La maschera della morte nera

«Quidquid luce fruit, tenebris agit»: capire F. W. Nietzsche attraverso il Batman e il Joker.

di Fabrizio Melodia, «l’astrofilosofo»

Una notte plumbea, le nubi cariche di pioggia, un vecchio Luna Park dall’insegna scrostata, le luci rotte, l’elettricità che crepita, scintille cadono a reclamare una vita che non è più.

Fra le macerie, si rialza una figura lacera e bastonata, il volto dalla pelle bianca gesso, le labbra talmente rosse da risplendere al buio, i capelli verdi, gli occhi spiritati e tristi.

Dinanzi a lui, il suo presunto persecutore, un uomo imponente, di nero vestito: mantello lungo, maschera dalle orecchie di pipistrello che gli lascia scoperta la metà inferiore del viso dal mento forte e risoluto.

Il suo simbolo risplende chiaro alla tenue luce, un pipistrello nero, in campo giallo dorato. L’oscurità che viene dalla luce.

«Quidquid luce fruit, tenebris agit» afferma un vecchio detto latino: tutto ciò che fruisce di luce, si muove nelle tenebre.

Da esse, il Cavaliere Oscuro si muove, alla ricerca dei malfattori, dei violenti, degli assassini.

Egli è paura, viva e vitale.

Il suo nome è Batman, l’uomo pipistrello.

Sorta di ibrido umano e animale, unione tra la Logica e la Forza, Tecnologia e Teatralità.

Egli ha appena messo fuori combattimento uno dei più pericolosi criminali sulla piazza, un uomo che ha commesso lo stupido errore di nuocere alle persone che ama di più. Ha paralizzato con un colpo di pistola alla colonna vertebrale Barbara, la figlia del suo più caro amico e compagno di sventura, il commissario Gordon. Quest’ultimo è stato rapito e imprigionato in quel Luna Park in rovina, dove l’uomo di viola vestito lo ha sottoposto a torture fisiche e psicologiche inenarrabili, come quella di fargli vedere le foto della figlia ferita e agonizzante, in un macabro omaggio al film «Arancia Meccanica» di Stanley Kubrick, con la cura rieducativa Ludovico, per criminali violenti e recidivi.

Batman è riuscito a salvare il commissario ma ora si trova faccia a faccia con la sua terribile nemesi, un uomo distrutto nel fisico come nella mente, il temibile Joker.

I suoi occhi sono pieni di dolore, in lacrime amare che non trovano sbocco, implorano quasi il Cavaliere Oscuro a calare la mano una volta per sempre sull’uomo che tanti crimini ha commesso, quasi una invocazione di pace per un’anima tormentata.

In pochi flashback, la figura del Joker rivive le tappe fondamentali della sua corsa verso l’abisso, prima come comico fallito, con una situazione economica tremenda, una moglie a carico e un figlio in arrivo. Angosce e desiderio di rivalsa lo portano tra le braccia di alcune mezze tacche del crimine: gli propongono alcuni colpi che frutteranno molti soldi. L’unica condizione è diventare un simbolo di terrore per le forze dell’ordine, un capro espiatorio ideale per tutti i poliziotti e i giustizieri di Gotham City, indossando una maschera di colore rosso fuoco.

Durante un colpo in una fabbrica chimica, Maschera Rossa rimane coinvolto con i suoi compagni in uno scontro a fuoco con la polizia e nientemeno che con Batman in persona. Tentando di sfuggire alle grinfie del Cavaliere Oscuro, lo spaventato e debole Maschera Rossa precipita in un recipiente ricolmo di sostanze chimiche, finendo poi scaricato nel fiume fuori dalla fabbrica.

Sopravvissuto a tutto questo, il comico fallito sta per sciacquarsi la faccia nel fiume, quando la sua immagine riflessa comunica il nuovo orrore ai suoi già indeboliti sensi mentali: le sostanze chimiche lo hanno mutato nel corpo, rendendo la sua pelle bianca come il gesso, le sue labbra rosso fuoco e i suoi capelli verdi in modo permanente.

Ecco la nascita della figura dolente. Viene poi a sapere che sua moglie è morta folgorata per uno stupido incidente domestico nella catapecchia dove abitavano, insieme al figlio che portava in grembo.

