La pedofilia non è vizio né lussuria ma un crimine

comunicato di L’Asino d’oro edizioni (*)

«La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi». Così Federico Tulli, autore del libro-inchiesta «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» pubblicato nel 2014 da L’Asino d’oro edizioni, con la prefazione di Maria Gabriella Gatti su “La pedofilia e il sacro”.

«Chiesa e pedofilia, il caso italiano»: il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa. Dopo «Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro» – un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI – Federico Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da monsignor Federico Lombardi, portavoce della “Santa Sede”: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura? Basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

Rimane immutata la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo – che è un delitto violentissimo contro persone inermi – sia un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica, come quella di papa Francesco, si lega alla “supremazia” della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali» afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei Paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

L’autore

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e Critica liberale. Sul web è condirettore di Cronache laiche, firma un blog su MicroMega, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica Babylon Post. Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e nel 2015 “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

(*) cfr qui in “bottega” Clero e pedofilia: «Non chiamateli Padri» con una intervista a Federico Tulli di Francesca Palazzi Arduini nel dossier della rivista «A». Ma consiglio anche questo post – della rete «L’abuso» – con una mappa impressionante: Preti pedofili: in Italia “200 casi insabbiati”. Fra gli altri post intorno al tema segnalo anche Scor-data: 18 maggio 2001 ovvero «Ratzinger impone il secretum pontificium sulla pedofilia». Deduco che la recente diffusione di questo comunicato è anche una polemica sotterranea con il titolo «Lussuria» del nuovo libro (edito da Feltrinelli, da oggi nelle librerie) di Emiliano Fittipaldi. Anche il sottotitolo del libro di Fittipaldi a me pare assai ambiguo: «Peccati scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini» tace la parola reati e/o crimini che è invece necessaria. Ovviamente leggerò il libro di Fittipaldi ma, se devo giudicare dalla titolazione, mi pare che questo approccio non sia quello giusto. (db)

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