La guerra dei bottoni: Puškin tra svolazzi e schiamazzi

Uno strano duello che (dopo quasi 200 anni) fa ancora discutere

di Fabio Troncarelli

Aleksandr Puškin, ritratto del 1827 di Vasilij Andreevič Tropinin

 

Il 19 ottobre 1811 (secondo il calendario giuliano) fu aperto ufficialmente il liceo di Carskoe Selo, nei pressi di Pietroburgo, destinato ai migliori giovani dell’aristocrazia russa. Tra i primi alunni ci fu Alexander Puškin, che allora aveva dodici anni. Il poeta fu sempre legatissimo ai suoi compagni di liceo e molto attaccato ai suoi insegnanti, fra i quali c’erano un poeta famoso e un autorevole intellettuale di idee liberali. Questa profonda comunione di spiriti fu celebrata in una magnifca poesia che si chiama “19 ottobre”, scritta nel 1825, nel bel mezzo di una vita randagia e ribelle. Sempre in esilio, sempre spiato dai suoi nemici e perfino da suo padre, “arruolato” solo per questo nei servizi segreti russi, il poeta cercò disperatamente pace e di serenità errando da un luogo all’altro, da un amore all’altro, da un dolore all’altro. Quando finalmente, dopo tante vicissitudini, pensò di avere trovato l’amore della sua vita, la bellissima Natal’ja Goncharova (che gli darà quattro figli), e quando finalmente pensò di aver trovato trovare un ruolo letterario e civile a Pietroburgo, all’ombra della corte – dove era pur sempre spiato ma relativamente tollerato – Puškin perse tutto, da un giorno all’altro. La moglie non era come lui e lo spingeva verso una vita di sperperi, sostenibile solo facendo debiti enormi. Inoltre, pur essendo più volte madre, non disdegnava la corte di giovanotti fatui e oziosi, che godevano sadicamente all’idea di trascinarla nel fango, insieme al suo celebre marito.

A parte questo, Puškin aveva molti nemici in campo letterario e politico, che non vedevano l’ora di sbarazzarsi di un uomo come lui: un “diverso”, un ribelle, che ostentava pose da Byron e si vantava pubblicamente di aver avuto un bisnonno africano e di avere sangue di schiavo nelle vene.

Nonostante la sua fama e la qualità dei suoi versi, il poeta era esposto a ogni sorta di attacco pubblico da parte una piccola orda di rivali, mediocri e aggressivi: “persone serie” come Bulgarin, Greč e Sobolveskij, fiancheggiate da orde di giovani dissoluti e violenti, che se la prendevano con tutti coloro che avessero talento, come il principe Dolgorukov.

Non ci volle molto perché la situazione precipitasse, purtroppo nel peggiore dei modi. Lo raccontiamo (in estrema sintesi) attraverso le parole di un grande studioso di letteratura russa, Ettore Lo Gatto: «Agli inizi di novembre del 1836 Puškin e molti suoi conoscenti ricevono una lettera anonima sotto forma di Diploma dell’ordine dei cornuti nella quale si fa allusione non solo alla corte dell’ufficiale francese G.-Ch. D’Anthès a Natal’ja [moglie del poeta] ma anche alle attenzioni a lei rivolte dall’ Imperatore. Il 5 novembre 1836 Puškin sfida D’Anthèes a duello. Il 13-14 novembre Puškin acconsente a ritirare la sfida, dopo la dichiarazione di Van Heeckeren [patrigno di D’Anthès] che suo figlio ha intenzione di sposare la sorella di Natal’ja. Il 23 novembre Puškin viene ricevuto in udienza da Nicola I. Il 10 gennaio 1837 ha luogo il matrimonio di D’Antès con la cognata di Puškin, Ekaterina Goncharova. Il 25 gennaio a un ballo D’Anthès si permette una battuta di spirito a doppio senso su Natal’ja. Il giorno dopo Puškin indirizza a Van Heeckeren una lettera offensiva. Il 26 gennaio D’Anthès manda a Puškin il suo padrino, d’Archiac; Puškin accetta la sfida. Il 27 gennaio nelle prime ore del pomeriggio [il poeta] discute col suo padrino K. Danzas sulle condizioni del duello, che ha luogo nella località di Cernaja rečka [fiume nero]. Puškin è ferito mortalmente. Il 29 gennaio Puškin muore tra atroci sofferenze» (Ettore Lo Gatto, Dati biografici, in A. Puskin, Lirica, Firenze, Sansoni, 1968, pagg. 1199-1200).

Il tristissimo epilogo della vita di un poeta così straordinario ha suscitato da sempre reazioni molto accese. E le suscita ancora oggi. Chi ha avuto la fortuna di visitare la sua casa di Pietroburgo sul canale Mojka non può che sentirsi stringere il cuore davanti alla profanazione di quel piccolo mondo di felicità domestica, di squisita grazia settecentesca, pieno di nitore e di intimità. E non può non provare un acuto dolore, pensando che tutto questo è avvenuto per colpa di un estraneo e di un mediocre, che nella vita non ha avuto altro motivo di essere ricordato se non perché ha ucciso Puškin. Del resto queste cose le hanno pensate immediatamente amici e conoscenti del poeta. Ha scritto a questo riguardo il conte Alexander Karamzin, figlio del ministro delle Finanze fra 1822 e 1844 e membro del Consiglio di stato: «D’Anthès era un ragazzo da nulla quando è arrivato qui, comico per la sua mancanza di educazione… del tutto insignificante tanto dal punto di vista morale che da quello intellettuale. Ma vennne adottato dal barone Van Heeckeren, che, per ragioni fino a oggi completamente sconosciute al pubblico… ed essendo… il porco più raffinato mai esistito sotto il sole, non faticò troppo a impadronirsi dell’intelletto e dell’anima di D’Anthès… Questi due uomini non so per quali ragioni diaboliche si sono accaniti contro la Puškina con una tale costanza e perserveranza, che, approfittando della semplicità di spirito di quella donna… in un anno sono quasi arrivati a farla impazzire e a distruggere la sua reputazione in modo clamoroso1».