La discesa nella follia era ormai completa, davanti a Batman il temibile criminale conosciuto come Joker giaceva disteso quasi in posizione fetale, chiedendo al Cavaliere Oscuro di completare l’opera, giustiziandolo sul posto.

Uno dei comic book più belli di tutti i tempi, riluce di sinistro splendore nicciano, fortificato dalla splendida prosa di Alan Moore e dalle fluide ed espressionistiche matite di Brian Bolland.

«The killing Joke» (1984) rifulge della filosofia del britannico Moore, revisore totale del Mito della Patria e dell’ Eroe, accostabile per forza ed espressività proprio al filosofo Friedrich W. Nietzsche.

In questi giorni, il Cavaliere Oscuro è agli onori della cronaca con l’ultimo film della trilogia della paura di Cristopher Nolan, che ha saputo ridare smalto e celluloide al mito di Batman, senza snaturarlo dalla sua vena oscura.

Pellicole che sarebbero di sicuro piaciute a Nietzsche, se mai avesse potuto conoscere il cinematografo come lo viviamo noi ora. Ne avrebbe di sicuro apprezzato la narrazione per immagini, lui che ha definito l’approccio al mondo non con la logica e la scienza, ma con metafore e allusioni. Con buona pace di coloro che lo hanno definito un apostolo del nazismo.

Laddove il cinema parla con il linguaggio dell’immagine in movimento, così il fumetto è arte sequenziale, influenzato dalla dinamicità del fratello più grande: «creò un nuovo modo di fare i fumetti, mixando tecniche cinematografiche ai vecchi canoni fumettistici, mescolando la tecnica propria delle tavole di Jack Kirby con nuove tecniche influenzate dalla pop art, dalla psichedelia e dal surrealismo» sostiene Luca Scatasta («Introduzione allo “Speciale Capitan America n° 1 – Stanotte muoio», Star Comics, 1992, pag 2) parlando della nuova arte di cui si fece massimo esponente l’istrionico Jim Steranko, personalità eclettica e dal carattere difficile, poco prolifico e scarsamente amante del rispetto di regole e scadenze. Personalità che di sicuro Nietzsche avrebbe come minimo adorato.

Come arte sequenziale influenzata da più fonti, il modo di disegnare di Steranko avrebbe avuto un grande peso nella produzione americana successiva, compresi gli artisti che si sarebbero avvicendati sulle tavole del Cavaliere Oscuro. Il fumetto dunque come arte sequenziale, come illustrazione, metafora e allusione, alla realtà che ci circonda, rappresentazione del Caos primigenio, di cui Friedrich Nietzsche si era fatto profetico e visionario portatore, non senza timore e tremore.

Il Joker. Tutti i tentavi di comprenderlo, di aiutarlo, falliscono miseramente, dinanzi al fatto che sembra non vi sia alternativa al suo agire: sembra non possa fare a meno di uccidere, rubare e sfidare la legge, un condannato da una malattia mortale, come il suo amico Due Facce, rinchiuso anch’egli nel terribile manicomio criminale conosciuto come Arkam Asylum.

Joker è malato: durante la tortura del commissario Gordon continua a tormentarlo con i suoi giochi di parole e le cantilene, con immagini della sofferenza della figlia, pare quasi ripagare il mondo con il dolore e la sofferenza che ha patito prima. Alla fine sembra che la vendetta sia il vero movente che lo spinge. Alla fine si scopre che ciò che in realtà ha davvero tentato è di sopprimersi per mano del suo avversario, un fratello oscuro che come lui, forse prima, ha percorso il labile diaframma che separa il Sentiero del Giorno da quello della Notte.

«Se al mondo trionfa la desolazione e i giornali mostrano disperazione, se c’è solo disperazione, se c’è solo violenza, dolore e guerra e tutto cospira per dividere… allora c’è qualcosa che fa per me che se fai il bravo dirò a te e puoi stare certo che mi farà sorridere. . dò dò di mattoooooo come due grosse campane… dò di-mattoooooo, mangio il tappeto e faccio cose strane… Mister la vita è bella dentro una cella, toglie tristezza di torno… buonumore a vita con una stanza imbottita e due iniezioni al giorno! Dai di-mattoooooo come un acido sotto pressione o un predicatore in televisione se la razza umana si fa strana, quando le bombe cadono in testa, quando il tuo bimbo diventa blu e tu non ne puoi più, allora sorridi e fai festa! Quando dai di-mattoooooo non te ne frega niente… l’uomo è distrat-toooo e l’universo mente… Se ti senti ferito legatela al dito e se la vita ti fa il mazzo… non diventare sag-gioooo, diventa pazzo» così Joker in «The killing joke». Un vero e proprio rap della pazzia, un autentico e moderno giullare del caos, che spazza senza pietà ogni pretesa di certezza e di giustizia nel sistema.

