La misura del problema

considerazioni di Giuseppe Faso (*) intorno a migranti e polizie; a seguire il link per ascoltare un’intervista a Sergio Bontempelli

I giornali riportano una serie di considerazioni del capo della Polizia, Franco Gabrielli, sull’immigrazione. Tra le varie cose dette, alcune di buon senso, altre discutibili, emerge un tormentone che naturalmente verrà ripreso, ripetuto, urlato nei prossimi giorni. Un dato apparentemente incontrovertibile, usato come un indicatore della necessità di “costruire percorsi di integrazione”.

La parola “integrazione” si presta a usi diversi, e la retorica che vi fa ricorso permette le più varie acrobazie.  Come molti politici, improvvisati e non, anche nel linguaggio di Gabrielli i “percorsi di integrazione” si prevedono e normano dall’alto, mentre la cosiddetta integrazione riguarda il singolo individuo che, appunto, “si integra” (mostrando docilità premiale) o “viene integrato” (al passivo, perché accetta passivamente l’azione altrui). Non spunta mai una possibilità d’uso decente del termine “integrazione”, come quella praticata decenni fa, che indicava un processo di reciproco adattamento tra la società di arrivo e gli immigrati, attraverso il rispetto dei diritti degli immigrati e le politiche sociali. Di rispetto dei diritti e di politiche sociali non si parla, di reciprocità meno che mai, e allora meglio rievocare in astratto la costruzione di processi di assoggettamento e l’adattamento forzato dei soggetti (meglio, assoggettati), invitati a “integrarsi”: cioè a dimostrare, anche con esami di lingua e di passiva assuefazione, di meritarsi diritti al ribasso.

Dice Gabrielli (si veda Il Fatto quotidiano) : “Da 10 anni c’è un trend in calo complessivo dei reati. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati, questo è inequivoco”. E sottolinea che “nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, nel 2018 al 32% e in questo 2019 che sta quasi finendo il trend è lo stesso, siamo quasi al 32%”. La conclusione viene presentata come ovvia: “Tenendo conto che gli stranieri nel nostro Paese, sono il 12%, tra legale e non, questo dà la misura del problema”.

L’ovvio va interrogato e messo in questione il più possibile: nel caso del tema immigrazione, dati i presupposti fallaci di senso comune, tale esercizio del sospetto va praticato sempre. Proviamo a riguardare con attenzione quanto dice Gabrielli: gli “stranieri”, tra le persone denunciate e arrestate, sono il 32%; rispetto alla popolazione italiana, il 12% (una stima un po’ larga, ma non è il caso di sottilizzare): questo divario “dà la misura del problema”.

Che quel divario misuri qualcosa, è sicuro, sono due numeri messi in rapporto tra loro, e qualcosa, anche secondo noi, significa. C’è però da stabilire un punto: di quale problema si tratta? Dicendo “il” problema, Gabrielli dà per scontato che quanto ha detto indichi con evidenza un problema preciso, che è nella sua testa e perciò viene imposto come una presupposizione a chi legge o ascolta. Ma la cosa data per ovvia non lo è: si tratta di un dispositivo discorsivo che lavora “in maniera dolce, subdola…e può essere un potente mezzo di manipolazione del lettore”,  come scriveva chi l’ha messo a fuoco dal punto di vista  linguistico,  Maria-Elisabeth Conte; tanto che viene indicato come chiave di molti giudizi che fingono di non essere tali da Federico Faloppa, “Razzisti a parole (per non parlar dei fatti)”, Laterza 2011, pag.106/107.