Come abbiamo già detto questa tristissima storia ha scatenato da sempre le passioni e la fantasia di tanti, suscitando una ridda di accuse, ipotesi, rivelazioni e controrivelazioni. Consapevoli del detto beati gli ultimi se i primi son discreti, c’è venuta voglia di accettare questa singolare tenzone e cimentarci anche noi con una questione così scottante.

Prima di cominciare, vale la pena soffermarsi ancora una volta, più da vicino, sul triste epilogo della vita del poeta. Lasciamo la parola, questa volta, a Serena Vitale, autrice di un libro di successo proprio su questo: «Il bottone di Puškin» (Milano, Adelphi, 1995). Ecco come la studiosa rievoca il duello: «La neve era alta… Seduto su un cumulo di neve il poeta osservava i preparativi con assoluta indifferenza… Misurati i passi, d’Archiac e Danzas si tolsero i cappotti e li gettarono sulla neve: erano queste le barriere. Caricarono le pistole, le consegnarono ai due rivali, che si posero ognumo a cinque passi dalla propria barriera [separata dall’altra da dieci passi]. Danzas agitò il cappello. I duellanti avanzarono. Puškin si era già fermato davanti alla barriera, leggermente girato di fianco e stava prendendo la mira; a D’Anthès mancava ancora un passo per raggiungere il cappotto, quando riecheggiò cristallino uno sparo. Fu Puškin a cadere. E dopo un istante disse: “credo di avere una coscia a pezzi”. I padrini si mossero verso di lui; anche D’Anthès si mosse per raggiungerlo. “Aspettate! Ho abbastanza forza per tirare il mio colpo!”. D’Anthès attese immobile dietro la barriera, leggermente girato di fianco. Aspettò che Danzas consegnasse a Puškin una seconda pistola; la canna della prima, caduta in terra, si era riempita di neve. Sollevandosi da terra sul suo braccio sinistro, sparò, vide D’Anthès barcollare e cadere… “E’ morto?” chiese poi a D’Archiac. “No, ma è ferito al braccio e al petto”…2».

Per quanto ne sappiamo le cose sono andate così e in tal modo furono immortalate nei quadri e nei film che descrivono la morte di Puškin. L’attendibilità di questa versione è confermata da numerose ricerche dedicate all’argomento, ai autorevoli studiosi come Schegolev, Veresayev, Brodsky, Grossman, Thomson3 che si fondano su una documentazione piuttosto ricca: il resoconto del duello da parte dell’unico testimone diretto, il padrino di Puškin, Kostantin Danzas, suo ex-compagno del liceo di Carskoe Selo4; il resoconto del duello scritto da Vassilji Žukovskji, un amico intimo di Puškin, che ha raccolto informazioni di prima mano immediatamente dopo lo scontro; i verbali del processo che seguì al duello, con gli interrogatori di tutti i partecipanti, eccetto ovviamente il povero Puškin; diari, lettere, e deposizioni di molti personaggi, che in un modo o nell’altro erano vicini alla famiglia Puškin ed ebbero subito informazioni sicure. Questi ultimi aggiungono qualche dettaglio che precisa le affermazioni dell’unico testimone diretto, affermando che D’Anthès è stato colpito nell’avambraccio ma che la pallottola lo ha attraversato senza toccare l’osso ed è finita sull’addome, e non sul petto, senza penetrare nella pelle perché è stata deviata da un bottone della sua giacca.

A ciò che abbiamo sommariamente narrato va aggiunta l’osservazione di T. J. Binyon, autore di una recente e documentata biografia di Puškin, che fa notare come il tipo di duello scelto, quello in cui si spara avanzando, è il terzo tipo di duello previsto dal manuale del conte di Chateauvillard (Essai sur le duel, Paris 1836) pubblicato l’anno prima dello scontro con D’Anthès e che il suo padrino, il francese D’Archiac «poteva essersene procurato una copia»5.

Come la stessa Vitale non ha mancato di notare, si direbbe che, pur sapendo tutto su questo scontro, resti la sensazione che qualcosa sfugga. Proprio questa sensazione spiega, a nostro giudizio, la moltiplicazione forsennata di tante ipotesi e di tante teorie: si direbbe che tutti cerchino (invano) di colmare un vuoto, che si indovina sotto la gran quantità di informazioni in nostro possesso.

Ecco, anche noi siamo stati rosi dallo stesso tarlo. E alla fine ci è venuta in mente un’idea semplice: semplice ma forse degna di essere ascoltata. Forse il duello non è stato regolare. E per questo proviamo un senso di insoddisfazione, anche se abbiamo abbondanti informazioni. Forse quello che manca è l’unica cosa che vorremmo sapere. Parliamoci chiaro: se il duello non è stato regolare, Puškin non è caduto per colpa del fato, perché “corteggiava la morte” (come si è detto) o perchè ha avuto sfortuna. Forse è stato … assassinato. Forse, la maggioranza delle persone di ieri e di oggi, sopraffatta dall’onda delle emozioni, non riesce a dire una verità così banale. Siamo sicuri che i dadi non fossero truccati?

Voi direte: perché? Ma perché chi legga freddamente il resoconto del duello non può che rimanere sbalordito. Il duello si è svolto in un modo assolutamente irregolare. E a vantaggio del rivale di Puškin. Basta conoscere anche superficialmente i codici cavallereschi in uso fra Otto e Novecento in Europa e in Russia, come il già citato codice di Chateauvillard (1836), il Royal Code of Honour (1828), il codice di Graham Chambers (1865), il codice di Charle du Verger (1879) o il codice di V. Durasov (1908) per arrivare a questa banalissima conclusione.

