Kurt Vonnegut: «Le sirene di Titano»

di Paolo Arena (*)

1. La storia, le storie

2. Il linguaggio dell’indicibile

3. Temi

4. La fantascienza contro la solitudine

1. La storia, le storie

Le sirene di Titano” racconta una storia ambientata sulla terra e nel sistema solare nel corso di diversi anni e con diversi protagonisti, oppure con protagonisti che nelle diverse fasi dell’opera sono persone diverse.

Winston Niles Rumfoord è un ricco imprenditore americano con una moglie, Beatrice, elegante ed annoiata. Durante un viaggio privato verso Marte Winston ed il suo cane finiscono in un certo fenomeno cosmico, l’infundibolo cronosinclastico, che causa loro due strani effetti: il primo è quello di essere partecipi dello strano punto di vista di cui si gode dall’infundibolo, un luogo dove avvengono tutte le cose possibili, presenti, passate, future; il secondo è quello di essere proiettati lungo un’asse di traslazione spaziale che li trasferisce periodicamente in vari luoghi del sistema solare tramite smaterializzazioni e rimaterializzazioni.

Il fatto ha avuto un certo peso sulla vita coniugale di Rumfoord e sulle sue idee riguardo l’umanità, lo spazio, la storia e la vita; egli vive le smaterializzazioni con un certo imbarazzo e non gradisce che la folla incuriosita vi assista. La moglie vorrebbe che egli usasse la sua conoscenza di “tutto” per avere vantaggi economici, ma il suo atteggiamento verso le cose materiali è sempre più distaccato. Rumfoord invita Malachi Constant, un famoso quanto rude playboy miliardario, ad assistere alla sua rimaterializzazione e gli elargisce una previsione/imposizione: Constant si congiungerà a Beatrice e due avranno un figlio.

I due sono alquanto disturbati da questa imposizione/vaticinio e fanno di tutto per evitare che avvenga.

Constant è a capo di una strana azienda imprenditoriale ereditata dal padre assieme ad uno strano metodo di condurre gli affari: in base alle lettere con cui iniziano certi passi della bibbia si comprano titoli o aziende il cui nome inizi con quelle lettere; finora ha funzionato: Constant è ricchissimo, possiede aziende che sbocciano sotto il suo controllo, accumula proprietà – ma poi cade in rovina.

Beatrice finisce in rovina anch’ella.

Tutti e due poi incontrano strane persone che fanno strani discorsi.

Su Marte (tempo dopo, come scopriamo) “lo Zio” è un soldato telecomandato, come tutti i soldati di Marte. Egli ha appena ucciso un suo amico condannato a morte, ma la cancellazione della memoria lo priverà anche di questo ricordo; possiede però una lettera segreta che cerca di aiutarlo a ricostruire una parte di memoria degli eventi grazie ad una lista di fatti accertati dall’estensore della lettera. L’estensore della lettera è “lo Zio” stesso: egli ha anche scoperto che alcuni dei militari di Marte non sono telecomandati o ridotti all’amnesia e sono i veri comandanti di tutto l’esercito, anche se si nascondono tra i soldati semplici.

L’esercito marziano si prepara (goffamente) ad invadere la terra, “lo Zio” scopre di avere una moglie ed un figlio su Marte e di doverli portare via; un amico dello Zio, Boaz, vuole essere con lui quando inizierà l’invasione della Terra per potersi andare a divertire per locali. Boaz è uno dei veri ufficiali dell’esercito.

Il capo supremo dell’esercito e l’organizzatore di tutta la vita Marziana e del piano di invasione è Rumfoord, che periodicamente appare col suo cane per dare ordini.

Lo Zio incontra la compagna ed il figlio: lui è un ragazzino selvaggio che ha uno strano portafortuna ed eccelle nel gioco della “pallamazza tedesca” (il preferito di Rumfoord), lei insegna respirazione per ambienti ostili ai futuri soldati marziani. Vengono però separati dagli eventi.

All’inizio dell’invasione la navicella di Boaz e dello Zio è riprogrammata per seguire un’altra rotta: Mercurio; questo per tenere al sicuro lo Zio, per cui Rumfoord ha grandi piani, conoscendo il futuro; essi torneranno sulla Terra solo dopo la fine della guerra marziana; Mercurio, scopriremo, è un altro dei pianeti sulle rotte della traslazione di Rumfoord.