«Determinati istinti forti e pericolosi, come lo spirito d’iniziativa, la temerarietà, la vendicatività, la scaltrezza, la rapacità, la sete di dominio, che fino ad allora avevano dovuto essere non solo onorati nel senso dell’utilità pubblica […] ma anche allevati e coltivati […] vengono ormai sentiti con intensità raddoppiata nella loro pericolosità […] e a poco a poco stigmatizzati e abbandonati alla calunnia come immorali. Ora salgono agli onori morali gli istinti e le inclinazioni opposti; passo dopo passo l’istinto del gregge trae la sua conclusione. Quanto o quanto poco pericolo ci sia per la collettività o per l’uguaglianza in un’opinione, in uno stato d’animo e in una passione, in una volontà e in un’attitudine: è questa oggi la prospettiva morale; la paura è anche qui la madre della morale»: F. W. Nietzsche in «Al di là del bene e del male» (a cura di Sossio Giametta, Bur Rizzoli, Milano 1992, sezione V, aforisma 201, pagg. 154-155).

La paura domina, tutto comanda: gli istinti buoni sono determinati dalla paura, per evitare il dolore e procurarsi il piacere. Ecco alla fine come il buon Joker diventa egli stesso la personificazione dell’Oltreuomo, purtroppo una creatura infelice, che trova nel Superuomo di Massa una nemesi e uno specchio dal quale non può sottrarsi. E’ la voce che parla nella sua testa, che ancora non comprende la divina follia, legato alle catene della vita e della mortificazione per un Bene Supremo che vanifica la libertà e la creatività dell’Individuo.

«Devi continuare a far finta che la vita abbia un senso, che c’è una qualche buona ragione per tutto questo lottare. Dio, mi fai vomitare. Dico, cosa è stato per te? Cos’è che ti spiega a essere come sei? Ma la mia tesi è… che sono impazzito quando ho visto che razza di oscura barzelletta era il mondo, sono diventato matto come un cavallo! Lo ammetto! Perché tu no? Voglio dire, non sei stupido! Devi capire la realtà della situazione! Hai idea di quante volte abbiamo sfiorato la 3° Guerra Mondiale per uno stormo di anatre sullo schermo? Lo sai cosa ha fatto scoppiare l’ultima Guerra Mondiale? Quanti pali del telegrafo doveva la Germania come debito di guerra! Pali telegrafici… ahahaha! È una barzelletta! Qualsiasi valore per cui uno possa combattere… è tutto una mostruosa gigantesca Barzelletta! Perché non ne vedi il lato comico? Perché non ridi?»: è Joker ancora in «The killing joke».

Come possiamo lottare per qualcuno o qualcosa, quando la stessa società non si fonda altro che su un cumulo di menzogne? Tutto nella vita è sfruttamento e sopraffazione. Perché dobbiamo lottare per un mondo giusto, dove abbiano regno pace, amore e libertà? Ogni organizzazione politica viene vanificata nella sua stessa essenza. Lo Stato infatti si fonda sulla naturale ed essenziale forza prevaricatrice della Volontà di Potenza, la quale tutto genera e distrugge, tutto vuole inglobare e dominare, portando alla parificazione universale in nome di un principio normativo e costrittivo, attorno a cui tutto deve gravitare. Esso dimostra nel contempo tutta la propria falsità e infondatezza, rivela ai più lo stato della maschera e la propria figlianza con l’oscurità: l’Uomo Pipistrello è la personificazione della Volontà di Potenza, una forza che non ammette il Caos del mondo e in nome della Giustizia tende a prevaricare le forze che infestano le strade, rendendole cloache infernali. Non comprendendo che alla fine i criminali, i papponi, i drogati, le puttane e altra umanità sozza non sono altro che i fratelli della Divina Beffa, impersonata dal ghigno beffardo del Joker.