La prima cosa da notare è la distanza ridotta fra i due contendenti, anomalia che è già stata osservata da alcuni studiosi. Anche se in Russia in fatto di duelli si era larghi di manica rispetto all’Europa6 e poteva accadere che in barba alle regole ci si sparasse da molto vicino, in ogni caso un duello a dieci passi era vietatissimo e non poteva essere accettato senza discussioni. Invece proprio questo è avvenuto nel caso di Puškin ed è stato addirittura messo per iscritto fra i due padrini che solamente per questo avrebbero potuto essere accusati di fellonia e istigazione all’omicidio.

Dieci passi significa metri 7,20. Provate a sparare a un bersaglio a sette metri: lo colpite pure se vi mettete una benda sugli occhi. Si dirà: ma la distanza era stata concordata dai due padrini. Già. Ma perché? A chi faceva comodo? Non certo a Puškin, che aveva fama di essere un tiratore eccellente, capace di colpire due volte il bersaglio nello stesso punto. Abituato a centrare un asso di picche a una ventina di metri (distanza standard per il tiro alla pistola e la maggioranza dei duelli) il poeta non aveva alcun interesse ad accettare una rischiosa sfida con un tiro ravvicinato, ma si fidò ciecamente degli accordi che aveva preso il suo amico e non lesse neppure quello che aveva sottoscritto in suo nome. Così si favoriva invece chi tirava peggio e avrebbe potuto sbagliare il colpo da lontano, come D’Anthès, che era un ragazzino di 25 anni, il quale portava la divisa solo per fare le parate ma non aveva un’esperienza diretta di vita militare e maneggio delle armi, checchè ne dica qualcuno.

La seconda cosa da notare è che usare in un duello ciascuno la propria pistola è sommamente irregolare. E’ inutile fare battute da Pierini e bacchettare – com’è stato fatto – chi si pone problemi, dicendo: “Non si devono fare domande inopportune. Era compito dei padrini giudicare che le pistole fossero uguali e il padrino di Puškin ha scritto esplicitamente che le pistole erano uguali”. Questo è solo terrorismo psicologico nei confronti di chi ragiona invece di credere ai dogmi. Le pistole saranno pure state uguali in senso lato, ma il punto non è questo. Il punto è che la pistola di D’Anthès apparteneva all’ambasciatore francese da un bel po’ di tempo7 e l’avversario di Puškin poteva averla provata prima del duello e avere avuto suggerimenti sulle sue caratteristiche e i suoi difetti. Lo sanno pure i bambini che le armi da fuoco non sono tutte uguali: una pistola sposta il tiro verso l’alto; un’altra lo sposta verso sinistra; una ha un grilletto duro; un’altra ha un grilletto che pare una piuma… E così via. Se io lo so da prima, posso correggere gli eventuali difetti dell’arma quando sparo. Se io invece non conosco l’arma, sono in palese inferiorità rispetto al mio avversario. Com’era Puškin, che le pistole le aveva fatte comprare nuove di zecca per l’occasione.

Non è un caso se in tutti i codici che regolamentano il duello è severamente vietato portare un’arma che si conosce da prima e si afferma solennemente che i contendenti devono usare pistole mai provate in precedenza da altri. Un altro severissimo dovere consiste nel tirare a sorte per decidere quale pistola usare. Se si decide di derogare a questi princìpi, allora i manuali sul duello prescrivono che ci debba essere un accordo scritto, firmato dalle due parti, per assumersi pienamente la responsabilità di una violazione delle regole ed evitare l’accusa di omicidio premeditato (per esempio C. Du Verger, Nouveau code du duel, Paris, 1879, VIII, 2).

E bastasse questo. Nei regolamenti del duello è severamente vietato caricare più di due pistole contemporaneamente, per impedire ogni abuso possibile, compreso quello che qualcuno, scorrettamente, spari due volte di seguito con pistole diverse. Bene: noi sappiamo che quando Puškin fu ferito la sua pistola cadde e la canna si riempì di neve. Per questo il suo padrino, in gran fretta, gli diede un’altra pistola. Ma questa pistola quando era stata caricata? Nessuno ha fatto caso a questo dettaglio. Eppure nella logica del duello è fondamentale, come è fondamentale in una partita di calcio che si tiri un rigore solo dopo che l’arbitro ha fischiato.

Le possibilità sono due:

a) Il padrino di Puškin carica sul momento la pistola. Per farlo, ci vuole circa un minuto. E il duello deve essere formalmente interrotto. Visto che – normalmente secondo i codici dei duelli più accreditati – il ferito ha diritto solo a un minuto di tempo per sparare dopo essere stato colpito, bisogna chiedersi come ha fatto Puškin a sparare, tanto più che secondo alcuni studiosi ha mirato per almeno due minuti. Si dirà che secondo qualche manuale si possono concedere anche due minuti alle persone gravemente ferite. E’ vero ma in questo caso si deve dire esplicitamente che le persone sono state gravemente ferite e ciò può comportare per i padrini il diritto-dovere di interrompere lo scontro, come avviene nel pugilato se uno dei due contendenti viene ferito.