Boaz e lo Zio arrivano su Mercurio, la navicella li deposita nei tunnel sotterranei del pianeta, abitabili e popolati dagli Armonium, sorta di amebe fluttuanti che si nutrono di suono. I due resteranno diversi anni e poi si divideranno: Boaz deciderà di trattenersi sul pianeta mentre lo Zio ripartirà verso la Terra per ricongiungersi alla compagna ed al figlio, grazie anche agli ambigui messaggi di istruzioni che Rumfoord lascia sul pianeta.

Nel frattempo sulla Terra c’è stata la guerra contro gli invasori marziani: l’esercito di Marte era esiguo, male armato, male addestrato e facile alla rotta perché composto di soldati telecomandati che una volta perso il collegamento coi comandanti andavano allo sbando; e poi composto di donne, bambini, malati e vecchi. È stato un massacro che i terrestri hanno vissuto con un’allegria unificante impegnandosi tutti nello sterminio delle forze di occupazione – che scopriamo composte di ex terrestri arruolati in momenti di fallimento delle loro vite e poi resi automi telecomandati.

Rumfoord ha organizzato la guerra, sacrificando i marziani per unire i terrestri, unirli anche nell’odio per ciò che rappresenta il fallimento: Malachi, simbolo della fortuna immeritata (di ispirazione divina); per questo ha anche fondato la “Chiesa del Dio del tutto indifferente” e scritto dei testi sacri, organizzato liturgie e ritualità contro l’inuguaglianza che si fa superiorità dell’uno sull’altro.

Al ritorno sulla terra lo Zio è accolto come l’uomo indicato da una profezia e viene portato in trionfo.

Egli incontra Rumfoord, la propria compagna Bee, il figlio Crono.

Rumfoord svela tutto il piano e racconta i retroscena delle vicende: lo Zio era Malachi Costant, Bee sua moglie era Beatrice Rumfoord: ad entrambi è stata cancellata la memoria e sono stati inviati su Marte; Malachi ha il compito di incarnare la negatività dei terrestri e portarla in esilio su Titano per liberare la terra dal fatalismo, dalla differenza, dalla violenza.

Lo Zio/Malachi scopre di aver ucciso, mentre era telecomandato, il proprio migliore amico Stony e di non aver più un ruolo su questo pianeta; accetta l’imposizione dell’esilio e parte con Bee/Beatrice e Crono, anch’essi non più terrestri, non più marziani, fuori luogo ed al centro di sguardi spiacevoli.

Su Titano li attende Salo, un abitante meccanico del pianeta Tralfamadore, amico di Rumfoord e bloccato su Titano per un’avaria della sua astronave. Salo ha fornito a Rumfoord i progetti per le astronavi marziane, il carburante (la VUDD, volontà universale di diventare) e aspetta da centinaia di migliaia di anni il pezzo di ricambio necessario per riparare la sua astronave e ripartire.

L’alieno conosce i nuovi arrivati ed incontra Rumfoord, che accusa il suo popolo di aver manipolato da lunghe epoche la vita nel sistema solare per inviare messaggi al naufrago spaziale: tutta la storia dell’umanità e le sue costruzioni e le civiltà sviluppate potrebbero infatti essere stati solo pretesti per scrivere con le architetture messaggi che Salo avrebbe potuto vedere sul suo monitor puntato sulla terra.

Rumfoord scompare: la sua instabilità è aggravata ed egli è proiettato ormai in altre galassie senza possibilità di tornare indietro, ma lui accetta il fatto come una nuova avventura. Bee, Malachi e Crono si sistemano. Salo dapprima è distrutto, ma poi si ricompone e sta per ripartire: il portafortuna che Crono ha custodito per anni altro non è che il pezzo di ricambio dell’astronave, cosa che avvalorerebbe la tesi che tutta la storia dell’umanità sia stata un mezzo orientato a questo fine (Tralfamadore è molto lontano).

Le vite della famiglia di ex terrestri/marziani proseguono: Bee muore di vecchiaia dopo diversi anni, Crono si integra con la popolazione di uccelli azzurri di Titano, Constant ritorna sulla terra con l’astronave di Salo riparata: morirà assiderato in inverno, appena arrivato, godendo di una visione post-ipnotica, donatagli dall’alieno, che lo ricongiungerà all’amico Stony che aveva ucciso anni prima su Marte.

2. Il linguaggio dell’indicibile

Opera dalla scrittura piana e apparentemente semplice, scritta col solito tono confidenziale di Vonnegut che mescola metanarrativa, canzoni, finte citazioni di testi, cambi di punto di vista, esortazioni dirette al lettore, terminologia a volte bizzarra e pseudoscientifica. Il romanzo si cela dietro un paravento di fantascienza classica (hard: viaggi spaziali, tecnologie astruse, creature strane, alieni, questioni multidimensionali) e sbaraglia l’attenzione del lettore catapultandolo qua e là nei contesti più disparati con disinvoltura che sfiora l’ovvietà.

