La città accanto di Mieville e di Vitiello

di Mr. Onion

La letteratura nelle sue forme più audaci diventa licenza: di mentire, di essere tutto e nulla. Quando si scrive si rischia spesso di apparire ridicoli ma chi non osa il ridicolo non sfiorerà il sublime. 

Nel gruppone – come in molti chiamiamo il gruppo Facebook di “Romanzi di Fantascienza” – è apparsa la frase: «Ho appena scoperto, per caso, che l’idea centrale del romanzo pluripremiato di China Miéville The City & the City (2009) è uguale a quella del mio racconto La linea gialla pubblicato sulla rivista Futuro Europa diretta da Aldani e Malaguti[…].».

Correva l’anno 1989 e un giovane autore napoletano, prossimo alla laurea, cercava ispirazione sul famoso litorale partenopeo. Stretto al suo blocco di appunti, si specchiava fra le onde che si rincorrevano negli scogli del Maschio Angioino. Il sole era alto, disegnava un confine d’ombra, il caldo rendeva l’aria tremolante di fantasmi e si poteva quasi sentire, vedere, toccare un’altra realtà, vicinissima, in cui vivevano «altri». Molto probabilmente questa ricostruzione non corrisponde alla verità ma di certo Bruno Vitiello, che allora aveva ventitré anni, concepì a Napoli il suo primo racconto, «La linea gialla» che fu pubblicato nel numero 2 della importante rivista «Futuro Europa», con questa presentazione di Lino Aldani: «Bruno Vitiello è un esordiente. Con La linea gialla ci propone un esempio di fantastico che potremmo definire fantastico assiomatico, apodittico, cioè una rappresentazione di realtà immaginifica completamente sganciata dalla necessità di supporti più o meno razionali. Certo la linea gialla del racconto può essere riguardata come un simbolo. E bene fa Vitiello a non fornire spiegazioni, visto che il simbolo, in quanto simbolo, non ne ha bisogno». (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Bruno_Vitiello)

Il racconto è in prima persona: emozionante la scoperta degli Altri, suggestiva l’ipotesi di una suggestiva nuova dimensione – visibile, posta oltre una tangibile linea di confine – ma contatto con essa rappresenta una grave violazione. 

«Decisi di tener duro. Non mi sarei lasciato condizionare. Non dovevo pensarci. Non dovevo guardare oltre la linea. Strinsi i pugni, mi concentrai, cercai di pensare ad altro, al lavoro che mi attendeva a casa… Niente da fare.

Voltai di scatto la testa, stavolta senza nessuno scrupolo, nessuna prudenza… Ma lei non c’era più. […] Osservavo sempre gli Altri. Era più forte di me. Dovunque mi trovassi. Seduto ai caffè, lungo i viali, sulle terrazze panoramiche… Mi sembrava impossibile che in un solo giorno, all’improvviso, si fosse risvegliato in me questo morboso interesse… Ma non c’era niente da fare. Guardavo sempre oltre la linea. Esploravo i volti di quella gente in divisa gialla che sembrava ignorarmi… E sapevo che la ragione di quel guardare, la ragione più profonda, era una sola… Cercavo lei. Volevo rivederla».

Gli spunti di riflessione sono molteplici, muovono dall’interesse speculativo a quello artistico. C’è uno slancio sentimentale che però funge solo da espediente per la vera scoperta: una intensa allegoria sull’integrazione, una denuncia sui pregiudizi e sulla divisione sociale. 

Da Davide a Golia, ecco «La città & la città» di China Mièville (cfr www.labottegadelbarbieri.org/il-futuro-e-made-in-china-mieville/) senza dubbio uno dei migliori autori in assoluto della SF contemporanea.

Quel romanzo vinse il Premio Hugo (ex aequo con La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi), il Premio Arthur C. Clarke e il World Fantasy Award nel 2010; fu nominato anche al Premio Nebula.

Dal racconto di Bruno Vitiello si passa alla formula narrativa più lunga; il clima diventa investigativo, il protagonista è un commissario di polizia, Tyador Borlù. Due mondi vicinissimi, incomunicabili: gli abitanti sono abituati fin dalla nascita a non-vedere due città nella stessa città. Gli altri, le intersezioni, una giovane donna assassinata. Una telefonata che giunge dall’altra città, quella che è proibito guardare, per gettare luce sul delitto. E la luce, in questo caso, ha le tinte di una linea gialla. Una nuova trama si interseca alla prima, si rivela vicina e diversa al tempo stesso. Ed ecco – come se fossimo tra le nuvole bianche e il cielo azzurro del golfo di Napoli – materializzarsi il commissario Borlú. Ubriaco ma sveglio, prende appunti, il suo è un cielo notturno e tetro, ma l’idea di base è proprio la stessa: «[…] mi girai di nuovo verso la città illuminata, e questa volta guardai e vidi la sua vicina. Era illegale, ma lo feci. Chi non l’ha mai fatto, in qualche occasione? C’erano alcune bolle a gas che non avrei dovuto vedere, da cui dondolavano inserzioni pubblicitarie impastoiate a scheletriche strutture metalliche. Per strada almeno uno dei passanti – lo riconoscevo dai vestiti, dai colori, dall’andatura – non era a Besźel, ma lo guardai lo stesso. Spostai lo sguardo verso i binari a pochi metri dalla mia finestra e attesi finché, come sapevo che sarebbe successo alla fine, giunse un treno in servizio notturno. Lo seguii mentre mi scorrevano rapidamente davanti i finestrini illuminati, e fissai negli occhi i pochi passeggeri, pochissimi dei quali mi guardarono a loro volta, e rimasero di stucco. Ma passarono veloci sopra la doppia fila di tetti: fu un crimine di breve durata e non per colpa loro. Probabilmente non si sentirono in colpa troppo a lungo. Probabilmente non ricordarono nemmeno quell’occhiata. Mi era sempre piaciuto abitare dove potevo guardare i treni stranieri».
Una lettura comparativa emozionante, per diventare lettori-investigatori, per avventurarsi ancora di più nella meraviglia di leggere SF.

Il racconto di Vitiello mi ha conquistato allo stesso modo del pluripremiato romanzo. L’idea è molto simile ma le ambientazioni, il contorno, i punti di vista, gli sviluppi sono differenti. Mièville ha grande mestiere: tende un’imboscata al lettore, lascia scorrere molte pagine prima di svelare l’idea dell’altra città. Vitiello mostra una intensità e una purezza emotiva che lasciano il segno ma il racconto per forza di cose ha una struttura più immediata.

In La città & la città si tenta uno sviluppo sul tema dell’integrazione, con la descrizione del DoplirCaffé, ma purtroppo è un momento marginale. La potenza dell’idea originale (insomma precedente in ordine storico) resta superiore nel racconto di Vitiello: la critica implicita alla divisione sociale è un tema portante e non un espediente stilistico di contorno, come nel romanzo.

Sulla forza della prosa, sulla maturità stilistica ovviamente “non c’è gara” ma Bruno Vitiello era giovanissimo! La speranza – o la provocazione – allora è questa. «La linea gialla» non potrebbe diventare oggi un romanzo? Magari con un sottotitolo del tipo: «Ispirato al racconto che ha preceduto the City & the city di China Mièville».

L’IMMAGINE MESSA IN EVIDENZA è di Jacek Yerka. Qui in “bottega” lo amiamo così tanto che lo metteremmo quasi in ogni post; sperando che il trio Mièville-MrOnion-Vitiello gradisca.

 

La Bottega del Barbieri

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