La memoria si mescola

Di quale materia sono fatti i sogni? C’è Roberto Cotroneo nella quarta puntata per «libri ritrovati in biblioteca» di Bianca Menichelli (*)

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Pp (piccola premessa)

In questi giorni di “inarrestabili” arretramenti politici e culturali, mi pongo continuamente la domanda fatidica: «Che fare?». So di essere in ottima e folta compagnia, ma quello che scatta – subito dopo l’anelito a trovare/trovarci attorno ad un punto di riferimento che ci dia fiato sufficiente per resistere – è la tetra consapevolezza della frantumazione di un mondo dove non trovano più cittadinanza ideali, pensieri, attuazioni consapevoli e civili. Quindi, pur continuando a essere coerente nelle mie azioni quotidiane, mi ritrovo a frequentare sempre più il mio rifugio personale. La biblioteca.

Ed è qui che ho trovato un libro che mi ha lasciato prima interdetta poi tra/sognata infine stregata.

Roberto Cotroneo “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome”, 2002 Mondadori (e già questo fa storia): Comune di Verona – Biblioteca Civica – 853-914 Cot.Per

Non conoscevo l’autore, mi ha attirato la posizione del libro sullo scaffale; si sa che quando i bibliotecari vogliono fare una segnalazione a loro giudizio di merito, oltre l’esposizione in entrata, fanno uscire il volume dall’ordine consueto e lo sistemano in bella vista sullo scaffale di riferimento. A me qualche volta è andata bene (altre no).

Ma a fare la vera differenza riguardo la mia decisione di leggere questo libro è stato quell’attimo immenso. Non ricordo quale figura retorica definisca questa contraddizione e se qualcuno volesse illuminarmi gliene sarei grata.

«Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome. Scendevo i gradini ad uno, i gradini delle scale di Fernando, sapendo bene che non avevo parole da dire a nessuno e che non avevo nessun posto dove andare, nessun luogo da cui ripartire».

Chi scrive parla di due mondi, quello dove ha vissuto fino ad un certo periodo della sua vita, Tempestad, e l’Italia, dove suona il violino in un quartetto d’archi, ma forse i mondi sono tre perché c’è anche la nave “Scirocco” sulla quale si imbarca per lavoro per un periodo imprecisato della sua vita.

A Tempestad si lavora in una fabbrica che costruisce i pezzi degli scacchi fatti a mano con legno di cedrela (cannella?), si gioca sempre a scacchi nelle strade, ma nessuno vince, perché la partita deve sempre finire pattata. «Vincere è troppo, vincere soprattutto è rompere lo specchio. Nel pareggio non si rompe nessun equilibrio, nel pareggio ci si ritrova assieme, si è meno soli … Nessuno qui crede di conquistare il mondo, perché il mondo è un mistero da rispettare, per questo nessuno cerca di vincere».

Tempestad non esiste sulle carte geografiche, è un luogo misterioso del Sudamerica, nel mondo capovolto, dove gli uomini giocano a scacchi, le donne arrotolano fili colorati attorno ai rocchetti, le case non hanno numeri civici ma si distinguono dal colore.

«A Tempestad i sogni non erano nient’altro che il proseguimento della vita di ogni giorno… Ci sono posti della terra dove il sogno è la realtà di ogni giorno… dove la grammatica del mondo è fatta di apparizioni e associazioni senza un significato. Per ritrovarle nella mia vita adulta e consapevole dovevo attingere dai sogni: dai miei e da quelli degli altri. Io sapevo che i sogni sono finestre aperte, sguardi dall’alto del ponte di una nave».

E’ sogno dunque la nave Scirocco, il suo carico misterioso, il suo equipaggio nascosto nelle stive, le sue cabine che ripropongono le posizioni degli scacchi, la sua struttura circolare, senza prua né poppa, il suo bar con le foto di Cary Grant e altri personaggi celebri e morti, dove il protagonista suona non si sa davanti a chi, quasi un Hoverlook Hotel galleggiante?

Sulla Scirocco c’è Byrne, anche lui misterioso personaggio che (forse) ha giocato a scacchi con Bobby Fisher e ora gioca contro se stesso allo specchio che si riflette all’infinito in altri specchi che si perdono in altri specchi in un continuo riflesso che ritorna. «Chi ha pensato tutti questi specchi voleva una nave infinita, che si specchiasse in se stessa, voleva che questo diventasse un mondo che non aveva bisogno di nient’altro. Era una follia… non innocua, tutti i progetti ossessivi sono pericolosi… I musicisti hanno lo stesso potere degli specchi. Riflettono tutto sugli altri. Specchiano i sentimenti delle persone».