Basta fare un esempio: supponiamo di leggere i giornali americani successivi a un attentato, negli anni venti (il periodo in cui vennero condannati a morte gli innocenti Sacco e Vanzetti); poniamo che dai giornali si venga a sapere che in città sono stati fermati alcune centinaia di sospetti, e che fra questi gli italiani siano il 32%; e che la popolazione italiana rappresenta il 12% di chi abita in città. Potremmo presentare il fatto dicendo: “questo dà la misura del problema”; o anche “questo dà la misura dei pregiudizi della polizia (di allora)”. In ciascuno dei due casi, noi avremo dato un giudizio, ma senza presentarlo come tale, bensì invitando l’ascoltatore o il lettore a pensare che quanto detto sia “inequivocabilmente” un problema, o un’ingiustizia: due giudizi antitetici, entrambi soggettivi, che possono essere presentati come “la cosa di cui si stava parlando”. Come dice Faloppa: fingendo di ricapitolare quanto detto (qui “il problema” o “i pregiudizi”) si introduce un giudizio presentandolo come una informazione evidente. O inequivoca, come dice Gabrielli.

In quale cornice acquista senso il dato indicato dal capo della polizia? Sulla cornice, o frame, delle affermazioni in campo politico si discusse una dozzina di anni fa grazie al libro “Non pensare all’elefante!” di Lakoff, che a detta dell’autore era un invito ai democratici per mettere in questione l’egemonia della destra nel proporre le cornici che danno senso a qualsiasi cosa venga detta: ma è sempre e ancora il discorso di destra a dettare frames che mettono in difficoltà l’argomentazione della sinistra; quest’ultima così parte svantaggiata, e, accomodante com’è e incapace di reframing, sconfitta in partenza. Si veda  il reframing operato da parte della destra sul diritto alla cittadinanza dei figli di immigrati nati qui: si è passati da tale rivendicazione alla latinizzazione (degna del latinorum di Don Abbondio in difficoltà con Renzo) e così i politici (ma non molti attivisti antirazzisti) hanno parlato di “ius soli”; poi è stata inventata la cornice dello “ius culturae”, ed è in tale quadro, che ribadisce la necessità per loro di meritarsi ciò che per noi è un diritto, che si cerca di giungere a un accomodamento con una parte assai minoritaria della destra (Renata Polverini e forse qualche altro). Ciò rafforzerà il predominio culturale della destra nell’opporre loro a noi, e   non basterà per ottenere qualcosa.

Possiamo cercare di capire qualcosa dalle cifre esibite da Gabrielli. Il numero di denunciati non è un dato che si produce in natura, ma è sempre il segno di un’attività di diverse agenzie, tra cui, centrali, quelle di polizia. Come ha mostrato negli anni ’30 del secolo scorso Johan Thorsten Sellin, e come con scarso ascolto da parte di chi ne chiacchiera insistono a ricordarci manuali autorevoli di criminologia, man mano che ci si allontana dalla scena del crimine le statistiche criminologiche ci parlano di altro: se si parla di condannati, ci dicono molto anche su come funzionano leggi e magistratura, se si parla di arrestati ci dicono molto sulle attività delle forze dell’ordine, etc. 

Tanto per capirci con esempi concreti: per un italiano non è un reato non esibire i documenti, per uno straniero sì. Pensiamo a controlli sugli autobus o sui treni, sempre più di frequente mirati (si veda qui):  lo straniero può essere denunciato per non avere esibito un documento, e se privo del permesso di soggiorno può essere denunciato per il reato di “clandestinità”, che prima non esisteva (si trattava di una infrazione amministrativa), ma è tale grazie alla legge 94 del 2 luglio 2009 (ministro degli interni, Maroni); da allora si sono succeduti governi “di centrosinistra” che non hanno mai trovato il tempo di cancellare il “reato di clandestinità”.

Chi ci legge ha sicuramente incontrato più volte sui giornali la formula “sono stati ritrovati n soggetti extracomunitari non in regola con le norme sul permesso di soggiorno. Gli stessi, pertanto, venivano accompagnati presso la locale Questura, e dopo essere stati compiutamente fotosegnalati, venivano deferiti all’autorità giudiziaria per inosservanza della normativa stranieri.” Fermati, fotosegnalati, deferiti: cioè denunciati, a gonfiare i numeri che poi un capo della polizia può esibire senza stare tanto a ricordare come sono stati prodotti. “Prodotti” è il termine più appropriato per indicare quelli che di solito vengono detti “dati” statistici: che non sono dati, ma prodotti secondo i parametri, le categorie, i criteri con cui vengono svolte le statistiche. Le quali a loro volta parlano di fenomeni non “dati”, ma prodotti.

Si producono più denunciati tra le persone che vengono fermate di più, a piedi o in auto, come avviene ed è stato dimostrato, anche se c’è stato qualche bello spirito “democratico” che ha piegato dati evidenti per cercare di sostenere il contrario (sul tristo episodio si veda Melossi, in “Etnografia e ricerca qualitativa”, 2010). Quando un Cucchi viene ucciso in carcere ci vogliono molti anni a denunciare e condannare i sicuri colpevoli, e non sempre ci si riesce; invece gli immigrati sono di frequente fermati, e facilmente denunciabili per un mucchio di (presunti) reati minori o discutibili.

La sproporzione tra immigrati presenti e immigrati denunciati ci parla, certo, anche di marginalità e vulnerabilità di una parte della popolazione straniera presente, in un quadro in cui ci si preoccupa poco di tale vulnerabilità, e anzi la si produce; ma ci dice moltissimo delle attività di polizia, delle norme di legge, delle direttive e delle abitudini non scritte ma tenaci e rilevabili da un’indagine etnografica. Come quella che ci ha permesso di sapere, a suo tempo, che, anche se non è un delitto essere scuri di pelle o avere i capelli ricci o non radersi ogni giorno, è statisticamente più facile essere fermati (e perciò anche, se è il caso, denunciati) per avere i capelli ricci, la barba incolta o la pelle scura. Si pensi a come sarebbe istruttivo leggere le statistiche sui fermati: “ieri in tutta Italia sono state fermate 1972 persone; tra esse, il 30% di persone con la pelle scura, il 35% con la barba di due giorni e il 34% con i capelli ricci (in alcuni casi il dato è cumulabile: c’è chi ha i capelli ricci ed è nero di pelle, etc.). Dato che le persone di pelle scura sono solo il 5% della popolazione, quelle che non si radono ogni giorno sono il 18% e quelle con i capelli ricci sono il 12%, questo dà la misura del problema”. In questo caso, sarebbe evidente che il problema è tutto delle forze di polizia, che dovrebbero adoperare criteri diversi, e magari più efficaci, per fermare le persone.  Altrimenti ogni conclusione fondata su tali dati prodotti sarebbe – come diceva sarcasticamente Oscar Wilde – sbadata.

Simili sbadataggini segnano l’interpretazione dei numeri che dà il capo della Polizia, e dispiace che invece di cercare di capire i dati statistici si proclami un “problema” autoevidente e corrispondente a quello immaginato dal senso comune, allarmato da decenni di discorsi xenofobi e di dispositivi discorsivi, di legge, deumanizzanti.

Diceva un grande studioso che non avrebbe accettato di leggere statistiche sull’intelligenza dei neri e dei bianchi fin quando non si sarebbero prodotte statistiche sul quoziente di intelligenza di idraulici e pellettieri. Ecco cosa manca, nei numeri del capo della polizia: la giustificazione del perché si producono numeri sulle denunce che riguardano gli stranieri e non quelle riguardanti gli imbianchini, poniamo, o i dirigenti di grandi imprese.

(*) ripreso da www.cronachediordinariorazzismo.org

Ecco il link di un’eccellente intervista radiofonica a Sergio Bontempelli, complementare a quanto avete letto sopra.

https://www.controradio.it/gli-stranieri-delinquono-piu-degli-italiani-e-chi-lo-dice/

 

Redazione
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3 commenti

  • concordo con lo scritto di Faso ma mi si permetta un appunto: forse sarebbe opportuno che imparassimo a scrivere in modo semplice e allo stesso tempo “scientificamente” inoppugnabile (a parte che il punto di vista dei Gabrielli o Barbagli saranno sempre fondati sulla loro concezione del mondo e il credo fideistico nei NUMERI !).
    Più in dettaglio:
    1) la comunicazione di Gabrielli è appunto fondata su tale credo fideistico che oggi è il credo più pervasivo e dominante in tutti i campi: il numero è in quanto tale sacralizzato e tutto dipende dalla CIFRA … si pensi al discorso sulla crescita o no centrato sullo 0,1% o 0,5% …