Il linguaggio è di nuovo chiaro, amicale, con sconfinamenti nell’allegra sconcezza, negli infantilismi più liberatori, soprattutto quando i temi trattati si fanno seri, finanche malinconici. Il colore della pennellata è sgargiante, moderno eppure sporco, mai netto e definito proprio come la vita vissuta.

Le descrizioni sono suggestive, l’agire dei personaggi è ben diretto anche nei momenti più fantasiosi, le trame sono ingarbugliate quanto basta per invitare il lettore ad un piccolo sforzo di immaginazione, per condurlo a comprendere da solo la risoluzione dei temi.

Quando le trame si complicano e le realtà e linee temporali si intrecciano Vonnegut non dà mai spiegazioni didascaliche e non fa mai sfoggio di complicati artifici letterari, anzi ricompensa il lettore per la sua intelligenza e gli dà quello che aveva promesso: una storia che diverte ed accresce, racconta ma non dimostra scientificamente (e per questo piega anche la Legge scientifica, spesso trattata alla stregua di una fede).

C’è spesso un groviglio al centro di certe storie di Vonnegut e tirarne i fili non fa che stringerlo ancora di più: occorre delicatamente tirarne alcuni, snodarli con buona pazienza e scoprire cosa è nascosto al centro del gomitolo: niente, come prevedibile; come quelle verdure a foglia che non hanno nessun cuore succoso, ma noi per cercarlo ci siamo persi la verde freschezza di ciò che pensavamo fosse solo un involucro; perché al centro dei grandi misteri del cosmo e della vita raccontati da Vonnegut non c’è altro che gli stessi misteri del cosmo e della vita; essi sono il cosmo e la vita; il senso della vita è il senso della vita e spesso i piccoli uomini che sanno anche fare grandi cose se ne dimenticano e cercano, cercano qualcosa che è sotto ai loro occhi.

Come raccontare questo, con quale lingua? Leggendo Vonnegut penso sempre di più che non sia possibile farlo in un altro modo: con leggerezza, affetto, disponibilità a ricucire gli strappi che spesso creiamo in questo tessuto cosmico; raccontarlo dicendolo, non salendo in cattedra, con una lingua che sia comprensibile a tutti, una sapiente distribuzione di momenti leggeri (ma mai inutili, grevi, di pancia) e momenti seri ed impegnativi, ma travestiti da qualcos’altro, proposti con una chiara dolcezza e mai filosofeggiando arcigni come certi scrittori di fantascienza tendono a fare. Una lingua ed uno stile senza le pretese da grande saga: una favola con le radici nell’epica e le ramificazioni conficcate con arguzia nella contemporaneità, nell’umanità di oggi che ha gli stessi problemi di quella di ieri, di quella di altrove e di quella di nessun dove (persino di certa umanità robotica spaziale a cui in fondo si è solo rotta l’automobile spaziale e aspetta che la si venga a prendere).

Un tono di esortazione che non è imposizione, ma proposta a guardare tutti insieme, a guardarci reciprocamente e poi parlare di quello che ci unisce più che quello che ci divide.

3. Temi

I temi raccontati da Vonnegut con questa lingua chiara e bella e questo tono caratteristico sono i grandi temi dell’umanità trattati con la leggerezza che meritano tutte le cose della massima importanza. Una necessità di sdrammatizzare e di alleggerire il peso spesso insostenibile della vita, dividendolo tra noi.

Mette alla berlina la grande imprenditoria finanziaria dei “guru”, qui trattata alla stregua di una mantica del tutto priva di radicamento nella realtà. Ride degli estremismi religiosi, del degenerare di una fede che ispiri al bene in fanatismo meccanico e brutale.

Pone l’uomo al pacifico cospetto di un irrazionale (laico) a cui è inutile cercare di dar forme ma che occorre accettare come parte del mistero (laico) che verrà progressivamente, ma mai del tutto a svelarsi; come a dire che certe cose accadono e basta e ciò non ci giustifica ad abbandonarci alla stupidità ed alla violenza.

Parla di una natura che è oltre la Terra, una natura che non è una madre, non è un avversario, non è insomma impersonata in costrutti logici umani ma è un fatto, di cui l’umanità è parte e non fatto a sé: l’umanità spogliata di ogni suo accessorio e di ogni animalità e di ogni costruzione e ricondotta al semplice fatto dell’esistenza – inspiegabile, meravigliosa e da prendere di buon grado, con un pizzico di buona volontà, tanta pazienza, curiosità e voglia di capire, capire cosa sia questo bene cui tutti aspiriamo e che spesso ci ritroviamo a perseguire nelle maniere più strambe, persino sottraendolo agli altri.

Gli uomini di Vonnegut sono spesso piccoli di fronte alla vastità del cosmo: pretendono di padroneggiare le grandi forze dell’universo ma finiscono sopraffatti da cose a cui non sono neanche in grado di dare un nome e che spesso anzi non sono neanche “cose”, e che anzi a volte neanche “sono”, manifestandosi ai sensi umani forse per pura cortesia universale, reputando il “manifestarsi” l’unico modo per consentire alla limitata ragione umana di avere un qualche ruolo in questo infinito spettacolo di cui essa non è affatto unica protagonista.

Così l’alieno Salo che esiste da un numero vertiginoso di anni e proviene da una distanza quantificata per puro desiderio di sbalordire (eppure egli è incredibilmente simile all’uomo): i tralfamadoriani hanno costruito macchine per fare cose al posto loro, così tante cose e di così tanti tipi che persino l’esistenza si è rivelata più conveniente ed efficiente se svolta direttamente da esse; pasticcioni e sfortunati Prometeo spaziali che eoni fa crearono ciò che li avrebbe sostituiti, ma sostituiti naturalmente, senza alcun risentimento, come fatto naturale.

E così la complicata rete dello spazio-tempo a cui Rumfoord ha potuto dare una sbirciata, credendo di averla compresa meglio di quanto in realtà sia possibile: cose che sono causa di sé stesse, consequenzialità ingarbugliate in cui la logica sottomette la fisica e poi nega sé stessa lasciando la lingua a dover esprimere pensieri impensabili e fatti impossibili, fatti possibili solo per il fatto che possano essere detti, fattibilità fatte di lingua, come nella vuota congestione del tutto (che nel suo essere totalità include anche la totalità stessa, cioè sé stessa, cioè qualcosa che include sé stesso fino ad implodere, includere anche l’implosione eccetera) tutto riuscisse a trovare il modo di scontrarsi alla cieca e di collidere, generando tutto (quindi un tutto che si auto-genera, e lo stesso definirlo “tutto” è solo per praticità anche perché questo indicibile ed informe esiste prima della possibilità di una parola e di un concetto come “tutto”).

In pratica, sembra dirci Vonnegut, l’universo è un casino e non è l’unico: né l’unico universo, né l’unica cosa ad essere un casino. Quindi stiamo calmi, facciamo i bravi, ragioniamo a braccio, non facciamoci male, costruiamo quello che ci serve, eliminiamo il superfluo, semplifichiamo invece di complicare qualcosa che è già complicato ben oltre l’impossibile; complicato perché lo spazio che c’è tra il dicibile e l’indicibile (pensabile e impensabile forse, se riconosciamo noi pensanti come protagonisti di questa faccenda, usando l’accetta cartesiana: tra l’esistente e l’inesistente).

Ma dietro tutti queste complicazioni non c’è forse sempre la stessa storia? Malachi/Zio/Odisseo non vuole tornare dai suoi cari dopo una guerra ed un viaggio pieno di avventure (con tanto di Sirene)? Rumfoord non è intrappolato e diviso tra legge morale, legge naturale, regole umane, titanismi redentòri come un eroe classico? Non c’è anche qui quello smarrimento eneade che poi viene risolto da un misto di intraprendenza e intervento misterioso?

Il Caso dei fatti di Vonnegut è forse meno intelligente del Progetto divino o della predestinazione? Forse sono la stessa cosa Caso e Volontà e persino quando sembrano contrapporsi uno include sempre l’altra (almeno in dialettica): “Contravvenire il caso non è forse corroborarlo?” mi sembra dicesse Borges in un racconto.

Questo è l’universo di Vonnegut, questa la pazza pazzia che genera Beethoven e i Nazisti, i venditori di auto usate, i ragazzini ribelli, la stupidità degli eserciti e la bellezza delle stelle, la fede e la religione, le astronavi, i cagnoni, gli infundiboli cronosinclastici, le ex-mogli, gli alieni robot e chissà cos’altro.

