Usa, pena di morte: in carcere e in strada

Un articolo di Francesco Giorgioni, il video di Minneapolis, una vignetta di Steve Sack.

Lo Stato si fa boia e uccide Walter Barton, dopo 29 anni di carcere. Ma c’è qualche poliziotto più veloce: un ginocchio sul collo e niente processo per George Floyd.

Qui in “bottega” siamo da sempre contro la pena di morte, sostenendo anche l’impegno del Comitato “Paul Rougeau”

vignetta di Steve Sack

 

“Giustizia americana” di Francesco Giorgioni

Il 20 maggio 2020, lo Stato americano del Missouri ha condannato a morte un cittadino di 64 anni, Walter Barton, accusato di avere ucciso nel 1991 una donna ottantunenne.
Ventinove anni dopo quell’omicidio, lo Stato boia ha eliminato l’accusato.
Molti hanno osservato come l’emergenza coronavirus, per via delle regole marziali che ha imposto, lasci pericolosi spiragli a derive autoritarie: si estendono i poteri di controllo dello Stato, si restringono le libertà personali.
Non so se questo sia vero. Credo sia certamente vero se si valuta l’aspetto informazione, una delle libertà che al cittadino vanno riconosciute.
L’emergenza coronavirus ha tolto di mezzo dalle prime pagine ogni notizia che non fosse in qualche maniera collegata alla pandemia.
Quando ho saputo della condanna a morte di Barton, sono andato a cercare altre informazioni sul caso smanettando su Google.
Sui siti web dei principali quotidiani italiani non ho trovato neppure una riga, se non il telegrafico lancio di un’agenzia di stampa che scambiava l’uomo condannato a morte per una donna.
Una volta si aprivano dibattiti roventi sul diritto di uno Stato di mandare a morte un cittadino, replicando il crimine imputato a quello stesso cittadino.
Oggi silenzio assoluto. In questo senso, il virus ci ha abbruttiti tutti e ha imposto una dittatura della notizia.
O forse il virus non c’entra nulla e dello Stato boia non frega più nulla a nessuno.

da qui

alla bottega invece dello Stato boia frega moltissimo e siamo tutte/i da sempre impegnat* contro la pena di morte negli Usa e non solo lì. Ogni mese pubblichiamo un estratto del “foglio di collegamento” del Comitato Paul Rougeau (qui il loro sito e qui l’ultimo loro post apparso in bottega) e sosteniamo le loro campagne.

Ma intanto i nazisti in divisa, come le cellule tumorali, sono sempre al lavoro; per esempio a Minneapolis

 

 

La Bottega del Barbieri

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