestina. Nessuno riesce a trovare il minimo slancio per un progetto di speranza per il futuro e per sé e per l’area geopolitica nella quale si è collocati. Con i cadaveri ancora caldi delle centinaia di vittime degli attentati di Parigi, di Bruxel, di Nizza, di Barcellona e di Londra, il nostro inetto ceto politico bisbiglia con sussiego inutili parole di condanna e di disapprovazione dell’aggressione turca al popolo curdo che negli ultimi anni ha rappresentato l’unica solida barriera contro il fondamentalismo islamico ed ha animato una vera rivoluzione culturale e direi antropologica, di confederalismo democratico che ha coinvolto in primis le donne curde, fatto epocale per il mondo arabo, ma ha aiutato numerose minoranze linguistiche, etniche e religiose minacciate di sterminio (Yazidi, cristiani di tutti i riti, alleviti, laici, etc.) incarnando nell’area medio-orentale i valori che l’Europa pretende di rappresentare per antonomasia.

Continuando così sì si offre solo un’autostrada ai sovranisti più sgangherati.  Con il rischio che poi questi sinistri all’amatriciana si trovino costretti  alla fine  ad impegnarsi al passaggio da un antifascismo da salotto radical chic  ad un antifascismo vero (che non hanno mai vissuto) fatto di pericoloso contrasto; a quel punto  c’è da scommettere che quello che saprebbero  fare i meno peggio di loro sarebbe  solo stare nascosti ad  aspettare l’arrivo di qualche ‘alleato straniero’ e che  gli altri troverebbero il modo  addirittura di  collaborare, folgorati  sulla via di Damasco. 

Se l’attuale ceto politico, molle ed incosciente e non all’altezza delle sfide d’oggi, è così immaturo da non capire, è solo perché è nato e cresciuto nella bambagia, sia in Italia che, purtroppo, nel resto d’ Europa; se si rimane insensibili al grido di dolore e d’aiuto che si leva dal coraggioso e martoriato popolo del Kurdistan che ha armato le proprie donne e uomini per difendere sul terreno la propria esistenza ed i valori che l’Occidente proclama come propri, allora poche speranze restano…

“Le belle parole senza azioni conseguenti sono come i bei fiori senza profumo”.

Una lunga e fredda notte pare si avvicini per tutti i popoli europei.

 

Redazione
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