    2) Questa elezione della CIFRA a divinità assoluta corrisponde a una società in cui lo stesso discorso dominante è semplificato e INDISCUTIBILE … basti pensare che nessun media pensa lontanamente di refutare i dati statistici e tanto meno di decostruirli e fra gli intellettuali vale lo stesso … mi spiace ma l’amico Faso si sbaglia, la criminologia anche quella critica non ha mai imparato cos’è la decostruzione delle statistiche … non ha mai imparato che i DATI CHE PRODUCE LA POLIZIA NON SONO ALTRO CHE LA MISURA DI QUELLA CHE VUOLE ED È IN GRADO DI FARE e lo stesso vale per i dati relativi alla produzione dell’amm.ne della giustizia (cioè le condanne)

    3) La produzione delle polizie e poi dell’amm.ne della giustizia (che come dice Foucault esegue quello che le dice la polizia -quasi sempre-) corrisponde agli inputs o pressioni o ordini provenienti dal potere politico e dalla cosiddetta opinione pubblica. Da decenni assistiamo a un continuo rilancio della DOMANDA DI CRIMINALIZZAZIONE RAZZISTA (così come a quella di chi protesta contro le grandi opere (TAV, MUOS, TAP ecc.) e quella degli ultrà). In questi ultimi due anni con Minniti e poi in maniera super eclatante con Salvini l’INCITAMENTO A TALE CRIMINALIZZAZIONE È STATO ESASPERATO ALL’ESTREMO. Allora di che sorprendersi se fra i fermati e arrestati si trova una sempre più alta percentuale di stranieri? E questo nonostante tutti i reati diminuiscono, gli stranieri sono sempre condannati per reati meno gravi di quelli attribuiti agli italiani e sono in proporzione molti di più in attesa di giudizio perché quasi sempre esclusi dai benefici di pena.
    Infine ricordo a Faso e altri http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf (con testi di Maneri, Brion, De Giorgi ecc.)

  • scusate mi accordo ora che nel fare copia e incolla dal file word al sito del commento m’è saltato l’ultimo punto che è il più importante;
    4) Rovesciare il discorso dominante: le autorità delle forze di polizia e dell’amm.ne della giustizia e men che meno quello politiche si guardare bene dal dire perché non sono perseguiti i reati a danno degli immigrati a cominciare dai soprusi, violenze e persino torture praticate da alcuni agenti delle forze di polizia e per finire con quelli dei padroncini e caporali … e non dicono mai che la maggioranza dei casi di neo-schiavitù a danno degli immigrati si svolgono proprio nella pianura padana (e quindi non solo nel Sud). Per l’ennesima volta invito a vedere il breve documentario emblematico sulla valle della gomma (grande feudo leghista): https://www.youtube.com/watch?v=BnoswosixWU
    E si guardi anche l’immagine sulle due zone più inquinate d’Europa : una delle due è appunto la pianura padana (http://www.meteolive.it/news/Editoriali/8/sai-qual-il-luogo-pi-inquinato-d-europa-/75581/)
    E ancora si guardi l’immagine sulla regione con la più alta evasione fiscale (in valori assoluti), cioè la Lombardia(sulla base delle tabelle NADEF (nota aggiuntiva della finanziaria) (vedi http://www.labottegadelbarbieri.org/)
    Tutti questi casi mostrano senza equivoci che i più gravi reati contro gli stranieri ma anche contro gli italiani si commettono proprio nelle zone dove è maggioritario il consenso ai “crociati” che reclamano sempre più criminalizzazione razzista, in particolare nei feudi della Lega. Non solo, proprio in queste realtà gli immigrati sono i più perseguitati. Ma come dice qualcuno sono oltre 10 milioni gli elettori avvezzi all’evasione dalla più piccola alla più grossa e forse altrettanti quelli che traggono benefici dal supersfruttamento al semi-nero e al neo di stranieri e italiani; Perciò nessun partito oserà mai adottare misure efficaci per il risanamento di tale evasione e delle economie sommerse così come delle collusioni fra mafie, banche, imprese, commerci e dei reati contro immigrati e anche italiani privi di protezione. Il liberismo che s’è imposto in questi ultimi trent’anni ha alimentato l’aumento di questo enorme fenomeno, ma nessun partito è antiliberista e il liberismo si nutre di razzismo perché è neocolonialismo!

