La guerra avanza ovunque

Una «tre giorni» a Ravenna, una lettura e qualche (angosciato) discorso più generale sull’Occidente-Uccidente

3gg di guerra alla guerra

Vedete qui sopra il programma di una «tre giorni» contro le guerre organizzata al centro sociale Spartaco di Ravenna: la prima sera, cioè venerdì 27, c’entro anche io in quanto – con Francesca Negretti – ripropongo «Ancora prigionieri della guerra» (*); ma sono importanti anche gli altri due appuntamenti: in solidarietà con la Resistenza curda e, sia pure leggermente fuori tema, la presentazione del libro «Adios prison» di Juan Josè Garfia cioè «il racconto delle fughe più spettacolari» da varie carceri. A me sembra che lo slogan «Dissociamoci dalle forze armate» – ancor più del vecchio «Guerra alla guerra» – sia uno di quelli che più deve chiamarci in causa. I produttori d’armi gongolano e sempre più soffiano sul fuoco: si combatte quasi dappertutto per la loro felicità e i conti in banca crescono.

Che guerre sono? Spaventano i terroristi definiti islamisti ma almeno a me fanno molta più paura Russia da una parte e Usa (con gran parte della Ue) che stanno preparando a combattersi, per interposti soldati e ribelli, in Ucraina e dintorni. Un autentico terrore mi suscita quello che accade nelle ex colonie (sempre meno ex) ricche di petrolio e materie prime – dal cosiddetto Medio Oriente alle più varie Afriche – dove l’Occidente (Italia compresa) interviene sempre più direttamente e pesantemente.

Ho già spiegato che, finché continua in queste scelte politiche, l’Occidente per me andrebbe chiamato Uccidente perché quest’altro nome corrisponde meglio alla sua realtà. Più volte in blog ho ricordato che da molto tempo viviamo in un sistema che produce guerra, rimandando anche a un libro – «Dizionario delle nuove guerre» di Marco Deriu – che andrebbe assolutamente letto, anzi studiato: anche se gli anni passano e dunque qualche dato va “modificato” (purtroppo quasi sempre in peggio) ciò che più vale nel libro è la capacità di analizzare le tendenze storiche, politiche, economiche, produttive, perfino l’organizzazione quotidiana delle nostre vite… verso la produzione di guerre. Deriu non è certo il solo a fare questa analisi ma a mio parere il suo libro resta il più facile da leggere (un dizionario appunto, costruito per voci) ma allo stesso tempo approfondito, concreto e sintetico, senza il sovraccarico di ideologie.

Per quel che riguarda l’Italia basterebbe combinare insieme due soli “fattarelli” (gli F-35 e tutte le bugie costruite intorno ai due marò trasformati in vittime anzichè assassini e dunque in nuovi “eroi” nazionali) ma c’è purtroppo molto di più: come Antonio Mazzeo, Manlio Dinucci e altri provano a raccontare mentre i grandi media (in testa Corsera e Repubblica) magnificano le armi. Per restare all’ultimissima cronaca è impressionante quello che racconta Giulio Marcon – nel post precedente a questo – cioè il tentativo (che sta per andare in porto) di cambiare la Costituzione italiana per rendere più semplice dichiarare «lo stato di guerra».

Mi fermo qui ma spero che in questa piccola “bottega” – e soprattutto fuori: nelle strade, nei luoghi dove ancora si fa davvero politica, si resiste – la discussione cresca, si avverta la necessità anzi l’urgenza di collettivamente sabotare e disertare. Anche perché a me sembra che la società italiana sia anestetizzata perfino alle guerre: a parte un pugno di anarchici, alcuni nonviolenti seri (persone ben diverse da molti pacifisti “per bene” che giustamente qualcuno ribattezzò «paci-finti») e qualche irriducibile rompicoglioni che continua a credere che – come si disse un tempo – «la truppa difenda la trippa di chi ha troppo».

(*) Per quel che può servire (a smascherare le bugie su ciò che accadde giusto 100 anni fa e a cercare collegamenti con l’oggi) ecco una scheda su «ANCORA PRIGIONIERI DELLA GUERRA».

E’ una lettura a due voci di Daniele Barbieri e Francesca Negretti con immagini e suoni montati dal centro sociale «Brigata 36» di Imola. Racconta alcune fra le bugie sul macello che fu chiamato «prima guerra mondiale». E sulle verità scomparse nelle storie di comodo: dai pescecani che si arricchivano alle “tregue spontanee”, dalle pratiche di “decimazione” agli stupri di massa. Vuole essere un esercizio di memoria ma anche un invito alla discussione contro il militarismo e i nazionalismi che – come avvoltoi – si riaffacciano ai giorni nostri.

Nota tecniche (per chi fosse interessato a portarlo in iniziative pubbliche): la lettura dura circa 45 minuti (60 minuti con gli inserti cinematografici e vocali; in questo caso occorre che in regia qualcuna/o abbia un computer). Daniele Barbieri e Francesca Negretti (o Agata Marchi, quando Francesca non può assentarsi del lavoro) sono disponibili a muoversi da Imola per le spese di viaggio e l’eventuale b&b ma van bene anche due divani in una casa amica – ove occorra dormire – più un gettone da concordare.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *