La Luna, Porto Marghera, gli infiniti mondi

Non è una“scor-data” (anzi è fin troppo commemorata) il 21 luglio 1969 ma io provo a raccontare una storia parallela, forse non del tutto personale

di db

Il 21 luglio 1969 il primo essere umano – Neil Armstrong – posa piede sulla Luna: come si fa a dimenticarlo? Per me appassionato di viaggi spaziali (e di fantascienza) resta il giorno del trionfo. Eppure quella sera io e Riccardo Mancini non sapevamo se gioire o spaccare il televisore, soprattutto per certi commenti.

Per spiegarvi come io e Rik eravamo “strattonati” quella sera fra gioia e rabbia dovrei fare un bel lungo discorso … ma forse mi spiego meglio se faccio un salto (in avanti) nel tempo e vi conduco con me al 15 gennaio 1970.

Siamo nel “cortile di casa” degli Stati Uniti, un paesotto che si chiama Nicaragua e dove negli anni ’30 un tal Sandino ebbe l’ardire di ribellarsi al potente vicino ma che ora – nel 1970 – è “tranquillo” (e soprattutto filo-yankee) sotto la dittatura della famiglia Somoza.

Quel 15 gennaio ’70 le truppe somoziste intimano a Leonel Rugama – poeta e rivoluzionario “nel nome di Sandino” – di arrendersi. Non ha scampo Rugama ma urla (e in America latina passerà alla storia): «que se rinda tu madre». Verrà assassinato quasi in diretta tv come “monito” a chi si ribella. Però nove anni dopo i sandinisti riusciranno a cacciare la dittatura.

Cosa c’entra il 21enne Rugama – che non si arrende – con la Luna? Pochi mesi prima ha scritto una poesia che in America latina non è dimenticata (da noi invece è quasi ignota). Si intitola «La Terra è un satellite della Luna». Eccola nella traduzione di Alberto Masala (*).

«L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 3 costò più dell’Apollo 2

L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 4 costò più dell’Apollo 3

L’Apollo 3 costò più dell’Apollo 2

L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 8 costò un sacco, ma non si avvertì

perché gli astronauti erano protestanti

e dalla luna lessero la Bibbia,

meravigliando e rallegrando tutti i cristiani

e al ritorno il papa Paolo VI li benedì.

L’Apollo 9 costò più di tutti gli altri insieme

sommato all’Apollo 1 che costò abbastanza.

I bisnonni della gente di Acahualinca avevano meno fame dei nonni.

I bisnonni morirono di fame.

I nonni della gente di Acahualinca avevano meno

fame dei padri e delle madri. I nonni morirono di fame.

I padri e le madri della gente di Acahualinca avevano meno fame dei figli della gente di laggiù.

I padri e le madri morirono di fame.

La gente di Acahualinca aveva meno fame dei

figli della gente di laggiù.

I figli della gente di Acahualinca non nascono per

fame, e hanno fame di nascere, per morire di fame.

Beati i poveri perché di essi sarà la luna».

Aveva ragione Leonel Rugama a contrapporre i costosi Apollo alla povera (o meglio: rapinata) gente di Acahualinca? Sì: aveva e ha ragione e con lui l’assemblea operaia di Porto Marghera (**) che mentre tutto il mondo festeggia la conquista della Luna spiega in un manifesto che, per tenere alti i profitti dei padroni, nelle fabbriche si muore e… dunque cosa c’è da gioire qui sulla Terra?

Io ero – e sono – dalla parte di Leonel e degli operai di Marghera. E così Riccardo, che la pensava come me e ora è volato oltre la Luna: mi piace credere che Rik (da nuvola o da albero) adesso chiacchieri con Horty Bluett e ascolti John Coltrane in un inedito trio con Mercedes Sosa e il violinista Albert Einstein.

Eppure…

eppure io spesso fatico a riconoscermi nel “realismo” anche in quello, così diverso, degli operai ribelli e di Leonel Rugama. Credo che fra noi (i tanti noi) che sogniamo un mondo migliore qui sulla Terra – e faticosamente cerchiamo di costruirlo – molte persone rifiutino anzitutto il pigro buon senso cioè quello secondo cui non può esistere un mondo di giustizia ma vogliano superare anche quella “ragionevolezza” che a inizio ‘900 sentenziava “nello spazio non andremo mai” e oggi ammonisce: “andare su Marte costa troppo e non porta vantaggi”.

Chiedo scusa a Leonel e alla gente di Acahualinca. Chiedo scusa agli operai gasati dalla Montedison anzi Mortedison (con i tribunali – ricordate? – che assolvono gli assassini). Ma vorrei spiegare perchè secondo me abbiamo bisogno del sovietico Gagarin e dello statunitense Armstrong, come della fantascienza o della poesia, pur mentre ci impegniamo a lottare per un mondo più giusto.

Non sono un ingenuo o un disinformato. So bene che il volo di Gagarin o l’allunaggio di Armstrong non sarebbero stati possibili se all’epoca non ci fosse stata quella sanguinosa competizione militar-politica che chiamiamo “guerra fredda” (ma tanto fredda non fu: si combatteva e si moriva). Controllare lo spazio poteva – e può – assicurare la supremazia.

E’ altrettanto giusto sottolineare – sono le contraddizioni della storia – che quei tanti soldi spesi per lo spazio non hanno avvantaggiato solo i militari o gli studiosi dei “quattro sassi lunari” portati giù. Delle ricadute di ogni scoperta spaziale ha beneficiato la scienza – e tutti noi – in molti campi. Il mio amico Ignazio Onnis, pochi anni fa, andava a curarsi a Vigorso di Budrio (vicino a Bologna) e lì veniva messo in grado di camminare, anche se le sue gambe non glielo avrebbero consentito, grazie a una “armatura” di materiali ultraresistenti ma leggerissimi sperimentati proprio nello spazio. Vigorso di Budrio: sanità pubblica cioè per tutte tutti (un’altra di quelle pazzie che il “pigro buon senso” è tornato a pensare impossibile, anzi NON PIU’ POSSIBILE). So per certo che Ignazio si sentiva più vicino alla gente di una qualche Acahualinca e agli operai Montedison che a chi si interessò alla “corsa” oltre il cielo, al sogno di volare fra le stelle ma solo per realizzare o minacciare uno “scudo spaziale” cioè una nuova arma.

Un altro salto (indietro stavolta) nel tempo, un poco prima di Armstrong. Stavolta al 12 aprile 1961. Non avevo ancora 13 anni ma – se la memoria non mi tradisce – quando seppi di Gagarin giurai a me stesso: «fra 30 anni, o magari 50, andrò a prendere un gelato su Marte con i miei figli». Come ho già raccontato qui in “bottega” all’incirca in quel periodo mi presi la cotta – mai terminata – per la fantascienza e la sua cuginetta utopia. Anni dopo scoprii che Riccardo (come me militante di Lotta Continua) aveva la stessa passione. Se io e Riccardo insieme avessimo dovuto scegliere – nel vasto magazzino di mondi che si chiama fantascienza – una sola storia per spiegare la comune passione-pazzia per le stelle, alla fine avremmo consigliato «Progetto Giove» (***) di Fredric Brown.

Lo chiamavano «più veloce della luce» perchè scriveva racconti brevi – e finali indimenticabili – a un ritmo impossibile: il più famoso è «Sentinella». Non solo storie brevi però. Tra la fine degli anni ’40 e i due decenni successivi, Fredric Brown ha scritto anche molti bei romanzi.

«Progetto Giove» (ma il titolo originale è «The Lights in the Sky are Stars») del 1953 è la storia di un “innamorato dello spazio”, Max Andrews, e delle mille follie che inventerà per volare verso le stelle… senza riuscirci. Un libro di bellezza così disperante che almeno da un certo punto in poi è difficile non commuoversi. E che finisce con l’ambiguo sorriso di Chan M’Bassi, un matematico di etnia Masai ma adottato in Cina, che forse ha trovato (nel buddismo?) un’altra via per farci volare. Nelle ultime righe del libro, Max Andrews guarda il lancio di un nuovo razzo. Sa che «a 61 anni non si può piangere». Con lui però c’è il nipote, Billy: «sedette vicino a me, lo sguardo perduto, il desiderio negli occhi. L’aria di un’astronauta costretto a restare sulla Terra. L’espressione del prigioniero».

E anche io mi sento prigioniero di questo piccolo pianeta. Vorrei volare verso gli «infiniti mondi» che Giordano Bruno immaginò (per averlo detto fu mandato al rogo da gente che non capiva nulla di scienza, umanità, desideri e forse neppure di teologia).