Joker [Dopo essere stato sconfitto]:«Beh, cosa aspetti? Ho sparato a una ragazza indifesa. Ho terrorizzato un povero vecchio. Perché non me le suoni come si deve e non raccogli l’applauso a scena aperta dal loggione?».

Batman: «Perché lo farò secondo la legge… e perché non voglio. Lo capisci? Non voglio farti del male. Non voglio che nessuno dei due uccida l’altro… Ma entrambi stiamo esaurendo le alternative… ed entrambi lo sappiamo. Forse tutto ruota attorno a stanotte. Forse è la nostra ultima possibilità per sistemare questa faccenda una volta per tutte. Se non la cogliamo, resteremo bloccati su una rotta suicida. Entrambi. Fino alla morte. Non è necessario che finisca così. Non so che cosa abbia distrutto la tua vita ma… chi lo sa? Forse ci sono passato anche io. Forse posso aiutarti. Potremo lavorare insieme. Potrei riabilitarti. Non è necessario che tu affronti nuovamente la follia. Non è necessario che tu sia solo. Non è necessario che ci uccidiamo. Che cosa rispondi?».

E’ il dialogo fra Batman e Joker, in «The killing Joke».

Il Cavaliere Oscuro non comprende, o meglio, non vuole comprendere. Crede nella Società, nella forza della Giustizia e della Benevolenza. Infatti non vuole ucciderlo, vuole ricondurlo dentro la Legge, vuole riabilitarlo, aiutarlo. Avverte a un livello più profondo che quello che lo muove nelle sue azioni di giustiziere della notte è strettamente legato a quello che è accaduto al Joker: alla fine il confine tra loro due è labile, determinato dall’accettazione o negazione della Volontà di Potenza, della forza primordiale che in realtà guida ogni azione umana e dunque ogni istinto percepito come “buono” o “cattivo”, “piacevole o spiacevole”.

«Astenersi reciprocamente dalle offese, dalla violenza e dallo sfruttamento, parificare la propria volontà a quella dell’altro: questo può, in un certo senso grossolano, diventare fra gli individui una buona costumanza, se ne sussistono le condizioni cioè la loro effettiva somiglianza nelle quantità di forza e nelle misure di valore e la loro interdipendenza all’interno di un corpo unico. Ma non appena si volesse prendere questo principio in un senso più ampio e forse addirittura come principio fondamentale della società, esso si rivelerebbe subito per quello che è: una volontà di negazione della vita, un principio di dissoluzione e di decadenza. Qui bisogna andare col pensiero alla ragione fondamentale guardandosi da ogni debolezza sentimentale. La vita stessa è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di ciò che è estraneo e più debole, oppressione, durezza imposizione di forme proprie, incorporazione e perlomeno, nel caso più moderato, sfruttamento. Ma a che scopo si devono adoperare sempre e proprio queste parole su cui è impresso da sempre un marchio denigratorio? Oggi si vaneggia dappertutto, addirittura sotto travestimenti scientifici, di un assetto futuro della società in cui non ci sarà più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ciò suona alle mie orecchie come se si promettesse d’inventare una vita che si astenesse da tutte le funzioni organiche. Lo sfruttamento non appartiene a una società corrotta o primitiva: appartiene all’essenza del vivente come funzione organica fondamentale, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà di vivere»: così Nietzsche (sempre in «Al di là del bene e del male», sezione IX, aforisma 259, pagg. 247-248).

Ecco dunque come il Joker rappresenta l’irrisione e la distruzione di tutti i valori dietro cui la Società maschera le proprie “mancanze”. Non sono cattiverie, ne tantomeno crimini cui la medesima Società, in nome del diritto e del progresso, deve porre rimedio: costituiscono le fondamenta organiche del corpo società, esattamente come mangiare, bere, riprodursi e dormire. Una terribile e spietata macchina organica che distrugge i propri batteri con gli anticorpi della Giustizia e della Legge. In realtà l’ Oltreuomo, impersonificato dal Joker, è rimasto ancora una vittima imprigionato in questo mondo, poiché non riesce a svegliare Batman e gli altri dal loro sonno bello e perfetto, di una lotta per il miglioramento della vita sulla terra.

Purtroppo non hanno ancora capito che il principio della Legge è solo l’ennesima e irrisoria maschera dietro al quale i Governi determinano arbitrariamente l’individuo, ne mortificano l’esistenza, lo privano della libertà, lo portano a vivere in pericolose e nefande cloache indegne di essere vissute. In realtà il canto del Joker è un formidabile poema d’amore, un sentimento debordante e totale, amore per un destino che lo ha distrutto mentre cercava di sopravvivere, non riuscendo. Nella sua fine, il Joker è risorto a nuova vita, ha attraversato l’abisso sul filo teso, tra la bestia e la follia, trasmutando nel giullare perpetuo, mosso da un amore cieco per l’altro e l’odio verso le strutture false, bugiarde e costrittive in cui versa l’umanità.

Egli è un liberatore, denigrato e distrutto, vilipeso e annichilito. Egli in realtà afferma, insieme a Nietzsche, qui finalmente liberato da quelle sovrastrutture politiche e metafisiche che non gli sono proprie, che l’essere umano ha perso il Centro di tutto e prima che sia troppo tardi deve smettere di tentare di comportarsi in modo sano, ma diventare pazzo. Solo in questo modo, quando tutta la Società sarà cambiata, allora ognuno di noi potrà alla fine pensare di vivere libero e felice, ridendo della follia del mondo e accettando ancora e sempre l’eterno ritorno del caos della realtà, senza per questo volerla imbrigliare a tutti i costi in maschere e reti precostituite, senza dare retta alla Volontà di Potenza, dalla quale non possiamo assolutamente estraniarci.

Perché non riusciamo a vedere la sublime verità dell’uomo folle? Perché non riusciamo a comprendere il suo meraviglioso e unico canto?

«L’uomo folle. Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “E’ forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta bene nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?” gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio” – gridò – “ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo bere vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciare via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalle catene del suo sole? […] Non seguita a venire notte, sempre più notte?”» (F. W. Nietzsche, «La gaia scienza»: aforisma 125; traduzione italiana di F. Masini).

La notte viene sempre di più, le auto della polizia stanno raggiungendo i due combattenti, che ridono, senza riuscire a fermarsi.

Ridono ormai della piena comprensione: alla fine, una volta raggiunto e passato il baratro, non rimane altro che la piena e concreta accettazione dell’abisso, il volto ghignante della follia.

UNA BREVE NOTA

Chi passa spesso da codesto blog ha il piacere – forse lo stupore – di incontrare “l’astrofilosofia” ogni martedì (o quasi). Quel che però neanche i fedelissimi sapevano (per la verità neanche io, evidentemente Fabrizio è un tipo schivo) è che l’astrofilosofo ha un blog e che pubblica libri. L’ultimo è «Canto l’uomo d’acciaio» (Il filo edizioni) – appena lo leggo ve ne racconterò qui – mentre i precedenti sono esauriti. Mi sembrano belle notizie perciò brindate con il vov o, se siete oltre Plutone, con il rinomatissimo tzwor. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

5 commenti

  • Al solito Fabrizio solleva questioni, scopre collegamenti, ragiona e per di più sa scrivere bene. Io però, dopo averlo ringraziato per avermi smosso i restanti neuroni, ogni tanto non sono d’accordo con lui. Stavolta a esempio: tengo conto di quel che dice Nietzsche ma alla fine… scelgo Marx.
    Ha scritto Fabri: «Come possiamo lottare per qualcuno o qualcosa, quando la stessa società non si fonda altro che su un cumulo di menzogne? Tutto nella vita è sfruttamento e sopraffazione. Perché dobbiamo lottare per un mondo giusto, dove abbiano regno pace, amore e libertà?».
    Perché? Per molti buoni motivi: a esempio – visto che di questo qui su parla – per non dover scegliere tra Joker (follia distruttiva) e Batman (la “Legge” al servizio dei più forti). Per non essere soli. Per coltivare un sogno. Per inseguire l’utopia che, come ricorda Galeano, se pure è irraggiungibile, ci fa mettere in cammino.
    E se proprio devo essere pessimista – in questa fase storica effettivamente di ragioni ce ne sono – allora vado a cercare qualche spiraglio dalle parti di Calvino (Italo) a esempio in questa citazione (da «Le città invisibili») che sintetizzo: «L’inferno dei viventi è già qui […] lo abitiamo tutti i giorni. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte […]. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dagli spazio».
    Meglio il secondo, grazie.
    Il non inferno: riconoscerlo, farlo durare e dargli spazio. Non escludo di convincere al riguardo Fabrizio; escludei in questa fase gli altri tre (Nicce, il pipistrello triste e il jollyfolle).

