«La nostra casa va in fiamme»: lo dice Greta ma…

prima di lei John Brunner

Fabrizio Melodia si aggira nella fantascienza “ecologista”

Povera Greta Thunberg: i politici di mezzo mondo maledicono una ragazzina di quindici anni con la sindrome di Asperger, definendola una marionetta in mano agli attivisti ecologisti, i quali mirano a seminare il terrore riguardo alla reale condizione ambientale del pianeta.

Greta avrà 15 anni e l’asperger (ovvero un ristretto campo di interessi simile all’autismo) ma ha le idee ben chiare su cosa vuole: spegnere l’incendio che divampa da tempo nella sua casa, che è poi la casa di tutte e tutti. Come viene raccontato nella sua biografia – scritta da lei con l’aiuto della famiglia – appunto «La nostra casa è in fiamme» (2019, Mondadori).

In fiamme è il pianeta Terra. E se l’incendio – ovvero il surriscaldamento globale – non viene domato moriremo tutti.

Terrorismo psicologico dei soliti ambientalisti? Sentiamo le parole conclusive in un sagace intervento di Greta: «Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie».

E tanti saluti ai potenti del mondo, che se ne fregano della biosfera e si battono per vivere nel lusso mentre la casa va in fiamme. Un po’ come i politici locali quando (accade spesso) costruiscono bellissimi parchi giochi per bambini sopra a discariche piene d’amianto, diossina, mercurio. Velewni cioè. E lo sanno. Di certo, non sono finite in quei luoghi da sole ma troppo spesso in piena connivenza con gli sporcaccioni crominali proprio attraverso funesti voti di scambio, con la connivenza a volte degli operai, più preoccupati a portare a casa il benessere monetario che a ragionare sulla salute dei figli, che a volte giovheranno proprio lì dove i loro padri sanno bene che c’è il veleno.Non si pensi la mafia abbia sede solo al Sud; o ammazzi solo d’estate; o solo il sabato perché domenica si va a messa.

Vorrei augurare a Greta e a chi il 24 maggio “sciopera per il clima” – un’usanza che finalmente è tornata a esser arrabbiata e persino selvaggia – che all’alba del loro 75esimo compleanno possano raccontare ai loro nipotini tante belle favole, anche sul clima. Magari storie cupe che… non si sono avverate grazie a quel 24 maggio e a ciò che seguì.

Suggerisco alla futura nonna Greta «Il gregge alza la testa» (1972) dello scrittore inglese John Brunner. Meno conosciuto dell’incasinatissimo «Tutti a Zanzibar» ma utile a capire che le dimensiomi del disastro sono chiare da almeno 40 anni.

Un po’ di trama. In seguito a un terremoto, un potentissimo veleno viene disperso nell’ambiente da fusti che erano nascosti nelle scorte di aiuti alimentari per il Terzo Mondo. Tale veleno ha un effetto inatteso: far impazzire completamente la popolazione, causando epidemie e follie di massa. Alla fine, gli USA – ben noti per essere uno degli Stati canaglia che oggi se ne fregano dei protocolli di Kyoto – dovranno far fronte all’incendio che si espande ovunque.

Una ventata di ottimismo – sempre all’insegna di quella che viene catalogata come “climate fiction” – nel perduto romanzo «Terra» (1990) di David Brin. Uno scienziato sbadato crea artificialmente un buco nero in miniatura che “scivola” al centro della Terra. Subito lui si prodiga per il recupero ma scopre che un altro buco nero -creato da chi? – sta minacciando il pianeta. In questa trama solo all’apparenza squinternata, Brin ci accompagna per la manina in un giro sul nostro pianeta, dove la privacy è annullata da potenti computers connessi con le persone bombardate da miriadi di informazioni inutili, mentre gli animali sono costretti a vivere in isole-arche con un clima artificiale, in quanto l’effetto serra ha desertificato intere aree continentali e l’esposizione al sole causa quasi immediatamente forme gravi di tumore alla pelle. E inutili sono le forme di contenimento messe in opera dai governi, compreso un rigidissimo controllo delle nascite. Incubo o realtà?

Più o meno contemporaneo è il romanzo «Timescape» di Gregory Benford. Sulla Terra la vita muore e l’inquinamento è diventato irreversibile (come si pensa arriverà ad essere fra 8/10 anni nella nostra realtà). Nel romanzo di Benford, gli scienziati scoprono un nuovo uso delle particelle tachioniche, ovvero in grado di viaggiare a velocità superiori a quella della luce e di superare la barriera del tempo. Un complesso piano viene dunque ordito dagli scienziati, per mandare un messaggio indietro nel tempo ai terrestri, affinché possano sapere con certezza cosa accadrà nel futuro, insieme a tutte le istruzioni che servono per evitare la catastrofe. Nel 1962, un radioamatore capta uno strano messaggio radio e comprende che qualcuno sta comunicando con lui dal futuro. Riuscirà a far sapere al mondo del pericolo imminente e a scongiurare il peggio?

Passiamo a Kate Wilhem, con il romanzo «Il tempo del ginepro» (1987). La solita catastrofe ambientale ha devastato i “poveri” Stati Uniti, causando un massiccio esodo verso est, dove vengono allestiti squallidi campi di raccolta. Il degrado sociale ed economico disintegra in un attimo i sogni di tutti, compresa una coppia di amici, Jean e Arthur. Jean si dedica ancora a trovare un sistema di traduzione linguistica universale mentre Arthur vuole riattivare una stazione spaziale orbitale per portare in salvo l’umanità. Una sorpresa attende Arthur: un misterioso messaggio, che sembra di provenienza aliena, fa sperare in una via di salvezza.

Solo “climate fiction”? Lascio l’ultima parola al poeta inglese John Milton, citato da John Brunner: «Il gregge alza la testa ed è digiuno / nel vento spira una nebbia mefitica / marcio di dentro, colpito dal contagio». 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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