E ci sono, per Vonnegut, dei non-luoghi dove tutto esiste contemporaneamente, tutto è già successo ma deve ancora sprigionarsi ed invadere il campo del reale o quanto meno del possibile: l’infundibulo cronosinclastico, questo pozzo di possibilità invisibile nell’universo dove tutto sembra generarsi (o forse solo dove tutto è conservato, ma da chi?) prima che si dispieghi nello spazio e nel tempo nella nostra (e magari in altre) realtà. Ma se tutto è già deciso perché agire? Come può Rumfoord farsi agente organizzatore di qualcosa che lui stesso ha già visto che accadrà? Non può sottrarvisi? E se fosse proprio cercando di sottrarvisi che inverasse quanto visto in potenza? La faccenda si fa complessa, forse incomprensibile; meglio occuparci, sottintende Vonnegut, di quello che è alla nostra portata: non ammazzare il prossimo, ama i tuoi vicini, abbi cura di quel pezzo di universo su cui ti tocca vivere, fai il bene.

 

4. La fantascienza contro la solitudine

In “Le sirene di Titano” c’è anche spazio per temi come la tristezza, la solitudine, la sensazione fatalista di non poter agire liberamente, la spinta al male che soggiace in ogni uomo. È proponendo un punto di vista fantastico e iperbolico che Vonnegut ridimensiona certi grandi temi riportandoli a dimensioni sopportabili, esortandoci a preoccuparci di ciò di cui possiamo occuparci ed accettare ciò che è al di fuori della nostra portata, senza ricorrere al fanatismo, alla sragione, senza arrenderci ma godendoci la vita e lasciando agli altri la possibilità di godersela.

La vita può sembrare brutta perché ci sono cose come la morte, il dolore: occorre tenere a mente quando possiamo essere felici, dirlo; e occorre superare ciò che ci fa male, aiutarci l’un l’altro ma senza piani grandiosi e grandi capovolgimenti rivoluzionari: costruendo di giorno in giorno la nostra piccola felicità da sommare alla felicità di chi ci sta accanto: forse saremo meno soli, forse no; non si capisce mai quando l’ottimismo di Vonnegut si fermi di fronte a certi innegabili fatti della vita: ma proprio perché inevitabili non diventino un’ossessione, non ci fermino, non ci spingano alla pazzia anche quando ci sembra, come diceva Lester Bangs, che la confusione sia “l’unica cosa rimasta ad aver senso”. Per Vonnegut forse l’uomo non sarà il protagonista di questo “tutto”, ma avendone la percezione deve comportarsi come se lo fosse, averne cura, migliorarlo e non dispiacersi in caso dovesse restituirlo al legittimo proprietario, che ironicamente potrebbe restarsene in disparte a guardare – come un vecchio guardone sporcaccione più che uno scienziato osservatore; da qui l’idea del “Dio del tutto indifferente” e della Fortuna come caso più che come premio o come superiorità congenita di certi esseri su altri; e quindi proprio perché è il Caso a dominare le nostre vite non lasciamo che sia il Caso a dominare le nostre vite: non sapremo mai se siano la nostra ragione e la nostra volontà a guidarci; l’idea del carburante della nave di Salo, la Vudd, la “volontà universale di diventare” che io immagino come una sostanza insostanziale fatta di pura volontà, di pura intenzione logica di innescare un meccanismo di causa-effetto che si manifesti al di là della fisica; una volontà-cogito e quindi un dominio dell’intelligenza su ogni cosa, dell’intelligenza di ogni cosa, dell’intelligenza di cui è fatta ogni cosa. Caso e intelligenza, le materie machiavelliane (Fortuna e Virtù) di cui è fatto l’uomo: Vonnegut è un’umanista ed impasta di queste due (e della loro tensione dialettica e spesso conflittuale) il suo universo, con un pizzico di ironia e con la consapevolezza che possa anche esserci qualche altra cosa a cui ancora non siamo in grado, adamiticamente, di dare un nome.

E alla fine un po’ triste e dolce, completa e soddisfacente del libro “Le sirene di Titano” ci sentiamo meno soli: tutto forse è già deciso, ma noi non lo sappiamo; al mondo c’è tanto male, ma anche tanto bene; due persone sole nell’esser due non lo sono più; si nasce, si muore e tutto il resto; l’universo è un posto fantastico pieno di gente interessante che in fondo ci somiglia (a tal punto che ha guasti all’auto); vogliamo bene alla nostra famiglia; ci piace fare l’amore; riteniamo sbagliato che un uomo ne uccida un altro; ci piace il buon cibo e la buona musica; un bel cagnone può essere un buon amico; il tempo scorre (ci sembra); la terra gira (a volte troppo in fretta); i soldi danno alla testa; e soprattutto tutto è caso, anche il caso.

(*) ripreso da http://www.letterestrane.it

Redazione
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