Ormai so che non prenderò un gelato su Marte con i miei figli (uno solo stando all’anagrafe, ma milioni se devo credere all’empatia). E se per caso votassi in qualche Parlamento probabilmente in questo preciso momento storico toglierei i soldi a qualunque impresa spaziale per destinarli alle vittime di Mortedison o alla gente impoverita delle mille Acahualinca. Ma quel desiderio – di andare oltre il cielo – non è infantile o sbagliato. Il bisogno di viaggiare in altri mondi e l’idea di una immensa «frontiera» appartengono a tutte e tutti noi. Ed è forse quello che – in un domani – può tenere insieme una razza umana, oggi sempre più divisa, disperata e pessimista, privata dei diritti ma persino dei sogni.

Io sono un sognatore ma so anche fare i conti: se solo la centesima parte di quello che si spende nelle armi fosse stato investito in astronautica, forse avrei già gustato un gelato su Marte, al «bar Gagarin». E se tutti i soldi che si spendono in strumenti di morte o per l’egoismo di pochi fosse indirizzato nell’interesse collettivo, milioni di persone avrebbero forse potuto scegliere se restare su una Terra un bel po’ migliore di questa oppure se volare verso Marte e oltre… dove ci aspettano infiniti mondi.

Perciò il 21 luglio gioisco e sono triste. Capite quello che intendo?

(*) Alberto Masala è un poeta “fuori dai giochi”, un amico, una bella persona. Se lo cercate su questo blog ne trovate le tracce ma io vi consiglio di far tappa (a Bologna, in Sardegna o chissà dove) apposta per conoscerlo.

(**) Se la memoria non mi tradisce il testo dell’assemblea autonoma operaia di Porto Marghera si intitolava «Contro la Luna». Fu pubblicato poi anche in un libretto, «La scienza contro i proletari» di Stampa Alternativa: se finalmente lo rintraccio – oppure se qualcuna/o me lo invia – volentieri lo metto in “bottega”.

(***) «Progetto Giove» uscì nel 1988 negli Oscar fantascienza ed è stato varie volte ripubblicato; l’ultima nel 2017 (cfr 3fredricbrown3)

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

11 commenti

  • sergio falcone

    Porto Marghera. Ho lavorato lassù un paio di anni, in epoca non sospetta. Erano i tempi, memorabili, della solidarietà operaia.
    Si annunciava un comizio del Movimento Sociale Italiano, a Piazza Ferretto, un grande slargo, a Mestre. Gliela riempimmo e il camion non riuscì ad entrare per montare il palco. E fu allora che conobbi Toni Negri…

  • Qualcuno che la sa lunga… mi spiega perché, quando vedo un dito rivolto verso l’alto e guardo il dito, la gente mi guarda male?
    E, a proposito di “qualcuno che la sa lunga”, di cielo e di triste terra, il link alla splendida filastrocca di Rodari musicata da Bobo Rondelli. Ciao Ignazio. https://www.youtube.com/watch?v=2cEH3yhdJ_A

  • Senza parole… Grazie però ci sta

  • Ma che bello questo articolo pieno di storia di poesia di sogni e di speranza, in un linguaggio che tocca tanti tasti umani, intellettuali. emotivi etc.etc. grazie Gisa

  • Grazie, Daniele. I piedi ben saldi in terra e la testa fra gli “infiniti mondi”. Siempre.

  • Giuseppe Lodoli

    Articolo bellissimo incredibile che solo db poteva scrivere

  • sergio falcone

    La grande spontaneità e l’ironia e il talento di – squillo di trombe e rullo di tamburi – …… Daniele Barbieri!
    Evvai!

  • samuele tavasci

    Grande articolo ornitorinchese, Daniele.
    Grazie!

  • Daniele, nello scrivere questo articolo, ti sei fatto portare dalla stessa curiosità pura e forte che ti ha fatto approdare alla fantascienza. È bellissimo!
    E se la morte fosse un gelato su Marte? con tutti i tuoi figli

  • Bellissimo questo articolo, mi ricorda come mi sentissi clandestino tra i compagni, odiavo Nixon l’america imperialista , ma da quando a circa sei anni mia Madre mi lesse per addormentarmi con i miei fratelli più piccoli: Dalla Terra alla Luna , seguito poi da Attono alla Luna, il mio appassionato trasporto per questa avventura é diventato enorme. E mentre i compagni facevano manifestazioni contro, anche mio fratello era a Marghera, io con i miei zii passammo la notte a sentire Tito Stagno

  • a proposito dell’allunaggio di Armstrong and co. del luglio 1969, segnalo (su suggerimento di Daniele Barbieri) questo articolo di Massimiliano Malerba (ingegnere aerospaziale e autore di molti racconti di fantascienza, spesso e volentieri premiati al concorso letterario Trofeo RiLL):
    https://rill.it/?q=node/926

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