In ogni caso esiste una possibile alternativa: che il padrino ricarichi l’arma in fretta e furia, guadagnando tempo. Bene. Ma in questo modo è facile fare errori. Per esempio mettere poca polvere da sparo, per sbrigarsi; ed è facile non pressare bene e a lungo la polvere e la palla. In questo modo l’arma spara, ma la sua potenza è decisamente inferiore alle sue possibilità.

b) Il padrino di Puškin, che era ufficiale dell’esercito, potrtebbe avere dato al poeta la sua pistola d’ordinanza, già carica. Anche in questo caso, però, gli avrebbe dato un’arma meno potente di quella che aveva prima e che era stata giudicata “uguale” a quella dell’avversario. Fino all’epoca del “riformatore” D. A. Miliutin le armi dell’esercito russo erano piuttosto antiquate, come si vide nella guerra di Corea, quando si dovettero cambiare i vecchi moschetti con nuovi fucili da 16 mm.8

Le scorrettezze non finiscono qui. Anche se non è stato mai notato dagli studiosi, è ora di dire forte e chiaro che D’Anthès non ha marciato diritto, come era assolutamente obbligatorio nel tipo di duello che era stato scelto, ma invece si è spostato di lato, probabilmente di scatto, quando ha sparato, avvantaggiandosi della sua posizione irregolare imprevista e dello sconcerto di Puškin di fronte a una simile scorrettezza.

In altre parole: in questo tipo di duello, denominato “sparare avanzando” i due duellanti devono andare dritti, perpendicolari l’uno all’altro e sparare mirando diritto davanti a sé mentre si muovono (“Les combattans marchent à volonté, en marchant droit l’un sur l’autre” C. Du Verger, Nouveau code du duel, VIII, art. 4). Questa regola universale, ricordata da tutti i manuali di duello, era adottata anche in Russia, dove si distingueva nettamente il duello di chi si “spara avanzando” dal duello cosiddetto “all’americana”, che è quello del Far West, dove ognuno si muove come gli pare e spara quando vuole. Se ciò è vero, nello scontro che stiamo esaminando era rigorosamente vietato spostarsi: chi lo avesse fatto avrebbe messo l’avversario che sta mirando diritto in difficoltà, cogliendolo di sorpresa e non dandogli il tempo di rettificare la sua mira. Ora è proprio questo che ha fatto D’Anthès sparando per primo sullo sconcertato Puškin. Come lo sappiamo? Basta considerare la ferita di Puškin, descritta dal medico che fece una sommaria autopsia: la ferita del poeta presuppone che il corpo fosse girato di 45° rispetto alla posizione frontale9. Puškin fu colpito mentre stava di fianco, due palmi sopra l’anca e la pallottola entrò dall’intestino tenue e arrivò fino all’osso sacro ma questo è possibile solo se il corpo è girato di circa 45°: se il poeta fosse stato girato di 90° la pallottola sarebbe entrata attraverso il colon che circonda l’intestino tenue.

Parliamoci chiaro: perché in un duello, nel quale è obbligatorio andare diritti e mirare davanti a sé uno si dovrebbe girare di tre quarti? C’è un solo caso in cui questo può avvenire rispettando le regole: fermarsi e prendere la mira girato di fianco, assumendo la posizione standard di chi prende la mira che si vede in centinaia di quadri, disegni e film che rappresentano un duello. In questo caso il corpo gira di 90° rispetto alla posizione frontale e il braccio è perpendicolare al corpo. Novanta gradi: non quarantacinque. Se invece l’avversario scorrettamente, si sposta all’improvviso e disorienta chi prende la mira, allora sì che si può spostare di 45° sparando senza girare il corpo e mettersi nella posizione corretta. Ciò è esattamente quello che ci dicono le testimonianze sul duello di Puškin: il poeta arriva alla barriere-limite prima di D’Anthès, facendo cinque passi, si ferma, si gira di 90° e prende la mira; D’Anthès arriva a quattro passi e spara in movimento, senza girarsi di tre quarti e colpisce Puškin con una traiettoria inclinata in diagonale di 45° rispetto alla sua vittima. Questa dinamica è possibile solo se chi spara si è spostato di lato, come appunto D’Anthès, che si muoveva e poteva effettivamente spostarsi di lato, magari eseguendo un “passo di danza” verso il lato esterno, come quello dei valzer di cui era espertissimo frequentando più le feste che i campi battaglia.

Quest’immagine è stata costruita tenendo presente che Puskin era mancino e quindi avrà sparato con la sinistra, non con la destra come sostiene il testimone oculare del duello. Se invece si accetta la versione del testimone, l’immagine va ovviamente rovesciata

 

Detto questo, dobbiamo aggiungere, insieme a molti autorevoli studiosi, che il padrino di Puškin ha commesso una serie supplementare di errori che hanno portato inevitabilmente alla morte del poeta: a cominciare dal fatto banale di non aver preso una cassetta per il pronto soccorso, col risultato di non poter curare il ferito subito; fino all’incredibile leggerezza di non aver avvisato un medico di fiducia, chiedendogli di tenersi pronto in caso di necessità, con la conseguenza che dopo ore di ricerche infruttuose l’unico che si degnò di fare visita a Puškin ferito e di curarlo fu un ostetrico, raccattato per caso.

Lascio il giudizio al lettore su quello che è stato detto: da parte mia mi limito a constatare (constatare, non ipotizzare) che ci sono seri motivi per dubitare della correttezza di D’Anthès e anche del padrino di Puškin (a meno di non considerarlo un cretino assoluto).

Dove vogliamo andare a parare? Se fossimo un Paese civile questa domanda non andrebbe posta. Ma sento già il coro di ragli degli abitanti del Paese dei Balocchi, in cui viviamo che gridano: “Eccone un altro! Non bastavano tutte le teorie fantasiose sulla morte di Puškin. Costui vuole farci credere che c’era un gomploddo!”. Voi forse non lo sapevate: ma dopo centocinquanta anni di polemiche e di accuse di ogni tipo, oggi come oggi le “persone serie” dimostrano di essere serie solo se disprezzano e scherniscono ogni ragionamento analitico sul duello di Puškin e si acquetano, pacifiche e mansuete come un ruminante, su questo dogma: solo il verosimile è vero. Lo ha detto molto ben uno scrittore brillante, Pietro Citati: «Tutti videro in quelle vicende “perverse macchinazioni”, “infernali trame”, “infernali manovre”, “infami trappole”, che qualcuno o “Qualcuno” – due stranieri, o il governo, o i Gesuiti o lo Zar – tentò per disonorare Puskin, la moglie di Puskin, la letteratura russa, la Russia. Il recente libro di Serena Vitale (Il bottone di Puskin), fondato su importantissimi documenti inediti, dimostra con l’eloquenza dei fatti che non vi fu nessuna macchinazione o trama o manovra. Vorrei aggiungere che dimostra che cosa è la storia umana: una serie agghiacciante di casi, che non hanno nessun rapporto tra loro, eppure formano una catena ferrea di piccoli eventi, di coincidenze, di sentimenti, di abitudini volgari, di scherzi grossolani, di piccole colpe, di furori, di desideri mortali. Questa catena ferrea di dettagli dobbiamo chiamarla Caso o Destino» (La Repubblica, 4/5/1995).

Pur rispettando profondamente Citati e gli illustri professori che studiano sodo e pur proclamando apertamente che non credo per partito preso al sensazionalismo, essendo per identità professionale uno storico e un paleografo e non un giornalista a caccia di scoop, però devo candidamente confessare che parlare di Destino con la “D” maiuscola quando accade quello che ho raccontato è veramente desolante. Come, del resto, è altrettanto desolante sostenere che: «Dalle lettere che inviava ad Heeckeren d’Anthès ci appare come un giovane ingenuo, gioviale, affettuoso, vitalissimo, che ballava e cacciava le donne come uno dei mille cavalieri della Guardia imperiale. Qualsiasi cosa facesse, ci attrae il suo candore. Con lo stesso candore diventò amante e figlio adottivo di Heeckeren: corteggiò la moglie di Puskin: si sposò la sorella di lei; e uccise in duello Puskin. Se cercava di far carriera, non aveva nulla della lucidità tenebrosa dei Sorel e dei Rastignac: era un bonario parvenu del Settecento, simile al Jacob di Marivaux, con qualcosa di graziosamente contadinesco» (Citati).

Non abbiamo particolari motivi di risentimento con D’Anthès: però vorremmo far notare che colui che Victor Hugo definì (insieme ai suoi degni compari) «fango prima di diventare polvere» non era affatto così ingenuo, come viene descritto da Citati: innanzi tutto faceva la spia e procurava spie ai servizi segreti russi 10. A parte questo era uno sfegatato partigiano di Pio IX e della Chiesa più retriva ma, come ogni buon baciapile, era nello stesso tempo un accanito puttaniere e divenne “il principale protettore” di una delle più famose maîtresse di Parigi, la vendicativa e odiosa Caroline Letessier11 non disdegnando di farsi dare soldi da lei (per la cronaca cinquecentomila franchi, cioè quello che Zola nella Joie de Vivre considerava l’enorme eredità dell’orfanella Pauline, che diventa l’ossessione della sua avida zia). Last but not least era un omosessuale praticante ed era stato l’ amante del barone Van Heeckeren che lo aveva adottato: questo non è un motivo di biasimo sul piano morale ma è un motivo per credere, insieme a molti autorevolissimi studiosi, che la maschera di dongiovanni impenitente, la persecuzione nei confronti della moglie di Puškin, il suo matrimonio forzato con la sorella e l’ostentata frequentazione di prostitute fossero solo fumo negli occhi per mascherare una sessualità che la società non accettava. Di conseguenza le tenerissime “lettere che inviava ad Heeckeren”, a proposito della moglie di Puškin, sbandierate come inediti che cambiano la storia, sono fasulle da capo a piedi, come del resto ci si dovrebbe aspettare (e se lo dovrebbero aspettare gli studiosi della Russia zarista) visto che i servizi segreti russi controllavano la corrispondenza di tutti con più accanimento dell’Inquisizione e visto che perfino lo Zar Nicola II evitava di scrivere lettere private, sapendo benissimo che i suoi servizi segreti le avrebbero lette e controllate senza fare eccezione per la sua imperiale figura!

Ma torniamo al tema iniziale. Ci permettiamo di intrattenere i lettori che non si sono stancati su altre due questioni spinose, su cui sono state formulate ipotesi su ipotesi e su cui chi vuole fare la figura di “persona seria” non dovrebbe neppure alzare lo sguardo.

Le questioni sono:

a) E’ vero che la pallottola di Puškin è stata deviata da un bottone del vestito di D’Anthès, dopo essere entrata nell’avambraccio destro senza colpire l’osso, come hanno detto tutti i testimoni (e come ripetono molti, ancora oggi, incuranti del fatto che potebbe essere una “leggenda metropolitana”)?

b) Chi ha scritto le famose lettere anonime che hanno scatenato l’ira di Puškin?

Risposta alla prima domanda: la storia del bottone è poco credibile.

Risposta alla seconda domanda: se invece di blaterare si facessero esaminare le lettere anonime sopravvissute da un esperto, un po’ più qualificato professionalmente di Sal’kov, direttore dei servizi tecnici della polizia di Leningrado che le sottopose nel 1927 a un esame grafologico (sic), forse si potrebbero fare interessanti osservazioni.

Dimostrazione di quello che abbiamo detto.

Primo problema: la balistica non è un’opinione. E neppure la storia dell’abbigliamento lo è.

Cominciamo dall’abbigliamento: chiedendosi se è possibile che il bottone della giacca di una Guardia a Cavallo come D’Anthès possa deviare un colpo d’arma da fuoco, dobbiamo tenere presenti quali fossero le caratteristiche tecniche dei bottoni della giacca d’ordinanza di una Guardia a Cavallo zarista tra 1829 e 1857. Il bottone era fatto come quello che ho comprato al mercato antiquario e che ho confrontato con le divise ancora esposte in musei russi o rappresentate nelle pubblicazioni specializzate.12

Bottone dell’esercito imperiale russo, 1829-1857

Si tratta di un bottone di ottone, di circa 22 millimetri di diametro e 4 grammi di peso, che ha uno spessore di 3, 5 millimetri nella parte esterna e di 8/9 millimetri nella parte centrale protuberante. Un po’ meno spesso, anche se non cavo all’interno, è il bottone piatto d’ottone che troviamo nella alta uniforme di parata bianca delle stesse Guardie o nel vestito “professionale” di gentiluomini che esercitano una professione pubblica, prescritto da regolamenti ufficiali nel 1810 e nel 183913 come quello di Elias Lönnrot, conservato nel Museo Nazionale della Finlandia a Helsinki.

Sulla giacca delle Guardie i bottoni erano disposti in doppia fila a destra e sinistra, come sono ancora oggi nelle Guardie a Cavallo che fanno la parata al Cremlino per la delizia dei turisti. Esisteva anche un tipo di giacca con un’unica fila di bottoni al centro, come del resto vediamo anche nella giacca di Lönnrot. Il tessuto usato per questo tipo di giacche, di lana doppia, non era tale da fermare una pallottola, come hanno mostrato molte guerre combattute dall’esercito zarista a cominciare da quella di Crimea. Ma neppure i bottoni erano veramente uno scudo contro i proiettili. A prescindere del loro grado di resistenza, di cui riparleremo più avanti, non possiamo dimenticare un’osservazione di carattere generale. I bottoni di qualunque vestito non aderiscono mai al corpo come se fossero incollati, perché c’è sempre un certo spazio tra il vestito e la pelle: ciò significa che non si oppongono mai con la massima coesione possibile all’urto di una pallottola . E questo vale ancora di più nel caso di D’Anthès. Noi non sappiamo come fosse vestito D’Anthès nel duello, anche se qualcuno, al cinema o nei quadri, lo ha rappresentato con l’alta uniforme di parata bianca, abbigliamento estremamente improbabile per un duello. In ogni caso, comunque fosse vestito il francese – sia che avesse una giacca da civile con una sola fila di bottoni, sia che avesse una giacca militare con una o due file di bottoni – resta il fatto che D’Anthès non offriva il petto al suo nemico, ma stava voltato vigliaccamente di tre quarti (il che era illecito, perchè avrebbe dovuto rimanere nella posizione di sparo e cioè frontalmente, col torso dritto) .

Tutto ciò significa che nell’impatto con il proiettile i bottoni di D’Anthès, fluttuanti e di sbieco rispetto alla traiettoria del colpo, non avevano lo stesso grado di resistenza al proiettile di un corpo perfettamente coeso in ogni suo punto.

Uniformi russe del XIX secolo: l’abito civile dei funzionari; la giacca d’ordinanza delle Guardie a Cavallo; l’alta uniforme delle Guardie a Cavallo

Passiamo alle caratteristiche tecniche della pallottola e della pistola che è stata usata nel duello. Una pistola Le Page, come quella che Puškin fa comprare appositamente, era un’arma a canna rigata con la canna di un diametro di 36 o 45 millimetri, che permetteva di sparare una pallottola tonda di circa nove millimetri con una potenza di 300 metri al secondo. Quest’arma è stata riprodotta di recente da diverse ditte specializzate, come ad esempio quella di Davide Pedersoli di Gardone val Trompia, che ne ha verificato l’efficacia sparando una palla tonda di 8,99 millimetri quasi uguale all’originale con una potenza di circa 330 metri al secondo14, su un bersaglio a 25 metri centrato sette volte su dieci.

Pistole Le Page da duello del XIX secolo riprodotte da Davide Pedersoli

Che cosa succederebbe se sparassimo con questa pistola e con questo calibro contro un bottone d’ottone fluttuante su una giacca, a una distanza di 7,20 metri? Per comprenderlo dobbiamo rifarci ad esempi confrontabili di tiro al bersaglio da parte di esperti tiratori, di cui troviamo menzione nei manuali di balistica e nelle valutazioni degli specialisti di balistica forense e di balistica militare. Anche se dobbiamo ammettere che la balistica non è una scienza esatta ma pur sempre una scienza empirica che tollera un certo margine di errore, si può dire in generale, in base a esperimenti ripetuti un numero sufficiente di volte, che una pallottola di 9 millimetri Parabellum (cioè rinforzata e con una superficie d’urto supplementare, la cosiddetta “camicia”) sparata a molte decine di metri dal bersaglio, con una potenza di 280 metri al secondo, è in grado di bucare una lastra di ferro compatta e coesa da 2,1 mm e ben 15 lastre di ferro dello stesso spessore (0,7 mm) disposte volutamente a distanza di un centimetro l’una dall’altra per diminuire l’effetto di coesione. Nell’ambito dello stesso esperimento, si calcola che una pallottola da 9 mm senza rinforzo, sia di tipo ovale, sia di tipo tondo, perde solo il 20% di potenza rispetto alla precedente15.