  • Mai come in questo caso omonimia è stata più totale, visto che condivido appieno le parole di DB, e anche l’apprezzamento per l’articolo, nonostante il disaccordo.

  • Fabrizio Astrofilosofo Melodia

    Carissimo DB (secondo), non hai bisogno di convincermi, sono perfettamente concorde con te. Infatti il buon Marx non pendeva solo per una più corretta organizzazione del lavoro, per eliminare le disuguaglianze, ma, cosa che Nietzsche non aveva compreso, fare il primo passo per liberare l’uomo dalla schiavitù e dall’alienazione che il lavoro capitalistico comporta.
    Inoltre il Joker assume dentro di se il terribile Caos del mondo, l’inferno in cui viviamo, per non esserne schiavo, ma attivo distruttore. In questo senso, Joker è la critica più estrema di cui Italo Calvino accennava: non bisogna essere dei carcerati della nostra realtà, chiusi nelle nostre casette ricolme di allarmi e di paura per i vicini. E’ necessario tornare fuori e riappropriarsi della terra, poichè solo gli esseri umani possono essere il senso stesso del proprio destino. Invece troppo spesso si reagisce o con la follia distruttiva o ci si uniforma alla Legge al Servizio dei Padroni, di cui Batman troppe volte si rende baluardo senza rendersene conto (fino alla bellissima graphic novel “The Dark Knight Returns”, scritta e disegnata da Frank Miller, in cui farà il dionisiaco salto sul baratro).
    Ecco dunque il senso della liberazione. No alla morale degli schiavi o alla organizzaziono spersonalistica del lavoro, che porta solo a consolidare lo status quo capitalistico dando le briciole ai lavoratori, come purtroppo è sotto gli occhi di tutti in questi ultimi periodi, quando la crisi è forse ai massimi livelli e gli errori/orrori del passato pesano come macigni.
    La nostra lotta deve essere sempre continuamente presente, bisogna librarsi sull’abisso del nulla, con la gioia e l’ironia di Dioniso, il dio che ha molto sofferto e quindi che ha molto bevuto.
    Grazie della bella critica ^:^ Spero che continuerai a seguirmi a a suscitare queste belle chiacchierate ^_^ Come vedi cerco di far discutere, ma troppo spesso le mie note rimangono vuote. Ma se non c’è confronto, dibattito, discussione, allora manca proprio tutto. Il degrado che abbiamo sotto gli occhi parte dal linguaggio e dalla cultura…

  • Fabrizio Astrofilosofo Melodia

    al buon Daniele Barbieri… grazie infinite DB, per il minispot… purtroppo sono una persona che, lo dico molto apertamente, non ama vantarsi di quello che fa, anche perchè scrivo per mio piacere e per mantenere viva quella vena creativa che sento. Purtroppo i miei libri cartacei sono da tempo esauriti… ma vedrò di farteli leggere in altro modo. Il blog è chiuso da tempo, a causa di gravi motivi personali. Chissà che in futuro le cose non si sistemino. Nel frattempo spero di poter continuare a collaborare con questo splendido e simpaticissimo blog, dove trovo persone e pensieri davvero belli. Un abbraccio a tutti e ci sentiamo prossimamente su questi schermi ^_______^

  • Bellissimo articolo. Familiare Dan-Bar. grazie.
    La condizione joker-nietzsche è tutto fuorchè rifiuto e indifferenza. è coinvolgimento massimo. è sacrificare la logica ragione per un etica che è irraggiungibile e razionalmente inspiegabile ma di amore e follia e si muove, attraverso la volontà di potenza che non accetta spiegazioni e compromessi. vive. in se’ è giusta. e anche di fronte alla barbarie e all’ingiustizia penetra,dirompente. forse l’inferno calviniano non di dissipa se non con armi irrazionali e folli. con arte e amore. lotte, sudore… e utopie.
    Ma nietzsche io a scuola l’ho mai studiato? Gli insegnanti che me lo chiedevano, lo capivano?
    Nel dubbio, corro a guardare batman.

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