  • domenico stimolo

    Per approfondimento riporto il documento dell’ISTAT reso pubblico giorno 21 febbraio 2019. Il periodo di riferimento sono gli anni 2015-2016, con il titolo:

    REATI CONTRO LA PERSONA E CONTRO LA PROPRIETÀ : VITTIME ED EVENTI.

    COMUNICATO STAMPA

    Nel periodo 2015-2016 si stima che il 10,2% dei cittadini sia stato vittima di reati nei 12 mesi precedenti l’indagine. Il 3,7% ha subito furti (come borseggi, furti di oggetti personali e scippi), l’1,6% reati violenti (aggressioni e rapine) e lo 0,9% minacce. Secondo le vittime nel 56,8% delle aggressioni e nel 27,3% delle rapine l’autore è italiano.
    Circa il 5% dei cittadini ha subito truffe informatiche e clonazione delle carte bancarie. In particolare, il phishing ha riguardato il 7,7% delle persone, le quali hanno risposto a email false in cui si chiedevano credenziali; l’11,8% delle persone che comprano on line è stato vittima di una truffa; lo 0,6% di quanti utilizzano on-banking ha avuto perdite di denaro in operazioni bancarie on line.
    Tra i reati subiti dalle famiglie prevalgono quelli relativi ai veicoli (10,7%) e all’abitazione (5,6%). Gli inganni legati a contratti e forniture di servizi hanno coinvolto il 2% delle famiglie.
    Rispetto alla precedente indagine (2008-2009), si stima un consistente incremento dei reati informatici, di furti in abitazione e di ingressi abusivi e, per quanto riguarda i veicoli, di furti di bicicletta – o di sue parti – e di moto. Al contrario diminuiscono i furti di oggetti personali e di automobili e ciclomotori (e delle loro parti).
    Nei reati contro gli individui la multi-vittimizzazione (ovvero l’esperienza ripetuta di subire lo stesso reato) è pari al 23,6%. È più frequente nel caso di reati violenti (il 28,6% di queste vittime ne ha subiti due o più) rispetto a quelli contro la proprietà (11,1%). Nel dettaglio, le minacce sono state subite più volte nel 38,5% dei casi, le aggressioni nel 21,4%.

    Alla nota stampa è incluso una documentazione in pdf molto ponderosa( oltre 14 Tavole)

    https://www.istat.it/it/files//2019/02/Reati-contro-la-persona-e-contro-la-proprieta.pdf

    Poiché “ L’indagine sulla sicurezza dei cittadini fornisce un quadro del fenomeno della criminalità attraverso il punto di vista della vittima.” – come trascritto -è molto utile prestare particolare attenzione alla parte iniziale della pag 14, titolata:

    “ PROSPETTO 19. VITTIME DI SCIPPI, RAPINE, AGGRESSIONI PER ORIGINE ITALIANA O STRANIERA ATTRIBUITA DALLA VITTIMA ALL’AUTORE DEL REATO, CONSEGUENTE MOTIVAZIONE E TIPOLOGIA DI REATO. Anni 2015-2016, per 100 vittime dello stesso reato. Scippo Rapina “ .

    I dati sono evidenziatati su tre colonne, titolate: SCIPPI, RAPINE, AGGRESSIONE.
    Emerge che alle voce“ MOTIVAZIONE DELL’ORIGINE DEL REATO AUTORI/AUTRICI….”, l’indirizzo: “ in ragione dell’apparenza” ha una quota percentuale molto rilevante.

    Già la famosa apparenza, con particolare riferimento agli “stranieri”, tanto divulgati dagli organi di informazione in questi ultimi anni.
    OVVIAMENTE L’APPARENZA NON E’ PROPRIO LA CERTEZZA.

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