Questo esempio è paragonabile al caso che ci interessa: infatti la velocità del colpo è quasi uguale (330 metri contro 280 metri al secondo); il calibro delle pallottole è quasi uguale (9 mm contro 8, 99 mm). Ora, se in queste condizioni una palla tonda da 9 mm è in grado di forare parecchie lastre di ferro da 2,5 millimetri = 0,7 millimetri distanti fra loro di un centimetro, essa sarà in grado di forare un bottone d’ottone distante dal corpo almeno un centimetro, con uno spessore che varia da 3 fino a 8 millimetri, perché l’ottone rispetto al ferro ha una “durezza” di almeno il 30/ 40 per cento in meno (Scala Mohs: ottone =3; Ferro= 4,5). Questo calcolo è valido anche se sappiamo che la pallottola è passata attraverso il braccio e ha quindi perso un poco della sua efficacia nell’impatto: infatti è stato calcolato che una pallottola da 9 mm perde circa 1/5 della sua efficacia entrando nei tessuti molli di un uomo a cento metri di distanza, vincendo ogni attrito dell’aria e ogni possibile condizione atmosferica avversa: figuriamoci se viene sparata a meno di dieci metri di distanza senza avere problemi con l’aria e con l’eventuale vento.

Ma anche se non vogliamo ricorrere a esperimenti e calcoli astrusi, pur sempre empirici e fallibili, basta pensare al semplice fatto che la pallottola che ha ferito Puškin ha attraversato l’addome percorrendo almeno una trentina di centimetri, dopo avere perduto una qualche efficacia nell’impatto con la pelle: se la pallottola che ha ferito D’Anthès avesse percorso lo stesso spazio, dopo aver attraversato le parti molli dell’avanbraccio per non più di dieci centimetri, avrebbe avuto la forza di penetrare ancora una ventina di centimetri nei tessuti molli del corpo umano, che valgono ampiamente i pochi millimetri di un bottone e la possibile resistenza del materiale nell’urto con la pallottola. Il bottone in queste condizioni sarebbe andato in pezzi, che si sarebbero conficcati nel corpo di D’Anthès insieme con la palla.

Si tenga presente inoltre che se il famoso bottone avesse “fermato” la fatale pallottola, in ogni caso il colpo avrebbe avuto una tale forza da fratturare le costole di D’Anthès e procurargli seri danni agli organi interni.

A questi risultati erano già arrivati, in modo approssimativo, molti anni fa ricercatori russi (M. Komar; V. Safronov), che sono stati scherniti e disprezzati dalle “persone serie”. Però francamente c’è poco da disprezzare se non si vuole fare la figura degli asini. E’ vero che gli studiosi russi hanno avanzato un’ipotesi che fa discutere e cioè che D’Anthès avesse indosso una mini-corazza dissimulata, per spiegare l’inefficacia della pallottola. Ma chi ritenesse quest’ipotesi azzardata, senza fare tanto lo spiritoso e sbandierare la propria ignoranza mascherata da saccenteria, può cercare di esplorare le due ipotesi a cui abbiamo accennato prima: che la pistola di Puškin fosse stata caricata male o che non fosse una pistola Le Page da duello, ma la pistola d’ordinanza di Danzas. A ogni modo, quaunque cosa si voglia pensare, resta il fatto che non è possibile contraddire i risultati di esperimenti balistici accurati e fondati, anche se non matematicamente infallibili, con le illazioni generiche e lo scherno, neppure se si è una “persona seria” che crede solo a quello in cui credono le “persone serie”.

Secondo problema: anche la paleografia non è un’opinione. La grafologia invece lo è. L’analisi della scrittura delle due lettere – in fancese, come si vede nella foto – rimaste è certamente molto condizionata dal fatto che la grafia usata è artefatta: una specie di stampatello, molto probabilmente ricalcato su un modello precostituito. Tuttavia, se invece di avventurarsi per i terreni scivolosi della grafologia da una parte e delle ipotesi avventate dall’altra si tengono presenti i metodi abituali dell’analisi paleografica, risulteranno chiare due cose:

a) le due lettere sono state scritte da due persone diverse, che ricalcano probabilmente uno stesso modello, ma sono indipendenti fra loro, come mostra il confronto fra numerose parole, simili ma non uguali. Non ha senso allora attribuirle a un unico autore, come si fa di solito. Neppure ha senso notare che il presunto unico autore commette errori di ortografia che fanno pensare ad alcuni che fosse russo e ad altri che fosse comunque straniero e non francese. Gli errori possono essere fatti apposta per confondere le acque e non sono da soli rivelatori, a parte l’unico caso segnalato con intelligenza da Eugene Ternovsky16, talmente caratteristico da far pensare agli usi tipici del principe Dolgorukov.

Tuttavia, se più di una persona è coinvolta nella vicenda, allora non si può sostenere che tutto è stato fatto da solo da un “burlone” come Dolgorukov (come è stato detto17🙂 se di “burloni” ce n’era più di uno non era una “burla” , ma molto di più e molto peggio.

Due lettere anonime contro Puškin, Saint Petersburg, Pushkinsky Dom

b) una delle due lettere è firmata con uno svolazzo elaborato che assomiglia moltissimo a quello delle firme di D’Anthès, sia nella forma, sia soprattutto nel “tratteggio” e cioè nella esecuzione dei tratti e nella loro direzione. Questo fa pensare a un vero e proprio “lapsus grafico”: un fenomeno che i paleografi conoscono bene. Casi analoghi si possono notare in persone che hanno avuto una certa educazione grafica e poi hanno imparato a scrivere in un altro modo: per esempio nei copisti di area centro italiana, che hanno imparato a scrivere da giovani in beneventana libraria e poi sono costetti, divenuti grandi, a scrivere nella minuscola carolina che si impone nell’Italia del Centro-Nord18. Molti di loro si lasciano sfuggire più di un “lapsus grafico” che dimostra la loro cultura d’origine. Allo stesso modo chi ha sottoscritto la lettera con un nome falso e una scrittura falsa si è lasciato sfuggire un “lapsus grafico”: uno svolazzo veritiero. Esso è formato da un’unica linea che va da sinistra verso destra, ma che quando inizia si piega formando una specie di ”S” che non è richiesto dal movimento della mano. A questo svolazzo viene aggiunto poi un secondo svolazzo, di forma ovale allungata, dopo che è stato già finito il primo.