E c’è Gregor, reduce dalla guerra balcanica, figura immobile. «Per uno come Gregor che aveva conosciuto le guerre più incomprensibili, muoversi era il disordine del mondo. Rimanere fermi era una modalità dell’ordine, come con gli scacchi, i giocatori più bravi si muovevano poco, non li sentivi neppure respirare».

«Sul mare» dice Gregor «la memoria corre più veloce, silenziosa, si immerge e risale tra i flutti, ma soprattutto si mescola. Voi non sapete cosa significa questa parola: mescolarsi. Pensate che le cose vostre sono le vostre e le mie sono le mie. .. Noi sappiamo che le vite si arrangiano una con l’altra, si confondono, si immergono in storie che non sono le loro per poi uscirne di nuovo cambiate….. L’uomo che progettò questa nave e volle questo mare di specchi non riuscì più a liberarsi dei riflessi che qui non si fermano mai. .. era riuscito nel suo intento di moltiplicare le vite e capovolgerle.»

L’Italia e Milano sono (o sembrano?) al contrario fortemente reali nella vita del protagonista che per mesi si ritroverà in un luogo isolato a provare «La Grande Fuga» di Ludwig van Beethoven per quartetto d’archi. La formazione è guidata da Chiara, figura catalizzatrice distruttiva di sentimenti e passioni, oltre che di se stessa.

Alla fine, quando tutto si tiene, musica, specchi, sogni, scacchi e vite si intersecano, si confondono come si confondono i piani temporali e spaziali in un crescendo che toglie quasi il fiato e fa immergere il lettore in un sogno (!) dal quale a fatica rientra nella vita reale. Quella nostra, quella fatta di sogni (infranti), di specchi (spezzati), di scacchi (pattati ed immobili), di musica (impossibile). Di fughe da noi stessi, dalle vite nostre e degli altri.

Il libro è dedicato «Ad Andrea e Francesco perché imparino a camminare in questo mondo». Dovremo anche noi re-imparare quello che stiamo desolatamente dimenticando. E dovremo fare in fretta.

Può questa poesia di Wislawa Zsymborka accompagnarci?

Progetto un mondo, nuova edizione,

nuova edizione, riveduta,

per gli idioti, ché ridano,

per i malinconici, ché piangano,

per i calvi, ché si pettinino,

per i sordi, ché gli parlino.

Ecco un capitolo:

La lingua di Animali e Piante,

dove per ogni specie

c’è il vocabolario adatto.

Anche un semplice buongiorno

scambiato con un pesce,

àncora alla vita

te, il pesce, chiunque.

Quell’improvvisazione di foresta,

da tanto presentita, d’un tratto

nelle parole manifesta!

Quell’epica di gufi!

Quegli aforismi di riccio,

composti quando

siamo convinti

che stia solo dormendo!

Il Tempo (capitolo secondo)

ha il diritto di intromettersi

in tutto, bene o male che sia.

Tuttavia – lui che sgretola montagne

sposta oceani

ed è presente al moto delle stelle,

non avrà il minimo potere

sugli amanti, perché troppo nudi,

troppo avvinti, col cuore in gola

arruffato come un passero.

La vecchiaia è solo la morale

a fronte di una vita criminosa.

Ah, dunque sono giovani tutti!

La Sofferenza (capitolo terzo)

non insulta il corpo.

La morte

ti coglie nel tuo letto.

E sognerai

che non occorre affatto respirare,

che il silenzio senza respiro

è una musica passabile,

sei piccolo come una scintilla

e ti spegni al ritmo di quella.

Una morte solo così. Hai sentito

più dolore tenendo in mano una rosa

e provato maggiore sgomento

per un petalo sul pavimento.

Un mondo solo così. Solo così

vivere. E morire solo quel tanto.

E tutto il resto eccolo qui

e come Bach suonato sul bicchiere

per un istante.

[Wislawa Szymborska «Progetto un mondo» da «Appello allo Yeti», 1957].

 

(*) Quarta puntata della rubrica “libri trovati in biblioteca”.E sia chiaro: Bianca è sempre la benvenuta ma questo spazio è aperto a tutte/i. L’IMMAGINE è ancora di ENERGU… perché ci è piaciuta tanto (db)

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • GiorgIo Chelidonio

    “…col cuore in gola, arruolato come un passerò. ..” : che effetto farà? Mi incuriosirebbe anche se “or non è più quel tempo, quell’età “. Ma si sa che l’età non è quella anagrafica ma quella del cuore….

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