Giudicate voi se ho le traveggole e se sono vittima della mania dei complotti. Una sola cosa vi chiedo: non vi azzardate a dire che gli svolazzi sono tutti uguali, che sono quisquile e pinzillachere che una “persona seria” non prende neppure in considerazione perché vi spedisco dritti in Siberia!

Confronto tra lo svolazzo di una delle due lettere anonime contro Puškin e quello della firma di una lettera di Georges d’Anthès (Vitale, Il bottone, p. 397)

1 Citato in Vitale, Il bottone, pp. 273-274.

2 Vitale, Il bottone, pp. 326-27.

3 Si veda per un’introduzione generale l’articolo molto serio e fondato di E. Thomson, The Final Agony of Alexander Pushkin, in “New Zealand Slavonic Journal”, 1 (1975), pp. 1-17.

4 A.N. Ammosov , Polslednie dni i končina A. S. Puškina, San Pietroburho,1863

5 T. J. Binyon, Pushkin. A biography, London, Harper and Collins, 2004, p. 630.

6 I. Reyfman. Ritualized Violence Russian Style: The Duel in Russian Culture and Literatur,. Stanford, Calif., Stanford University Press, 1999)

7 Le pistole di D’Anthes appartenevano al figlio dell’ambasciatore Ernest de Barante ed erano state fatte da Karl Ulbrich di Dresda. Quelle di Puskhin, fatte a mano da Le Page, furono comprate all’ultimo momento dall’emporio di armi Kurakin sulla Nevsky per 2200 rubli.

D. Alexander, The politics of autocracy: Letters of Alexander II to Prince A. I. Bariatinskji, 1857-1864, Paris-The Hague, Mouton, 1966, pp. 110-112; J. Bradley, Guns for the Tsar: American Technology and the Small Arms Industry in Nineteenth-century Russia, De Kalb, Northern Illinois University Press, 1990, pp. 126-127.

9 “Dall’esame necroscopico della cavità addominale tutti gli intestini sono stati trovati fortemrente infiammati; solo in un punto grande quanto mezzo copeco quello tenue è stato infettato dalla cancrena. E con ogni probabilità in questo punto che è stato colpito dalla pallottola… In base alla direzione di questa bisogna concludere che l’ucciso stava di fianco, di tre quarti…” citato in Vitale, Il bottone, p. 343

10 C. A. Ruud-S. A. Stepanov, Fontanka 16: The Tsars’ Secret Police, Montreal-Kingston- London-Ithaca, McGill-Queen University Press, 1999, p. 80.

11 Su questo tema si veda il bel volume di G. Scaraffia, Cortigiane, Milano, Mondadori, 2008.

12 A.V. Vikovatov, Description historique des vêtements et des armes de l’Arméee russe, Saint Petersbuirg, Bureau typographique Militaire, 1861.

13 C. Ruane, Subjects into citizens:the politic of clothing in the Imperial Russia, in Fashioning the body politic, a cura di W. Berg, New York-Oxford, W. Parkins, 2002, pp. 49-97.

14 G. Pantaleo, Avancarica: Le Page e Pedersoli, in “Tacarmi”, giugno 2004, pp. 74-81.

15 E. Mori-C. Palazzini, Elementi di balistica,Booklet PDF, www.studionet.it/mori; vedi anche: G. De Florentis, Tecnologia delle armi da fuoco portatili, Milano, Hoepli, 1987; C. Bettin , Le Ferite d’Arma da Fuoco – Manuale di Balistica Lesionale, Padova, Kovia, 2018; E. Paniz, Balistica forense. Teoria e pratica dell’indagine balistica, Milano, Maggioli Editore, 2019.

16 E. Ternovsky, L’orthographie comme l’un des chefs d’accusation: complément d’enquête sur l’auteur des lettres anonymes envoyées à Puškin, in “Revue des études slaves”, 77 (2006), pp. 321-342. Lì l’autore ha fatto notare che l’ortografia di uno dei personaggi citati nella lettera come classico esempio di cornuto, Dmitri Naryškyn è scritto “Narichkine” con una grafia francesizzante: tuttavia nessun autore francese della prima metà dell’Ottrocento cita il nome di questa famiglia in questo modo e invece proprio Dolgokurov, che è vissuto molto tempo in Francia, la raccomanda esplicitamente contro l’uso comune dei francesi del suo tempo.

17 Anche se è possibile che abbia partecipato alla squallida impresa delle lettere anonime, Dolgorukov non può essere ridotto solo a questo episodio. Ci vuole un bel coraggio a definire “burlone” questo personaggio, che era certamente un avventuriero pieno di contraddizioni odioso per certi versi ma anche un individuo capace di prendere iniziative politiche anticonformiste: cfr. B Hoillingsworth, The ‘Republican Prince’: The Reform Projects of Prince P. V. Dolgorukov, in “The Slavonic and East European Review”, 47, No. 109 (Jul., 1969), pp. 447-468. 

18  La scrittura beneventana libraria fu per secoli la forma grafica principale dei copisti dell’Italia meridionale, in contrasto con quello che avvenne nel resto dell’Europa, dove la scrittura egemone fu la minuscola carolina nelle sue diverse varianti, che è la grafia presa a modello per i caratteri di stampa nel XV secolo. Tuttavia, in alcuni centri di scrittura la beneventana fu rimpiazzata tra XII e XIII secolo dalla tarda carolina, introdotta da copisti non meridionali; e per un certo periodo si possono trovare manoscritti “misti” nei quali si hanno soluzioni diverse, più o meno eclettiche: si veda C. Tristano, Scrittura beneventana e scrittura carolina in manoscritti dell’Italia meridionale, in “Scrittura e Civiltà”, 3 (19769), pp. 89-150.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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